Lettera sulle “vite storte”

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Caro amico,

ripensavo alla violenza di genere leggendo un bel libro uscito di recente per A&B. Ti propongo le mie riflessioni sul femminicidio a partire da una serie di casi dell’inizio del Novecento, raccolti con grande bravura da Nunzia Scalzo. (Il testo che leggi è stato pubblicato parzialmente sulle pagine palermitane del quotidiano “La Repubblica” il 31 marzo scorso)

Devotamente

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Vittime o carnefici, le femmine sono tutte buttane. Questo è il triste mantra di Vite storte (A&B Editrice), il prezioso libro in cui Nunzia Scalzo ha raccolto le storie di Antonietta, Emma, Filomena, Sofia, Aurelia, Assunta, Concetta, Giulia, Maria Catena e Rosa. Ad accomunarle c’è proprio quell’osceno appellativo che riempie la bocca di chi lo pronuncia, bollando la donna con un giudizio morale senza appello.

La Scalzo, tedesca di nascita ma siciliana d’adozione, laureata in filosofia ed esperta di psicologia e filosofia del diritto, da anni è grafologo forense nei tribunali italiani. Con la perizia del ricercatore attento della materia giuridica, ha messo insieme una serie agghiacciante di casi di omicidio che hanno al centro le donne vittime di violenza: donne violate nel corpo dalla follia degli uomini o annientate nell’animo, abbrutendosi al punto da divenire esse stesse assassine. Il secondo filo rosso che le lega è l’ambiente siciliano, nel quale vivono o dal quale provengono.

I fatti, tutti veri e suffragati dalle carte processuali che l’autrice cita ampiamente pur manipolando la lingua legale per convertirla a un italiano narrativo e molto scorrevole, lasciano nel lettore il rimbombo cupo dell’offesa: quel buttana, urlato nei tribunali all’indirizzo delle vittime, è la seconda condanna dopo quella che, in nome di un malinteso e perverso senso dell’onore, un uomo ha già pronunciato per loro.

Come in una sorta di Spoon River siciliana, con una tecnica già cara a Tea Ranno (scrittrice di Melilli che più volte ha rievocato la sopraffazione dell’uomo lasciando parlare direttamente le donne uccise), le voci femminili riemergono dall’oblio: tornano così in vita Ninetta Longo, la decapitata di Castelgandolfo, una giovane come tante a cui Mascalucia, il paese alle pendici dell’Etna, andava stretto mentre sognava la Capitale e il grande amore; la burrosa palermitana Emma Pinto che consegnava al diario tutta l’infelicità di un matrimonio con un uomo inadeguato; Filomena Salzillo, suora napoletana spogliatasi per amore del medico palermitano Girolamo, e la moglie stessa di quest’ultimo, uccisa con un figlio in grembo da un marito capace soltanto di giocare con le vite altrui.

Spaventoso è il duplice omicidio di Caltagirone dove, la mattina del 18 luglio 1960, un lattaio, che citofonando a casa Leone non aveva avuto risposta, allertò una delle residenti della palazzina di via Amore. Con lei scoprì un rivolo di sangue uscire da sotto la porta dell’appartamento. Lì i carabinieri intervenuti trovarono il cadavere di Rosa, uccisa dal marito Antonino insieme al figlioccio Francesco Razza che Antonino, folle di gelosia, si era convinto fosse l’amante di sua moglie.

Fedeli come Rosa Leone o adultere come Concetta Mortellaro, freddata da una serie di colpi di pistola, queste donne sono state tutte giudicate da un uomo e condannate a morte, spesso insieme ai loro amanti veri o presunti.

