Lettera sulle suggestioni musicali siciliane

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Caro amico,

parlo spesso di Sicilia. Di Sicilia e letteratura, di Sicilia e musica e molte volte ho detto di scrittori e musicisti siciliani. Oggi voglio farti conoscere un compositore che non è nato nella mia terra ma che con l’Isola mantiene un rapporto privilegiato. Lo faccio riportandoti una mia intervista a Germano Mazzocchetti (apparsa su “Notabilis”, anno VIII, n. 3, maggio-giugno 2017), alla ricerca delle suggestioni sicule nella sua musica.

 

 

La Sicilia teatrale di un musicista “di mezzo il mare”.

Aveva appena 11 anni Germano Mazzocchetti quando, con il suo primo amore, la fisarmonica, arrivava a Catania per partecipare a un concorso.

Oggi il musicista abruzzese è un artista completo, un jazzista acclamato e un uomo difficile da chiudere dentro i confini nazionali. La sua musica, nell’ambito italiano, è probabilmente quella che guarda maggiormente all’Est e al Sud ma che, nello stesso tempo, è capace di attraversare ogni montagna, guadare ogni fiume e, soprattutto, viaggiare nel tempo e per mare. Approda così in spazi sonori sempre diversi per caricarsi delle suggestioni dei luoghi e restituirle nuove e potenti.

È anche per questo che molti registi la vogliono per accompagnare i loro allestimenti teatrali e dare vita a esperienze dei sensi in cui la parola, il gesto e il suono diventano un tutt’uno, perché tutto è perfettamente bilanciato. Se la cosa è vera per i testi di prosa moderni, acquista un valore ancora maggiore nel caso delle rappresentazioni classiche di Siracusa nelle quali, da sempre, la musica di Mazzocchetti fa la parte del leone con un numero di presenze altissimo.

Lui stesso definisce la sua più recente fatica “non teatrale”, eppure, scorrendo i titoli di Asap – il suo ultimo cd, uscito da Incipit -, ascoltandone le tracce, sono soprattutto due i luoghi nei quali si viene riportati: il teatro e la Sicilia. Due passioni forti per Mazzocchetti che vi ha riservato molte delle sue attenzioni.

L’elenco degli omaggi del musicista alla Sicilia sarebbe decisamente lungo ma si può citare per tutti lo spettacolo La sirena, una lettura di Luca Zingaretti tratta da Lighea di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e accompagnata sulla scena proprio dalla fisarmonica di Mazzocchetti (alternatosi allo strumento in alcune piazze con Fabio Ceccarelli). In Asap compare un brano tratto da uno spettacolo di Leo Gullotta, ma c’è anche Come con lei, in cui uno struggente contrabbasso introduce l’omaggio a Mariella Lo Giudice – indimenticabile e compianta colonna del teatro siciliano – che faceva parte di uno spettacolo dell’attrice ispirato all’amore tra Luigi Pirandello e Marta Abba.

Già in Di mezzo il mare (Egea Records, 2006), con il clarinetto di Mirabassi e il pianoforte di Pieranunzi (solo due dei nomi che contribuirono a fare di questo disco il vincitore del Top Jazz di quell’anno), l’autore evocava scenari catanesi collocandoli in un più vasto sud del mondo, affocato di passioni altrimenti consegnate all’erotismo brancatiano o ai passi del tango.

Una presenza così forte dell’Isola nella produzione del compositore abruzzese, merita un approfondimento.

 

«La mia prima presenza lavorativa in Sicilia» ci dice «risale al 1988 quando Antonio Calenda mi volle per il suo Aiace a Siracusa. Avevo 35 anni e quell’esperienza segnò uno spartiacque: musicare una tragedia e in una sede così prestigiosa per me rappresentava una sfida, anche per la grande aspettativa intorno a queste produzioni che, al tempo, si facevano ogni due anni.»

Fu l’inizio di una storia d’amore con la Sicilia, dunque?

