La luna per me aveva gli occhiali

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Abitavamo un appartamento piuttosto grande, tagliato a metà da un corridoio. Si trovava all’ultimo piano di un palazzo e, dal tetto, assorbiva una quantità enorme di calore. Per colmo di disgrazia in una regione torrida come la Sicilia, la metà delle stanze erano esposte a ponente, l’altra metà a levante. In questo modo, a parte il caldo che penetrava dal soffitto, da una parte avevamo il sole dall’alba fino a metà giornata e dall’altra, da metà giornata fino al tramonto.

Il televisore, uno di quei mastodonti dai contorni arrotondati da cui veniva fuori il nasone del tubo catodico e delle manopole grosse come tazze da tè, si trovava in soggiorno, cioè a ponente, poggiato sulle gambe secche di un carrello marroncino col ripiano di vetro (negli anni Sessanta esisteva un fiorentissimo mercato di carelli per televisori).

Per l’occasione, quel giorno, l’apparecchio era stato spostato nella mia stanzetta, tra una lavagnetta su cui pasticciavo coi gessetti e l’armadio colmo di vestitini con ricami a nido d’ape sul corsetto e maniche a palloncino. Alla sera, la mia era la stanza più fresca della casa. Per arginare la calura e stare più comodi, papà aveva anche sistemato tre sdraio prese dallo sgabuzzino, di quelle che usavamo per le gite al mare.

Alle 19 del 20 luglio 1969, papà e nonna Ersilia erano già nelle loro postazioni e, ventotto minuti dopo papà gridò eccitato: «Marisa, vieni. Ci siamo!»

La mamma corse lasciando i fornelli (per una che considerava un’ottima occasione per cucinare qualsiasi cosa, quella doveva essere l’Occasione per eccellenza) e, asciugandosi le mani in uno strofinaccio, prese posto anche lei. Io me ne stavo seduta sul mio lettino, incuriosita da tutte quelle novità.

Col passare delle ore, nonostante mio padre, di tanto in tanto, si girasse per dirmi quanto fosse storico quel giorno, a me cominciò a salire una certa noia. Sullo schermo della tivvù non c’erano che tizi sconosciuti che parlavano, uno con l’accento strano in collegamento da Houston e immagini sbiadite che arrivavano da chissà dove. Coglievo qualche parola: Apollo, Columbia, Armstrong… mi suonavano vagamente affascinanti ma non abbastanza da chiamare qualche mia bambola Columbia o da giocare un domani a Neil e Buzz.

Così, alla fine, crollai addormentata.

Nel cuore della notte (o tale a me parve), papà mi venne a svegliare. Era consapevole che, per quanto fossi piccola, a quel momento storico avrei dovuto assistere.

Aprii gli occhi e non vidi quasi nulla. In televisione c’era un tipo biondo con grossi occhiali quadrati che sembravano due schermi televisivi che gridava anche lui. «Ormai a 25 metri dal suolo…» e nonna disse «Maria Santissima!»

Poi fu un crescere di eccitazione e mentre io continuavo a non capire quasi nulla, il signore con gli occhiali quadrati sembrava aver vinto un terno al lotto e diceva: «Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!»

Solo dopo avrei saputo che gli uomini nello spazio, in quel momento esatto, si trovavano ancora a cento piedi dal suolo lunare. Io però avevo sgranato gli occhi, stupita dall’euforia nello studio televisivo e nella mia stanzetta, e compresi allora che la luna era bionda, portava gli occhiali e aveva la faccia di Tito Stagno del quale, senza por tempo in mezzo, mi innamorai follemente.

Di lì a due settimane avrei compiuto 5 anni.

Emanuela E. Abbadessa

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Lettera sui libri

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Cara amica,

ieri non è stata soltanto la Giornata Mondiale del libro, è stato anche il giorno in cui il gruppo di lettura che ho concorso a fondare e del quale faccio parte compiva quattro anni di vita. Quattro anni di libri letti, di discussioni, di risate e di polemiche. In occasione di questo compleanno, La Compagnia dei Lettori (questo è il nome del gruppo), ha organizzato una cena e abbiamo avuto il piacere e l’onore ci avere ospiti Bruno Morchio e Anna Destito. Mi è stato chiesto di aprire la serata dicendo qualcosa sui libri. Ecco, queste sono state le mie parole che ti consegno in nome del nostro comune amore per i libri.

