Lettera sui libri

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Cara amica,

ieri non è stata soltanto la Giornata Mondiale del libro, è stato anche il giorno in cui il gruppo di lettura che ho concorso a fondare e del quale faccio parte compiva quattro anni di vita. Quattro anni di libri letti, di discussioni, di risate e di polemiche. In occasione di questo compleanno, La Compagnia dei Lettori (questo è il nome del gruppo), ha organizzato una cena e abbiamo avuto il piacere e l’onore ci avere ospiti Bruno Morchio e Anna Destito. Mi è stato chiesto di aprire la serata dicendo qualcosa sui libri. Ecco, queste sono state le mie parole che ti consegno in nome del nostro comune amore per i libri.

Devotamente

EE

 

Cos’è un libro?

La parola libro, dice il Dizionario Treccani, deriva dal latino liber –is. Indica la parte interna della corteccia che in certe piante assume un aspetto lamelliforme e, disseccata, costituisce uno dei più antichi materiali scrittori.

Del Dizionario Treccani naturalmente ci fidiamo, ma a me è sempre piaciuto pensare che la parola libro contenga la stessa radice di “libero”. Perché sapete immaginare qualcosa che renda più liberi della lettura?

Tra e tante frasi sui libri, tra gli aforismi, le definizioni e le massime, ce n’è una che amo particolarmente. Si tratta di un proverbio arabo che recita: un libro è un giardino che puoi custodire in tasca. Perché, a ben vedere, un libro non è soltanto un giardino ma è il mondo intero: può portarti in luoghi mai visti; farti incontrare persone straordinarie, infinitamente buone o infinitamente cattive; può farti ridere e può farti piangere. Dentro un libro potrai trovare la persona della quale innamorarti o quella che tu vorresti essere. Ci leggerai di uccelli favolosi, di mostri temibili, di fiori dal profumo inebriante, di cibi saporiti e di altre vite possibili.

Ecco, altre vite possibili. Perché al libro, prima dell’amore, è legato il dolore: il dolore del voler essere altrove mentre si resta inchiodati alla realtà; di voler essere altro mentre si è ciò che si è; di volere giustizia mentre non la si vede nel mondo; di sognare l’amore mentre il vostro letto resta vuoto.

Tutto questo può fare un libro ma, soprattutto, un libro è la sola vera possibilità che io conosca per metterti di fronte a un pensiero diverso dal tuo. Quello di uomini vissuti cento anni prima di te e che pure dicono cose che ti somigliano e, dicendotele, sembra possano venire a sedersi accanto a te e prenderti la mano quando temi di non capire.

Perché è capendo che si sconfigge la paura. Se incontrerai il gobbo di Notre Dame, imparerai a capire che il diverso non è necessariamente pericoloso. Se conoscerai Lolita, scoprirai che quella cosa indicibile che senti dentro forse potrebbe essere naturale e dovrai soltanto imparare a governarla con la ragione. Se ti fermerai a guardare l’Innominato, saprai che i cattivi non sono necessariamente condannati a restare tali. Se spierai le mosse di Bacci Pagano, saprai cos’è il rovello che pretende giustizia. Se prenderai la mano di Giulietta, saprai che anche l’amore più osteggiato può essere eterno. Se guarderai Anna morire sotto un treno, non temerai più quella follia dei sensi che ti sconquassa l’anima. Se accompagnerai Ulisse, scoprirai che la conoscenza può portarti molto lontano. Se ascolterai Virgilio, non avrai paura di perderti nell’aldilà. Se salirai su un cavallo alla volta della Mancia, incontrerai il cavaliere dalla triste figura e capirai quanto sia portentoso il potere dell’illusione. Se ti incanterai davanti al ritratto di Dorian, non avrai più paura di invecchiare. Se prenderai in mano i fili di Pinocchio, comprenderai che nessuna bugia è mai abbastanza innocente. Se salirai sul Pequod, saprai che quel mostro temibile è soltanto dentro di te. Se scapperai sui tetti di Parigi con Jean, conoscerai la vera bontà che non deve mai temere la vera cattiveria. Se fuggirai con Edmond, imparerai che nemmeno la più sacrosanta vendetta è mai del tutto dolce. Se vedrai Emma salire in carrozza, comprenderai il valore della fedeltà e la follia dell’adulterio. Se finirai in carcere con Alex, capirai che nessuna giustizia ha il diritto di snaturarti. Se incontrerai Mattia, non sarai più così certo che il tuo nome abbia un valore assoluto. Se ti sveglierai insieme a Gregor, la realtà così come la conosci non ti sembrerà più immutabile. Se ti armerai di bacchetta con Harry, capirai che la vera magia puoi farla senza incantesimi.

E se con Primo Levi entrerai ad Auschwitz, sarai certo che siamo uomini perché abbiamo giurato che quello che è stato non dovrà essere mai più.

Per tutto questo e per molte altre ragioni, per me, libro significa libero. (Emanuela E. Abbadessa)

 

 

Lettera sulle bellezze siciliane

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Caro amico,

sono rientrata da poco dalla Sicilia e, tornando al nord, molti mi dicono di invidiarmi per aver avuto ancora la possibilità di godere della bellezza della mia terra. Ché la Sicilia di bellezze ne ha molte. Ho cercato di raccontarne alcune letterarie in un articolo apparso su “Notabilis” (anno IX, n. 3, maggio-giugno 2018)

 

Di tante bellezze superba

«Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia.»

(Federico II di Svevia)

 

Nel De rerum natura, Lucrezio riteneva la Sicilia un luogo straripante di bellezza: «giusto è che questa terra, di tante bellezze superba alle genti si additi e molto si ammiri, opulenta d’invidiati beni e ricca di nobili spiriti» e, così scrivendo, metteva in relazione sia la geografia dell’Isola che l’essere abitata da individui in qualche modo superiori agli altri.

Il che non è affatto secondario dato che la differenza tra l’animale e l’uomo si articola anche intorno al concetto di bellezza: la natura è bella in se stessa, gli animali lo sono ma, al contrario dell’essere umano, non sono in grado di produrne.