«Sì, infatti già l’anno dopo, nell’’89 ero nuovamente lì, allo Stabile di Catania. Era l’epoca della reggenza di Pippo Baudo e musicai i tre atti unici di Trittico. Uno spettacolo che ebbe molto successo, con tre differenti cast. Tra gli attori c’erano anche Pippo Pattavina e Tuccio Musumeci con cui sono rimasto in contatto anche quando le nostre esperienze lavorative non si sono più incrociate. Con Pattavina, però ho lavorato l’ultima volta l’anno scorso, musicando Il piacere dell’onestà, sempre per la regia di Calenda.»

Ancora teatro, dunque, un legame oggi è strettissimo. Ma fu una vocazione o un caso?

«Sono un uomo fortunato perché faccio quello che ho sempre desiderato fare. Ho amato il teatro di prosa fin da ragazzino. Allora, vivendo in un piccolo centro, non avevo la possibilità di andare spesso in teatro ma seguivo la prosa in televisione. Da adolescente, cominciai a frequentarlo attivamente. Quindi direi che si può parlare di vocazione. La fortuna però è stata rappresentata dall’incontro con Calenda che allora stava lavorando all’Aquila. Aveva saputo che avevo scritto delle musiche per un gruppo teatrale amatoriale e mi chiamò. Cominciai così la mia collaborazione, con Rappresentazione della Passione con Elsa Merlini, un allestimento che doveva girare solo in un circuito regionale ma che diventò poi un successo nazionale.»

Giordano Montecchi, nel caso del suo afflato popolare, nella nota di copertina di Asp parla di «linfa popolare che da sempre nutre il lessico di Mazzocchetti» ma, soprattutto per la produzione teatrale, le suggestioni locali sono a volte un rischio e possono facilmente dare luogo a facili folklorismi. Qual è il suo metodo per evitarli?

«Non ho un vero e proprio metodo, piuttosto preferisco farmi guidare dalle sonorità. La mia prima idea musicale è quasi sempre teatrale. Per esempio, Passeggiata in via Etnea nacque per un allestimento catanese de Gli anni perduti di Pagliaro, tratto dal romanzo di Brancati e la improvvisai durante le prove, solo dopo le diedi l’assetto definitivo. Ho sempre creduto che le musiche di scena debbano nascere dalla stretta sinergia tra il compositore e il regista, per questo scrivo frequentando tutte le prove, immergendomi nell’atmosfera del teatro, cercando di catturare tutte le emozioni del regista e degli attori. I miei spettacoli per lo Stabile di Catania sono nati a Catania. Ogni genere ha i suoi codici e li ha anche la musica di scena e a quelli bisogna attenersi.»

Lei ha scritto molto per l’Istituto del Dramma Antico, anzi, è tra i musicisti che hanno lavorato di più agli allestimenti classici, secondo solo al prolificissimo Mulè dal ’14 al ’36. Le rappresentazioni di Siracusa sono il fiore all’occhiello della produzione teatrale isolana ma che differenza c’è tra la scrittura musicale per il teatro e quella per il teatro greco?

«Premetto che rispetto ad altri tipi di composizione, il lavoro sui testi di Eschilo, Sofocle, Euripide è estremamente gratificante per un musicista e lavorare a Siracusa è un privilegio. È un impegno però che rappresenta anche un banco di prova: dato che non sappiamo come si eseguissero realmente i cori delle tragedie, ci dobbiamo affidare all’inventiva e all’interpretazione del regista che a volte sceglie la recitazione e altre alterna la recitazione al canto. C’è davvero tanta musica nella tragedia greca, è insita nella parola stessa, quindi il lavoro del compositore è sempre nuovo, non può mai diventare routine. Posso fare un esempio: quando nel 1994 musicai Prometeo, d’accordo con il regista che aveva usato la traduzione del testo di Benedetto Marzullo, pensai a un’impostazione melodrammatica ma in altri casi come Le baccanti (2012) ho preferito impianti armonici più moderni cercando sempre di mediare la mia visione della tragedia con quella del regista. Credo sia questo il segreto per dare vita a un buon prodotto.»

