La battaglia per il vaccino

Questa è una storia molto lunga e racconta complicazioni burocratiche davanti alle quali il Castello di Kafka sembra un parco giochi della Disney. Cercherò quindi di riportarla nel modo più stringato possibile ma senza omettere nessun passaggio. Facendolo non mi sarà possibile indicare tutti i nomi delle persone coinvolte: gli amici che sono stati vicini a me e ai miei genitori si ritengano ringraziati tutti immensamente; gli altri non saranno citati per ragioni che capirete leggendo. Scrivo soprattutto perché, se siamo arrivati alla fine di questa avventura surreale, lo dobbiamo a due persone: il generale di Corpo d’Armata Francesco Paolo Figliuolo, Commissario Straordinario all’Emergenza Covid e una gentilissima dottoressa della Asl2 Liguria che si è presa la briga di leggere tutto l’incartamento di questo caso.

Tutto inizia quando, prima della seconda ondata di contagi, vivendo io in Liguria e in Sicilia i miei genitori ultraottantenni (papà con patologie che dirò più avanti e mamma portatrice di pacemaker), preoccupata per nuove restrizioni agli spostamenti, ho chiesto loro di raggiungermi per poter avere la mia assistenza.

Va tutto bene fino al giorno della prenotazione per il vaccino anticovid.

Mio padre, già dalle prime ore del mattino, si collega al sito del Governo per le prenotazioni e, inserendo i suoi dati, appare la dicitura che recita più o meno: “sebbene sia opportuno vaccinarsi nella regione di residenza, in caso di impossibilità allo spostamento, si può prenotare la vaccinazione nel luogo in cui ci si trova”. Bene, pensa, è proprio il nostro caso. Ma, appena inseriti i dati, il sistema li reindirizza al sito dedicato della Regione Liguria e lì non riescono a provvedere in quanto non residenti. Credendo in una sua incapacità, papà si reca in una delle farmacie deputate alla prenotazione: stesso risultato. Va allora presso gli uffici della Asl2 di Savona dove gli viene detto che, per essere inseriti in lista, avrebbero dovuto cambiare domicilio sanitario.

Facile a dirsi, non a farsi. Perché la Asl2 consegna a mio padre il mod. 1304, secondo il quale dovrebbero produrre anche un certificato di un medico della Asl savonese attestante gravi patologie e le cure da effettuare presso la stessa.

In presenza di tutto questo, la Asl savonese avrebbe prenotato la vaccinazione. Sarebbe però rimasta in sospeso una questione: a carico della Asl siciliana mio padre (88 anni) ha due piani terapeutici per fibrillazione atriale e carcinoma della prostata e dalle due Asl competenti, nel frattempo, aveva ricevuto informazioni contraddittorie riguardo alla possibilità di ottenere in Liguria i medesimi farmaci che, come avviene per i piani terapeutici, vengono distribuiti dagli ospedali. Per non dire che, essendo il loro medico di base anche medico di fiducia, vicino a casa loro e dunque nella possibilità di assisterli anche di notte quando io non sono lì, e avendo questi raggiunto il numero massimo di assistiti, al loro ritorno in Sicilia, non avrebbero più potuto sceglierlo con medico di base.

A questo punto, dato che si trovano in Liguria temporaneamente, al ritorno in Sicilia avrebbero dovuto fare il procedimento inverso: richiesta alla Asl2 di cancellazione del medico curante; recarsi alla Asl di Catania e compilare la domanda di domicilio sanitario allegando tessera sanitaria, documento di identità, attestazione di avvenuta cancellazione da parte dell’Asl2 e certificazione attestante i motivi della richiesta.

Per ulteriore conferma, un amico va alla Asl ponendo la medesima domanda sul cambio di domicilio sanitario ma aggiungendo anche di voler sapere quali fossero i tempi stimati per la pratica e, allo sportello, rispondono che poteva considerare un’attesa dai tre mesi a un anno. Si comprende bene come, a parte l’onere burocratico della cosa, i problemi accessori del piano terapeutico e del medico di base, un’attesa anche solo di tre mesi era eccessiva per un vaccino così importante.

Nel frattempo io comincio a prendere informazioni e scopro che ci sono altri casi, in altre regioni, simili al mio. Contatto così una signora di Viterbo con il padre ultraottantenne ospite presso di lei ma residente a Ravenna, del quale aveva scritto “La Repubblica”. La loro storia era in tutto simile alla mia.

Così, dopo aver chiamato tutti i numeri dedicati regionali e nazionali senza ottenere altro che lunghe musiche d’attesa (per il futuro, dato che dobbiamo ascoltarle per forza, perché non farcele scegliere? Tipo: “Se vuole attendere ascoltando Gigi D’Alessio, prema 1; se preferisce Guccini, prema 2; se desidera la Fuga in sol minore di Bach, prema 3; se preferisce il silenzio, prema il tasto cancelletto”) e informazioni più confuse di quelle in mio possesso, decido di scrivere delle pec e espongo il mio caso al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Ministro della Sanità Speranza, all’allora Primo Ministro Giuseppe Conte e all’allora Commissario Straordinario Arcuri, al direttore generale della Asl2 Liguria e al suo direttore sanitario. Non ricevendo risposta, dopo alcuni giorni, chiamo la segreteria del Presidente della Regione Toti che ha delega alla Sanità. La gentile segretaria mi dice di sottoporre il caso all’indirizzo del Presidente Toti con delega alla Sanità. Provvedo subito con una ulteriore pec, ancora inconsapevole del fatto che ottenere una vaccinazione sarebbe stata un’attività a tempo pieno e senza retribuzione.

Non ricevendo risposta per una settimana (e mi domando se noi cittadini, fedeli contribuenti, non meritiamo nemmeno un “accusiamo ricevuta, Le faremo sapere” scritta in fretta da uno stagista o chi per lui), comincio a contattare i giornali (iniziando da quelli locali) e le televisioni che, nel frattempo, si stavano occupando di storture nei sistemi di prenotazione regionali. Tutti o quasi mi rispondono: “un caso che riguarda soltanto due persone non fa audience”. I giornali mi ignorano o battono altre strade che non portano a nulla.

Inizio a chiamare tutti gli amici variamente impegnati nei media, nella politica, nell’amministrazione, chiedendo un consiglio. Ciascuno cerca a suo modo di aiutarmi facendosi venire idee, cercando di capire come risolvere un problema che a tutti sembra assurdo e che, se non risolto, avrebbe costretto i miei (ripeto, 88 e 84 anni) ad affrontare un lungo viaggio, mentre le varianti del virus impazzano e gli spostamenti tra Regioni sono giustamente proibiti. Per non dire del fatto che, dovendo tornare in Sicilia per vaccinarsi (al di là delle spese non irrisorie da affrontare per il viaggio), non avrebbero potuto avere la mia assistenza, dato che io lavoro qui in Liguria e non sono nelle condizioni di poter lasciare gli impegni. Infatti loro, intanto, perse le speranze, avevano provveduto a prenotarsi in Sicilia e il sistema li aveva destinati al centro vaccinale di Paternò, cioè a circa 35 km. di distanza dalla loro abitazione.

Continuo a chiamare, andare alla Asl, scrivere.