Ma siccome la violenza sulle donne non conosce geografie e, imperversando in ogni luogo, colpisce in ogni strato sociale, emblematica è la vicenda della contessa Giulia Trigona di Sant’Elia. La bella nobildonna condivide con Anna Karenina una triste storia, differente solo nell’epilogo: moglie del conte Romualdo ed esponente dell’alta società palermitana, era dama di corte e intima della regina Elena. La sua vita sarebbe andata aventi senza scossoni tra un ricevimento e l’altro se non avesse incontrato il barone Vincenzo Paternò del Cugno Spedaletto, tenente di cavalleria, gran seduttore e giocatore d’azzardo dall’indiscutibile fascino ma dagli orizzonti culturali ristretti. Come l’eroina russa, anche lei, folle d’amore, finì con il mostrarsi in pubblico con Vincenzo così spesso da provocare le gelosie del marito ma, per accidente, divenne vittima della gelosia parallela dell’amante che, prima di puntarsi una pistola alla tempia, la finì a coltellate, sul letto di un albergo romano, lasciando il corpo esanime in un bagno di sangue. Sopravvissuto al colpo d’arma da fuoco, al processo che lo portò all’ergastolo, l’assassino si giustificò dicendo che l’aveva sempre amata.

Colpevoli anche senza colpe per il solo fatto di essere donne, le protagoniste di questo libro somigliano troppo alle vittime di oggi, i cui nomi allungano una macabra lista in cima alla quale c’è la parola “femminicidi”.

Senza intento ideologico, senza giudicare, Nunzia Scalzo narra, sottolinea il potere della calunnia, fa luce sulle vicende umane, spoglia cioè degli orpelli ogni caso e lo riporta all’essenziale: la violenza.

A metà tra storia e cronaca nera, Vite storte, che si avvale delle belle illustrazioni di Riccardo Guardone, è un libro importante perché, tra i tanti che hanno cercato di affrontare l’argomento della violenza sulle donne, pochi sono stati capaci di mettere al centro la voce femminile e farla risuonare con la forza di cui solo chi reclama giustizia è capace.

Emanuela E. Abbadessa

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Lettera sulla legittimità delle proteste

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Cara amica,

mi sono tenuta fuori dalle discussioni riguardo alle molestie sessuali venute alla ribalta a seguito della questione Weinstein. La caciara sviluppatasi mi è parsa indecorosa e, spesso, stucchevole. Però sono stata chiamata a intervistare Melissa Panarello per le pagine siciliane del quotidiano “La Repubblica” e mi sembra che lei abbia detto delle cose interessanti, ponderate e per nulla banali, sia sul movimento #metoo che sulla posizione della Deneuve. Per questo, ti riporto qui quell’intervista apparsa il 28 gennaio 2018.

Devotamente

EE

 

 

Melissa Panarello è una donna che fa parlare di sé e non solo per il retaggio che si porta dietro fin dall’esordio con il romanzo scandalo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire (Fazi, 2003).

Determinata, franca e capace di restare se stessa sia nella finzione di un libro che davanti alle telecamere di un reality, vive da anni a Roma, circondata dagli amati gatti, e da lì guarda la realtà e la Sicilia con il solito sorriso un po’ smagato che, prima di tutto, rivela la distanza esistente tra l’immagine che il pubblico ha di lei e la sua vera essenza. Ha appena terminato il nuovo romanzo ancora top secret e sta lavorando per la Francia a una sceneggiatura cinematografica.

In un periodo in cui di uomini e donne e di rapporti non sempre canonici tra i sessi, si parla molto, il suo punto di vista non è secondario.

Melissa, il movimento #MeToo e le denunce delle donne del mondo dello spettacolo riguardo alle molestie subite in ambito lavorativo hanno portato alla ribalta un problema sempre esistito. In Italia si sono accese le polemiche, in Francia la Deneuve ha firmato con altre cento donne un manifesto sulla libertà degli uomini di importunare e la Bardot ha condannato recisamente le colleghe americane. Qual è la sua posizione?

Io mi colloco al centro. Vedo comunque come un fatto positivo questa molteplicità di atteggiamenti perché la molteplicità stessa è fondamentale sempre ma soprattutto sui temi femminili. Riguardo al pensiero della Deneuve, credo sia legato a un fatto generazionale: lei appartiene a un tempo in cui gli uomini erano stimolati dalla stessa società a un certo tipo di proposta e le donne accettavano perché rientravano in quello schema mentale. Oggi non è più così, la donna vuole più fortemente autodeterminarsi e non accetta di sottostare a profferte sessuali per raggiungere un obiettivo. D’altra parte, però, abbracciare in toto le posizioni di chi ha denunciato può essere un’esagerazione, sia perché mi pare che si sia creata una sorta di isteria collettiva, sia perché, in fondo, alle donne piace sentirsi desiderate, corteggiate e, portando all’estremo le posizioni del #MeToo, si rischia l’infelicità.