La Sicilia con la quale lavora Germano Mazzocchetti è quella bella dell’arte ma all’interno di Asap c’è anche un In memoriam tratto da Minnazza, uno spettacolo coraggioso e forte di Gullotta in cui è inserito anche un brano su Falcone e Borsellino. Qual è per un non siciliano, che pure ama e conosce l’Isola, il rapporto con l’idea della mafia?

«Penso sia quello di chiunque, da fuori, segue queste vicende con molta apprensione. La Sicilia della mafia è esattamente quella che vorrei non esistesse. Chi guarda a questi fatti da fuori non credo possa mai farsene un’idea precisa. Perché è giusto e anche normale dichiararci tutti contro la mafia, però tra le nostre proposizioni e gli atti di coraggio di uomini come Falcone, Borsellino, Libero Grassi, Pino Puglisi, Peppino Impastato e tutti gli altri c’è una distanza enorme che fa di loro veri eroi nazionali. Ora: vivere tutto questo stando all’interno della Sicilia deve essere molto più difficile; lavorare onestamente e tenersi lontani dalla violenza e dalla sopraffazione della malavita organizzata credo che sia doloroso e molto diverso rispetto al vederlo dall’esterno.»

Parafrasando il titolo del suo ultimo disco, c’è un nuovo progetto siciliano “as soon as possible”?

«Sì, ancora teatro antico. Il 25 maggio a Tindari la Medea di Pagliaro con Micaela Esdra e le mie musiche.»

(Emanuela E. Abbadessa)

 

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Lettera sulle forme dell’accoglienza

A migrant shouts a slogan as he wears a Tee Shirt with the message, "Open The Way" as he stands on the seawall at the Saint Ludovic border crossing on the Mediterranean Sea between Vintimille, Italy and Menton, France

Caro amico,

qualche giorno fa mi hai chiesto se potevo “sostenerti” alle prossime consultazioni regionali siciliane. Evito di osservare che negli ultimi 35 anni non ho mai avuto tue notizie nemmeno per le feste comandate e che, quando ci siamo rivisti per la solita rimpatriata con i compagni di scuola, hai dimostrato un esemplare distacco nei confronti miei e del resto dei convenuti. Ammetto che certe occasioni non sono facili da digerire per nessuno, compresa me che non amo le riunioni all’insegna della nostalgia. Fatto sta che se solo ti fossi preoccupato di guardare ciò che pubblico sui social network, ti saresti reso conto che chiedermi aiuto per le elezioni era fiato sprecato. Perché, se lo avessi fatto, avresti visto che le mie opinioni politiche sono diametralmente opposte alle tue e, soprattutto in materia di migranti, ti saresti risparmiato la mia risposta tranchant.

Le mie posizioni sono chiare da sempre su questo argomento come su tutti quelli che hanno a che fare con la dignità umana e con i diritti dell’Uomo. Li ho espressi anche, qualche tempo fa, sul numero 6, anno VII, novembre-dicembre 2016 del periodico “Notabilis”. Te li ripropongo oggi.

Devotamente

EE

 

 

Chi ha paura dell’uomo nero?

Qualche tempo fa, un circolo culturale savonese mi chiese di tenere una conferenza su Chopin. Erano gli anni dei più massicci arrivi di stranieri dall’Est e così mi trovai a fare un paragone un po’ ardito, per il gusto di scuotere l’uditorio su un tema che mi sta particolarmente a cuore. Cominciai dicendo che l’epoca della quale avrei parlato aveva qualcosa in comune con quella che noi stavamo vivendo perché entrambe vedevano dei flussi migratori dall’Est all’Ovest dell’Europa. Fu anche in forza di questo spostamento che, dal secondo Ottocento in poi, arrivarono nel cuore del nostro continente alcuni dei musicisti che ricordiamo tra i maggiori dell’Ottocento. A queste parole, una signora dalla sala mi interruppe dicendo che, nel caso citato, arrivò a Parigi Chopin ma in Italia, invece, importavamo solo ladri e assassini. Frenando il desiderio di dare della razzista alla donna in questione, mi limitai a rispondere che di Chopin ne nasce uno su un milione, quindi è probabile che se avessimo voluto trovare un genio anche nel nostro tempo, avremmo dovuto cercare tra molte “persone normali” e, tra queste, chissà quanti di pochi scrupoli ne avremmo scoperti. La sconosciuta tacque e a me sembrò pleonastico aggiungere per esempio che l’Italia (ma anche gli altri paesi del Vecchio Continente), negli Stati Uniti, non esportò soltanto bravi e onesti lavoratori.