Tramite una conoscente vengo contattata da una dirigente della Asl2 Liguria che mi ribadisce l’obbligo al cambio di domicilio sanitario. Quando chiedo rassicurazioni riguardo ai piani terapeutici di mio padre mi sento rispondere con costernazione che “no, loro non possono garantirmi nulla” (manco avessi chiesto di trovarmi un fidanzato miliardario invece che delle medicine) e che, rispetto al medico di base, sì, è molto probabile che non potranno riavere il loro medico di fiducia, una volta tornati a Catania. Domando allora alla mia interlocutrice se si rende conto che, a una certa età, le persone si sgomentano e si preoccupano per certi cambiamenti e chiedo se lei stessa metterebbe i suoi genitori in questa situazione e senza garanzie riguardo ai piani terapeutici che, sottolineo, non sono relativi alla cura dell’acne (sia detto con il massimo rispetto per gli adolescenti brufolosi) ma a problemi da cui dipende la sopravvivenza. La mia interlocutrice però è una burocrate tutta d’un pezzo bontà sua e, probabilmente, o è dotata dell’empatia del silice o non ha genitori anziani dato che non sa immedesimarsi nel problema.

A un mese dalla mia telefonata alla segreteria del governatore Toti, ricevo dal direttore generale della Asl2 Liguria – a cui nel frattempo avevo chiesto chiarimenti riguardo ai piani terapeutici – una stringata pec, inviata per conoscenza al Presidente Toti, in cui mi si dice che saranno lieti di vaccinare i miei se cambieranno domicilio sanitario. Non una parola riguardo ai piani terapeutici.

Ci troviamo dunque in uno stallo alla messicana come manco in uno dei b-movie tanto amati da Tarantino, che dura almeno fino al cambio di Governo e di Commissario per l’Emergenza.

Decido quindi di scrivere a Draghi e al Generale Figliuolo, esponendo il caso ormai con toni sempre più supplicanti (ammetto di aver letteralmente implorato il Generale, certa che, sotto quella divisa, battesse un cuore non granitico come quello dei dirigenti della Asl2), dato che tutto questo stava producendo lo sconforto dei miei (non auguro a nessuno di sentirsi dire da anziani genitori «ci dispiace per il disturbo che ti stiamo dando, siamo un peso per te…», è una cosa che spezza il cuore; o, almeno lo fa a me, non certo ai burocrati).

Anzi, la domenica successiva, sento il Generale al programma di Fabio Fazio, quando dice che le dosi di vaccino restanti vanno fatte anche ai passanti, ma non devono andare sprecate e, mossa dalla disperazione, mi permetto addirittura di scrivergli di nuovo chiedendo più o meno “da dove devo farli passare i miei per ottenere uno straccio di vaccino?”.

Nella settimana successiva continuo a scrivergli tanto da temere fortemente che il Generale abbia ricevuto da me più lettere di quante non gliene abbia indirizzate la moglie.

Glissando sul fatto che nel frattempo, nei miei molti colloqui con la Asl e dintorni, mi sono sentita dire tutto e il contrario tutto o anche amenità come “intanto cambi il domicilio tanto, alla loro età, chissà se faranno in tempo a tornare in Sicilia”, finalmente e inaspettatamente, ricevo una pec dal Generale Figliuolo che, desidero sottolinearlo, ha preso davvero a cuore la questione (forse nel desiderio che non gli scrivessi più, lo troverei umanamente credibile). Mi ringrazia per aver segnalato il caso e dice che, essendo volontà del Governo vaccinare tutti e soprattutto soggetti fragili come i miei, ha già fatto una nota alla Asl2 Liguria.

Quel giorno con i miei abbiamo brindato felici tipo capodanno, con tanto di trenino e A-E-I-U-Ypsilon-Oh-Meu-Amigo-Charlie-Brown ma con la mascherina e a un metro di distanza. Con la pec del Generale in mano che manco il salvacondotto di Tosca, andiamo tutti e tre alla Asl2 per la prenotazione. Purtroppo, gli addetti agli sportelli e poi tutti quelli con cui ho parlato nelle due ore in cui rimaniamo lì, ci liquidano più o meno così: “il generale può dire ciò che vuole ma tanto noi non li prenotiamo perché il sistema Alisa non lo consente”. Ecco il punto: un software col nome da big del Festival di Sanremo era il mio nemico.

Vado così all’Ufficio di Igiene e chiedo se non sia possibile aggiungere diversamente i miei in lista, se non si possa contattare un webmaster per richiedere l’inserimento dei dati, se si possano destinare loro le famose dosi rimaste per i “panchinari”. Tutti scuotono la testa ma devo dire che mi imbatto nei primi interlocutori in carne e ossa dotati di umanità di tutta la faccenda.

Torno a casa scoraggiata e richiamo la segretaria del Governatore Toti. Le racconto tutto e quella resta sconvolta dal fatto che per un problema informatico non si possa venire a capo della questione. Controlla il protocollo poi e mi comunica che già dopo la prima mia pec avevano mandato una nota alla Asl chiedendo di inserire i miei e mi chiede se io abbia avuto risposta. Sì, rispondo, fornendo il numero di protocollo dell’email inviata dal direttore generale della Asl2 a me e per conoscenza a loro che, però, non l’avevano ricevuta. Mi chiede una nuova nota riassuntiva del caso e promette di fare subito un’ulteriore segnalazione alla Asl2.

Scrivo dunque ancora a quello che ormai era diventato il mio amico di penna, il Commissario Figliuolo. Lo ringrazio dicendogli però che contro un burocrate non può farcela nemmeno un pluridecorato generale di corpo d’armata.

Continuo a telefonare e cercare soluzioni finché, il 30 marzo, il Generale emette un’ordinanza che sembra scritta per me: «[…] in sede di attuazione del Piano strategico nazionale dei vaccini per la prevenzione da SARS-CoV-2 richiamato in premessa, ciascuna Regione o Provincia Autonoma proceda alla vaccinazione non solo della popolazione ivi residente ma anche di quella domiciliata nel territorio regionale per motivi di lavoro, di assistenza familiare o per qualunque altro giustificato e comprovato motivo che imponga una presenza continuativa nella Regione o Provincia Autonoma».

Eureka!, ci diciamo a casa. Tutti gli amici ci telefonano felici: “ce l’hai fatta!”, esultano con noi, “l’ordinanza sembra scritta per te”.

Chiamo ripetutamente la Asl2 i più non hanno idea dell’ordinanza n. 3/2021, gli altri mi dicono che va bene l’ordinanza ma Alisa non permette l’inserimento dei dati dei miei genitori. Ancora la maledetta cantante osteggiava persino il mio amico del cuore, il Generale Figliuolo, del quale ormai avevo appeso in camera da letto un poster stile calendario “Max” di Alessandro Gassman.

Così scrivo alla dirigente di teutonica irremovibilità e olimpico distacco che, nel frattempo, era riuscita nell’impresa non da poco di farsi negare al telefono per un mese intero. Rispiego tutto e allego l’ordinanza. Lei mi risponde con un rigo glaciale dicendo di aver inoltrato la mia all’Ufficio di Igiene.

Mi sento presa in giro. Mi sfogo con ogni essere umano presente nel raggio di 400 metri (non oso di più per le limitazioni della mia zona di residenza), qualcuno insiste dicendomi che avrebbe tentato ancora di aiutarmi.

Non sapevo però che, intanto, la manzoniana provvidenza (aiutata dalla somma degli sforzi impiegati in questa battaglia da me e dagli amici coinvolti) si era svegliata e la mia finisce sul desktop di una gentilissima dottoressa che il giorno di Pasqua mi chiama dicendosi costernata per quello che ho affrontato ci dà appuntamento per il Lunedì dell’Angelo per la vaccinazione dei miei.