Devotamente

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Cos’è un libro?

La parola libro, dice il Dizionario Treccani, deriva dal latino liber –is. Indica la parte interna della corteccia che in certe piante assume un aspetto lamelliforme e, disseccata, costituisce uno dei più antichi materiali scrittori.

Del Dizionario Treccani naturalmente ci fidiamo, ma a me è sempre piaciuto pensare che la parola libro contenga la stessa radice di “libero”. Perché sapete immaginare qualcosa che renda più liberi della lettura?

Tra e tante frasi sui libri, tra gli aforismi, le definizioni e le massime, ce n’è una che amo particolarmente. Si tratta di un proverbio arabo che recita: un libro è un giardino che puoi custodire in tasca. Perché, a ben vedere, un libro non è soltanto un giardino ma è il mondo intero: può portarti in luoghi mai visti; farti incontrare persone straordinarie, infinitamente buone o infinitamente cattive; può farti ridere e può farti piangere. Dentro un libro potrai trovare la persona della quale innamorarti o quella che tu vorresti essere. Ci leggerai di uccelli favolosi, di mostri temibili, di fiori dal profumo inebriante, di cibi saporiti e di altre vite possibili.

Ecco, altre vite possibili. Perché al libro, prima dell’amore, è legato il dolore: il dolore del voler essere altrove mentre si resta inchiodati alla realtà; di voler essere altro mentre si è ciò che si è; di volere giustizia mentre non la si vede nel mondo; di sognare l’amore mentre il vostro letto resta vuoto.

Tutto questo può fare un libro ma, soprattutto, un libro è la sola vera possibilità che io conosca per metterti di fronte a un pensiero diverso dal tuo. Quello di uomini vissuti cento anni prima di te e che pure dicono cose che ti somigliano e, dicendotele, sembra possano venire a sedersi accanto a te e prenderti la mano quando temi di non capire.

Perché è capendo che si sconfigge la paura. Se incontrerai il gobbo di Notre Dame, imparerai a capire che il diverso non è necessariamente pericoloso. Se conoscerai Lolita, scoprirai che quella cosa indicibile che senti dentro forse potrebbe essere naturale e dovrai soltanto imparare a governarla con la ragione. Se ti fermerai a guardare l’Innominato, saprai che i cattivi non sono necessariamente condannati a restare tali. Se spierai le mosse di Bacci Pagano, saprai cos’è il rovello che pretende giustizia. Se prenderai la mano di Giulietta, saprai che anche l’amore più osteggiato può essere eterno. Se guarderai Anna morire sotto un treno, non temerai più quella follia dei sensi che ti sconquassa l’anima. Se accompagnerai Ulisse, scoprirai che la conoscenza può portarti molto lontano. Se ascolterai Virgilio, non avrai paura di perderti nell’aldilà. Se salirai su un cavallo alla volta della Mancia, incontrerai il cavaliere dalla triste figura e capirai quanto sia portentoso il potere dell’illusione. Se ti incanterai davanti al ritratto di Dorian, non avrai più paura di invecchiare. Se prenderai in mano i fili di Pinocchio, comprenderai che nessuna bugia è mai abbastanza innocente. Se salirai sul Pequod, saprai che quel mostro temibile è soltanto dentro di te. Se scapperai sui tetti di Parigi con Jean, conoscerai la vera bontà che non deve mai temere la vera cattiveria. Se fuggirai con Edmond, imparerai che nemmeno la più sacrosanta vendetta è mai del tutto dolce. Se vedrai Emma salire in carrozza, comprenderai il valore della fedeltà e la follia dell’adulterio. Se finirai in carcere con Alex, capirai che nessuna giustizia ha il diritto di snaturarti. Se incontrerai Mattia, non sarai più così certo che il tuo nome abbia un valore assoluto. Se ti sveglierai insieme a Gregor, la realtà così come la conosci non ti sembrerà più immutabile. Se ti armerai di bacchetta con Harry, capirai che la vera magia puoi farla senza incantesimi.