Solitamente, quando penso all’incontro tra individui di luoghi differenti del mondo, con culture e abitudini diverse, penso all’arricchimento reciproco. Ed è questa la prima e principale cosa che mi preme perché conoscere l’altro da sé vuol dire mettere in discussione le proprie convinzione e non accogliere necessariamente quelle altrui, quanto piuttosto provare a cambiare prospettiva.

Non amo la parola “integrazione” e amo ancor meno “tolleranza” che contiene il sé il germe dell’accettazione di qualcosa che non ci piace e che, appunto, ci limitiamo a tollerare anche obtorto collo. “Integrazione” non mi piace perché non desidero che un uomo che viene dall’Africa si integri nella mia cultura rinunciando alla sua e, d’altra parte, nemmeno io voglio fare altrettanto; trovo invece proficuo imbastire un dialogo che, alla fine, lasci in ciascuno una parte dell’altro. Esattamente come avvenne con la musica nella seconda metà dell’Ottocento: Liszt e Chopin, entrando in contatto con la forma consacrata dalla nostra tradizione, arricchirono la loro esperienza musicale e, dal canto loro, portarono a noi nuovi ritmi e diverse soluzioni armoniche senza che né la loro musica, né la nostra abbia perduto identità.

La chiusura al nuovo e al diverso, d’altra parte, è sempre e comunque anticamera della stasi e, dunque, della morte. Dallo scambio di geni – così ci insegna la scienza – nascono individui più forti o, più semplicemente, è dall’unione di due patrimoni genetici che nasce una nuova vita. Spostiamoci dal microcosmo dell’individuo al macrosistema di uno stato e scopriamo come il discorso rimanga valido. Proviamo infatti a pensare a cosa è accaduto a quelle realtà politiche che in determinati periodi della loro storia, a causa di regimi totalitari, hanno chiuso le loro frontiere e impedito la libera circolazione delle idee: inevitabilmente sono tutte rimaste ancorate ad un passato statico all’interno del quale le voci forti sono state quasi sempre quelle dei dissidenti.

Dunque, non è solo per sensibilità e per “umanità” che aborro ogni dichiarazione di chiusura agli stranieri, è per calcolo. Non credo che le frontiere vadano protette da chi non sta attentando ad esse, penso piuttosto a una regolamentazione, a un controllo che garantisca libertà, democrazia e giustizia per tutti, che porti a noi il nuovo, il diverso. Voglio imparare ciò che non so da chi non conosco e voglio insegnare ciò che so a chi non conosce me. E alla fine, non m’importa se tra gli sconosciuti incontrerò il nuovo Chopin, perché mi basta sapere che da ciascuno di loro potrò trarre qualcosa che arricchirà la mia cultura ancora prima della mia umanità. (Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

Chat Room. Amore della mamma #11

–  Ciao…
–  Ciao
–  Sono giorni che guardo le tue foto
–  Perché?
–  Sei bellissima…
–  Grazie.
–  Sono V. 20 anni
–  Potrei essere tua madre
–  Non mi interessa…
–  Se lo dici tu
– Stanotte ti ho sognata
–  Addirittura
– Sì

–  Facevamo l’amore e aspettavi mio figlio
– …
–  Ehi?
–  Questo mi pare davvero impossibile, a meno che tu non sia lo Spirito Santo.

–  Cavolo! Allora potresti essere mia nonna!!