Vuole dire che c’è un po’ di ipocrisia?

C’è ipocrisia. Non ho apprezzato che le attrici americane abbiano associato le loro denunce al fatto di vestirsi di nero. Il nero è lutto e nel momento in cui alzi la testa e denunci, dovrebbe essere una festa, bisognerebbe vestirsi a colori perché la denuncia è una conquista. Sono stanca del fatto che le donne vogliano sempre passare per vittime. Mi è capitato per esempio di sentire amici registi, lamentare le avances troppo pressanti di certe attrici e ho sempre detto loro: denunciate anche voi! Perché tutti devono poter rivendicare un diritto.

Le molestie colpiscono anche le scrittrici?

Non in questi termini. A me non è mai capitato ma… forse perché ho scritto molto di sesso.

Vuol dire che con lei scrittori ed editori soffrono l’ansia da prestazione?

Temo di sì (ride). O, più probabilmente, nel mondo dell’editoria si fa poco sesso.

Quindi una scrittrice che parla di sesso è meno preda di avances sconvenienti?

I lettori a volte esagerano quando mi scrivono ma solo perché hanno un’idea di me che non corrisponde alla realtà. Se poi mi conoscono si rendono conto della differenza.

Parliamo della sua terra. La Sicilia è la patria del gallismo. Lei non vive più a Catania da anni ma, quando ci torna, nota dei cambiamenti rispetto al passato?

Vengo raramente in Sicilia e, quando lo faccio, me ne sto con poche persone ma osservo, anche da lontano, e qualcosa è cambiato. La Sicilia di Brancati non esiste più, il maschio gallo non è più il prototipo associabile alla mia terra e questo mi dispiace. Perché il maschio brancatiano era un personaggio molto più complesso di quanto si possa pensare, era una figura superbamente ambigua perché la sua prorompenza rivelava anche la sua estrema vulnerabilità. Era un romantico, ecco. I siciliani che ricordo avevano poi questa propensione a far combutta, al branco che è un retaggio arabo quindi una componente culturale e sessuale che a me è sempre sembrata bella ma che, purtroppo, si è persa. I maschi siciliani di oggi non sono troppo diversi da tutti gli altri.

E le siciliane?

Il discorso è più ampio. Io, come molti siciliani, vengo da una famiglia matriarcale e dunque ho delle donne un’immagine molto forte: persone che non si sottoponevano alle leggi maschili ma le introiettavano e le rigiravano a loro favore. Le siciliane di oggi le vedo diverse e credo che anche loro abbiano perso così qualcosa di importante della loro natura: si sono adeguate e hanno dimenticato di essere selvatiche. Dovrebbero recuperare il loro feminimo.

Sta parlando di omologazione?

Tra uomo e donna c’è una crepa che non si riempie. A me piace dire che gli uomini sono cani, ti saltano solle gambe e cercano le carezze; le donne sono gatti, altere, eleganti e si concedono quando vogliono loro. Devono essere pari nei diritti e nei doveri ma non uguali.

Quando parla di diritti, pensa anche alla violenza sulle donne e ai femminicidi?

Voglio poter leggere la violenza anche da un punto di vista simbolico perché l’uomo si esprime anche attraverso l’aggressività. D’altra parte, la società nega questi lati in ombra; per esempio si parla poco del “femminile oscuro”. Io sono siciliana e la mia terra è tutta basata sull’elemento femminile archetipico: ha un nome femminile, ha l’Etna che è femmina… lo ripeto sempre che, fuori dalla Sicilia, nessuno ha davvero la percezione chiara di cosa la Sicilia sia.

Emanuela E. Abbadessa

Lettera sul diritto di essere Carmen

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Prima d’ucciderti, io t’ho baciata.

Non mi restava altro modo che questo:

uccidermi morendo in un tuo bacio.