E se con Primo Levi entrerai ad Auschwitz, sarai certo che siamo uomini perché abbiamo giurato che quello che è stato non dovrà essere mai più.

Per tutto questo e per molte altre ragioni, per me, libro significa libero. (Emanuela E. Abbadessa)

 

 

Lettera sulle bellezze siciliane

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Caro amico,

sono rientrata da poco dalla Sicilia e, tornando al nord, molti mi dicono di invidiarmi per aver avuto ancora la possibilità di godere della bellezza della mia terra. Ché la Sicilia di bellezze ne ha molte. Ho cercato di raccontarne alcune letterarie in un articolo apparso su “Notabilis” (anno IX, n. 3, maggio-giugno 2018)

 

Di tante bellezze superba

«Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia.»

(Federico II di Svevia)

 

Nel De rerum natura, Lucrezio riteneva la Sicilia un luogo straripante di bellezza: «giusto è che questa terra, di tante bellezze superba alle genti si additi e molto si ammiri, opulenta d’invidiati beni e ricca di nobili spiriti» e, così scrivendo, metteva in relazione sia la geografia dell’Isola che l’essere abitata da individui in qualche modo superiori agli altri.

Il che non è affatto secondario dato che la differenza tra l’animale e l’uomo si articola anche intorno al concetto di bellezza: la natura è bella in se stessa, gli animali lo sono ma, al contrario dell’essere umano, non sono in grado di produrne.

Certo, il bello a cui si riferiva Lucrezio resta comunque in qualche modo lontano dall’altro – forse più commestibile e a volte scontato – raccontato dalla letteratura successiva.

Spesso oleograficamente rappresentato, nei romanzi, il panorama naturale siciliano oscilla tra l’intento più o meno celato di fornire immagini da cartolina e quello di mettere in evidenza il contrasto tra la bellezza naturale e la bruttezza della speculazione edilizia, del malaffare, delle cattive amministrazioni.

C’è però un tipo di bellezza che, nella letteratura isolana, campeggia su tutto e che resta immutabilmente legato alla Sicilia, non scalfito dalla contemporaneità e vivido anche quando attinge a piene mani da altri stereotipi. È la bellezza delle donne.

Spesso latrici di misteri ineffabili, le siciliane descritte dai romanzieri sono portatrici di un erotismo raffinato e a tratti selvatico; sono apparentemente mute spettatrici capaci di cambiare il corso degli eventi stando dietro ai fornelli o incarnano un modello di pasionaria sanguigna che trae il proprio fascino proprio dalla forza scomposta del suo carattere.

Alla costola di Adamo Andrea Camilleri ha dedicato un libro, Donne (Rizzoli, 2014), e così ne parla, «l’esempio assoluto del meglio della donna siciliana: riservata, tenace, determinata, convinta delle proprie idee e pronta a battagliare per esse, e nello stesso tempo dolcissima, generosa, comprensiva, sensibilissima», mettendo dunque insieme sia la natura passionale che quella accogliente.