Certo, il bello a cui si riferiva Lucrezio resta comunque in qualche modo lontano dall’altro – forse più commestibile e a volte scontato – raccontato dalla letteratura successiva.

Spesso oleograficamente rappresentato, nei romanzi, il panorama naturale siciliano oscilla tra l’intento più o meno celato di fornire immagini da cartolina e quello di mettere in evidenza il contrasto tra la bellezza naturale e la bruttezza della speculazione edilizia, del malaffare, delle cattive amministrazioni.

C’è però un tipo di bellezza che, nella letteratura isolana, campeggia su tutto e che resta immutabilmente legato alla Sicilia, non scalfito dalla contemporaneità e vivido anche quando attinge a piene mani da altri stereotipi. È la bellezza delle donne.

Spesso latrici di misteri ineffabili, le siciliane descritte dai romanzieri sono portatrici di un erotismo raffinato e a tratti selvatico; sono apparentemente mute spettatrici capaci di cambiare il corso degli eventi stando dietro ai fornelli o incarnano un modello di pasionaria sanguigna che trae il proprio fascino proprio dalla forza scomposta del suo carattere.

Alla costola di Adamo Andrea Camilleri ha dedicato un libro, Donne (Rizzoli, 2014), e così ne parla, «l’esempio assoluto del meglio della donna siciliana: riservata, tenace, determinata, convinta delle proprie idee e pronta a battagliare per esse, e nello stesso tempo dolcissima, generosa, comprensiva, sensibilissima», mettendo dunque insieme sia la natura passionale che quella accogliente.

Un po’ madre, un po’ maliarda, per gli autori isolani la donna sicula esprime il massimo del suo potere nella seduzione. Così, persino una “tredicenne poco curata e bruttina” come Angelica Sedara, finisce col diventare un’epifania, l’incarnazione stessa dell’eterno femminino declinato al siciliano, e, in barba anche alle aspettative del Principe di Salina che immaginava di incontrare una “pastorella agghindata”, irrompe nelle pagine di Tomasi di Lampedusa con la forza di un ciclone, tanto di diventare una sorta di modello ideale di bellezza locale, capace di mescolare sapientemente l’irregolarità del tratto mediterraneo all’altera simmetria normanna: «la prima impressione fu di abbagliata sorpresa. I Salina rimasero col fiato in gola; Tancredi sentì addirittura come gli pulsassero le vene delle tempie. Sotto l’impeto della sua bellezza gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandoli, i non pochi difetti che questa bellezza aveva; molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai. Era alta e ben fatta, in base a generosi criteri; la carnagione sua doveva possedere il sapore della crema fresca alla quale rassomigliava, la bocca infantile quello delle fragole. Sotto la massa dei capelli color di notte avvolti di soavi ondulazioni, gli occhi verdi albeggiavano, immoti come quelli delle statue e, com’essi, un po’ crudeli. Procedeva lenta, facendo roteare intorno a sé l’ampia gonna bianca e recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza. Molti mesi dopo soltanto si seppe che al momento di quel suo ingresso trionfale essa era stata sul punto di svenire per l’ansia. Non si curò di Don Fabrizio che accorreva verso di lei, oltrepassò Tancredi che sorrideva trasognato; dinanzi alla poltrona della Principessa la sua groppa stupenda disegnò un lieve inchino e questa forma di omaggio inconsueta in Sicilia le conferì un istante il fascino dell’esotismo in aggiunta a quello della bellezza paesana.»

A dimostrare quanto questo archetipo muliebre sia vivo, basti vedere gli spot pubblicitari di Dolce&Gabbana, ad esempio, che a esso fanno riferimento. Anche Mario Di Caro, d’altra parte, quando nel 2015 uscì per Mursia con La capitana dell’isola di nessuno, costruì una combattente non troppo lontana dal modello qui descritto: «Donna Carmen ormai aveva più di cinquant’anni e possedeva curve assai prosperose, lontane dal corpo di pantera di tanto tempo prima, ma, per effetto della stessa magia, tirava fuori la grazia di una ballerina quando ancheggiava per accompagnare la malìa ruffiana dei ritornelli. Aveva ballato per la luna, da ragazza, quando le sue cosce erano tornite, per suggellare le promesse più solenni. Le sue canzoni impastate di dialetto sembravano arrivare da un mare lontano, umide di pianto e di sale, e restituivano memorie di quaranta e cinquant’anni prima. E il sapore delle sue polpette di melanzane riempiva il palato con una forza seduttrice».

L’elemento magico è parte della bellezza femminile siciliana e si esemplifica nella sapienza culinaria, come avviene nella citata Carmen preparatrice di manicaretti alla melanzana e nelle donne di Giuseppina Torregrossa: Anciluzza, protagonista de L’assagiatrice (Rubettino, 2007) e nelle due Agata del suo Conto delle minne (Mondadori, 2010).

Maghe ai fornelli e non solo, bellissime da spettinate, nelle loro vestagliette a fiori, con una goccia di sudore che scorre nell’incavo del seno e così vicine alle sudamericane narrate dalla Esquivel e soprattutto da Jorge Amado (Doña Flor e Gabriela sembrano i modelli di riferimento), questi modelli archetipici si colorano di ancestralità venendo in contatto con la loro natura più ferina. Si ricongiungono a quella natura bella che non produce bellezza e ne diventano altrettanti emblemi.

È il caso di Catena Dolce, che la natura ha costretto a diventare selvatica come una cavalla brada. La protagonista del romanzo d’esordio di Carmela Scotti (L’imperfetta, Garzanti, 2016) vive in una dimensione misterica e attinge la sua bellezza dal contatto con la natura (che conosce come una bestiola dei boschi, capace di distinguere le erbe salvifiche da quelle velenose) e da un incoercibile attaccamento alla vita.

Magico è anche il bello di Angelica Termini di Villafiorita, la donna scimmia de L’amante delle sedie volanti (La Tartaruga, 2011), nata dalla fantasia di Maria Tronca che della congiunzione tra bellezza muliebre ed eros è indagatrice attenta.