(W. Shakespeare, Otello)

Noi donne siamo davvero Desdemona? Come lei nella morsa di Otello, vilipese, violentate, illuse, annientate, soffocate immotivatamente da una cieca furia maschile? La risposta è positiva, secondo Algra, neonata casa editrice siciliana che ha come obiettivo quello di dare voce a tutte le forme di espressione artistica. Il titolo che infatti Algra ha mandato in libreria in occasione dell’8 marzo scorso è Noi siamo Desdemona, un volume di racconti a più mani – inserito nella collana “Fiori Blu” – che si fregia di firme importanti da Simona Lo Iacono a Lia Levi, da Tea Ranno ad Elvira Seminara. Undici racconti di sopraffazione, di violenza e di dolore, quasi una corona di fiori sulle tombe di altrettante vittime della brutalità gratuita, messe insieme con garbo da Maria Rita Pennisi.

Le storie minime e atroci di donne violate e uccise si susseguono in una serie di camei che ritraggono la profuga dell’Est costretta alla prostituzione (Il verificatore insonne della Attanasio), la mater dolente narrata (Il peggior nemico della donna è una donna di Angela Bonanno), Maria Rita bruciata viva (Cosa rimane di lei della Fiume), la donna per la quale il dono di una rosa è solo sinonimo di una riparazione impossibile a nuove atrocità (Trenta rose della Levi), fino a quella sorta di Malèna bellissima e triste ritratta dalla Lo Iacono con rara efficacia in Il dannamento.

Tra la violenza psichica raccontata dalla Pavone e quella brada descritta dalla Ranno, trova però spazio anche la vicenda di Salvuccio, il ragazzino che voleva essere chiamato Manuela, come l’eroina della sua telenovela preferita. Molestato dallo zio, Manuela è omosessuale per bisogno, trans per necessità, prostituta per sopravvivenza e cadavere senza alcuna ragione. Manuela, lo scherzo della natura, l’incompreso, si staglia tra le vittime incolpevoli con la grazia di un martire cristiano, di un San Sebastiano col trucco pesante, sullo sfondo di una Palermo sfolgorante di bellezza.

La sensazione di disperata vacuità che resta addosso dopo la lettura dei racconti, trova in qualche modo una catarsi dolente nelle pagine che chiudono il volume. E’ Elvira Seminara a scriverle mettendosi alla prova con il silenzio estremo che pervade all’esalare dell’ultimo soffio di vita, intessendo così un commovente accompagnamento alla morte dal titolo che riecheggia un altrimenti sensuale e struggente Neruda, Sei bellissima quando dormi.

Mogli, madri, figlie, sorelle, amanti indifese e vittime di uomini troppo cattivi, capaci di feroci escalation di violenza. Innocenti le donne, tutte indistintamente.

Ed ecco il punto, in questo volume, come altrove, nelle pagine di cronaca nera e soprattutto nelle molte altre che riempiono ormai gli scaffali delle librerie – e fortunatamente perché solo parlando di questa violenza si può veramente formare una coscienza sociale del problema –, le donne sono sempre e unicamente vittime innocenti, incolpevoli agnelli sacrificali, capri espiatori. Lo sottolinea anche la Pennisi nella sua Prefazione: «Il titolo Noi siamo Desdemona è sorto spontaneo, pensando all’innocente Desdemona, vittima della furia cieca di un uomo».

Io credo però che un vero passo in avanti nel dibattito debba essere condotto su un altro piano. Un piano di reale uguaglianza sul quale la questione non può in alcun modo essere legata ai concetti di innocenza e colpevolezza se è vero com’è vero e come urlavano i nostri slogan di allora, che siamo “né streghe né madonne, solo donne”.

Si diceva un tempo (e si continua a dire oggi) che la vera conquista per le donne non sta nel fatto che una donna intelligente possa occupare un posto di potere ma che possa farlo una donna stupida, perché, nella pratica, gli uomini stupidi in alcuni casi già lo fanno. Mutatis mutandis, dunque, non sarebbe più corretto pensare che nessun essere umano deve essere ucciso e che a fortiori, una donna non si uccide non solo in quei casi in cui è vittima innocente di gelosia folle, di possessività, di insensate smanie di dominio ma anche quando davvero tradisce (ammesso che abbia senso parlare di tradimento, da qualsiasi individuo provenga, e non piuttosto di libera scelta di amare e di smettere di amare così com’è normale che sia e come di fatto avviene nella vita), quando reclama giustamente la propria totale autonomia, quando chiede rapporti di coppia paritari?