Un po’ madre, un po’ maliarda, per gli autori isolani la donna sicula esprime il massimo del suo potere nella seduzione. Così, persino una “tredicenne poco curata e bruttina” come Angelica Sedara, finisce col diventare un’epifania, l’incarnazione stessa dell’eterno femminino declinato al siciliano, e, in barba anche alle aspettative del Principe di Salina che immaginava di incontrare una “pastorella agghindata”, irrompe nelle pagine di Tomasi di Lampedusa con la forza di un ciclone, tanto di diventare una sorta di modello ideale di bellezza locale, capace di mescolare sapientemente l’irregolarità del tratto mediterraneo all’altera simmetria normanna: «la prima impressione fu di abbagliata sorpresa. I Salina rimasero col fiato in gola; Tancredi sentì addirittura come gli pulsassero le vene delle tempie. Sotto l’impeto della sua bellezza gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandoli, i non pochi difetti che questa bellezza aveva; molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai. Era alta e ben fatta, in base a generosi criteri; la carnagione sua doveva possedere il sapore della crema fresca alla quale rassomigliava, la bocca infantile quello delle fragole. Sotto la massa dei capelli color di notte avvolti di soavi ondulazioni, gli occhi verdi albeggiavano, immoti come quelli delle statue e, com’essi, un po’ crudeli. Procedeva lenta, facendo roteare intorno a sé l’ampia gonna bianca e recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza. Molti mesi dopo soltanto si seppe che al momento di quel suo ingresso trionfale essa era stata sul punto di svenire per l’ansia. Non si curò di Don Fabrizio che accorreva verso di lei, oltrepassò Tancredi che sorrideva trasognato; dinanzi alla poltrona della Principessa la sua groppa stupenda disegnò un lieve inchino e questa forma di omaggio inconsueta in Sicilia le conferì un istante il fascino dell’esotismo in aggiunta a quello della bellezza paesana.»

A dimostrare quanto questo archetipo muliebre sia vivo, basti vedere gli spot pubblicitari di Dolce&Gabbana, ad esempio, che a esso fanno riferimento. Anche Mario Di Caro, d’altra parte, quando nel 2015 uscì per Mursia con La capitana dell’isola di nessuno, costruì una combattente non troppo lontana dal modello qui descritto: «Donna Carmen ormai aveva più di cinquant’anni e possedeva curve assai prosperose, lontane dal corpo di pantera di tanto tempo prima, ma, per effetto della stessa magia, tirava fuori la grazia di una ballerina quando ancheggiava per accompagnare la malìa ruffiana dei ritornelli. Aveva ballato per la luna, da ragazza, quando le sue cosce erano tornite, per suggellare le promesse più solenni. Le sue canzoni impastate di dialetto sembravano arrivare da un mare lontano, umide di pianto e di sale, e restituivano memorie di quaranta e cinquant’anni prima. E il sapore delle sue polpette di melanzane riempiva il palato con una forza seduttrice».

L’elemento magico è parte della bellezza femminile siciliana e si esemplifica nella sapienza culinaria, come avviene nella citata Carmen preparatrice di manicaretti alla melanzana e nelle donne di Giuseppina Torregrossa: Anciluzza, protagonista de L’assagiatrice (Rubettino, 2007) e nelle due Agata del suo Conto delle minne (Mondadori, 2010).

Maghe ai fornelli e non solo, bellissime da spettinate, nelle loro vestagliette a fiori, con una goccia di sudore che scorre nell’incavo del seno e così vicine alle sudamericane narrate dalla Esquivel e soprattutto da Jorge Amado (Doña Flor e Gabriela sembrano i modelli di riferimento), questi modelli archetipici si colorano di ancestralità venendo in contatto con la loro natura più ferina. Si ricongiungono a quella natura bella che non produce bellezza e ne diventano altrettanti emblemi.

È il caso di Catena Dolce, che la natura ha costretto a diventare selvatica come una cavalla brada. La protagonista del romanzo d’esordio di Carmela Scotti (L’imperfetta, Garzanti, 2016) vive in una dimensione misterica e attinge la sua bellezza dal contatto con la natura (che conosce come una bestiola dei boschi, capace di distinguere le erbe salvifiche da quelle velenose) e da un incoercibile attaccamento alla vita.

Magico è anche il bello di Angelica Termini di Villafiorita, la donna scimmia de L’amante delle sedie volanti (La Tartaruga, 2011), nata dalla fantasia di Maria Tronca che della congiunzione tra bellezza muliebre ed eros è indagatrice attenta.

Belle in assoluto e perché donne, belle anche quando non lo risultano davvero, sono le protagoniste dei romanzi di Tea Ranno, riportate tutte in vita nel suo ultimo romanzo (Sentimi, Frassinelli, 2018).