I miei ricevono la prima dose e l’appuntamento per la seconda. Incontro la gentile dottoressa che mi dice ridendo: “ormai siete diventati famosi alla Asl2”.

Detto ciò, adesso che i miei hanno avuto finalmente anche la seconda dose, mi resta un’osservazione: tutto questo dovrebbe servire per capire che il sistema sanitario deve essere nazionale e non può essere gestito dalle regioni che vanno in ordine sparso, soprattutto in caso di emergenza sanitaria.

E, in ultimo, la situazione mi ha regalato una delle battute più felici del mio arguto papà: 2021 anni fa, quando non c’erano i computer, Maria incinta e Giuseppe, per il censimento, dovettero salire in groppa a un asino e raggiungere Betlemme per farsi registrare. Dopo 2021 anni, ora che abbiamo i mezzi della tecnologia, “canciàu sulu ‘u sceccu”, cioè, è cambiato solo il somaro.

Devotamente

EE.

Lettera sulla velocità dei servizi

Caro papà,

ti scrivo perché, seguendo il tuo consiglio, ho deciso di dotarmi di Spid e iscrivermi al programma Cashback.

E sì, perché in barba a quanto sostengono alcuni politici (di destra), i nostri vecchietti, “non indispensabili allo sforzo produttivo del paese”, non solo sono quelli che hanno contribuito a tenere in piedi l’economia in questo anno terribile (come pensano i politici che io e molti altri abbiamo fatto la spesa e pagato le bollette da marzo a oggi se non grazie alla pensione di papà e mamma?) ma anche, avendo molto tempo a disposizione e una pazienza forgiata dagli anni e dalla guerra, riescono spesso meglio di alcuni presunti giovani (ovvero figli ormai ultracinquantenni) a gestire le novità tecnologiche che dovrebbero semplificarci la vita.

Sì, dovrebbero, perché si legge “spid” ma non si scrive “speed”, dato che della velocità, il sistema non ha nulla e, dopo la mia esperienza, comincio a credere che Spid sia l’acronimo di Supercazzola Pericolosa Inutilmente Devastante.

Ma andiamo con ordine. Approfittando di una finestra arancione, durante queste feste, mi sono recata alla posta chiedendo di aprire una pratica per la richiesta di Spid. Tutto sembrava andare bene: ho fatto la fila, misurato la temperatura, igienizzato le mani, atteso, fornito i miei documenti, ottenuto un foglio con le istruzioni, un sms e la promessa di un’email dalla quale avrei potuto attivare il servizio.

Arrivata a casa, fiduciosa, ho aperto la posta elettronica, cliccato sul link, seguito la procedura ma all’ultimo stadio mi è comparsa la pericolosa schermata dell’errore fatale con l’invito a contattare il servizio clienti. Ho preso il foglio consegnato dall’ufficio postale e ho provato a chiamare il servizio clienti ma, al terzo numero, una voce elettronica diceva che il servizio era inesistente. Allora su internet ho cercato un altro numero. L’ho composto, ho atteso pazientemente che la voce elettronica mi sciorinasse i servizi: “se desiderate ottenere lo Spid consultate il sito”, “se desiderate aiuto, rivolgetevi all’assistente elettronico”, “se desiderate tosare il cane andate alla tolettatura, “se invece non avete un cane, compratene uno”, “se l’avete comprato ma abbaia di notte premete 1”, “se non abbaia premete 2”, fino al fatidico “se desiderate parlare con un operatore restate in linea”. Sono rimasta in linea alcuni minuti finché, dal silenzio inquietante della cornetta, ho sentito “scelta non valida, tornate al menu”. E così ho ricominciato la trafila del “se desiderate”. Dopo aver premuto alcuni tasti a caso e aver atteso su un’orribile musichetta un tempo che sarebbe stato congruo ad ascoltare per intero le ultime tre edizioni del Festival di Sanremo o la Götterdämmerung (quindi perché non farmi sentire Wagner invece di quello stupido file midi?), finalmente ho udito le parole magiche: “risponde l’operatore 2984”. Dico il “pronto” più argentino che abbia mai pronunciato ma cade la linea.

Ricomincio con una pazienza che non sapevo di possedere. Stessa trafila, stessa attesa dentro la quale avrei potuto infilare le 32 Sonate per pianoforte di Beethoven (eseguite molto lentamente) e finalmente sono in linea con l’operatore 9172.

Il glorioso operatore 9172, appena appreso il mio problema mi comunica che purtroppo ho composto il numero sbagliato e devo rifare tutto componendo quello presente nel fatidico foglio consegnato dalla posta; imploro dicendo che quel numero si blocca alle prime cifre ma l’operatore 9172 non ha cuore e chiude la comunicazione.

Salto il pranzo e cerco di chiamare il numero consigliato. Al ventottesimo tentativo, mentre in ginocchio godo dell’apparizione dei santi Procolo e Nicea, dopo aver rinunciato tramite tastiera numerica ad avere informazioni su postepay, libretti postali, controllo della prostata e scialpinismo, mi risponde l’operatore 6954. Alzo lo sguardo verso i due augusti martiri puteolani e prego perché l’operatore 6954 abbia un cuore. Ce l’ha. Gli fornisco i miei dati sensibili, compreso il referto dell’ultimo pap-test e mi comunica che l’operatore dell’ufficio postale purtroppo ha sbagliato l’inserimento dei dati e dunque devo rifare tutto da capo ma, peggio, avendo modificato i miei dati nel database, questi risultano diversi da quelli forniti negli investimenti postali che ho cointestati con mio padre, dunque il problema va risolto o, alla dipartita del mio amato papà, non potrò riscuotere nulla.

Il giorno successivo vado alla posta: fila sotto la pioggia, temperatura, igienizzazione, distanza di sicurezza, altra coda e finalmente la sorridente signora allo sportello corregge i dati e fa una nuova richiesta.

Torno a casa dotata del mio sms con password provvisoria, apro la posta elettronica, trovo l’email tanto attesa, clicco sul link e inizio la procedura, invento una password che: deve essere alfanumerica, avere maiuscole e minuscole, caratteri speciali, non deve avere due caratteri uguali consecutivi, deve essere compresa tra 8 e 16 caratteri, non deve riportare il nome del barboncino della tua vicina di casa quando avevi 7 anni, non deve essere il cognome da nubile della compagna di banco di tua madre alle elementari, può essere il nome di battesimo del tuo attore preferito solo se il suo membro ha dimensioni comprese tra i 18 e i 22 centimetri al garrese e… va tutto bene fino al momento in cui scarico l’app Poste ID per utilizzare il mio Spid con Cashback e la app mi comunica che la password da me inserita è sbagliata. Mi stupisco, la rimetto: sbagliata. La rimetto: sbagliata. Mi arriva un’email che mi comunica che, dati i troppi tentativi di accesso, il mio account è temporaneamente bloccato. Attendo lo sblocco e richiedo il recupero password. Ripenso a una password che risponda a tutti i requisiti indicati, riprovo ad accedere: password sbagliata. Ricomincio tutto per quattro volte quando, affidandomi questa volta ai santi Protasio e Gervasio, decido di chiamare il servizio clienti. Ricomincio con le scelte sul tastierino numerico rifiutando per l’ennesima volta di ottenere informazioni su PosteVita, PosteMorte, PosteAldilà, PosteAffanculo, e finalmente, dopo un’ora e quindici di musichetta, parlo con l’operatore 6236.

