Le seduzioni della voce femminile

In principio fu il canto delle sirene.

Erano figlie del dio fluviale Acheloo e di Melpomene, la Musa della tragedia, inquietantemente raffigurate con il corpo metà donna e metà pesce. Soltanto di recente, complici i film di animazione, hanno preso le sembianze di ragazzine graziose e per nulla pericolose.

A metterci in guardia dalle seduzioni del loro canto – e dunque della voce femminile – è Omero nel XII libro dell’Odissea. Lo fa per bocca di Circe. È lei a spiegare come questi esseri dal volto affascinante sappiano attirare con il loro canto arcano gli uomini che attraversano le acque, per poi divorarli e riempire le scogliere con le loro ossa.

A Ulisse, l’eroe viaggiatore, e alla sua ciurma non resta altro da fare che modellare con la cera dei tappi per le orecchie, per resistere al canto ammaliatore. O almeno così sarebbe dovuta andare. Il perché lo spiegherà molti secoli dopo Dante Alighieri che, con il celeberrimo verso “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza” (Inferno, XXVI canto), usa proprio il personaggio di Ulisse per esprimere le sue idee sull’importanza della conoscenza. Una conoscenza che si deve esperire anche quando essa è pericolosa, con un’ansia di ricerca che può essere portata oltre i limiti estremi.

Ulisse, infatti, spinto dalla sete di conoscenza, tappa le orecchie ai suoi marinai e decide di essere il solo a poter ascoltare quel canto, protetto però dal desiderio di seguirlo grazie all’espediente dell’essersi fatto legare a un albero della nave. È allora che le sirene lo invitano a restare con loro ed è lui a doversi opporre alla loro seduzione.

Nel nostro immaginario, dunque, le sirene sono quasi del tutto donne. E a questo proposito potremmo ricordare un’icastica scena de La pelle di Curzio Malaparte, ben resa nella sconvolgente pellicola di Liliana Cavani del 1981. Mi riferisco al pranzo del Generale Cork in cui viene servito come pesce un mammifero acquatico (la cosiddetta “sirena dell’acquario di Napoli”, un sirenide dunque un dudongo o un lamantino) e i commensali, sconvolti, pensano di avere davanti una bambina morta. Questi mammiferi, infatti, hanno occhi particolarmente espressivi e le femmine, allattando i piccoli, sono dotati di mammelle simili a quelle umane. Da questo e dalla capacità dei mammiferi marini di emettere richiami acuti, deriverebbe probabilmente il mito stesso delle sirene.

Le donne, d’altra parte, streghe o madonne, sembrano conservare nei secoli la loro capacità di ammaliare, sedurre fino al punto di far perdere il senno agli uomini. Ma, fino a un certo punto, le sirene furono rappresentate come chimere, ossia mostri leggendari con corpi formati da parti di diversi animali. A donare loro la seduzione di un busto femmineo avvenente – esposto, per altro, cioè con il seno scoperto – fu il pittore inglese William Etty che in un suo grande olio su tela del 1837 dal titolo Ulisse e le sirene, le ritrae giovani e nude su un’isola in mezzo al mare, coperta di cadaveri e resti umani in vari stati di decomposizione.

E, in questo modo, abbiamo definito tutti i contorni del nostro discorso: la femmina seduce-la femmina seduce con la voce.

Per raccontarlo, ben si presta il programma messo a punto da Anna Maria Chiuri e Andrea Severi che rappresenta questo viaggio della voce di donna attraverso i secoli, una voce capace di ammaliare l’uomo facendo ricorso a un’intera tavolozza di emozioni che spaziano dal rimpianto al sospiro. Sospiro sensuale, s’intende.

Queste emozioni prendono dunque la forma di Arie e Romanze, inserite all’interno di opere o nate per l’esecuzione “da salotto”, dunque con pianoforte.

Il nostro viaggio inizia dal rimpianto con una pagina, “Queste lagrime e sospiri”, tratta dall’Oratorio San Giovanni Battista di Alessandro Stradella (Bologna, 1643 – Genova, 1682) e, naturalmente, sono ben altri i sospiri di cui si parla, come quelli che ci riserva Luigi Cherubini (Firenze, 1760 – Parigi, 1842) in “Solo un pianto”, tratto dalla sua Medea.