È così che, anche per il narratore siciliano, il concetto stesso di bellezza resta indissolubilmente legato all’idea della donna. In un carosello di more dagli occhi neri o color smeraldo come il mare, bionde come matriarche normanne e rosse (lo è la Maddalena Virlinzi di Complice lo specchio di Antonio Marangolo, uscito da Mondadori nel 2014) per il capriccio di un gene che ha vagabondato per secoli, è alle donne che gli scrittori isolani affidano il compito di esemplificare il Bello. Da Brancati a Patti, da Pirandello a Sciascia, fino ad arrivare alla Betty di Cappellani, «archetipo della buttanaggine termonucleare globale incarnata in quaranta chili di tettine e sandali» (Sicilian Comedi, Sem, 2017), come diceva proprio Vitaliano Brancati in Don Giovanni involontario, «la donna è il grande tema! Lo capiscono tutti quello». (Emanela E. Abbadessa)

Lettera sull’abuso di parole

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Cara amica,

quante parole usiamo tutti i giorni? Quante protremmo evitarne? E qual è il peso che diamo alle nostre parole? Si può parlare di abuso di professione dichiarandosi scrittori solo per la possibilità di mettere le parole una dietro l’altra? Su questi fatti mi sono interrogata qualche tempo fa e ne ho tratto un articolo pubblicato su “Notabilis”, anno IX, n. 6, novembre-dicembre 2018.

 

 

Abuso di professione? Il mestiere di scrivere al tempo dei social.

Se parlare è abusare e pensare è usurpare come sosteneva Victor Hugo, scrivere, a volte, è entrambe le cose.

Il Dizionario Treccani, alla voce abuso, fornisce le seguenti tre definizioni: l’abuso è il cattivo uso, l’uso smodato o illegittimo di una cosa o di un’autorità; è l’atto di forza fisica che faccia danno ad altri; nel diritto, indica varie ipotesi di reato e illecito.

Se però parliamo di abuso di parole possiamo serenamente escludere che esse rientrino nell’atto di violenza fisica; possono accompagnarlo, sì, ma una parola sarà sempre un pugno nello stomaco soltanto in senso figurato. Dicendo questo non siamo comunque al riparo dal rischio di incorrere in un illecito a causa delle parole.

In questo mondo spesso schizofrenico in cui il numero di scrittori sembra essere pericolosamente più elevato di quello dei lettori, i social network in cui la comunicazione avviene soprattutto attraverso la parola (e le piattaforme di self-publishing) hanno creato il discutibile fenomeno dell’eccesso di romanzieri. La cosa dovrebbe quanto meno preoccupare. Qualcuno potrebbe sostenere che i danni di un cattivo romanzo, mal pensato e mal scritto, siano tutti da verificare ma, probabilmente, i guasti della brutta scrittura, rispetto al cattivo esercizio di altre professioni, hanno soltanto il problema del tempo, ovvero: si vedono nel lungo periodo piuttosto che nel breve. Ma su questo punto torneremo.

Ebbene, il cosiddetto “scrittore della domenica”, ovvero il dilettante che nel tempo libero mette su carta la propria vita, i propri amori adolescenziali o i propri traumi, inventa storie (spesso distopie) o si butta in interminabili mémoire è sempre esistito e, anzi, alcuni grandi autori, prima di diventare tali hanno cominciato così una carriera che li avrebbe resi celebri. Dunque, perché l’enorme fioritura di romanzieri alla quale assistiamo oggi dovrebbe essere un problema?

Andiamo con ordine: in passato, il dilettante alle prese con il suo manoscritto, per aspirare alla pubblicazione e sperare quindi di ottenere riconoscimento, doveva superare una serie di ostacoli e, a volte, compiere un cursus che lo avrebbe portato ad avere la visibilità necessaria per accreditarsi presso un editore. Parte del percorso era il frequentare i luoghi della cultura; leggere; tenersi informato; partecipare a concorsi letterari; cercare mentori tra i maestri giusti e, anche tramite loro, cominciare la propria esperienza con piccoli articoli letterari, partecipazioni ad antologie e simposi. Tutte queste cose insieme, cioè, costituivano la cosiddetta gavetta e, attraverso l’esperienza, insegnavano cosa fare e cosa non fare. Perché in un mestiere per il quale non in tutti i casi esiste un corso di studi specifico, l’esperienza sul campo resta fondamentale. Vero è che oggi ci sono molte scuole di scrittura creativa e anche corsi universitari (soprattutto all’estero), fatto sta a scrivere non si impara solo attraverso le scuole. Anche, ma non necessariamente.