Belle in assoluto e perché donne, belle anche quando non lo risultano davvero, sono le protagoniste dei romanzi di Tea Ranno, riportate tutte in vita nel suo ultimo romanzo (Sentimi, Frassinelli, 2018).

È così che, anche per il narratore siciliano, il concetto stesso di bellezza resta indissolubilmente legato all’idea della donna. In un carosello di more dagli occhi neri o color smeraldo come il mare, bionde come matriarche normanne e rosse (lo è la Maddalena Virlinzi di Complice lo specchio di Antonio Marangolo, uscito da Mondadori nel 2014) per il capriccio di un gene che ha vagabondato per secoli, è alle donne che gli scrittori isolani affidano il compito di esemplificare il Bello. Da Brancati a Patti, da Pirandello a Sciascia, fino ad arrivare alla Betty di Cappellani, «archetipo della buttanaggine termonucleare globale incarnata in quaranta chili di tettine e sandali» (Sicilian Comedi, Sem, 2017), come diceva proprio Vitaliano Brancati in Don Giovanni involontario, «la donna è il grande tema! Lo capiscono tutti quello». (Emanela E. Abbadessa)

Lettera sull’abuso di parole

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Cara amica,

quante parole usiamo tutti i giorni? Quante protremmo evitarne? E qual è il peso che diamo alle nostre parole? Si può parlare di abuso di professione dichiarandosi scrittori solo per la possibilità di mettere le parole una dietro l’altra? Su questi fatti mi sono interrogata qualche tempo fa e ne ho tratto un articolo pubblicato su “Notabilis”, anno IX, n. 6, novembre-dicembre 2018.

 

 

Abuso di professione? Il mestiere di scrivere al tempo dei social.

Se parlare è abusare e pensare è usurpare come sosteneva Victor Hugo, scrivere, a volte, è entrambe le cose.

Il Dizionario Treccani, alla voce abuso, fornisce le seguenti tre definizioni: l’abuso è il cattivo uso, l’uso smodato o illegittimo di una cosa o di un’autorità; è l’atto di forza fisica che faccia danno ad altri; nel diritto, indica varie ipotesi di reato e illecito.

Se però parliamo di abuso di parole possiamo serenamente escludere che esse rientrino nell’atto di violenza fisica; possono accompagnarlo, sì, ma una parola sarà sempre un pugno nello stomaco soltanto in senso figurato. Dicendo questo non siamo comunque al riparo dal rischio di incorrere in un illecito a causa delle parole.

In questo mondo spesso schizofrenico in cui il numero di scrittori sembra essere pericolosamente più elevato di quello dei lettori, i social network in cui la comunicazione avviene soprattutto attraverso la parola (e le piattaforme di self-publishing) hanno creato il discutibile fenomeno dell’eccesso di romanzieri. La cosa dovrebbe quanto meno preoccupare. Qualcuno potrebbe sostenere che i danni di un cattivo romanzo, mal pensato e mal scritto, siano tutti da verificare ma, probabilmente, i guasti della brutta scrittura, rispetto al cattivo esercizio di altre professioni, hanno soltanto il problema del tempo, ovvero: si vedono nel lungo periodo piuttosto che nel breve. Ma su questo punto torneremo.

Ebbene, il cosiddetto “scrittore della domenica”, ovvero il dilettante che nel tempo libero mette su carta la propria vita, i propri amori adolescenziali o i propri traumi, inventa storie (spesso distopie) o si butta in interminabili mémoire è sempre esistito e, anzi, alcuni grandi autori, prima di diventare tali hanno cominciato così una carriera che li avrebbe resi celebri. Dunque, perché l’enorme fioritura di romanzieri alla quale assistiamo oggi dovrebbe essere un problema?

Andiamo con ordine: in passato, il dilettante alle prese con il suo manoscritto, per aspirare alla pubblicazione e sperare quindi di ottenere riconoscimento, doveva superare una serie di ostacoli e, a volte, compiere un cursus che lo avrebbe portato ad avere la visibilità necessaria per accreditarsi presso un editore. Parte del percorso era il frequentare i luoghi della cultura; leggere; tenersi informato; partecipare a concorsi letterari; cercare mentori tra i maestri giusti e, anche tramite loro, cominciare la propria esperienza con piccoli articoli letterari, partecipazioni ad antologie e simposi. Tutte queste cose insieme, cioè, costituivano la cosiddetta gavetta e, attraverso l’esperienza, insegnavano cosa fare e cosa non fare. Perché in un mestiere per il quale non in tutti i casi esiste un corso di studi specifico, l’esperienza sul campo resta fondamentale. Vero è che oggi ci sono molte scuole di scrittura creativa e anche corsi universitari (soprattutto all’estero), fatto sta a scrivere non si impara solo attraverso le scuole. Anche, ma non necessariamente.

Ecco il punto: insieme alle tecniche (che possono essere apprese in vario modo e soprattutto con la lettura) esiste quel quid che è il talento di ciascuno, innato ma sempre affinabile.

Se oggi molti aspiranti romanzieri frequentano corsi di scrittura creativa o, in piccola parte, leggono manuali di scrittura, è vero anche che i più pensano di saper scrivere soltanto perché hanno appreso le tecniche di base (ortografia, grammatica e sintassi) all’epoca della scuola dell’obbligo, con buon pace del fatto che poi, gran parte di quelle norme, con il tempo, le hanno dimenticate.

È così che si determina il più grave degli abusi di parole commesso ogni volta che qualcuno, solo in forza dell’essere alfabetizzato, pensi di poter scrivere. Ma c’è di più, parte di tutta quell’enorme messe di manoscritti brutti, sgrammaticati o semplicemente inutili che un tempo arrivavano sulle scrivanie di lettori di case editrici pronte a cestinarli, adesso guadagnano il nuovo approdo dell’autopubblicazione. Da sempre esiste la possibilità di pagare editori o stampatori per vedere il proprio nome in copertina – e lo fece persino Marcel Proust dopo molti dolorosi rifiuti, come racconta perfettamente Mario Baudino in Il gran rifiuto (Passigli, 2009) – ma oggi le possibilità sono aumentate esponenzialmente grazie alle piattaforme on line che si occupano di mettere insieme i manoscritti, confezionare copertine (spesso orribili) e creare un sottoprodotto editoriale in formato elettronico (pronto per la vendita sui siti dedicati di ecommerce) e, su richiesta, anche cartaceo.