Ma l’attimo in cui saremo più vicini a quel pericoloso canto delle sirene pronte a fare carne informe degli uomini che le ascolteranno, sarà quello in cui ascolteremo una delle pagine più erotiche della storia musicale europea: il momento in cui Dalila seduce Sansone con le sue arti. L’aria è “Mon cœur s’ouvre à ta voix” tratta appunto da Samson et Dalila opera in tre atti su libretto di Ferdinand Lemaire che Camille Saint-Saëns (Parigi, 1835 – Algeri, 1921) scrisse tra il 1875 e il 1876 e che andò in scena per la prima volta in lingua tedesca al teatro Granducale di Weimar il 2 dicembre del 1877 con la direzione di Eduard Lassen. Per un’esecuzione in francese si dovrà aspettare il 23 marzo del 1890 quando fu eseguita a Rouen riscuotendo una tiepida attenzione, in contrasto con il successo che aveva contraddistinto la prima tedesca. Il testo è ispirato dal celebre episodio biblico ma mi preme sottolineare proprio l’incipit di questo brano: “il mio cuore si apre alla tua voce”. Detta così sembra postulare l’esatto contrario di quanto abbiamo esposto fino a questo momento: Dalila, infatti, seduce Sansone proprio con l’erotismo del canto ma sposta il fuoco e rivela che a vincere il suo cuore sia la voce dell’eroe.

Nessun gioco di scambio di ruoli ma solo i giochi che per antonomasia vengono attribuiti alle donne, caratterizzano invece la protagonista di una delle più celebri chansons di Erik Satie (Honfleur, 1866 – Parigi, 1925), Je te veux. L’autore di questo testo straordinario e molto erotico è Henry Pacory e fu scritto, in tempo di valzer, per Paulette Darty, una cantante e attrice che fu soprannominata “la Reine des Valses lentes”.

Ma ho parlato di testi e dei loro significati, eppure quando penso alla vocalità femminile, ciò che mi viene in mente è qualcosa che con la comprensione del testo non ha nulla a che fare. Per spiegarvelo meglio utilizzerò un film diretto da Frank Darabont che uscì in Italia nel 1994 con il titolo Le ali della libertà (The Shawshank Redemption). Ne erano protagonisti Tim Robbins e Morgan Freeman. Il soggetto è tratto da un bellissimo racconto di Stephen King, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, contenuto nella raccolta Stagioni diverse.

La pellicola è ambientata in un carcere e nella scena di cui voglio parlarvi, Tim Robbins si trova nella stanza del direttore, quella con il microfono con cui vengono fatti gli annuncia ai detenuti. A un certo punto nota il giradischi del direttore, prende un 33 giri, lo posa sul piatto e sceglie un solco. Collega l’impianto al microfono e diffonde nel campo di detenzione una musica. I prigionieri sono all’esterno, durante l’ora d’aria, e vengono investiti da un canto sublime. A cantare sono due donne. Il fuoco si sposta dunque sui visi attoniti dei carcerati e la voce fuori campo di Morgan Freeman ci dice qualcosa: lui non sa cosa dicessero le due donne e non gli importa di saperlo, ma preferisce pensare che fosse qualcosa di così bello da non poter essere espresso con le parole; e quelle voci, capaci di librarsi tanto in alto come uccelli meravigliosi, per un istante, diedero a tutti i detenuti la sensazione di essere liberi.

Non ci sarebbe nulla di particolarmente notevole per il nostro discorso se non fosse che, chiunque abbia una minima cultura musicale e abbia visto quel film, sa bene che il brano diffuso dagli altoparlanti del carcere non parla di libertà, non è un canto d’amore e non parla di concetti tanto elevati da non poter essere resi con le parole. Si tratta infatti del duettino tra Susanna e la Contessa, “Che soave zeffiretto”, tratto da Le nozze di Figaro di Mozart che, al contrario, racconta il momento in cui le due ordiscono la burla finale ai danni del Conte di Almaviva, spingendolo a recarsi nel giardino per un convegno amoroso extraconiugale.

Ecco dunque il punto: questo è il potere della voce femminile, trasformarci tutti nel pubblico attonito di Shawshank a cui non importa altro che la maniera in cui un canto può sedurci e farci sentire liberi.

(Emanuela E. Abbadessa)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...