Ecco il punto: insieme alle tecniche (che possono essere apprese in vario modo e soprattutto con la lettura) esiste quel quid che è il talento di ciascuno, innato ma sempre affinabile.

Se oggi molti aspiranti romanzieri frequentano corsi di scrittura creativa o, in piccola parte, leggono manuali di scrittura, è vero anche che i più pensano di saper scrivere soltanto perché hanno appreso le tecniche di base (ortografia, grammatica e sintassi) all’epoca della scuola dell’obbligo, con buon pace del fatto che poi, gran parte di quelle norme, con il tempo, le hanno dimenticate.

È così che si determina il più grave degli abusi di parole commesso ogni volta che qualcuno, solo in forza dell’essere alfabetizzato, pensi di poter scrivere. Ma c’è di più, parte di tutta quell’enorme messe di manoscritti brutti, sgrammaticati o semplicemente inutili che un tempo arrivavano sulle scrivanie di lettori di case editrici pronte a cestinarli, adesso guadagnano il nuovo approdo dell’autopubblicazione. Da sempre esiste la possibilità di pagare editori o stampatori per vedere il proprio nome in copertina – e lo fece persino Marcel Proust dopo molti dolorosi rifiuti, come racconta perfettamente Mario Baudino in Il gran rifiuto (Passigli, 2009) – ma oggi le possibilità sono aumentate esponenzialmente grazie alle piattaforme on line che si occupano di mettere insieme i manoscritti, confezionare copertine (spesso orribili) e creare un sottoprodotto editoriale in formato elettronico (pronto per la vendita sui siti dedicati di ecommerce) e, su richiesta, anche cartaceo.

I casi di manoscritti passati dal self-publishing e diventati libri di successo sono davvero pochi ma basta quella manciata di casi a non far perdere le speranze e a far nascere illusioni nell’aspirante scrittore più volte rifiutato o semplicemente sognatore (quasi mai lettore). Ma ancora c’è di più: la facilità con cui, con un limitato esborso, è possibile illudersi di attingere ai famigerati quindici warholiani minuti di fama, porta i più a immaginare complotti delle case editrici, intenzionate a non rendere pubblici romanzi perfetti secondo l’autore. La domanda più ovvia che lo scrittore della domenica dovrebbe porsi sarebbe: perché mai un editore dovrebbe rinunciare a lauti introiti non dando alle stampe il capolavoro del secolo? Ma il quesito non se lo pone quasi mai nessuno, perché, come sempre, è più facile credere in fantasiosi complotti, piuttosto che ammettere le proprie inadeguatezze. Dunque il ragionamento è: se non sfondo, è per la congiura dei grandi editori. Dove detto macchinoso piano per destinare all’oblio i più grandi autori di tutti i tempi non sarebbe troppo diverso dal diabolici piani di Big Pharma per vendere vaccini (affermazione fatta senza pensare che a questa sorta di Spectre, se esistesse, converrebbe vendere rimedi contro le malattie piuttosto che vaccini per evitarle).

La verità è che scrivere è un mestiere e non il più semplice e, nella maggior parte dei casi, nemmeno il più remunerativo in termini economici. Come per tutti gli altri occorre molto studio, molta applicazione e grandi sacrifici, tutte cose che il romanziere complottista preferisce non considerare. I volumi che finiscono sugli scaffali delle librerie non sono manoscritti rilegati ma prodotti di mercato complessi, alla cui riuscita concorre un’intera filiera di professionalità fatta da editor, correttori di bozze, caporedattori, grafici, tecnici, agenti di vendita, distributori. L’autore è soltanto parte – anche se una parte importantissima – della macchina di produzione.

