Lettera sul golf

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Caro amico,

so bene che invitandomi a seguirti sui campi da golf avevi le migliori intenzioni e io stessa sono venuta con l’animo ben predisposto a trascorrere una bella giornata all’aria aperta. Nondimeno, le cose non sono andate esattamente come le avevo immaginate e non me ne vogliano gli amanti di questo nobile sport.

Qualche settimana fa mi hai invitata sui campi Garlenda. È una bella passeggiata, hai detto: chiacchiere, prati, natura, aria pura… Io che non c’ero mai stata ho pensato di accettare. Anche perché sono una temeraria e gli sport estremi non mi spaventano.

Il primo problema è nato la sera prima: il dress code. Mi hai mandato su whatsapp una ventina di foto di mise pour elle ma in me, che sottovaluto sempre la gravità delle situazioni, non si è azionato alcun campanello d’allarme.

Ora: non indossando io una polo dagli anni in cui piantai una grana ai miei per avere una vera Lacoste, mi sono infilata dentro l’armadio e, intorno a mezzanotte, ho recuperato: 1) la famosa Lacoste messa l’ultima volta in terza liceo; 2) un paio di bermuda di lino; 3) le Superga bianche. Più che altro ero un misto tra Micol del Giardino dei Finzi Contini e una modella del catalogo “Donne al tennis 1940-41”.

L’indomani alle 9,30 ero a Garlenda.

Vorrei fare una piccola riflessione: uno che ti invita al golf dovrebbe informarti: 1) che le buche sono 18; 2) che fa un caldo infernale; 3) che l’età media è 76 anni (e quindi tu, finché non sarai marcia di sudore, resterai ancora la più figa nel raggio di 20 km. ma non te ne importerà nulla di esserlo) ma, soprattutto, che il golf è un gioco che riguarda le palle. In tutti i sensi.

Alla quinta buca io volevo suicidarmi. Alla decima mi è apparsa la Madonna di Misericordia che rideva mentre il Beato Botta tentava di fare uscire la pallina da un bunker. Dalla tredicesima in poi le mie gambe hanno preso ad andare avanti per inerzia mentre cori angelici, che cercavo di scacciare come insetti molesti, intonavano canti celestiali.

16 km. diconsi 16 sotto il sole per 4 ore e tre quarti.

Che poi non è il camminare che a me piace, è il fatto che a ogni buca ti fermi un’eternità. E leva il cappuccio dalla mazza, tirala fuori dalla sacca, metti il guanto, abbottonalo, guarda la buca, senti il vento, prova sei o sette volte tiri a vuoto, poi finalmente colpisci quel diamine di pallina e passi il successivo quarto d’ora a capire dove sia finita. Appena l’hai intercettata, sbottoni il guanto, lo levi, rimetti il cappuccio alla mazza, la rimetti nella sacca, raggiungi la maledetta pallina e ricominci col levare il cappuccio dalla mazza, tirarla fuori dalla sacca…

E senza parlare perché il giocatore è concentrato, deve pensare al tiro.

Il tutto per un numero esponenziale di volte: considerato che la media di colpi per andare in buca è 5, moltiplica 18 per 5 e capirai quello che io ho dovuto affrontare.

Insomma, quattro ore e tre quarti a non concludere una mazza (per restare in tema). E certo che annoiare una donna con una mazza da 42 centimetri è difficile, ammettiamolo. A volte ci si diverte persino con quei 12/13 centimetri sindacali.

Che poi non è il camminare, ribadisco, non è la noia, non è il caldo, non sono le mosche e le api, non è nemmeno la mazza alla fine, è proprio che se devi usarla quella mazza, non stare lì a mettere e togliere il cappuccetto in continuazione o la prossima volta uscirò con un ebreo! E poi tutto quello sfilare e infilare il guanto! L’hai messo? Bene, devi fare un altro tiro? Tienitelo, che diavolo!

Una grande istruttiva metafora.

Alla fine, con le palline sfrante che manco l’aglio per il pesto, io un consiglio, amico mio, mi permetterei di darlo a te e ai golfisti: fare vedere a una donna che ci impiegate mezz’ora per infilare qualcosa in un buco e appena ci siete riusciti, esultate e lo tirate subito fuori per passare a un’altra buca, non è una buona pubblicità, fidatevi.

E fortuna che poi non chiedete alla buca se le sia piaciuto.

