Febbraio. Un consiglio di lettura

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C’è qualcosa di attraente e di irresistibile in Ernesto Ferrante. Attraente come l’abisso nel quale si può guardare con la consapevolezza di poterne essere risucchiati.

Questa è l’impressione che ho provato leggendo A ogni santo la sua candela (Mondadori), in cui Stefano Crupi confeziona ad arte la narrazione di un’irresistibile ascesa attraverso le due voci del protagonista – Ernesto, appunto – e di sua madre, Maristella.

A mettere il lettore in allerta c’è una bella copertina che ti guarda negli occhi ma non lo fa alla solita maniera ammiccante ormai tanto di moda; piuttosto, in modo inquietante, sbieco, come a dirti che è inutile fare tanto i moralisti perché, alla fine, il malsano è dentro ognuno di noi. O forse no. Ma non è questo il punto. Il punto è proprio che ogni gradino salito dal protagonista nella scala sociale è anche uno della sua discesa all’inferno.

Farsi strada dai vicoli dei Quartieri Spagnoli di Napoli non è cosa da poco e la madre di Ernesto ha imparato presto che lì occorre proteggere i cuccioli come leonesse, mettere in campo ogni astuzia per non farli sbranare ma, soprattutto, avere i santi giusti in paradiso. E Maristella li ha, ovvero, anche quando non li ha sa dove trovarli e come farseli amici.

Dunque, come una sorta di Patrick Bateman in sedicesimo, Ernesto, Neapolitan Psycho, irrompe nella vita del lettore come un pugno nello stomaco, ti porta nella sala d’aspetto dell’agenzia dalla quale si aspetta un lavoro ma anche nel letto di una puttana; ti fa sentire addosso il tanfo di sudore ma, come seduce i potenti, sa conquistare anche i lettori.

Dopo Cazzimma (Mondadori, 2014), suo romanzo d’esordio, Crupi consegna un convincente romanzo di formazione che è la spietata rappresentazione di un’Italietta meschina ma anche soffocata dalla disillusione sul fatto che i meriti non sono il talento più adatto a farsi strada nella vita.

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Gennaio. Un consiglio di lettura

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Lieve e irresistibilmente ironico, Non dirlo ad Alfred (Adelphi) è proprio il tipo di romanzo che da tempo desideravo leggere. Nancy Mitford porta Fanny, protagonista e voce narrante – già nota grazie a L’amore in un clima freddo – da Oxford a Parigi, al seguito del marito Alfred, fresco della nomina ad ambasciatore.

Con la pesante eredità di una first lady molto amata dai francesi, una segretaria apparentemente svampita e un giornalista acido alle costole, Fanny si trova alle prese con il coloratissimo mondo mondano di lì e con figli e figliastri sempre a un passo dal mettere alla berlina lei e soprattutto il marito.

Provando a leggere il delizioso romanzo con la matita in mano e sottolineando alcune arguzie sulla società, ne viene fuori un inarrivabile catalogo di comportamenti snob in cui tutti vivono, secondo una definizione della stessa autrice, “in un mondo di superlativi”.

Ecco qualche massima del breviario, alcune di stupefacente realismo, ammettiamolo:

I cocktail non sono male: non sei obbligato a parlare con nessuno e quando torni a casa è giusto l’ora di andare letto

L’idea fissa delle donne inglesi è quella di infilarsi qualcosa di informe e non pensarci più

Gli americani si sforzano di esprimersi in una lingua che non hanno mai imparato fino in fondo

Gli editori sanno di poter vendere tantissimi libri sulla Francia; in effetti un titolo che contenga la parola “Francia”, come anche la parola “amore”, è garanzia di successo

Non vi è nulla di più triste del vagabondo erudito

Il popolo inglese è meno consapevole di tutti gli altri del prestigio della diplomazia

In America la scuola è un grande edificio dell’architettura essenziale e dotato di piscina

La gente deve poter andare all’inferno come meglio crede

Puoi ottenere un permesso per qualsiasi cosa in Francia se mandi una richiesta scritta

Una buona memoria per i nomi e le facce è l’abc delle buone maniere

Quei vecchi monaci saggi sapevano il fatto loro quando fondavano le università in posti insalubri

I professori vivono fuori dal tempo e dallo spazio preoccupati solo del loro trantran quotidiano

Certe donne vivono avvolte in una nuvola di apparente innocenza, sotto la quale sono estremamente licenziose

Gli uomini possono ritornare sulla retta via più facilmente delle donne

Quando un giornale riporta una frase tra virgolette, di questi tempi, significa che è stata inventata dal cronista

Dicembre. Un consiglio di lettura

 

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Ci sono libri d’esordio per i quali comprendi fin dalle prime righe di trovarti davanti a qualcosa che lascerà un segno e non soltanto nel tuo percorso di lettore.