(Emanuela E. Abbadessa)

Chat Room. Amore della mamma #10

–  Ciao…
–  Ciao
–  Sei molto bella
–  Grazie
–  Che fai?
–  Sto scrivendo
–  Bello!
–  Sono F. 19 anni
–  Sei molto giovane
–  Anche tu…
–  Potrei essere tua madre
–  Cazzo… FANTASTICO!!!!
–  …
– Ci sei?

–  …
– Ehi???
–  …
– Non rispondi???

–  …
– Mi piaci un casino…
–  …
–  Questo significa che non mi manderai una tua foto nuda?
(Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

 

Lettera sulla presunzione del giudizio

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Cara amica,

questa mattina, accedendo ai social network, mi sono di colpo accorta che molte notizie riguardavano il fidanzamento di un noto rapper (almeno credo si tratti di un rapper), Fedez, con una bellissima ragazza che di cognome fa Ferragni. Tutti sembravano conoscere i due benissimo. Mi sono resa conto che, un po’ per l’isolamento dovuto a questi mesi di clausura legata alla scrittura del mio nuovo romanzo, un po’ perché della cosa mi importava poco, non sapevo chi fosse la futura sposa. Di contro, tutti sembravano conoscerla benissimo.

Così – e ammetto subito il velato snobismo della mia frase – ho scritto un post dichiarandomi fuori dal mondo per la mia totale ignoranza riguardo alla signorina. Niente altro, soltanto questo. E si trattava più di un mea culpa che d’altro. Per altro verso, ho subito digitato il nome della ragazza su Google e ho saputo quel minimo che potevo attingere dalle prime voci indicizzate.

In molti hanno risposto al mio post dichiarandosi nelle mie stesse condizioni. Altri hanno dato giudizi di valore (non richiesti) sulle nozze del momento ma, in linea di massima, le persone all’oscuro dell’avvenimento, erano più o meno della mia fascia di età.

Ma non è questo il punto. Il punto è che a metà mattinata, uno dei miei contatti su Facebook ha risposto al mio post dicendo che la signorina in questione è bella, brava e sveglia e se io per prima dicevo di non conoscerla, lo facevo solo per invidia.

L’affermazione mi ha colpita. Anzitutto perché la persona che ha scritto non mi conosce personalmente e, dunque, non sa quanto sia alieno da me il sentimento dell’invidia: io sono, in linea di massima, una persona che gioisce dei successi altrui. Infatti, mi sono premurata subito di rispondere che intanto non avevo sminuito in alcun modo le capacità della suddetta (le immagino elevate se è riuscita a farsi notare in questo vasto mare del web); in secondo luogo che, anche volendo, non avrei motivi per invidiare la promessa sposa, nota blogger di moda, come ho poi scoperto. E questo per vari ordini di motivi, non da ultimo il fatto che mi ritengo soddisfatta degli obiettivi da me raggiunti, che non ho mai aspirato a diventare una blogger di moda e quindi non sono mai stata in competizione con la Ferragni; che per quanto trovi estremamente apprezzabili gli uomini tatuati e, all’occorrenza, più giovani di me, ho già una soddisfacente relazione amorosa con un uomo più giovane e tatuato (anche piuttosto bravo con la chitarra e molto intonato, direi), che non desidero sposarmi e che, essendo stata anche io, al mio tempo, giovane e carina, non mi trovo nella condizione di “rosicare” per la bellezza altrui, anzi, ne godo ritenendola un dono per l’umanità.

Ora ti chiedo, perché dietro qualsiasi affermazione, anche la più innocente o quella fatta con la maggior leggerezza, tipica dell’enorme bar dello sport che è Facebook, qualcuno presume di potersi arrogare il diritto di vedere cattiveria, immaginare un retropensiero che non c’è e, soprattutto, giudicare?

Ci siamo davvero ridotti così? Che pena non riuscire a sorridere di una battuta.

Detto ciò, amica mia, ti lascio e auguro ai due bellissimi prossimi sposi ogni felicità.

Devotamente

EE