Devotamente

EE

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Lettera sui radical chic

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Caro amico,

vorrei parlare di radical chic, dato che lo fanno tutti. Cercherò di andare con ordine.
Mi dispiace, è una cosa un po’ lunga, ma spero avrai la bontà di arrivare in fondo.
Come spero saprai, la locuzione si deve al compianto Tom Wolfe che la coniò nel 1970 in un articolo a commento dell’esclusiva cena organizzata da Felicia Montealegre – moglie di Leonard Bernstein – per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere, gruppo di estrema sinistra che rifiutò il dettato nonviolento di Martin Luther King a favore del concetto di self-defence come strumento di lotta. Poi il termine fu riusato da molti ed esiste in altre lingue. Ma non ho intenzione di raccontarti questa storia, non è questo il punto.
Il punto è che Wolfe desiderava mettere in luce il contrasto tra l’ideale anticapitalistico del movimento e il lusso sfrenato dei partecipanti a quella cena.
Ma raccogliere fondi per un gruppo politico di sinistra, non è esattamente la stessa cosa che aiutare i più deboli. E questo è solo il primo punto. Per altro, quelle critiche al vetriolo non è che Wolfe le facesse dal basso della sua indigenza, tutt’altro.
Tralasciando le ragioni che portarono la Montealegre a dare vita a quella serata, in generale, da sempre, dei più umili, degli ultimi del mondo, dei lavoratori sfruttati e dei vilipesi, sono stati i ricchi a occuparsi. Perché è giusto che chi ha voce e possibilità economiche si faccia carico dei problemi di chi invece non ha abbastanza forza per far sentire le proprie ragioni.
Vorrei per esempio ricordarti che le Dame di San Vincenzo, che da sempre si occupano di carità e assistenza, non sono vedove costrette a campare sette figli in un basso con la reversibilità del marito. Tutt’altro. Sono signore della buona società che mettono la loro disponibilità (economica, di tempo, di prestigio) a servizio dei diseredati.
Anche questo è non solo normale ma addirittura giusto.
Non è che Engels, padre con Marx del comunismo, fosse un morto di fame. Tutt’altro. Era un ricco imprenditore, proveniva da una famiglia di industriali tessili e, anzi, fu proprio dalla visione della condizione dei lavoratori delle filande che elaborò la prima idea della dottrina comunista.
Quindi, ripeto, dove sta il problema?
E vengo così al punto successivo. A essere etichettati come radical chic sono Saviano, la Gruber, Lerner e compagnia bella e a volte, in qualche caso lo hanno detto persino a me. Anche qui occorre fare chiarezza. Dato che io non conosco personalmente nessuno dei personaggi citati, non mi permetto di parlare. Ossia, non so se qualcuno di loro fosse ricco di famiglia o se i soldi li abbia fatti lavorando. Se li avesse di famiglia, rientrerebbe nella tipologia di cui sopra; se li avesse fatti lavorando, non vedo ancora quale sia il problema. È forse una colpa migliorare la propria situazione economica e poi occuparsi dei lavoratori, degli umili, degli offesi? Io non credo. Si tratta di giornalisti che fanno la loro parte nei modi e nei termini che la loro professione consente. Mi spiego: vengono spesso accusati di cavalcare la causa dei migranti (o dei deboli o dei diseredati o degli ultimi) soltanto per aumentare il personale prestigio senza poi, nei fatti, compiere alcun atto concreto. Vorrei dire due cose a questo proposito: 1) nessuno può arrogarsi il diritto di dire cosa facciano gli altri a favore del prossimo, giacché certe azioni si compiono nel silenzio e nella modestia (ricordi la storia della mano destra che non deve sapere cosa fa la sinistra? Puoi leggerla qui Matteo 6, 1-6 e 6-18; oppure ricordati della Pentecoste di Manzoni “Per Te sollevi il povero / Al ciel, ch’è suo, le ciglia, / Volga i lamenti in giubilo, / Pensando a Cui somiglia: / Cui fu donato in copia, / Doni con volto amico, / Con quel tacer pudico, / Che accetto il don ti fa.”); 2) i personaggi in questione fanno esattamente ciò che devono, ovvero parlano dalle sedi preposte e a loro riservate, cioè i media, le pubblicazioni e i social media che, per dire, dovrebbero essere i luoghi privilegiati in cui il giornalista e l’intellettuale esprime il proprio pensiero mentre, di contro, i ministri della Repubblica, dovrebbero evitare al massimo di utilizzare i social media al di fuori dei profili istituzionali e limitarsi a operare fattivamente per il bene comune e non soltanto per quello della loro parte di elettorato dal momento che sono ministri dell’intera nazione.