Uscendo quindi da questo impasse in cui i fantasmi delle troppe vittime somigliano a personaggi stilnovistici da innalzare al ruolo di dee e annientare appuntando loro una “A” scarlatta sul petto, proviamo a immaginare non Desdemona, ma Carmen. Una Carmen libera e traditrice, capace di irretire con una promessa d’amore don Josè e libera poi di lasciarlo per Escamillo. Vestiamo i suoi di panni, quelli sporchi e bagnati di sudore, non le trine di Desdemona e, come lei, affermiamo la nostra libertà di non dover morire punite dal coltello dell’amante rifiutato. Perché una donna non si uccide mai, né che sia fedele, succube e obbediente né che proclami la propria autonomia, la propria libertà di amare, di non amare e concedersi a chi vuole.

Devotamente

EE.

Uomini che uccidono le donne

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Il copione si è ripetuto per l’ennesima volta. La centounesima per l’esattezza, dall’inizio dell’anno e solo in Italia. Come in un agghiacciante horror, l’assassino è sempre il medesimo, un sorta di killer seriale che non deroga mai dal suo modus operandi: uccide le donne.

Non è possibile tracciarne il profilo perché può appartenere a qualsiasi strato sociale, può essere un professionista, uno studente, un operaio, un militare. Non ha un’età precisa né un legame di parentela in particolare con la vittima, può essere il marito, il fidanzato, lo spasimante, il padre. Non si limita ad agire in una sola regione o in un solo stato perché, come ha denunciato da queste pagine Dacia Maraini e come ha affermato Rashida Manjoo, relatrice speciale all’Onu in seno al Rapporto tematico sul femminicidio, «a livello mondiale la diffusione degli omicidi basati sul genere ha assunto proporzioni allarmanti». L’unica certezza è che sia sempre un uomo. Un uomo del quale, oltre al possesso di sufficiente sangue freddo, della premeditazione e dell’inutile furbizia ipocrita di dichiararsi ogni volta in preda a un raptus, si sa solo quanto sia insicuro, quanto il vuoto che ha dentro sia tale da non permettergli di concepire un’esistenza a cui manca la sola cosa che riempiva il suo nulla, una donna.

Carmela Petrucci è stata uccisa barbaramente nel tentativo di salvare la sorella Lucia dai colpi di Samuele Caruso. Lucia, come le altre 100 vittime di quest’anno, innalzata suo malgrado a icona da possedere e poi da annientare.

Ad armare questo assassino privo di identità è il bisogno di dominio. L’uomo che uccide rifiuta il diniego della donna, non cerca il confronto, teme il colloquio, non accetta che la donna possa decidere per sé della propria vita. Minaccia e uccide perché il confronto e il colloquio lo porrebbero di fronte alla sua nullità. E sapendo di non valere nulla senza una donna deve ucciderla per affermare la propria identità.

Privo di capacità di comprensione e di compartecipazione non è in grado di riconoscere la dignità degli altri e la propria nel rispetto della vita.

E’ uno scenario atroce in cui l’uomo è regredito ad una brutalità all’interno della quale la sola legge è, appunto, la violenza. In questa regressione è insita l’incapacità di riempire il vuoto con la consapevolezza di sé e per questo si colma la propria nullità solo col possesso dell’altro.

Per questo e in nomine di Carmela e di tutte le altre vittime donne, non è più possibile accettare locuzioni come “delitto passionale”, non si può parlare di raptus, di passione folle o di amore cieco. Questa è solo violenza, una violenza che il più delle volte rappresenta l’esito ultimo di un iter fatto di persecuzioni, intimidazioni, minacce troppo spesso sottovalutate o, per pudore o paura, taciute dalle stesse vittime.