Questo è quanto ho provato leggendo il romanzo di Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa, appena uscito da Gaffi.

Il primo impatto avviene con la lingua che si dipana con una precisione chirurgica senza che questo in alcun modo traspaia dalla pagina dando l’impressione di uno sterile esercizio virtuosistico. La ricerca certosina del temine esatto, l’unico capace di risuonare alla perfezione accanto al successivo, non appare mai forzato in Dentello, quanto piuttosto è la naturale inclinazione di chi si sia per anni messo alla prova sui libri, passando in rassegna Barthes e Svevo, Fenoglio e i russi e Pasolini (tanto presente in questo magnifico esordio) accanto e sopra a tutti.

Forte dei libri che vegliano come numi tutelari, Crocifisso così come Domenico – il protagonista del romanzo – sembra aver vissuto di libri e nei libri ma presto, anche le coloriture autobiografiche presenti nel romanzo perdono forza e invece di avvicinare il personaggio al suo creatore lo allontanano facendo sì che il solo tratto fortemente intimista che l’autore lascia sulla pagina sia proprio l’amore per la parola scritta.

La vicenda – che per tutta la prima metà del libro sembra non dipanarsi, intenta com’è ruotare intorno e nella mente di Domenico – esplode in senso narrativo solo nella seconda parte ma lasciando nel lettore la consapevolezza che quanto detto prima fosse l’inevitabile preludio di una storia di diversità incomunicabili e che non comunicano col mondo. Domenico è figlio di immigrati siciliani che vivono in Brianza mentre lui, il figlio, vive nei libri. Il fratello, Vincenzo, vive in un altrove alieno quasi quanto quello di Domenico fatto di una fantasia ossessiva popolata solo da Matito, il suo amico immaginario. L’urgenza di raccontare detona quindi solo quando il quadro inconsapevole dell’intimità di Domenico appare completo.

E quando il narrare si fa urgenza – come dicevo in apertura – a me sembra sempre di trovarmi di fronte a un romanzo che non potrà non lasciare un segno.

Novembre. Un consiglio di lettura

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Il consiglio di lettura di questo mese nasce da un’esperienza fatta qualche giorno fa.

La scorsa settimana sono stata invitata nella scuola primaria di Dego e nella scuola dell’infanzia di Cairo nell’ambito del progetto Libriamoci.

Il mio mandato ero quello di leggere un libro al pubblico dei piccoli ascoltatori.

Tra i libri da proporre ai bambini, avevo pensato di sceglierne uno di quelli del cuore e della memoria: in assoluto il primo libro che lessi da sola appena imparato a farlo.

Il libro in questione ha più anni di me. E non parlo della storia ma proprio dell’oggetto. Il mio papà infatti lo comprò a dispense quando ancora non ero nata e lo fece rilegare aspettando di poterlo leggere al bambino che la mamma stava aspettando.

Quel magnifico volume in sedicesimo era Pinocchio, in una splendida edizione integrale dei Fratelli Fabbri con illustrazioni che, da piccola, erano in grado di trasportarmi in un mondo favoloso di teatrini e balocchi e pauroso di pesci enormi e orecchie da ciuchino.

Su quel libro non solo imparai a leggere ma anche a scrivere a macchina. Avevo infatti mandato a memoria almeno il primo capito e così, uscita da scuola, mi recavo in ufficio dai miei, mi sedevo alla Olivetti di mamma, inserivo un foglio e cominciavo a trascrivere quel primo capitolo. Ma già a metà del celeberrimo incipitC’era una volta… «Un re!», diranno subito i miei piccoli lettori – mi rendevo conto che il mio pensiero era più veloce delle mie dita e le mani non riuscivano a stare dietro al flusso di parole che sentivo. Quindi riprovavo sempre più velocemente… ma nulla. Quel diavolo di cervello non riusciva a darsi una regolata e considerare la realtà!