L’operatore 6236 al quale ho fornito i miei dati sensibili compreso il mio valore di HDL nel sangue al 31/12/20, mi comunica gentilmente che, a causa dell’intenso traffico, per quanto il mio Spid dovrebbe essere attivo, in realtà ci vorranno ancora dodici ore perché possa usarlo.

Attendo le dodici ore, recupero una nuova password, la sostituisco con un’altra dai requisiti adeguati e, finalmente, accedo all’app Spid. A questo punto accedo anche all’app Cashback che avevo scaricato. Tutto va bene (mentivano quelli che dicevano che era complicato, per la miseria, urla dentro di me un’anima ottimista) finché non tento l’inserimento tra i metodi di pagamento di un secondo bancomat a me intestato su un secondo conto corrente a me intestato. “Bancomat inesistente”. Contatto via email il servizio clienti Cashback che mi risponde dopo otto ore con una cortese email in cui mi spiega cos’è il Cashback e come attivarlo. Bene ma non benissimo, penso io mentre tento di reinserire il secondo bancomat. Al quarantaseiesimo tentativo fallito consulto il forum che mi consiglia di recarmi all’istituto bancario che ha emesso il bancomat per risolvere il problema.

Così domani, con appesa al collo la catenina con la medaglietta di Santa Rita (per grandi imprese occorrono grandi protezioni e lei è la Santa degli Impossibili), andrò in banca.

Ma hai ragione, papà, era davvero facilissimo.

Devotamente

EE.

Lettera sul Buddhismo

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Cara amica,

ti scrivo per esprimerti la mia gratitudine.

Ti spiego, mi capita da qualche tempo di imbattermi nei tuoi post sui social e vedere frasi sagge e ponderate, elargite a noi poveri mortali tra uno spritz e un tagliere misto (a volte anche insieme a uno spritz e un tagliere misto).

Qualche giorno fa leggo quanto segue: “Life is a never-ending struggle to grow”. Ne resto colpita. La riflessione mi diceva qualcosa eppure non riuscivo a capire cosa. Ne riportavi l’autore, Daisaku Ikeda.

Ora, essendo io lontanissima da ogni tipo di spiritualismo, soprattutto da quello orientale, ho cercato di saperne di più affidandomi alla Rete oltre che alle perle che tu, magnanimamente, continui a donarci.

Scopro così che Daisaku Ikeda è un filoso ed educatore buddhista, personaggio meritevole certamente di tutta la mia stima che, tra le altre cose, ha detto anche: “Il nostro cuore deve essere vivo se desideriamo condurre un’esistenza che sia di stimolo anche per altri”. Ineccepibile e aggiungerei che il cuore deve essere vivo per condurre qualsiasi esistenza. O, ancora: “Qualunque fiore tu sia, verrà il tempo in cui sboccerai”; “L’inverno si trasforma sempre in primavera. Nessun inverno dura per sempre”; “Calma e equilibrio sono elementi essenziali in tutte le cose”. “Ogni cosa ha bisogno di tempo”; “Quando ci si sforza al massimo per uno scopo e lo si raggiunge, si vive una grande gioia”.

Lo ammetto, leggendo cotanta saggezza, nella mia testa continuava a risuonare qualcosa. Alla fine ho capito, e questa è la ragione della mia gratitudine: grazie a te ho scoperto che i miei nonni erano certamente buddhisti! Infatti ho spesso sentito dire loro cose come:  “Non si finisce mai di imparare”, “Per ogni cosa ci vuole il suo tempo”, “Dopo aprile viene maggio”, “Bontempo e malutempo non dura tutto ‘u tempu”.

E, addirittura, si spingevano spesso oltre nel loro filosofeggiare, con massime come: “A tavolo e tavolino si riconosce signore e signorino”, “Cu campa, vecchiu si fa”, “Quannu la lingua voli parrari, prima a lu cori deve dumannari”, che vanno ad aggiungersi alla millenaria saggezza buddhista dei miei avi nata dall’osservazione dei fenomeni meteorologici, tipo “Non è tanto il caldo ma è l’umido che ti ammazza”.

Ecco, la mia gratitudine è ulteriormente cresciuta notando che, essendo il maestro che spesso citi nato del 1928, i miei nonni non potevano essere suoi seguaci. Mi sorge il dubbio che siano stati i suoi maestri.

Devotamente

EE.

Nata per essere selvaggia

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Era una di quelle calde estati catanesi che odorano di salsedine e di frutta matura.

Non avevo ancora diciotto anni e un amico di mio cugino, Antonio, mi aveva invitata al cinema. Il film l’avevo scelto io: Easy Rider, perché allora sognavo un superficiale modello di libertà di seconda mano, fatto di camice indiane, gonne a fiori leggere e orecchini con le piume. Così bardata secondo canoni sorpassati ormai da una decina d’anni, salii sulla sua auto.

Mi piaceva uscire con lui perché mi faceva sentire adulta. Non mi trattava da bambina come facevano gli altri protettivi ragazzi della comitiva ma, anche se non me ne avvedevo, anche Antonio badava a tenermi da conto, quasi fossi una cosa preziosa.

Arrivammo all’imbrunire all’Arena delle Rose, poco distante dal centro cittadino. Era un bel cinema all’aperto con un’enorme cascata di gelsomini che inondava di profumo tutto il piazzale in cui le vecchie sedie di ferro, grasse dalle tanti mani di vernice, si susseguivano sbilenche in file parallele.

Muovevo a ritmo il piede calzato un una scarpetta indiana e, guardando le immagini che scorrevano sul muro imbiancato a calce, sognavo di essere anche io nata per essere selvaggia.

Così, negli anni, il mio ricordo di quella proiezione ha sempre avuto soltanto il sapore della libertà, lo stupore lisergico della fuga dalla società, il calore dell’accoglienza gratuita del viandante. Dalla mia mente il tempo aveva sbiadito l’orrore del giudizio contro chi decide di essere diverso e, insieme a esso, anche quello della morte.

Ieri sera sono andata al cinema a vedere l’edizione restaurata di Easy Rider. Antonio non c’è più, strappato scioccamente alla vita da un incidente; io non indosso più abiti di garza leggera e sonagli alle caviglie; non ho mai attraversato gli Stati Uniti in moto come avevo sognato e, probabilmente, non lo farò mai. Dormire sotto le stelle accanto a un fuoco oggi mi farebbe paura mentre, nella follia della mia adolescenza, mi sembrava la sola via possibile alla libertà.

Davanti alle immagini, ieri, mi è apparsa tutta l’atrocità di una società conformista, razzista e omofoba che gli anni avevano rimosso. Forse lungo il cuore mi è scesa una lacrima e, preparando la cena, ho canticchiato Born to be wild.

 

Emanuela E. Abbadessa

La luna per me aveva gli occhiali

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Abitavamo un appartamento piuttosto grande, tagliato a metà da un corridoio. Si trovava all’ultimo piano di un palazzo e, dal tetto, assorbiva una quantità enorme di calore. Per colmo di disgrazia in una regione torrida come la Sicilia, la metà delle stanze erano esposte a ponente, l’altra metà a levante. In questo modo, a parte il caldo che penetrava dal soffitto, da una parte avevamo il sole dall’alba fino a metà giornata e dall’altra, da metà giornata fino al tramonto.

Il televisore, uno di quei mastodonti dai contorni arrotondati da cui veniva fuori il nasone del tubo catodico e delle manopole grosse come tazze da tè, si trovava in soggiorno, cioè a ponente, poggiato sulle gambe secche di un carrello marroncino col ripiano di vetro (negli anni Sessanta esisteva un fiorentissimo mercato di carelli per televisori).