Se purtroppo non esiste una soluzione per debellare queste atrocità, forse occorrerebbe fare chiarezza a partire dalle parole. Alcuni anni fa, due buffi pupazzetti sorridenti erano protagonisti di una serie di figurine in cui di volta in volta si diceva “L’amore è…”, sciorinando un intero catalogo di cose belle. Ricominciamo invece col dire cosa l’amore non è. Occorre rifiutare categoricamente il concetto di amore che prevarica e che violenta, che pretende e che impone. L’amore non è possesso. Se, come scriveva Guido Morselli nel 1973, nel suo estremo romanzo postumo Dissipatio H.G., «l’aspirazione a possedere materialmente una cosa o una persona nasconde, con qualche approssimazione, il nostro intento di liberarci di essa, di passare ad altro. Quello che abbiamo posseduto, ce lo possiamo mettere dietro le spalle confinarlo nel passato» allora il sentimento di questi assassini – se di sentimento si può parlare – nasconde già sul nascere la folle determinazione dell’eliminazione dell’altro.

L’amore non fa questo perché l’amore non è, in alcun modo e in nessun caso, affermazione del potere sull’altro quanto piuttosto è la capacità e la maturità di accettare che nulla possa essere più importante dell’altro, nemmeno noi stessi, le nostre paure, il nostro vuoto, il nostro bisogno di possedere.

Emanuela E. Abbadessa

da “La Repubblica” (ed. Palermo), 24 ottobre 2012 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/10/24/uomini-che-uccidono-le-donne.html?ref=search)

Se invece del divorzio l’uomo sceglie l’assassinio

giornata mondiale della violenza sulle donne 2012

Sicuramente non basta indagare all’interno di torbidi ménage intrisi di violenza o tirare in ballo i misteri dell’amore malato per arrivare al fondo delle motivazioni che spingono un marito, un fidanzato o un padre a uccidere una moglie, un’amante, una figlia. E di fronte all’atrocità della fine di Maria Anastasi, la trentanovenne al nono mese di gravidanza, uccisa a colpi di pala e poi bruciata dal marito Salvatore Savalli, parlare semplicemente di femminicidio – termine che, nonostante gli oltre 200 anni di vita, le donne digeriscono a fatica – sembra davvero troppo poco. Ma anche il continuare a riferirsi a molti di questi crimini tirando in ballo il delitto passionale non rende certo giustizia a Maria, ad Antonella Alfano, uccisa dal marito carabiniere il 5 febbraio del 2011, e alle altre vittime di tali crudeltà. Non è l’amore il motore di violenze tanto efferate che anche il solo racconto di cronaca risulta intollerabile. Non può essere l’amore a portare alla morte, fosse pure amour fou privo di regole, quello che devasta e distrugge come ha narrato Simenon in En cas de malheur, quello totalizzante o che non ammette errori, non tollera incrinature, non sopporta alcun genere di tradimento o di ostacolo. A un amore sconfinato, folle, appunto, si appellava il ventiquattrenne Loris Gagliano che lo scorso anno, a Licodia Eubea, uccise la fidanzata Stefania e il nonno di lei. Ma agire come Don Josè che accoltellando Carmen ribadisce il suo eterno amore non è e non può essere una giustificazione. E la vita non è il melodramma.

Ma qualcosa di ancor più preoccupante accomuna almeno gli ultimi casi di donne uccise in Sicilia da mariti o fidanzati e l’omicidio della Anastasi ne sembra il paradigma: l’idea cioè che la morte sia una corsia preferenziale, una soluzione più semplice per risolvere un problema di coppia. Salvatore Savalli ha un’amante e la moglie gli è di impaccio; potrebbe lasciarla, separarsi, chiedere il divorzio ma, invece, l’ucciderla gli appare come la più rapida delle soluzioni. Salvatore Rotolo ha sposato Antonella, una ragazza di provincia come tante con aspirazioni da modella, ma dopo la nascita di una bambina il matrimonio sembra avvinghiarsi su continui estenuanti litigi. Salvatore non cerca la mediazione o l’aiuto di nessuno, la strangola, la mette nell’auto che dà alle fiamme e getta in una scarpata. Loris ama Stefania perdutamente ma lei è “discontinua”, a volte affettuosa e altre volte distante, si lasciano, tornano insieme ma il rapporto naufraga, lui è roso dalla gelosia e lei lo affronta ma Loris piuttosto che cercare conforto nel dialogo e opporre le armi della ragione, di fronte ai dinieghi di lei, le sferra otto coltellate recidendole quasi di netto la testa.

