Nello stesso cortile

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Cresciuti nello stesso cortile, quello che abbiamo vissuto, per un attimo, è passato davanti ai miei occhi.
L’estate del Novanta la trascorremmo in vespa alla ricerca del passaggio perfetto per la spiaggia del Baco, senza passare davanti al negozio dei tuoi genitori né alle strade che ogni giorno mio padre percorreva per andare in fabbrica.
Uno scorrere di anni veloci ci ha posti ai due estremi della bilancia, io preoccupato di trovare un lavoro sicuro, che mi permettesse di mantenere più o meno fermi i traballanti equilibri familiari, tu dietro i tuoi ideali, sempre più lontani, senza certezze e legami.
Ora sei qui, amico mio. Ma io contro di te mai.
Sara Peirano
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Ieri e oggi

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Ieri
Viaggio verso la libertà, verso la vita, accanto a compagni ridotti pelle e ossa. Ho la visione angosciante di tutti i morti senza età, senza nome e privi di affetti, quelli che i militari libici mi costringevano a mettere nei sacchi.
Il mio terrore era quello di finire anche io dentro un sacco, trasportato da un camion fino a una fossa comune nel deserto.
Vedo la costa italiana sempre più  vicina. Appena sceso urlerò il mio nome: Hamed!
Oggi
Affondato un barcone al largo di Lampedusa con 310 migranti, nessun superstite.
Marisa Chianura
(foto di Fabrizio Villa http://www.fabriziovilla.it/)

Passato prossimo

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Me la ricordo la fatica di dover lavare tutta quella biancheria nelle tinozze di legno. I geloni alle mani per l’acqua freddissima e il mal di schiena a stare per ore e ore chinata, come se fossi ai blocchi di partenza di una gara di velocità. Mi ricordo mia sorella accanto a me e il sollievo nel poter scambiare due parole con lei,  il suo sorriso appena abbozzato che mi dava coraggio per arrivare a fine giornata. Anche la nostra stanchezza, ricordo. Ma che allora fossi tanto giovane e bella, con quella massa di capelli scuri, quello no, non lo ricordavo.

Roberta Cospito

Lezione di zumba

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Adesso non le importava più di tutta la rabbia che aveva provato. Venivano a insegnare zumba, chi con un certo entusiasmo, chi meno. Così pure pilates e yoga. E, prima o poi, tradivano un sorriso.

Lo capiva bene che lei e le sue compagne erano ridicole e malinconiche al tempo stesso. Però non le era venuta meno la determinazione e non aveva mai saltato una seduta. Adesso a casa se la rideva di gusto, pensava alla rabbia che dovevano provare suo figlio e sua nuora.

Allenata com’era il muro era riuscita a scavalcarlo facilmente: quei due non si sarebbero liberati di lei rinchiudendola in una casa di cura!

Paolo Schiavi

Villa Ridente

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La chiamavano Villa Ridente ma cosa ci fosse da ridere in una palazzina grigia alla periferia di Mestre, che puzzava di disinfettante e vite polverose, non l’avevano mai capito. Forse per questo amavano i colori. Quella mattina però quando, con il cuore in tumulto, erano sgusciate fuori in silenzio, l’alba era grigia e Venezia non così bella come la ricordavano. La pioggia le aveva inzuppate di dubbi, ma quel pomeriggio, in piazza San Marco, all’improvviso compresero di aver fatto la scelta giusta: sarebbe arrivato. E mentre guardavano ansiose verso le Mercerie, eccolo. Bello, elegante, splendente come sempre. L’arcobaleno.

Maura Fortunati

 

 

Il giorno dopo

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Apro con questo romanzo in cento parole di Victoria Lauri, una serie di interventi redatti dai partecipanti al workshop “Il racconto fotografico”, organizzato a Savona dalla Compagnia dei Lettori e dalla Feltrinelli Point di Paolo Schiavi, grazie soprattutto all’instancabile e preziosa Alessandra Bruno.

Ai partecipanti avevo richiesto un romanzo in cento parole basato su un’immagine assegnata della quale non è stata fornita alcuna informazione né sull’autore, né sull’epoca, né sul luogo. Quella assegnata a Victoria Lauri è una fotografia di Maria Pia Stissi, scattata a Parigi.

 

Era l’alba, Michel percorreva le strade tranquille ripensando all’orrore vissuto la sera prima. In quelle ore aveva stabilito di tornare a vivere in Borgogna. Quando arrivò nella piazza notò che gli abitanti del quartiere, silenziosamente, contribuivano a ripulirla, raccogliendo gli oggetti abbandonati e i cocci di vetro. Rimase immobile qualche minuto ad osservare la scena, poi cominciò ad aiutare. Terminate le operazioni di pulizia, si avvicinò alla sua brasserie, accendendo la luce esterna,  capì che voleva rimanere e riaprire la sua attività. Si sentiva meno solo, non aveva  più paura: aveva sconfitto i terroristi.