Per l’occasione, quel giorno, l’apparecchio era stato spostato nella mia stanzetta, tra una lavagnetta su cui pasticciavo coi gessetti e l’armadio colmo di vestitini con ricami a nido d’ape sul corsetto e maniche a palloncino. Alla sera, la mia era la stanza più fresca della casa. Per arginare la calura e stare più comodi, papà aveva anche sistemato tre sdraio prese dallo sgabuzzino, di quelle che usavamo per le gite al mare.

Alle 19 del 20 luglio 1969, papà e nonna Ersilia erano già nelle loro postazioni e, ventotto minuti dopo papà gridò eccitato: «Marisa, vieni. Ci siamo!»

La mamma corse lasciando i fornelli (per una che considerava un’ottima occasione per cucinare qualsiasi cosa, quella doveva essere l’Occasione per eccellenza) e, asciugandosi le mani in uno strofinaccio, prese posto anche lei. Io me ne stavo seduta sul mio lettino, incuriosita da tutte quelle novità.

Col passare delle ore, nonostante mio padre, di tanto in tanto, si girasse per dirmi quanto fosse storico quel giorno, a me cominciò a salire una certa noia. Sullo schermo della tivvù non c’erano che tizi sconosciuti che parlavano, uno con l’accento strano in collegamento da Houston e immagini sbiadite che arrivavano da chissà dove. Coglievo qualche parola: Apollo, Columbia, Armstrong… mi suonavano vagamente affascinanti ma non abbastanza da chiamare qualche mia bambola Columbia o da giocare un domani a Neil e Buzz.

Così, alla fine, crollai addormentata.

Nel cuore della notte (o tale a me parve), papà mi venne a svegliare. Era consapevole che, per quanto fossi piccola, a quel momento storico avrei dovuto assistere.

Aprii gli occhi e non vidi quasi nulla. In televisione c’era un tipo biondo con grossi occhiali quadrati che sembravano due schermi televisivi che gridava anche lui. «Ormai a 25 metri dal suolo…» e nonna disse «Maria Santissima!»

Poi fu un crescere di eccitazione e mentre io continuavo a non capire quasi nulla, il signore con gli occhiali quadrati sembrava aver vinto un terno al lotto e diceva: «Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!»

Solo dopo avrei saputo che gli uomini nello spazio, in quel momento esatto, si trovavano ancora a cento piedi dal suolo lunare. Io però avevo sgranato gli occhi, stupita dall’euforia nello studio televisivo e nella mia stanzetta, e compresi allora che la luna era bionda, portava gli occhiali e aveva la faccia di Tito Stagno del quale, senza por tempo in mezzo, mi innamorai follemente.

Di lì a due settimane avrei compiuto 5 anni.

Emanuela E. Abbadessa

Lettera sui libri

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Cara amica,

ieri non è stata soltanto la Giornata Mondiale del libro, è stato anche il giorno in cui il gruppo di lettura che ho concorso a fondare e del quale faccio parte compiva quattro anni di vita. Quattro anni di libri letti, di discussioni, di risate e di polemiche. In occasione di questo compleanno, La Compagnia dei Lettori (questo è il nome del gruppo), ha organizzato una cena e abbiamo avuto il piacere e l’onore ci avere ospiti Bruno Morchio e Anna Destito. Mi è stato chiesto di aprire la serata dicendo qualcosa sui libri. Ecco, queste sono state le mie parole che ti consegno in nome del nostro comune amore per i libri.

Devotamente

EE

 

Cos’è un libro?

La parola libro, dice il Dizionario Treccani, deriva dal latino liber –is. Indica la parte interna della corteccia che in certe piante assume un aspetto lamelliforme e, disseccata, costituisce uno dei più antichi materiali scrittori.

Del Dizionario Treccani naturalmente ci fidiamo, ma a me è sempre piaciuto pensare che la parola libro contenga la stessa radice di “libero”. Perché sapete immaginare qualcosa che renda più liberi della lettura?

Tra e tante frasi sui libri, tra gli aforismi, le definizioni e le massime, ce n’è una che amo particolarmente. Si tratta di un proverbio arabo che recita: un libro è un giardino che puoi custodire in tasca. Perché, a ben vedere, un libro non è soltanto un giardino ma è il mondo intero: può portarti in luoghi mai visti; farti incontrare persone straordinarie, infinitamente buone o infinitamente cattive; può farti ridere e può farti piangere. Dentro un libro potrai trovare la persona della quale innamorarti o quella che tu vorresti essere. Ci leggerai di uccelli favolosi, di mostri temibili, di fiori dal profumo inebriante, di cibi saporiti e di altre vite possibili.

Ecco, altre vite possibili. Perché al libro, prima dell’amore, è legato il dolore: il dolore del voler essere altrove mentre si resta inchiodati alla realtà; di voler essere altro mentre si è ciò che si è; di volere giustizia mentre non la si vede nel mondo; di sognare l’amore mentre il vostro letto resta vuoto.

Tutto questo può fare un libro ma, soprattutto, un libro è la sola vera possibilità che io conosca per metterti di fronte a un pensiero diverso dal tuo. Quello di uomini vissuti cento anni prima di te e che pure dicono cose che ti somigliano e, dicendotele, sembra possano venire a sedersi accanto a te e prenderti la mano quando temi di non capire.

Perché è capendo che si sconfigge la paura. Se incontrerai il gobbo di Notre Dame, imparerai a capire che il diverso non è necessariamente pericoloso. Se conoscerai Lolita, scoprirai che quella cosa indicibile che senti dentro forse potrebbe essere naturale e dovrai soltanto imparare a governarla con la ragione. Se ti fermerai a guardare l’Innominato, saprai che i cattivi non sono necessariamente condannati a restare tali. Se spierai le mosse di Bacci Pagano, saprai cos’è il rovello che pretende giustizia. Se prenderai la mano di Giulietta, saprai che anche l’amore più osteggiato può essere eterno. Se guarderai Anna morire sotto un treno, non temerai più quella follia dei sensi che ti sconquassa l’anima. Se accompagnerai Ulisse, scoprirai che la conoscenza può portarti molto lontano. Se ascolterai Virgilio, non avrai paura di perderti nell’aldilà. Se salirai su un cavallo alla volta della Mancia, incontrerai il cavaliere dalla triste figura e capirai quanto sia portentoso il potere dell’illusione. Se ti incanterai davanti al ritratto di Dorian, non avrai più paura di invecchiare. Se prenderai in mano i fili di Pinocchio, comprenderai che nessuna bugia è mai abbastanza innocente. Se salirai sul Pequod, saprai che quel mostro temibile è soltanto dentro di te. Se scapperai sui tetti di Parigi con Jean, conoscerai la vera bontà che non deve mai temere la vera cattiveria. Se fuggirai con Edmond, imparerai che nemmeno la più sacrosanta vendetta è mai del tutto dolce. Se vedrai Emma salire in carrozza, comprenderai il valore della fedeltà e la follia dell’adulterio. Se finirai in carcere con Alex, capirai che nessuna giustizia ha il diritto di snaturarti. Se incontrerai Mattia, non sarai più così certo che il tuo nome abbia un valore assoluto. Se ti sveglierai insieme a Gregor, la realtà così come la conosci non ti sembrerà più immutabile. Se ti armerai di bacchetta con Harry, capirai che la vera magia puoi farla senza incantesimi.

E se con Primo Levi entrerai ad Auschwitz, sarai certo che siamo uomini perché abbiamo giurato che quello che è stato non dovrà essere mai più.