Non si tratta, si badi, di fini menti criminali in grado di tentare di mettere in atto il delitto perfetto. Questi assassini lasciano tracce, agiscono malamente, hanno alibi ridicoli o non ne hanno affatto, cercano l’appoggio di testimoni inattendibili. Sono davvero così presuntuosamente sicuri di sfuggire alle maglie della giustizia? No, non lo sono. Ma non sono nemmeno semplicemente preda di un raptus come spesso vogliono far credere. Il Savalli ad esempio ha senza alcun dubbio meditato il delitto, ha portato in auto con sé la pala e una tanica di benzina per dare fuoco al corpo della moglie, ha cioè architettato ad arte un sistema per cancellare Maria dalla sua vita e poter vivere con l’amante.

La psicanalisi, cercando nell’infanzia e nei meandri della mente le motivazioni di ogni nostra azione, se da una parte ha privato la letteratura dei cattivi integrali, degli Javert capaci delle azioni più turpi e immotivate ai danni dell’innocente di turno, dall’altra, come per l’albergatore psicopatico Norman Bates di Psycho, assassino perché ossessionato dal ricordo della mamma, ha trovato giustificazioni profonde anche al femminicidio. Ma questi casi siciliani, purtroppo, fanno pensare anche che la violenza contro una donna non sia solo da considerare socialmente come l’atto di supremazia del maschio contro la libertà o l’affermazione della donna ma anche la soluzione più immediata a un insopportabile impaccio. Molto più che “uomini che odiano le donne”.

Emanuela E. Abbadessa

da “La Repubblica” (ed. Palermo), 8 luglio 2012 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/07/08/se-invece-del-divorzio-uomo-sceglie.html?ref=search)

Rubare l’amore

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Per dare il mio modesto contributo in questa giornata contro la violenza sulle donne, ripropongo di seguito tre scritti apparsi sull’edizione siciliana del quotidiano “La Repubblica”. Il primo è una mia intervista del 29 agosto 2012 a Dacia Maraini in occasione dell’uscita del suo libro L’amore rubato (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/29/dacia-maraini.html?ref=search)

DACIA MARAINI. LE DONNE, LA VIOLENZA E LA MIA SICILIA

A un anno di distanza da La grande festa, un viaggio nella memoria e negli affetti, esce da Rizzoli L’amore rubato, una raccolta di otto racconti con i quali Dacia Maraini – che il prossimo 1° settembre riceverà al Teatro La Fenice di Venezia il Premio Fondazione Il Campiello alla Carriera -torna sui temi che da sempre la colpiscono più nel profondo.

Nell’estate in cui il mondo dei libri si è occupato fin troppo di giochi di sesso più o meno estremo, l’autrice capace di descrivere come pochi la Sicilia – sua terra d’adozione – come ha fatto in Bagheria, e narrare le vicende intense di donne isolane, come in La lunga vita di Marianna Ucria (Premio Campiello 1999), dipana nella perfetta misura breve una storia di abusi che nulla ha a che fare con l’erotismo e meno che mai col divertimento. La voce della scrittrice ritrova i toni di Donna in guerra, di Voci, di Buio (Premio Strega 1999) e traccia un’inquietante geografia della violazione sulla donna cui partecipano, senza esclusione di colpi, tenebrosi cantanti, misteriosi vicini di casa, compagni di scuola e appassionati di fitness con nomi troppo innocui e confortanti, uomini che come Jeckyll e Hyde sono capaci di mostrarsi rispettabili in pubblico e trasformarsi in mostri tra le mura di casa. La narrazione si apre su un teatro di violenze in cui la cronaca, anche quella siciliana, è fonte di materiale per le storie narrate.

Leggendo di Angela sopraffatta dalla folle gelosia di Gesuino o di Anna picchiata fino alla morte dal suo compagno è difficile non pensare ai recenti casi avvenuti in Sicilia. Primo tra tutti l’ultimo in ordine di tempo, quello di Maria Anastasi, la trentanovenne al nono mese di gravidanza uccisa a colpi di pala e bruciata dal marito Salvatore Savalli che voleva liberarsi di lei per poter continuare la vita con l’amante, cui si aggiungono quelli di Antonella Alfano, vittima del marito carabiniere, e di Stefania Noce, uccisa insieme al nonno dal fidanzato a Licodia Eubea.