I casi di manoscritti passati dal self-publishing e diventati libri di successo sono davvero pochi ma basta quella manciata di casi a non far perdere le speranze e a far nascere illusioni nell’aspirante scrittore più volte rifiutato o semplicemente sognatore (quasi mai lettore). Ma ancora c’è di più: la facilità con cui, con un limitato esborso, è possibile illudersi di attingere ai famigerati quindici warholiani minuti di fama, porta i più a immaginare complotti delle case editrici, intenzionate a non rendere pubblici romanzi perfetti secondo l’autore. La domanda più ovvia che lo scrittore della domenica dovrebbe porsi sarebbe: perché mai un editore dovrebbe rinunciare a lauti introiti non dando alle stampe il capolavoro del secolo? Ma il quesito non se lo pone quasi mai nessuno, perché, come sempre, è più facile credere in fantasiosi complotti, piuttosto che ammettere le proprie inadeguatezze. Dunque il ragionamento è: se non sfondo, è per la congiura dei grandi editori. Dove detto macchinoso piano per destinare all’oblio i più grandi autori di tutti i tempi non sarebbe troppo diverso dal diabolici piani di Big Pharma per vendere vaccini (affermazione fatta senza pensare che a questa sorta di Spectre, se esistesse, converrebbe vendere rimedi contro le malattie piuttosto che vaccini per evitarle).

La verità è che scrivere è un mestiere e non il più semplice e, nella maggior parte dei casi, nemmeno il più remunerativo in termini economici. Come per tutti gli altri occorre molto studio, molta applicazione e grandi sacrifici, tutte cose che il romanziere complottista preferisce non considerare. I volumi che finiscono sugli scaffali delle librerie non sono manoscritti rilegati ma prodotti di mercato complessi, alla cui riuscita concorre un’intera filiera di professionalità fatta da editor, correttori di bozze, caporedattori, grafici, tecnici, agenti di vendita, distributori. L’autore è soltanto parte – anche se una parte importantissima – della macchina di produzione.

Ma torniamo ai danni della cattiva letteratura. Con un brutto libro non si uccide altro che il buon gusto, ovviamente. Nel breve termine, almeno, ma nel lungo si ammazza la capacità di giudicare, distinguere. Pubblicando strafalcioni, nel lungo periodo, li si renderà “lingua parlata” e si attenterà così alla bellezza di un idioma. In più, riguardo ai contenuti: scrivendo false sciatterie, alla lunga le si farà passare per verità. E tutto questo, per quanto non punibile da nessun codice penale, dovrebbe comunque essere un reato.

Abusare di un titolo, poniamo quello di medico, è gravissimo perché se non siamo dottori in medicina e chirurgia non possiamo entrare in sala operatoria e usare il bisturi su un paziente che, con il nostro folle gesto, verosimilmente, avrà danni gravissimi se non mortali. Ma abusare delle parole, dentro e fuori dai romanzi, crea ogni giorno danni meno evidenti ma non sempre meno gravi.

Così, tornando a Hugo, citato in apertura, si comprende bene come se il parlare è un abuso e il pensare un’usurpazione, scrivere, può essere facilmente entrambe le cose. (Emanuela E. Abbadessa)

 

Lettera sulle “vite storte”

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Caro amico,

ripensavo alla violenza di genere leggendo un bel libro uscito di recente per A&B. Ti propongo le mie riflessioni sul femminicidio a partire da una serie di casi dell’inizio del Novecento, raccolti con grande bravura da Nunzia Scalzo. (Il testo che leggi è stato pubblicato parzialmente sulle pagine palermitane del quotidiano “La Repubblica” il 31 marzo scorso)

Devotamente

EE

 

Vittime o carnefici, le femmine sono tutte buttane. Questo è il triste mantra di Vite storte (A&B Editrice), il prezioso libro in cui Nunzia Scalzo ha raccolto le storie di Antonietta, Emma, Filomena, Sofia, Aurelia, Assunta, Concetta, Giulia, Maria Catena e Rosa. Ad accomunarle c’è proprio quell’osceno appellativo che riempie la bocca di chi lo pronuncia, bollando la donna con un giudizio morale senza appello.

La Scalzo, tedesca di nascita ma siciliana d’adozione, laureata in filosofia ed esperta di psicologia e filosofia del diritto, da anni è grafologo forense nei tribunali italiani. Con la perizia del ricercatore attento della materia giuridica, ha messo insieme una serie agghiacciante di casi di omicidio che hanno al centro le donne vittime di violenza: donne violate nel corpo dalla follia degli uomini o annientate nell’animo, abbrutendosi al punto da divenire esse stesse assassine. Il secondo filo rosso che le lega è l’ambiente siciliano, nel quale vivono o dal quale provengono.

I fatti, tutti veri e suffragati dalle carte processuali che l’autrice cita ampiamente pur manipolando la lingua legale per convertirla a un italiano narrativo e molto scorrevole, lasciano nel lettore il rimbombo cupo dell’offesa: quel buttana, urlato nei tribunali all’indirizzo delle vittime, è la seconda condanna dopo quella che, in nome di un malinteso e perverso senso dell’onore, un uomo ha già pronunciato per loro.

Come in una sorta di Spoon River siciliana, con una tecnica già cara a Tea Ranno (scrittrice di Melilli che più volte ha rievocato la sopraffazione dell’uomo lasciando parlare direttamente le donne uccise), le voci femminili riemergono dall’oblio: tornano così in vita Ninetta Longo, la decapitata di Castelgandolfo, una giovane come tante a cui Mascalucia, il paese alle pendici dell’Etna, andava stretto mentre sognava la Capitale e il grande amore; la burrosa palermitana Emma Pinto che consegnava al diario tutta l’infelicità di un matrimonio con un uomo inadeguato; Filomena Salzillo, suora napoletana spogliatasi per amore del medico palermitano Girolamo, e la moglie stessa di quest’ultimo, uccisa con un figlio in grembo da un marito capace soltanto di giocare con le vite altrui.