Per tutto questo e per molte altre ragioni, per me, libro significa libero. (Emanuela E. Abbadessa)

 

 

Lettera sulle bellezze siciliane

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Caro amico,

sono rientrata da poco dalla Sicilia e, tornando al nord, molti mi dicono di invidiarmi per aver avuto ancora la possibilità di godere della bellezza della mia terra. Ché la Sicilia di bellezze ne ha molte. Ho cercato di raccontarne alcune letterarie in un articolo apparso su “Notabilis” (anno IX, n. 3, maggio-giugno 2018)

 

Di tante bellezze superba

«Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia.»

(Federico II di Svevia)

 

Nel De rerum natura, Lucrezio riteneva la Sicilia un luogo straripante di bellezza: «giusto è che questa terra, di tante bellezze superba alle genti si additi e molto si ammiri, opulenta d’invidiati beni e ricca di nobili spiriti» e, così scrivendo, metteva in relazione sia la geografia dell’Isola che l’essere abitata da individui in qualche modo superiori agli altri.

Il che non è affatto secondario dato che la differenza tra l’animale e l’uomo si articola anche intorno al concetto di bellezza: la natura è bella in se stessa, gli animali lo sono ma, al contrario dell’essere umano, non sono in grado di produrne.

Certo, il bello a cui si riferiva Lucrezio resta comunque in qualche modo lontano dall’altro – forse più commestibile e a volte scontato – raccontato dalla letteratura successiva.

Spesso oleograficamente rappresentato, nei romanzi, il panorama naturale siciliano oscilla tra l’intento più o meno celato di fornire immagini da cartolina e quello di mettere in evidenza il contrasto tra la bellezza naturale e la bruttezza della speculazione edilizia, del malaffare, delle cattive amministrazioni.

C’è però un tipo di bellezza che, nella letteratura isolana, campeggia su tutto e che resta immutabilmente legato alla Sicilia, non scalfito dalla contemporaneità e vivido anche quando attinge a piene mani da altri stereotipi. È la bellezza delle donne.

Spesso latrici di misteri ineffabili, le siciliane descritte dai romanzieri sono portatrici di un erotismo raffinato e a tratti selvatico; sono apparentemente mute spettatrici capaci di cambiare il corso degli eventi stando dietro ai fornelli o incarnano un modello di pasionaria sanguigna che trae il proprio fascino proprio dalla forza scomposta del suo carattere.

Alla costola di Adamo Andrea Camilleri ha dedicato un libro, Donne (Rizzoli, 2014), e così ne parla, «l’esempio assoluto del meglio della donna siciliana: riservata, tenace, determinata, convinta delle proprie idee e pronta a battagliare per esse, e nello stesso tempo dolcissima, generosa, comprensiva, sensibilissima», mettendo dunque insieme sia la natura passionale che quella accogliente.

Un po’ madre, un po’ maliarda, per gli autori isolani la donna sicula esprime il massimo del suo potere nella seduzione. Così, persino una “tredicenne poco curata e bruttina” come Angelica Sedara, finisce col diventare un’epifania, l’incarnazione stessa dell’eterno femminino declinato al siciliano, e, in barba anche alle aspettative del Principe di Salina che immaginava di incontrare una “pastorella agghindata”, irrompe nelle pagine di Tomasi di Lampedusa con la forza di un ciclone, tanto di diventare una sorta di modello ideale di bellezza locale, capace di mescolare sapientemente l’irregolarità del tratto mediterraneo all’altera simmetria normanna: «la prima impressione fu di abbagliata sorpresa. I Salina rimasero col fiato in gola; Tancredi sentì addirittura come gli pulsassero le vene delle tempie. Sotto l’impeto della sua bellezza gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandoli, i non pochi difetti che questa bellezza aveva; molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai. Era alta e ben fatta, in base a generosi criteri; la carnagione sua doveva possedere il sapore della crema fresca alla quale rassomigliava, la bocca infantile quello delle fragole. Sotto la massa dei capelli color di notte avvolti di soavi ondulazioni, gli occhi verdi albeggiavano, immoti come quelli delle statue e, com’essi, un po’ crudeli. Procedeva lenta, facendo roteare intorno a sé l’ampia gonna bianca e recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza. Molti mesi dopo soltanto si seppe che al momento di quel suo ingresso trionfale essa era stata sul punto di svenire per l’ansia. Non si curò di Don Fabrizio che accorreva verso di lei, oltrepassò Tancredi che sorrideva trasognato; dinanzi alla poltrona della Principessa la sua groppa stupenda disegnò un lieve inchino e questa forma di omaggio inconsueta in Sicilia le conferì un istante il fascino dell’esotismo in aggiunta a quello della bellezza paesana.»

A dimostrare quanto questo archetipo muliebre sia vivo, basti vedere gli spot pubblicitari di Dolce&Gabbana, ad esempio, che a esso fanno riferimento. Anche Mario Di Caro, d’altra parte, quando nel 2015 uscì per Mursia con La capitana dell’isola di nessuno, costruì una combattente non troppo lontana dal modello qui descritto: «Donna Carmen ormai aveva più di cinquant’anni e possedeva curve assai prosperose, lontane dal corpo di pantera di tanto tempo prima, ma, per effetto della stessa magia, tirava fuori la grazia di una ballerina quando ancheggiava per accompagnare la malìa ruffiana dei ritornelli. Aveva ballato per la luna, da ragazza, quando le sue cosce erano tornite, per suggellare le promesse più solenni. Le sue canzoni impastate di dialetto sembravano arrivare da un mare lontano, umide di pianto e di sale, e restituivano memorie di quaranta e cinquant’anni prima. E il sapore delle sue polpette di melanzane riempiva il palato con una forza seduttrice».

L’elemento magico è parte della bellezza femminile siciliana e si esemplifica nella sapienza culinaria, come avviene nella citata Carmen preparatrice di manicaretti alla melanzana e nelle donne di Giuseppina Torregrossa: Anciluzza, protagonista de L’assagiatrice (Rubettino, 2007) e nelle due Agata del suo Conto delle minne (Mondadori, 2010).

Maghe ai fornelli e non solo, bellissime da spettinate, nelle loro vestagliette a fiori, con una goccia di sudore che scorre nell’incavo del seno e così vicine alle sudamericane narrate dalla Esquivel e soprattutto da Jorge Amado (Doña Flor e Gabriela sembrano i modelli di riferimento), questi modelli archetipici si colorano di ancestralità venendo in contatto con la loro natura più ferina. Si ricongiungono a quella natura bella che non produce bellezza e ne diventano altrettanti emblemi.

È il caso di Catena Dolce, che la natura ha costretto a diventare selvatica come una cavalla brada. La protagonista del romanzo d’esordio di Carmela Scotti (L’imperfetta, Garzanti, 2016) vive in una dimensione misterica e attinge la sua bellezza dal contatto con la natura (che conosce come una bestiola dei boschi, capace di distinguere le erbe salvifiche da quelle velenose) e da un incoercibile attaccamento alla vita.

Magico è anche il bello di Angelica Termini di Villafiorita, la donna scimmia de L’amante delle sedie volanti (La Tartaruga, 2011), nata dalla fantasia di Maria Tronca che della congiunzione tra bellezza muliebre ed eros è indagatrice attenta.

Belle in assoluto e perché donne, belle anche quando non lo risultano davvero, sono le protagoniste dei romanzi di Tea Ranno, riportate tutte in vita nel suo ultimo romanzo (Sentimi, Frassinelli, 2018).