Victoria Lauri

 

Lettera sul golf

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Caro amico,

so bene che invitandomi a seguirti sui campi da golf avevi le migliori intenzioni e io stessa sono venuta con l’animo ben predisposto a trascorrere una bella giornata all’aria aperta. Nondimeno, le cose non sono andate esattamente come le avevo immaginate e non me ne vogliano gli amanti di questo nobile sport.

Qualche settimana fa mi hai invitata sui campi Garlenda. È una bella passeggiata, hai detto: chiacchiere, prati, natura, aria pura… Io che non c’ero mai stata ho pensato di accettare. Anche perché sono una temeraria e gli sport estremi non mi spaventano.

Il primo problema è nato la sera prima: il dress code. Mi hai mandato su whatsapp una ventina di foto di mise pour elle ma in me, che sottovaluto sempre la gravità delle situazioni, non si è azionato alcun campanello d’allarme.

Ora: non indossando io una polo dagli anni in cui piantai una grana ai miei per avere una vera Lacoste, mi sono infilata dentro l’armadio e, intorno a mezzanotte, ho recuperato: 1) la famosa Lacoste messa l’ultima volta in terza liceo; 2) un paio di bermuda di lino; 3) le Superga bianche. Più che altro ero un misto tra Micol del Giardino dei Finzi Contini e una modella del catalogo “Donne al tennis 1940-41”.

L’indomani alle 9,30 ero a Garlenda.

Vorrei fare una piccola riflessione: uno che ti invita al golf dovrebbe informarti: 1) che le buche sono 18; 2) che fa un caldo infernale; 3) che l’età media è 76 anni (e quindi tu, finché non sarai marcia di sudore, resterai ancora la più figa nel raggio di 20 km. ma non te ne importerà nulla di esserlo) ma, soprattutto, che il golf è un gioco che riguarda le palle. In tutti i sensi.

Alla quinta buca io volevo suicidarmi. Alla decima mi è apparsa la Madonna di Misericordia che rideva mentre il Beato Botta tentava di fare uscire la pallina da un bunker. Dalla tredicesima in poi le mie gambe hanno preso ad andare avanti per inerzia mentre cori angelici, che cercavo di scacciare come insetti molesti, intonavano canti celestiali.

16 km. diconsi 16 sotto il sole per 4 ore e tre quarti.

Che poi non è il camminare che a me piace, è il fatto che a ogni buca ti fermi un’eternità. E leva il cappuccio dalla mazza, tirala fuori dalla sacca, metti il guanto, abbottonalo, guarda la buca, senti il vento, prova sei o sette volte tiri a vuoto, poi finalmente colpisci quel diamine di pallina e passi il successivo quarto d’ora a capire dove sia finita. Appena l’hai intercettata, sbottoni il guanto, lo levi, rimetti il cappuccio alla mazza, la rimetti nella sacca, raggiungi la maledetta pallina e ricominci col levare il cappuccio dalla mazza, tirarla fuori dalla sacca…

E senza parlare perché il giocatore è concentrato, deve pensare al tiro.

Il tutto per un numero esponenziale di volte: considerato che la media di colpi per andare in buca è 5, moltiplica 18 per 5 e capirai quello che io ho dovuto affrontare.

Insomma, quattro ore e tre quarti a non concludere una mazza (per restare in tema). E certo che annoiare una donna con una mazza da 42 centimetri è difficile, ammettiamolo. A volte ci si diverte persino con quei 12/13 centimetri sindacali.

Che poi non è il camminare, ribadisco, non è la noia, non è il caldo, non sono le mosche e le api, non è nemmeno la mazza alla fine, è proprio che se devi usarla quella mazza, non stare lì a mettere e togliere il cappuccetto in continuazione o la prossima volta uscirò con un ebreo! E poi tutto quello sfilare e infilare il guanto! L’hai messo? Bene, devi fare un altro tiro? Tienitelo, che diavolo!

Una grande istruttiva metafora.

Alla fine, con le palline sfrante che manco l’aglio per il pesto, io un consiglio, amico mio, mi permetterei di darlo a te e ai golfisti: fare vedere a una donna che ci impiegate mezz’ora per infilare qualcosa in un buco e appena ci siete riusciti, esultate e lo tirate subito fuori per passare a un’altra buca, non è una buona pubblicità, fidatevi.

E fortuna che poi non chiedete alla buca se le sia piaciuto.

Devotamente

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