Spaventoso è il duplice omicidio di Caltagirone dove, la mattina del 18 luglio 1960, un lattaio, che citofonando a casa Leone non aveva avuto risposta, allertò una delle residenti della palazzina di via Amore. Con lei scoprì un rivolo di sangue uscire da sotto la porta dell’appartamento. Lì i carabinieri intervenuti trovarono il cadavere di Rosa, uccisa dal marito Antonino insieme al figlioccio Francesco Razza che Antonino, folle di gelosia, si era convinto fosse l’amante di sua moglie.

Fedeli come Rosa Leone o adultere come Concetta Mortellaro, freddata da una serie di colpi di pistola, queste donne sono state tutte giudicate da un uomo e condannate a morte, spesso insieme ai loro amanti veri o presunti.

Ma siccome la violenza sulle donne non conosce geografie e, imperversando in ogni luogo, colpisce in ogni strato sociale, emblematica è la vicenda della contessa Giulia Trigona di Sant’Elia. La bella nobildonna condivide con Anna Karenina una triste storia, differente solo nell’epilogo: moglie del conte Romualdo ed esponente dell’alta società palermitana, era dama di corte e intima della regina Elena. La sua vita sarebbe andata aventi senza scossoni tra un ricevimento e l’altro se non avesse incontrato il barone Vincenzo Paternò del Cugno Spedaletto, tenente di cavalleria, gran seduttore e giocatore d’azzardo dall’indiscutibile fascino ma dagli orizzonti culturali ristretti. Come l’eroina russa, anche lei, folle d’amore, finì con il mostrarsi in pubblico con Vincenzo così spesso da provocare le gelosie del marito ma, per accidente, divenne vittima della gelosia parallela dell’amante che, prima di puntarsi una pistola alla tempia, la finì a coltellate, sul letto di un albergo romano, lasciando il corpo esanime in un bagno di sangue. Sopravvissuto al colpo d’arma da fuoco, al processo che lo portò all’ergastolo, l’assassino si giustificò dicendo che l’aveva sempre amata.

Colpevoli anche senza colpe per il solo fatto di essere donne, le protagoniste di questo libro somigliano troppo alle vittime di oggi, i cui nomi allungano una macabra lista in cima alla quale c’è la parola “femminicidi”.

Senza intento ideologico, senza giudicare, Nunzia Scalzo narra, sottolinea il potere della calunnia, fa luce sulle vicende umane, spoglia cioè degli orpelli ogni caso e lo riporta all’essenziale: la violenza.

A metà tra storia e cronaca nera, Vite storte, che si avvale delle belle illustrazioni di Riccardo Guardone, è un libro importante perché, tra i tanti che hanno cercato di affrontare l’argomento della violenza sulle donne, pochi sono stati capaci di mettere al centro la voce femminile e farla risuonare con la forza di cui solo chi reclama giustizia è capace.

Emanuela E. Abbadessa

Lettera sui personaggi sfortunati

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Caro amico,

abbiamo discusso spesso del vezzo di creare personaggi particolarmente sfortunati, tanto da stimolare la simpatia del lettore. Avviene spesso nel chick-lit e con esiti a volte sconfortanti. Anche gli uomini lo fanno ma, di fronte alla tua insofferenza per questo espediente, ti propongo la lettura dell’ultimo romanzo di Carlo Loforti, Malura, uscito nell’autunno scorso da Baldini e Castoldi. Vedrai che le cose non stanno esattamente come pensi tu: al di là della compartecipazione per i casi del protagonista del libro, c’è infatti molto di più.

Come anteprima, ti propongo il pezzo che scrissi per “La Repubblica” (ed. Palermo, 29 ottobre 2017).

Devotamente

EE

 

Mimmo Calò, ex cronista di calcio ironico e politicamente scorretto, con una passione viscerale per i rosaneri e una propensione per le sfincionerie in fallimento, è tornato. Esce per Baldini e Castoldi il nuovo romanzo di Carlo Loforti, Malùra, che, dopo un notevole esordio (Appalermo, appalermo! 2016), riprende le fila della vicenda del giornalista palermitano dal momento in cui questi lascia la prigione e si trova in una realtà diversa da quella sperata.

Diviso tra l’ex pronta a sposare un altro e la figlia che a quattro anni ragiona come una femme fatale, il poveretto deve fare i conti con la vita: diventa l’amante clandestino della moglie e va a vivere con il padre separato vessato dalla pimpante e tirchia madre di Calò. Tutto questo almeno fin quando, per colpa di un sedicente amico del carcere  – con una più che latente passione erotica per il cronista -, non viene coinvolto in un tourbillon di situazioni ai limiti dell’assurdo, tra Sicilia e Calabria, a bordo della Carnezzeria, la vecchia Fiat Ritmo turbodiesel dell’88, compagna di avventure giovanili.

La trama però si rivela un pretesto per indagare i vuoti e gli sconforti di un uomo solo che, da una parte, rivorrebbe l’esistenza perduta a causa di un certo talento a ficcarsi nei guai, dall’altra, sa che alla completa felicità mancherà sempre qualcosa.

Il ritmo narrativo, a un anno di distanza dal primo romanzo, si è fatto più maturo e anche la vena comica, qua e là, si è tinta di qualche amarezza. Malùra, infatti, pur conservando un’estrema gradevolezza e la capacità di fare sorridere e, spesso, ridere di cuore, è un romanzo sulle fratture insanabili e sull’amicizia vera che, se pure non può superare silenzi troppo lunghi, è comunque capace di mettere un punto e ricominciare lì dove tutto sembrava perduto.