È così che, anche per il narratore siciliano, il concetto stesso di bellezza resta indissolubilmente legato all’idea della donna. In un carosello di more dagli occhi neri o color smeraldo come il mare, bionde come matriarche normanne e rosse (lo è la Maddalena Virlinzi di Complice lo specchio di Antonio Marangolo, uscito da Mondadori nel 2014) per il capriccio di un gene che ha vagabondato per secoli, è alle donne che gli scrittori isolani affidano il compito di esemplificare il Bello. Da Brancati a Patti, da Pirandello a Sciascia, fino ad arrivare alla Betty di Cappellani, «archetipo della buttanaggine termonucleare globale incarnata in quaranta chili di tettine e sandali» (Sicilian Comedi, Sem, 2017), come diceva proprio Vitaliano Brancati in Don Giovanni involontario, «la donna è il grande tema! Lo capiscono tutti quello». (Emanela E. Abbadessa)

Lettera sull’abuso di parole

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Cara amica,

quante parole usiamo tutti i giorni? Quante protremmo evitarne? E qual è il peso che diamo alle nostre parole? Si può parlare di abuso di professione dichiarandosi scrittori solo per la possibilità di mettere le parole una dietro l’altra? Su questi fatti mi sono interrogata qualche tempo fa e ne ho tratto un articolo pubblicato su “Notabilis”, anno IX, n. 6, novembre-dicembre 2018.

 

 

Abuso di professione? Il mestiere di scrivere al tempo dei social.

Se parlare è abusare e pensare è usurpare come sosteneva Victor Hugo, scrivere, a volte, è entrambe le cose.

Il Dizionario Treccani, alla voce abuso, fornisce le seguenti tre definizioni: l’abuso è il cattivo uso, l’uso smodato o illegittimo di una cosa o di un’autorità; è l’atto di forza fisica che faccia danno ad altri; nel diritto, indica varie ipotesi di reato e illecito.

Se però parliamo di abuso di parole possiamo serenamente escludere che esse rientrino nell’atto di violenza fisica; possono accompagnarlo, sì, ma una parola sarà sempre un pugno nello stomaco soltanto in senso figurato. Dicendo questo non siamo comunque al riparo dal rischio di incorrere in un illecito a causa delle parole.

In questo mondo spesso schizofrenico in cui il numero di scrittori sembra essere pericolosamente più elevato di quello dei lettori, i social network in cui la comunicazione avviene soprattutto attraverso la parola (e le piattaforme di self-publishing) hanno creato il discutibile fenomeno dell’eccesso di romanzieri. La cosa dovrebbe quanto meno preoccupare. Qualcuno potrebbe sostenere che i danni di un cattivo romanzo, mal pensato e mal scritto, siano tutti da verificare ma, probabilmente, i guasti della brutta scrittura, rispetto al cattivo esercizio di altre professioni, hanno soltanto il problema del tempo, ovvero: si vedono nel lungo periodo piuttosto che nel breve. Ma su questo punto torneremo.

Ebbene, il cosiddetto “scrittore della domenica”, ovvero il dilettante che nel tempo libero mette su carta la propria vita, i propri amori adolescenziali o i propri traumi, inventa storie (spesso distopie) o si butta in interminabili mémoire è sempre esistito e, anzi, alcuni grandi autori, prima di diventare tali hanno cominciato così una carriera che li avrebbe resi celebri. Dunque, perché l’enorme fioritura di romanzieri alla quale assistiamo oggi dovrebbe essere un problema?

Andiamo con ordine: in passato, il dilettante alle prese con il suo manoscritto, per aspirare alla pubblicazione e sperare quindi di ottenere riconoscimento, doveva superare una serie di ostacoli e, a volte, compiere un cursus che lo avrebbe portato ad avere la visibilità necessaria per accreditarsi presso un editore. Parte del percorso era il frequentare i luoghi della cultura; leggere; tenersi informato; partecipare a concorsi letterari; cercare mentori tra i maestri giusti e, anche tramite loro, cominciare la propria esperienza con piccoli articoli letterari, partecipazioni ad antologie e simposi. Tutte queste cose insieme, cioè, costituivano la cosiddetta gavetta e, attraverso l’esperienza, insegnavano cosa fare e cosa non fare. Perché in un mestiere per il quale non in tutti i casi esiste un corso di studi specifico, l’esperienza sul campo resta fondamentale. Vero è che oggi ci sono molte scuole di scrittura creativa e anche corsi universitari (soprattutto all’estero), fatto sta a scrivere non si impara solo attraverso le scuole. Anche, ma non necessariamente.

Ecco il punto: insieme alle tecniche (che possono essere apprese in vario modo e soprattutto con la lettura) esiste quel quid che è il talento di ciascuno, innato ma sempre affinabile.

Se oggi molti aspiranti romanzieri frequentano corsi di scrittura creativa o, in piccola parte, leggono manuali di scrittura, è vero anche che i più pensano di saper scrivere soltanto perché hanno appreso le tecniche di base (ortografia, grammatica e sintassi) all’epoca della scuola dell’obbligo, con buon pace del fatto che poi, gran parte di quelle norme, con il tempo, le hanno dimenticate.

È così che si determina il più grave degli abusi di parole commesso ogni volta che qualcuno, solo in forza dell’essere alfabetizzato, pensi di poter scrivere. Ma c’è di più, parte di tutta quell’enorme messe di manoscritti brutti, sgrammaticati o semplicemente inutili che un tempo arrivavano sulle scrivanie di lettori di case editrici pronte a cestinarli, adesso guadagnano il nuovo approdo dell’autopubblicazione. Da sempre esiste la possibilità di pagare editori o stampatori per vedere il proprio nome in copertina – e lo fece persino Marcel Proust dopo molti dolorosi rifiuti, come racconta perfettamente Mario Baudino in Il gran rifiuto (Passigli, 2009) – ma oggi le possibilità sono aumentate esponenzialmente grazie alle piattaforme on line che si occupano di mettere insieme i manoscritti, confezionare copertine (spesso orribili) e creare un sottoprodotto editoriale in formato elettronico (pronto per la vendita sui siti dedicati di ecommerce) e, su richiesta, anche cartaceo.

I casi di manoscritti passati dal self-publishing e diventati libri di successo sono davvero pochi ma basta quella manciata di casi a non far perdere le speranze e a far nascere illusioni nell’aspirante scrittore più volte rifiutato o semplicemente sognatore (quasi mai lettore). Ma ancora c’è di più: la facilità con cui, con un limitato esborso, è possibile illudersi di attingere ai famigerati quindici warholiani minuti di fama, porta i più a immaginare complotti delle case editrici, intenzionate a non rendere pubblici romanzi perfetti secondo l’autore. La domanda più ovvia che lo scrittore della domenica dovrebbe porsi sarebbe: perché mai un editore dovrebbe rinunciare a lauti introiti non dando alle stampe il capolavoro del secolo? Ma il quesito non se lo pone quasi mai nessuno, perché, come sempre, è più facile credere in fantasiosi complotti, piuttosto che ammettere le proprie inadeguatezze. Dunque il ragionamento è: se non sfondo, è per la congiura dei grandi editori. Dove detto macchinoso piano per destinare all’oblio i più grandi autori di tutti i tempi non sarebbe troppo diverso dal diabolici piani di Big Pharma per vendere vaccini (affermazione fatta senza pensare che a questa sorta di Spectre, se esistesse, converrebbe vendere rimedi contro le malattie piuttosto che vaccini per evitarle).