Ma, dato che come dicevo non conosco i signori in questione, parlerò di me in quanto a volte apostrofata come radical chic. Ebbene: la mia famiglia paterna apparteneva alla borghesia e stava economicamente bene, almeno fino alla morte del nonno che cambiò drammaticamente tutto; la famiglia materna era proletaria, nonna prima contadina e poi operaia, nonno pittore decoratore. Io sono cresciuta nel benessere e senza conoscere alcuna privazione grazie al fatto che i miei genitori hanno lavorato tutta la vita senza risparmiarsi, per garantirmi non solo il necessario ma anche il superfluo, anche privandosi loro stessi del necessario. Tutto ciò che hanno guadagnato lo hanno messo a disposizione della mia formazione per fare di me quella che io sono oggi. Io lavoro e guadagno. Non molto in verità ma mi sudo ogni singolo euro. Quando non arrivo alla fine del mese, non mi vergogno a dire che papà mi aiuta con la sua pensione. Detto ciò, posso permettermi di mangiare bene tutti i giorni. Poi, certo, non amo buttare via il denaro e quindi mi vesto nei negozi cinesi e faccio la spesa al discount, perché il denaro che posso risparmiare preferisco impegnarlo con chi ne ha bisogno o per regalare un po’ di gioia agli amici. Aggiungo però che se voglio acquistare delle scarpe da 400 euro posso addirittura farlo una tantum. Ma indossare delle Louboutin e prendermi a cuore il caso dei migranti, non credo (e non accetto!) che faccia di me una radical chic secondo l’accezione che tu dai al termine.
Avere denaro per acquistare un Rolex non è una colpa e non capisco perché dovrebbe esserlo.
E arrivo all’ultimo punto. Noi, noi radical chic (cogli il sarcasmo di questa frase, spero) abbiamo certamente tanti difetti. Parlo di difetti sociali, nell’approccio al problema, nel dialogo, nella comunicazione. Ne abbiamo, inutile fingere che non sia così. E non tutti questi problemi sono compresi nella terminologia con cui veniamo etichettati.
Dunque ti cito un passo di Rostand: quando un suo avversario, per insultarlo, dice a Cyrano de Bergerac che ha un “grosso naso”, lui va su tutte le furie e fa notare a quello che avrebbe potuto usare mille altri aggettivi, perifrasi, metafore, tutti molto più ficcanti e offensivi ma lui, nella sua pochezza, soltanto “grosso” ha saputo dire.
Ora, se la citazione fosse ancora troppo alta per chi credo non tenga la cultura in grande considerazione, passo a un riferimento cinematografico più popolare: In Mary per sempre, quando il professore impersonato da Placido sente il suo studente ripetere fino allo sfinimento la parola “minchia”, si arrabbia e gli declama il componimento di Belli Er padre de li santi. Così, dopo aver enumerato i moltissimi modi di chiamare il cazzo, lo guarda e gli urla in faccia: «E tu, solo minchia sai dire?»
Ecco: dai, amico mio, sii fantasioso, solo radical chic sai dire?

Devotamente

EE

Chat Room. Questioni di logica #6

–  Ciao…
–  Ciao.
–  Sei una scrittirce?
–  Così dicono.
–  Bello! Mi piace molto leggere!!!
–  Bene.
–  Soprattutto fantasy e gialli
–  Bene.
–  Non ho mai parlato con una scrittrice!
–  Penso sia come parlare con chiunque altro, più o meno.
–  Sì, ma sei una donna…
–  Direi di sì.
–  E anche bella…
–  Grazie.
–  No, proprio bona…
–  …
–  C*** veramente sexy…
–  …
–  Ti piacerebbe conoscermi?
–  …
–  Sono molto dotato…
–  …
–  Ci sei?
–  …
–  Sai, non sono uno che cerca sesso in chat…
–  L’avevo intuito.

(Emanuela E. Abbadessa)

 

Chat Room. Questioni di logica #5

–  Ciao…
–  Ciao.
–  scusa se ti disturbo…
–  Prego, dimmi.
–  Sei una scrittirce, vero?
–  Così dicono.
–  Ho bisogno di promuovere la mia pagina
–  Capisco.
–  Mi manderesti delle foto tue nuda, oppure filmati brevi mentre ti m*** o mentre fai un p*** o mentre sei ***
–  …
–  Ci sei?
–  …
–  Sai è tutta roba amatoriale. Una cosa raffinata…
–  L’avevo intuito.

(Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

Chat Room. Questioni di logica #4

–  Ciao…
–  Ciao.
–  Sei una donna affascinante
–  Grazie.
–  Sei una scrittirce, vero?
–  Così dicono.
–  Io leggo poco. Anzi per niente… mi annoia proprio
–  Peccato.
–  Però mi piacciono le fighe come te.
–  …
–  Dovremmo frequentarci…
–  …
–  Mi arrapa un casino la femmina intelligente…
–  …
–  Ci sei?
–  …
–  Sai, noi due abbiamo moltissimo in comune.
–  …
–  L’avevo intuito.

(Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

 

 

Chat Room. Questioni di logica #3

–  Ciao.
–  Ciao.
–  Sei figa
–  …
–  Le tue foto mi arrapano
–  …
–  Me ne mandi una nuda?
–  …
–  Ci sei?
–  …
–  Rispondimi…
–  Ho visto la tua foto del profilo. Carina. Sei con i tuoi figli?
–  Sì e con mia moglie. Eravamo al Family Day.
–  L’avevo intuito.

(Emanuela E. Abbadessa)

 

Chat Room. Questioni di logica #2

–  Ciao.
–  Ciao.
–  Ho visto il tuo profilo. Sei piena di interessi…
–  Beh, sì.
–  Anche io
–  Bene.
–  Sei molto sexy…
–  …
–  A letto devi essere uno sballo…
–  …
–  Ci sei???
–  …
–  Ti piace leggere?
–  Molto.
–  Cavolo se sei figa…
–  …
–  Mi piace guardare le tue foto al mattino…
–  Non era l’odore del napalm?
–  Cosa???
–  …
–  Mi dai il tuo numero di telefono?

–  …
–  Ti piace il cinema?
–  Molto
–  Anche a me, un casino!
–  L’avevo intuito.

(Emanuela E. Abbadessa)