Di quel rapporto ruvido e virile che non si nutre del continuo contatto ma delle consegne forti, sono emblema i tre improbabili passeggeri della Ritmo: Mimmo appunto, Pier Francesco (amico obliquo, scomparso nei mesi di detenzione) e il padre Pietro. È quest’ultimo a insistere affinché i due facciano pace, perché lui stesso vive il trauma di un’antica rottura con Fefé e, ora, chiede al figlio di riportarlo dal vecchio sodale per riconciliarsi.

Il romanzo diventa così una narrazione on the road e, come vuole il genere, si arricchisce di personaggi e situazioni ai limiti del paradosso. Nello stesso tempo, però, il viaggio è naturale metafora di un percorso di crescita e, sullo sfondo di una Sicilia affocata dal caldo, tra scenari mozzafiato, paesini dimenticati e realtà urbane, si fa ricerca personale sul significato della lealtà, dell’amicizia e sul senso della paternità. E se le risposte di Loforti non riescono a coprire proprio tutti i dubbi sul senso della vita, ci vanno comunque molto vicino.

Emanuela E. Abbadessa

Lettera sulla centralità della letteratura siciliana

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Cara amica,

ci ritroviamo spesso a parlare di scrittura e di scrittori. Qua e là, si sente spesso riparlare di “centralità” della letteratura siciliana. Non sempre mi trovo d’accordo con te ma ho provato a mettere insieme qualche dato e la mia analisi – che ti riporto – la puoi trovare in un mio articolo apparso sull’ultimo numero di “Notabilis” (anno VII, n. 2, marzo-aprile 2017)

Buona lettura.

Devotamente

EE

 

Un fantasma siciliano si aggira per l’Europa.

 

La certezza della loro superiorità i siciliani l’hanno sempre avuta, sarebbe inutile negarlo. Soprattutto nell’ambito della letteratura. Anche su questo indagava Matteo Collura in apertura di un volume uscito nel 2013 da Longanesi, Sicilia. La fabbrica del mito, passando poi ad analizzare come i suoi conterranei abbiano creato miti locali da tutto, persino dai fatti delittuosi.

Chiedendo a un siciliano della letteratura isolana, questi ne affermerà la grandezza assoluta e superiore a ogni altra realtà regionale italiana; citerà la scuola federiciana, Cielo d’Alcamo, Jacopo da Lentini e proseguirà lungo i secoli con Pirandello, Quasimodo, con De Roberto (partenopeo ma siciliano d’adozione si potrebbe dire) e Tomasi, Verga, Brancati, Sciascia, Consolo, Bufalino fino ad arrivare ad Andrea Camilleri, ambasciatore inarrivabile del giallo nazionale in tutto il mondo. Un atteggiamento del genere fa sì che ogni siciliano finisca col sentirsi parte di questa gloriosa tradizione, praticamente scrittore per volontà divina, per legge genetica, anche nel caso in cui non abbia mai messo su carta altro se non la lista della spesa. Di contro – e questo sottolineava Collura – interrogandosi sulla letteratura, poniamo, piemontese, non molti andranno oltre un paio di nomi pur a fronte di una non indifferente messe di autori. E Umberto Eco stesso non pare abbia mai esaltato la propria tradizione regionale o l’eccellenza dei letterati suoi conterranei. Eppure il Piemonte ha dato i natali a Pavese, Gozzano, Soldati, Faldella, Fenoglio, Primo Levi e Carlo Levi e ancora Rodari, Carlo Fruttero fino ad arrivare a Paolo Giordano, tradotto in tutto il mondo con la sua Solitudine dei numeri primi.

Altrettanto si potrebbe dire di un po’ tutte le altre regioni italiane, compresa la Toscana che con la Sicilia si contende il primato riguardo al battesimo dell’idioma nazionale.

Dalla loro parte, i siciliani hanno l’orgoglio, tratto caratteriale molto sviluppato, e non è questo il luogo per un’analisi sociologica per spiegarne le ragioni.

A confermare però l’ingombrante sicilian pride, è giunto qualche tempo fa uno studio secondo il quale tra il 2009 e il 2014 sono stati pubblicati in Italia ben 125 titoli ambientati in Sicilia (stima realizzata per difetto, si può supporre) e, per la maggior parte, scritti da autori siciliani. Il che fa immaginare una particolare attenzione dell’editoria per gli autori isolani e conseguenti lunghi periodi di “dominio siculo” delle classifiche di vendita. Così, nei fatti è grazie principalmente al prolifico Camilleri e poi a tutta una serie di altri nomi cari al grande pubblico, dalla Maraini alla Agnello Hornby, dal palermitano Alessandro D’Avenia ad Alajmo.

L’analisi, comunque, sarebbe passata quasi inosservata se Luigi Mascheroni, dalle pagine del “Giornale”, il 10 marzo scorso, non ne avesse fatto il pretesto una gustosa intervista a Salvatore Nigro sul “caso Sicilia”.

Sebbene, in questa sede, appaia riduttivo riferirsi solo agli scrittori e tenere fuori gli editori siciliani maggiori e minori, o tacere del fenomeno Sellerio che, come dichiarava tempo fa Giorgio Ficara è la casa editrice più innovativa del panorama nazionale, sarà bene ripartire dalle risposte di Nigro.

Secondo lo studioso (anche lui, per altro, gloria sicula), non è più possibile parlare di “letteratura siciliana”. Intesa come scuola o come corrente omogenea, si sarebbe infatti esaurita con Sciascia, Consolo, Bufalino e Addamo. Oggi, sempre a parere di Nigro, ci troveremmo di fronte a una linea di portata e di apertura nazionale dovuta però alla mancanza di “aggregazione” tra gli scrittori isolani di oggi.

Vale la pena di analizzare l’affermazione. In mancanza di una direzione univoca, è necessario infatti – e Nigro stesso lo fa – tracciare una mappa delle correnti alle quali i vari autori si rifanno. Secondo lui, le tre direttrici partirebbero da Pirandello, da Brancati e dal Barocco.

La prima potrebbe essere caratterizzata pirandellianamente dal motto “uno, nessuno, centomila”. Avrebbe infatti come caratteristica il fingimento, lo sdoppiamento, il gioco di specchi e delle parti. A questa, dice Nigro, afferisce il palermitano Roberto Alajmo che prova una certa insofferenza per l’elemento folcloristico locale e, attraverso storie minime, universalizza i problemi sociali.