Ma torniamo ai danni della cattiva letteratura. Con un brutto libro non si uccide altro che il buon gusto, ovviamente. Nel breve termine, almeno, ma nel lungo si ammazza la capacità di giudicare, distinguere. Pubblicando strafalcioni, nel lungo periodo, li si renderà “lingua parlata” e si attenterà così alla bellezza di un idioma. In più, riguardo ai contenuti: scrivendo false sciatterie, alla lunga le si farà passare per verità. E tutto questo, per quanto non punibile da nessun codice penale, dovrebbe comunque essere un reato.

Abusare di un titolo, poniamo quello di medico, è gravissimo perché se non siamo dottori in medicina e chirurgia non possiamo entrare in sala operatoria e usare il bisturi su un paziente che, con il nostro folle gesto, verosimilmente, avrà danni gravissimi se non mortali. Ma abusare delle parole, dentro e fuori dai romanzi, crea ogni giorno danni meno evidenti ma non sempre meno gravi.

Così, tornando a Hugo, citato in apertura, si comprende bene come se il parlare è un abuso e il pensare un’usurpazione, scrivere, può essere facilmente entrambe le cose. (Emanuela E. Abbadessa)

 

Lettera sulle “vite storte”

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Caro amico,

ripensavo alla violenza di genere leggendo un bel libro uscito di recente per A&B. Ti propongo le mie riflessioni sul femminicidio a partire da una serie di casi dell’inizio del Novecento, raccolti con grande bravura da Nunzia Scalzo. (Il testo che leggi è stato pubblicato parzialmente sulle pagine palermitane del quotidiano “La Repubblica” il 31 marzo scorso)

Devotamente

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Vittime o carnefici, le femmine sono tutte buttane. Questo è il triste mantra di Vite storte (A&B Editrice), il prezioso libro in cui Nunzia Scalzo ha raccolto le storie di Antonietta, Emma, Filomena, Sofia, Aurelia, Assunta, Concetta, Giulia, Maria Catena e Rosa. Ad accomunarle c’è proprio quell’osceno appellativo che riempie la bocca di chi lo pronuncia, bollando la donna con un giudizio morale senza appello.

La Scalzo, tedesca di nascita ma siciliana d’adozione, laureata in filosofia ed esperta di psicologia e filosofia del diritto, da anni è grafologo forense nei tribunali italiani. Con la perizia del ricercatore attento della materia giuridica, ha messo insieme una serie agghiacciante di casi di omicidio che hanno al centro le donne vittime di violenza: donne violate nel corpo dalla follia degli uomini o annientate nell’animo, abbrutendosi al punto da divenire esse stesse assassine. Il secondo filo rosso che le lega è l’ambiente siciliano, nel quale vivono o dal quale provengono.

I fatti, tutti veri e suffragati dalle carte processuali che l’autrice cita ampiamente pur manipolando la lingua legale per convertirla a un italiano narrativo e molto scorrevole, lasciano nel lettore il rimbombo cupo dell’offesa: quel buttana, urlato nei tribunali all’indirizzo delle vittime, è la seconda condanna dopo quella che, in nome di un malinteso e perverso senso dell’onore, un uomo ha già pronunciato per loro.

Come in una sorta di Spoon River siciliana, con una tecnica già cara a Tea Ranno (scrittrice di Melilli che più volte ha rievocato la sopraffazione dell’uomo lasciando parlare direttamente le donne uccise), le voci femminili riemergono dall’oblio: tornano così in vita Ninetta Longo, la decapitata di Castelgandolfo, una giovane come tante a cui Mascalucia, il paese alle pendici dell’Etna, andava stretto mentre sognava la Capitale e il grande amore; la burrosa palermitana Emma Pinto che consegnava al diario tutta l’infelicità di un matrimonio con un uomo inadeguato; Filomena Salzillo, suora napoletana spogliatasi per amore del medico palermitano Girolamo, e la moglie stessa di quest’ultimo, uccisa con un figlio in grembo da un marito capace soltanto di giocare con le vite altrui.

Spaventoso è il duplice omicidio di Caltagirone dove, la mattina del 18 luglio 1960, un lattaio, che citofonando a casa Leone non aveva avuto risposta, allertò una delle residenti della palazzina di via Amore. Con lei scoprì un rivolo di sangue uscire da sotto la porta dell’appartamento. Lì i carabinieri intervenuti trovarono il cadavere di Rosa, uccisa dal marito Antonino insieme al figlioccio Francesco Razza che Antonino, folle di gelosia, si era convinto fosse l’amante di sua moglie.