La verità è che scrivere è un mestiere e non il più semplice e, nella maggior parte dei casi, nemmeno il più remunerativo in termini economici. Come per tutti gli altri occorre molto studio, molta applicazione e grandi sacrifici, tutte cose che il romanziere complottista preferisce non considerare. I volumi che finiscono sugli scaffali delle librerie non sono manoscritti rilegati ma prodotti di mercato complessi, alla cui riuscita concorre un’intera filiera di professionalità fatta da editor, correttori di bozze, caporedattori, grafici, tecnici, agenti di vendita, distributori. L’autore è soltanto parte – anche se una parte importantissima – della macchina di produzione.

Ma torniamo ai danni della cattiva letteratura. Con un brutto libro non si uccide altro che il buon gusto, ovviamente. Nel breve termine, almeno, ma nel lungo si ammazza la capacità di giudicare, distinguere. Pubblicando strafalcioni, nel lungo periodo, li si renderà “lingua parlata” e si attenterà così alla bellezza di un idioma. In più, riguardo ai contenuti: scrivendo false sciatterie, alla lunga le si farà passare per verità. E tutto questo, per quanto non punibile da nessun codice penale, dovrebbe comunque essere un reato.

Abusare di un titolo, poniamo quello di medico, è gravissimo perché se non siamo dottori in medicina e chirurgia non possiamo entrare in sala operatoria e usare il bisturi su un paziente che, con il nostro folle gesto, verosimilmente, avrà danni gravissimi se non mortali. Ma abusare delle parole, dentro e fuori dai romanzi, crea ogni giorno danni meno evidenti ma non sempre meno gravi.

Così, tornando a Hugo, citato in apertura, si comprende bene come se il parlare è un abuso e il pensare un’usurpazione, scrivere, può essere facilmente entrambe le cose. (Emanuela E. Abbadessa)

 

Lettera sulle “vite storte”

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Caro amico,

ripensavo alla violenza di genere leggendo un bel libro uscito di recente per A&B. Ti propongo le mie riflessioni sul femminicidio a partire da una serie di casi dell’inizio del Novecento, raccolti con grande bravura da Nunzia Scalzo. (Il testo che leggi è stato pubblicato parzialmente sulle pagine palermitane del quotidiano “La Repubblica” il 31 marzo scorso)

Devotamente

EE

 

Vittime o carnefici, le femmine sono tutte buttane. Questo è il triste mantra di Vite storte (A&B Editrice), il prezioso libro in cui Nunzia Scalzo ha raccolto le storie di Antonietta, Emma, Filomena, Sofia, Aurelia, Assunta, Concetta, Giulia, Maria Catena e Rosa. Ad accomunarle c’è proprio quell’osceno appellativo che riempie la bocca di chi lo pronuncia, bollando la donna con un giudizio morale senza appello.

La Scalzo, tedesca di nascita ma siciliana d’adozione, laureata in filosofia ed esperta di psicologia e filosofia del diritto, da anni è grafologo forense nei tribunali italiani. Con la perizia del ricercatore attento della materia giuridica, ha messo insieme una serie agghiacciante di casi di omicidio che hanno al centro le donne vittime di violenza: donne violate nel corpo dalla follia degli uomini o annientate nell’animo, abbrutendosi al punto da divenire esse stesse assassine. Il secondo filo rosso che le lega è l’ambiente siciliano, nel quale vivono o dal quale provengono.

I fatti, tutti veri e suffragati dalle carte processuali che l’autrice cita ampiamente pur manipolando la lingua legale per convertirla a un italiano narrativo e molto scorrevole, lasciano nel lettore il rimbombo cupo dell’offesa: quel buttana, urlato nei tribunali all’indirizzo delle vittime, è la seconda condanna dopo quella che, in nome di un malinteso e perverso senso dell’onore, un uomo ha già pronunciato per loro.

Come in una sorta di Spoon River siciliana, con una tecnica già cara a Tea Ranno (scrittrice di Melilli che più volte ha rievocato la sopraffazione dell’uomo lasciando parlare direttamente le donne uccise), le voci femminili riemergono dall’oblio: tornano così in vita Ninetta Longo, la decapitata di Castelgandolfo, una giovane come tante a cui Mascalucia, il paese alle pendici dell’Etna, andava stretto mentre sognava la Capitale e il grande amore; la burrosa palermitana Emma Pinto che consegnava al diario tutta l’infelicità di un matrimonio con un uomo inadeguato; Filomena Salzillo, suora napoletana spogliatasi per amore del medico palermitano Girolamo, e la moglie stessa di quest’ultimo, uccisa con un figlio in grembo da un marito capace soltanto di giocare con le vite altrui.

Spaventoso è il duplice omicidio di Caltagirone dove, la mattina del 18 luglio 1960, un lattaio, che citofonando a casa Leone non aveva avuto risposta, allertò una delle residenti della palazzina di via Amore. Con lei scoprì un rivolo di sangue uscire da sotto la porta dell’appartamento. Lì i carabinieri intervenuti trovarono il cadavere di Rosa, uccisa dal marito Antonino insieme al figlioccio Francesco Razza che Antonino, folle di gelosia, si era convinto fosse l’amante di sua moglie.

Fedeli come Rosa Leone o adultere come Concetta Mortellaro, freddata da una serie di colpi di pistola, queste donne sono state tutte giudicate da un uomo e condannate a morte, spesso insieme ai loro amanti veri o presunti.

Ma siccome la violenza sulle donne non conosce geografie e, imperversando in ogni luogo, colpisce in ogni strato sociale, emblematica è la vicenda della contessa Giulia Trigona di Sant’Elia. La bella nobildonna condivide con Anna Karenina una triste storia, differente solo nell’epilogo: moglie del conte Romualdo ed esponente dell’alta società palermitana, era dama di corte e intima della regina Elena. La sua vita sarebbe andata aventi senza scossoni tra un ricevimento e l’altro se non avesse incontrato il barone Vincenzo Paternò del Cugno Spedaletto, tenente di cavalleria, gran seduttore e giocatore d’azzardo dall’indiscutibile fascino ma dagli orizzonti culturali ristretti. Come l’eroina russa, anche lei, folle d’amore, finì con il mostrarsi in pubblico con Vincenzo così spesso da provocare le gelosie del marito ma, per accidente, divenne vittima della gelosia parallela dell’amante che, prima di puntarsi una pistola alla tempia, la finì a coltellate, sul letto di un albergo romano, lasciando il corpo esanime in un bagno di sangue. Sopravvissuto al colpo d’arma da fuoco, al processo che lo portò all’ergastolo, l’assassino si giustificò dicendo che l’aveva sempre amata.

Colpevoli anche senza colpe per il solo fatto di essere donne, le protagoniste di questo libro somigliano troppo alle vittime di oggi, i cui nomi allungano una macabra lista in cima alla quale c’è la parola “femminicidi”.

Senza intento ideologico, senza giudicare, Nunzia Scalzo narra, sottolinea il potere della calunnia, fa luce sulle vicende umane, spoglia cioè degli orpelli ogni caso e lo riporta all’essenziale: la violenza.

A metà tra storia e cronaca nera, Vite storte, che si avvale delle belle illustrazioni di Riccardo Guardone, è un libro importante perché, tra i tanti che hanno cercato di affrontare l’argomento della violenza sulle donne, pochi sono stati capaci di mettere al centro la voce femminile e farla risuonare con la forza di cui solo chi reclama giustizia è capace.

Emanuela E. Abbadessa