La linea che parte da Vitaliano Brancati, va da sé, è quella erotica e di nomi più o meno eccellenti ne annovera molti: a partire da Silvana La Spina (tornata di recente in libreria con L’uomo che veniva da Messina, uscito da Giunti) fino a Giuseppina Torregrossa che mescola eros, cibo, storia e proposizioni femministe in romanzi che incontrano il favore del grande pubblico.

Il caso invece della corrente barocca è probabilmente il più interessante. Perché la costruzione estrema, curata nei minimi dettagli, infarcita di simbolismi e riferimenti colti, espressa virtuosisticamente con una lingua composita, complessa e reboante, discende, a nostro parere, dal modo stesso di esprimersi dei siciliani, capaci di fare della metafora e del gioco illusionistico la regola, e si nutre degli scenari architettonici locali. Tra gli esponenti di questa corrente Salvatore Nigro annovera Pietrangelo Buttafuoco (di recente uscito da Skira con la controversa biografia di Agostino Tassi, La notte tu mi fai impazzire); Silvana Grasso (adesso in libreria con un fortunatissimo romanzo, Solo se c’è la luna, edito da Marsilio) e Ottavio Cappellani, ammesso con riserva dallo studioso nella schiera del “barocchi” per la sua vena a tratti surreale e a tratti iperrealista. Su Cappellani (in uscita con Sicilian Comedi per la nuova etichetta milanese Sem) occorre però spendere qualche parola in più. Tra i pochi che, oltre ad aver avuto traduzioni in tutto il mondo, con la saga di Lou Sciortino, ha dato vita a una vera lingua letteraria in cui il dialetto siciliano non è solo un abusato pretesto per sporcare i testi di colore locale, il catanese intesse trame di situazioni grottesche in cui i suoi conterranei escono sconfitti dalle sferzate taglienti a una società piccina e accaparratrice, accanita sull’esigenza di mostrare piuttosto che essere. Anche quando si prova con le distopie (è il caso de L’isola prigione, edito nel 2011 da Mondadori), Cappellani racconta una terra perduta ma non immobile, nella quale però ogni possibilità di reazione è controllata dall’alto e con la connivenza di troppi. Polemista acceso, lo scrittore rappresenta una delle voci più forti del panorama isolano, sia quando si scaglia contro i politici, sia quando attacca con ogni mezzo la politica culturale locale, in mano sempre – come nei suoi romanzi – alla società che preferisce l’effettismo e i riflettori.

Trasversalmente a queste tre correnti maggiori si pone il genere. Che sia storico o giallo, può vantare sempre una tradizione illustre. Quella storica che proviene dal Tomasi del Gattopardo e dai Viceré di De Roberto; la gialla arriva da Sciascia. Alla prima si legano testi come La lunga vita di Marianna Ucria della Maraini o Minchia di re di Giacomo Pilati (approdato al grande schermo con Mariagrazia Cucinotta e con il titolo Viola di mare) e autori come Sebastiano Addamo (Il giudizio della sera) e, più recentemente, Giorgio Vasta (Il tempo materiale); la seconda ha certamente in Andrea Camilleri un unicum ma è praticata con successo anche da Santo Piazzese, Domenico Cacopardo, Gaetano Savatteri e, con grande successo di vendite, da Alessia Gazzola, freschissima autrice messinese che, con la saga dell’anatomopatologa Alice Allevi (diventata anche una fiction per Rai Uno), si muove tra il rosa e il giallo per i suoi chick-lit a base di cadaveri e autopsie.

Accanto a questi nomi, forse collateralmente alle correnti tratteggiate, si muove una composita galassia di scrittori che della Sicilia hanno conservato poco, che a volte l’hanno addirittura rinnegata ma che, senza dubbio, rappresentano bene la molteplicità di espressioni letterarie isolane. Sul versante dell’ironia smagata e intelligente, in barba a un esordio decisamente più cupo e drammatico (L’indecenza), si muove con destrezza Elvira Seminara, uscita nel 2015 da Einaudi con l’insolito e delizioso catalogo Atlante degli abiti smessi. Alla complessità dell’animo femminile fa sempre riferimento Tea Ranno, e di donne, streghe o madonne, parla Simona Lo Iacono (Le streghe di Lenzavacche). Strega per necessità è infine la protagonista del felicissimo esordio di Carmela Scotti, uscita lo scorso anno da Garzanti con L’imperfetta, una prima prova importante e già matura che, collocandosi nel filone storico, fa ben sperare per il futuro della letteratura siciliana nel mondo.

(Emanuela E. Abbadessa)

Lettera sul desiderio

università-vuota

 

Caro amico,

per parlare di desiderio, oggi, ho deciso di consegnarti un mio racconto breve apparso sulla rivista “Bibbia d’Asfalto” # 8. Perché il desiderio ha tutte le mille forme delle quali spesso abbiamo parlato.

Devotamente

EE

 

Lo studente

Ormai da anni entrava in aula senza pretendere di dare nulla e sicuro di non ricevere nulla. Ricominciava a recitare un canovaccio fatto di amori da romanzo e storie di poeti dei quali aveva parafrasato i versi dedicandoli alla lei di ieri. Ogni anno sperava fosse l’ultimo della sua carriera e ogni istante trascorso tra i volti sconosciuti, a chiedersi il perché dei loro capelli, del metallo nei lobi delle orecchie, sui nasi, sulla punta delle lingue, dei tatuaggi incomprensibili, non pensava ad altro che al momento in cui sarebbe tornato a chiudersi nella penombra domestica fatta di libri che non era stato capace di scrivere, solitari al computer e inviti da declinare.

Dal giorno in cui lei se ne era andata, stanca di quella inettitudine, lui era vissuto della sua inutilità. Uno sterile leggere e un freddo collezionare conoscenze che, come una droga, lo trattenevano dentro la solitudine.