L’amore rubato non racconta un particolare territorio ma il pubblico siciliano leggendolo non potrà evitare di pensare a queste vicende. I crimini contro la donna dunque non conoscono confini?

No, purtroppo le stesse cose accadono in tutto il mondo. In Colombia, dove sono stata recentemente, tutti parlavano di un uomo che aveva tagliato la testa alla moglie e l’aveva gettata dalla finestra. Le cronache sono piene di storie di donne strangolate, accoltellate, prese a stangate, fatte a pezzi solo perché volevano lasciare un marito troppo geloso o un amante intransigente. Il movente è quasi sempre lo stesso: una richiesta di autonomia che non viene accettata. Nel caso di Maria Anastasi non c’è nemmeno quella giustificazione, come d’altronde non ce n’è nell’omicidio di Melania Rea. C’è semplicemente un uomo che non sopporta più la compagna o la moglie, è innamorato di un’altra e preferisce ucciderla piuttosto che trovare il coraggio di chiarire le cose.

E’ un quadro agghiacciante. Il suo è un modo per indagare le origini dell’odio?

L’odio verso le donne ha radici profonde, dipende da una cultura androcentrica che ha sempre colpevolizzato le donne e dato agli uomini il diritto di considerarsi superiori e privilegiati.

Anche La bambina Venezia, secondo racconto del volume, fa pensare a un caso siciliano ancora insoluto, la scomparsa di Denise Pipitone. L’amore rubato accomuna tutte le donne in un’unica sofferenza, al di là della loro età anagrafica: non pedofilia o non solo pedofilia ma un modo di raccontare una violenza che ha per unico oggetto la donna e che a volte viene liquidata con la comoda etichetta del folle amore. Ma parlare di “amore” fosse pure folle, non è continuare a perpetrare sulle vittime una violenza inutile?

L’amore è rispetto prima di tutto e comprensione per la persona amata. Nei racconti ripeto le parole che spesso escono dalle bocche degli assassini: loro si giustificano con l’amore. Qualche volta si ritengono addirittura sinceri, credono cioè sinceramente che amore significhi possesso: “io ti amo e quindi ti posseggo” è una tautologia molto sentita.

In un quadro in cui anche le forze dell’ordine o i servizi sociali non sempre riescono ad arginare la violenza, i padri che lei descrive, con il loro amore, sembrano incarnare i soli veri personaggi positivi. Che peso ha il ricordo di suo padre Fosco nella costruzione di queste figure?

In effetti non volevo che apparisse un mondo diviso in due, da una parte gli uomini malvagi e dall’altra le donne vittime perché non credo a una guerra dei sessi. Credo, piuttosto, a una guerra di culture: quella che accetta l’altro e lo rispetta e quella che non accetta l’autonomia dell’altro e cerca di reprimerla in ogni modo, anche con la violenza. Mio padre, era un uomo rispettosissimo della dignità e della libertà altrui e da lui ho imparato che non esistono gli uomini violenti e le donne succubi ma esistono uomini e donne che si adeguano a una concezione antica della divisione dei compiti e non vogliono cambiare.

Da quando cominciò a scrivere di violenza sulle donne ad oggi, crede che qualcosa sia cambiato nell’opinione pubblica?

Sì, certo, le donne sono più consapevoli e più autonome ma, paradossalmente, proprio consapevolezza e autonomia sono alla base di un risentimento che porta tragedie.

Tra pasta col sugo di melanzane, involtini di sarde, una zia catanese depositaria di segreti culinari e una sposa siciliana emigrata al nord, la nostra isola fa capolino dalle Sue pagine dove c’è spazio anche per Pirandello del quale una delle sue protagoniste prepara il ruolo della figlia nei Sei personaggi. La Sicilia resta sempre per Lei fonte di ispirazione, dunque?

Certamente, ho vissuto otto anni in Sicilia, ne ho scritto e molte cose della sua cultura sono parte di me.

Dunque tornerà presto in Sicilia?

Vengo spesso in Sicilia, anche se non posseggo più niente delle antiche proprietà di famiglia. Per fortuna mi è rimasto qualcosa di molto più prezioso in Sicilia: l’amicizia di alcune persone che mi sono rimaste vicino negli anni.

Emanuela E. Abbadessa