Fedeli come Rosa Leone o adultere come Concetta Mortellaro, freddata da una serie di colpi di pistola, queste donne sono state tutte giudicate da un uomo e condannate a morte, spesso insieme ai loro amanti veri o presunti.

Ma siccome la violenza sulle donne non conosce geografie e, imperversando in ogni luogo, colpisce in ogni strato sociale, emblematica è la vicenda della contessa Giulia Trigona di Sant’Elia. La bella nobildonna condivide con Anna Karenina una triste storia, differente solo nell’epilogo: moglie del conte Romualdo ed esponente dell’alta società palermitana, era dama di corte e intima della regina Elena. La sua vita sarebbe andata aventi senza scossoni tra un ricevimento e l’altro se non avesse incontrato il barone Vincenzo Paternò del Cugno Spedaletto, tenente di cavalleria, gran seduttore e giocatore d’azzardo dall’indiscutibile fascino ma dagli orizzonti culturali ristretti. Come l’eroina russa, anche lei, folle d’amore, finì con il mostrarsi in pubblico con Vincenzo così spesso da provocare le gelosie del marito ma, per accidente, divenne vittima della gelosia parallela dell’amante che, prima di puntarsi una pistola alla tempia, la finì a coltellate, sul letto di un albergo romano, lasciando il corpo esanime in un bagno di sangue. Sopravvissuto al colpo d’arma da fuoco, al processo che lo portò all’ergastolo, l’assassino si giustificò dicendo che l’aveva sempre amata.

Colpevoli anche senza colpe per il solo fatto di essere donne, le protagoniste di questo libro somigliano troppo alle vittime di oggi, i cui nomi allungano una macabra lista in cima alla quale c’è la parola “femminicidi”.

Senza intento ideologico, senza giudicare, Nunzia Scalzo narra, sottolinea il potere della calunnia, fa luce sulle vicende umane, spoglia cioè degli orpelli ogni caso e lo riporta all’essenziale: la violenza.

A metà tra storia e cronaca nera, Vite storte, che si avvale delle belle illustrazioni di Riccardo Guardone, è un libro importante perché, tra i tanti che hanno cercato di affrontare l’argomento della violenza sulle donne, pochi sono stati capaci di mettere al centro la voce femminile e farla risuonare con la forza di cui solo chi reclama giustizia è capace.

Emanuela E. Abbadessa

Nello stesso cortile

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Cresciuti nello stesso cortile, quello che abbiamo vissuto, per un attimo, è passato davanti ai miei occhi.
L’estate del Novanta la trascorremmo in vespa alla ricerca del passaggio perfetto per la spiaggia del Baco, senza passare davanti al negozio dei tuoi genitori né alle strade che ogni giorno mio padre percorreva per andare in fabbrica.
Uno scorrere di anni veloci ci ha posti ai due estremi della bilancia, io preoccupato di trovare un lavoro sicuro, che mi permettesse di mantenere più o meno fermi i traballanti equilibri familiari, tu dietro i tuoi ideali, sempre più lontani, senza certezze e legami.
Ora sei qui, amico mio. Ma io contro di te mai.
Sara Peirano

Ieri e oggi

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Ieri
Viaggio verso la libertà, verso la vita, accanto a compagni ridotti pelle e ossa. Ho la visione angosciante di tutti i morti senza età, senza nome e privi di affetti, quelli che i militari libici mi costringevano a mettere nei sacchi.
Il mio terrore era quello di finire anche io dentro un sacco, trasportato da un camion fino a una fossa comune nel deserto.
Vedo la costa italiana sempre più  vicina. Appena sceso urlerò il mio nome: Hamed!
Oggi
Affondato un barcone al largo di Lampedusa con 310 migranti, nessun superstite.
Marisa Chianura
(foto di Fabrizio Villa http://www.fabriziovilla.it/)