Come dicevo, qualche giorno fa mi sono ritrovata a Cairo con il mio Pinocchio tra le mani, un libro che, per quante case abbia cambiato, mi ha seguita sempre. Purtroppo è solo diventato più piccolo! Sì, perché quand’ero bambina, ricordo perfettamente che papà mi invitava a sedere su una piccola seggiola e me lo metteva sulle gambe e ricordo che pesava tantissimo ed era enorme, tanto da far fatica a girare le pagine. Adesso, ogni volta che lo riprendo, non riesco mai a spiegarmi com’è che in tanti anni sia diventato così tanto più leggero e maneggevole.

Quando ho detto ai bambini delle quarte e delle quinte classi che il libro proposto lo avrebbero riconosciuto subito dalla copertina loro non hanno esitato e, vedendo un burattino di legno col naso lungo, hanno gridato in coro: «Pinocchio!»

Si sentivano rassicurati all’dea di una storia che già conoscevano.

La vera sorpresa – per me e per loro – è arrivata quando ho cominciato la lettura. Delle avventure le burattino creato dalla fantasia di Collodi, quei bambini non sapevano nulla. E soprattutto erano sconvolti dalle meraviglie della lingua, dei deliziosi toscanismi, dalla varietà lessicale. Molti degli episodi erano loro del tutto ignoti perché le edizioni ammannite oggi sono epurate, risciacquate in “disneysmi” d’accatto, private dei suoni e dei colori della magnifica lingua di Carlo Lorenzini, censurate delle scene più lugubri (cosa avvenuta anche alle favole dei Fratelli Grimm e non solo, come ben racconta Barbara Fiorio nel suo recente Qualcosa di vero, uscito da Feltrinelli, che consiglio senza meno).

I bambini passavano dallo stupore al divertimento e io, insieme a loro, godevo di quella riscoperta.

Dunque mi chiedo, perché vogliamo formare lettori veri e lettori forti, impartendo loro la lezione diseducativa di discutibili versioni di grandi capolavori?

Un libro non è fatto solo della storia che narra ma anche della lingua con cui essa viene raccontata. Restituiamo dunque le sue formicole cui insegnare l’abaco a mastr’Antonio e, come direbbe Geppetto (Polendina, per chi come me ha letto il vero Pinocchio), buon pro gli faccia!

Ottobre. Un consiglio di lettura

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Sara Rattaro ed io siamo amiche e questo non è un segreto. Però il piacere che provo nel segnalare i suoi libri non viene solo dalla nostra amicizia (ma anche, perché no? Non è bellissimo sapere dei traguardi raggiunti dalle persone che amiamo?). All’affetto si unisce il fatto che stimo Sara come donna e come scrittrice e sono convinta che abbia un modo speciale per toccare corde profonde dell’animo umano, narrare i sentimenti, il dolore e la vita.

Il libro del quale oggi vi consiglio la lettura è il suo primo romanzo, Sulla sedia sbagliata, quello fatto leggere con pudore, pubblicato dal piccolissimo Morellini, presentato quasi “porta a porta”, da perfetta sconosciuta quale allora era, non potendo immaginare i successi e consensi che avrebbe raccolto in Italia e all’estero.

Sull’onda del successo per la vittoria del Premio Bancarella 2015 con Niente è come te, alla fine di questa estate, mi sono ritrovata con Sara su una spiaggia per l’ennesima presentazione. Me ne stavo di lato ad ascoltarla incantare la platea, sorridevo e accarezzavo la copertina del suo primo romanzo nella bella ristampa fatta di recente da Garzanti. Un libro difficile, la storia di un omicidio atroce, pensavo. Poi però, ad un certo punto, qualcuno le ha chiesto cosa l’avesse spinta a cominciare a  scrivere. E Sara ha preso a raccontare: erano anni in cui in televisione e sui giornali si parlava spesso di delitti efferati consumati tra le mura domestiche; Sara era andata in cucina, aveva guardato sua madre e le aveva chiesto: “Preferiresti essere la madre di una vittima o di un carnefice?”. Non riesco a immaginare la sorpresa e anche l’orrore se volete, nel sentirsi porre da una figlia una simile domanda. Ma poi la signora ha risposto nel solo modo in cui una madre possa fare: “Del carnefice” ha detto “perché avrei ancora mio figlio”.

Ecco. Non vi racconterò la trama del primo romanzo della Rattaro per consigliarvene la lettura, vi chiederò solo di leggerlo e di leggere altri romanzi e altri scrittori perché questo è il solo modo che abbiamo per comportarci come la madre di Sara e provare a sederci su un’altra sedia. E spesso quella sarà la sedia sbagliata.

Settembre. Un consiglio di lettura

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Mio padre è goloso di cioccolato e dice sempre di amare il cioccolato e basta e non i dolci al cioccolato, le bevande al cioccolato… E’ un purista lui.

Per quanto anche io sia molto golosa a me piace parafrasare papà e dire la stessa cosa per un’altra mia grande passione: la boxe.

Non amo lo sport, sono sedentaria fino allo sfinimento ma il pugilato per me non è sport. E’ l’epico scontro di due uomini nudi che si affrontano attraverso le loro mani; è l’atavico confronto tra titani; è sudore, sangue, dolore e assoluta bellezza. Calcolo, intelligenza, capacità di misurare distanze e di prevedere reazioni proprio quando il dolore offusca la vista e la mente; è eleganza di un montante che sferra il colpo, di cosce e polpacci che saltano sollevando corpi dal peso inimmaginabile facendoli leggeri come piume, di diretti secchi come scudisciate. La boxe sono le voci calme e concitate dei secondi, gli sguardi torvi sotto le sopracciglia unte, le corde che vibrano reggendo a mala pena una schiena istoriata di muscoli, il bisogno di vedere nell’altro un avversario e dunque abbatterlo.

Ma siccome amo tutto questo, a me del pugilato piace solo il pugilato e non le cose che parlano di pugilato. Ci sono però alcune grandi eccezioni. Non starò qui a dirle tutte facendo il solito elenco che comprende London e altri più o meno noti maestri che si sono accostati al genere fino al recente Fight Night di Stefano Trucco, citerò quindi solo l’ultima. E l’ultima capitatami tra le mani è un libro colpevolmente letto tardi a causa di un conto rimasto aperto tra me e il suo autore, Norman Mailer, colpevole solo di essermi finito tra le mani col suo capolavoro – Il nudo e il morto – quando ero troppo giovane per goderne pienamente.

Il libro è La sfida, edito in Italia da Einaudi.

Non si tratta semplicemente del reportage del più celebre incontro della storia della boxe – quello di Kinshasa del 1974 passato alla storia col nome evocativo di The Rumble in the jungle e che vide Alì tornare a sfidare il titolo mondiale affrontando George Foreman,– perché la narrazione di Mailer, nella quale si fondono ironia, rabbia, curiosità e cronaca, diviene presto una metafora e La sfida sa parlare di vita (e di morte) almeno quanto parla di boxe.

Chi come me ama il pugilato potrà rivivere l’emozione dell’incontro e rivedere ogni singolo colpo attraverso il filtro della scrittura perfetta di Mailer. Tutti gli altri potranno appropriarsi di un pezzo non indifferente del secolo trascorso e scoprire che molto spesso lo sport è anche un modo per parlare di vita da un osservatorio molto particolare.

Agosto. Un consiglio di lettura

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E’ un vero peccato che certi libri restino per molti di noi legati agli anni della scuola. E se è vero che spesso rileggere è esercizio ozioso, quando un romanzo ci fu imposto in giovane età, non è invece una cattiva idea riprenderlo in mano da adulti.

E’ quanto mi è accaduto con Le sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi. Che follia darlo in pasto a chi non sia abbastanza maturo per godersi la terrificante crudeltà che lascia senza redenzione tutte le marionette di questo piccolo dramma provinciale a base di zitelle vogliose e giovani egoisti sullo sfondo grottesco delle use invidie paesane.

Il grottesco è proprio la cifra di questo Palazzeschi che facendo ridere delle sventure altrui ci fa scoprire immancabilmente spietati.