Anche quell’anno era entrato in aula impaurito. A un certo punto dovette temere che il suo tremore fosse palese per gli studenti e, con addosso la solita maschera del distacco, sistemò la borsa sulla cattedra e cominciò la prima lezione.

Nella luce di lampade vecchie, stava parlando da qualche minuto quando cominciò a provare il disagio del sentirsi osservato, spiato quasi. Solo su un sonetto di Petrarca quella sensazione si trasformò in eccitazione e, inaspettatamente, le parole presero a fluire morbide sul tappeto dei suoi pensieri, distese sul tepore della lingua che si muoveva veloce tra alveoli e denti per articolare un’incosciente dichiarazione d’amore all’osservatore muto.Quella sera ripercorse con la mente i volti sconosciuti, passandoli in rassegna a uno a uno, per ricomporre nella memoria i tratti di qualcuno di cui ritrovare lo sguardo. La ricerca lo eccitò costringendolo a fantasticare mentre, dietro le imposte chiuse delle palpebre, si componeva un viso d’efebo.La mattina seguente, in aula, lo prese ancora il tremore. Rientrato a casa mangiò senza appetito e poi si sedette con la tazzina di caffè in mano sulla poltrona davanti al televisore spento. Si guardò intorno alla ricerca di uno sguardo. Si sentiva ancora spiato: come in un piano sequenza, avvertiva addosso uno sguardo capace di seguirlo. Scosse la testa, gli era successo anche con lei all’inizio: dopo averla vista la prima volta, aveva preso pensare ai suoi occhi capaci di pedinarlo nell’intimità dei gesti quotidiani. Come allora, alla sera, si spogliò avendo cura di levare tutti gli abiti nell’ordine giusto perché se, l’uomo nascosto dietro la cinepresa invisibile l’avesse visto, non avrebbe voluto mostrarsi ridicolo, nudo e coi calzini.Per questo, dopo qualche giorno smise di provare a intercettare il volto del giovane che lo fissava in aula. Non aveva nessuna voglia di scoprire un adolescente qualsiasi dietro la macchina da presa delle sue fantasie anestetizzate dalla noia.

 

Era nel suo studio il pomeriggio in cui sentì bussare alla porta. Senza alzare la testa dal registro che stava compilando, disse di entrare. Non sollevò il viso nemmeno al “buonasera” di una voce maschile e fu solo quando il ragazzo con gli occhi blu cominciò a parlare che lui lo guardò.

Lo studente chiedeva informazioni sul corso e lui si sentiva violato. Per pudore incrociò le braccia sul petto. Andando via, il giovane dovette prendergli la mano quasi a forza per stringergliela.

Quella notte il suo sonno fu agitato. Nel cuore della notte aprì gli occhi quasi terrorizzato. Si avvertiva uomo come quando lei divideva il suo letto. Si alzò per andare a bere e finì con l’addormentarsi seduto in poltrona, mentre fuori albeggiava. La mattina si svegliò infreddolito e umido di voglie.

 

Pallido raggiunse la cattedra e condusse una lezione insipida senza mai posare lo sguardo su nessuno dei volti presenti. Si sentiva nudo come nei sogni fatti da bambino, quando si immaginava senza vestiti in mezzo ad altri perfettamente abbigliati. Non voleva che sul suo viso si potessero leggere le ragioni impudiche del viola che, sotto il filtro delle lenti da miope, cerchiava gli occhi sempre meno acuti.

Per giorni si illuse di riuscire a esorcizzare la sua paura di se stesso. Alla fine, sconfitto, tra il sonno e la veglia, trovò il coraggio di pensarsi col ragazzo dagli occhi blu. L’affresco di corpi gli appariva terribile ma fu solo l’inizio dell’inevitabile dipingersi con lui sapendo che le fantasie non cancellavano le sue paure. Amplificava così la morbosità dell’osceno immaginandosi indifeso sotto i colpi del ragazzo, o padrone di sé, mentre con una stretta alla nuca costringeva la bocca dell’altro su di lui. Così, quasi senza rendersene conto, il suo mondo si trasformò nelle sue fantasie.

La fine dell’anno accademico lo colse impreparato. Si ritrovò solo nel suo studio a sistemare vecchie tesi piene di polvere. La porta si aprì senza che qualcuno avesse bussato. Credette fosse un collega, per questo alzò istintivamente la testa.

Il ragazzo era pallido e scarno. E mentre lui si trovava di nuovo inghiottito dal quadro coi loro corpi avvinti, l’altro chiedeva solo di una monografia su Leopardi citata durante la lezione. Lui sperò che un libro fosse un patto silenzioso ma si limitò a dettargli il nome dell’editore.

Doveva ancora avere in testa una folla di bocche e di lingue quando accompagnò alla porta il ragazzo.

Non era sicuro di averlo voluto fare davvero ma era del tutto certo che la sua mano voleva stringere la maniglia e aprire la porta per vedere lo studente sparire in fondo al lungo corridoio. Continua a crederlo anche oggi che non riesce a dimenticare il sapore acre della saliva del giovane mischiarsi alla sua.

(Emanuela E. Abbadessa)

 

Lettera sulle discriminazioni

transessualismo

Caro amico,

mi avevi detto di volerne sapere di più sul mio impegno per il riconoscimento dei diritti di tutti. Perché, ti sembra forse strano reclamare il diritto a sposarsi e avere figli o, peggio, a non essere perseguiti per le proprie scelte sessuali, se non si è gay? Io credo che ogni essere umano abbia l’obbligo di impegnarsi per l’ottenimento di pari diritti e pari doveri per tutti al di là del colore della pelle, del credo religioso, dell’orientamento politico o dell’identità sessuale. Questo è quanto, ho poco da aggiungere. Però penso sia opportuno oggi – mentre continuano ad arrivare notizie sulla persecuzione degli omosessuali – lasciarti questo mio racconto. Spero possa offrirti qualche spunto di riflessione.

Devotamente

EEA

Qualcosa di rosso, forse.

Angelo

Ricorda solo qualcosa di caldo. E qualcosa di rosso, forse.

Oppure era un color ruggine sul quale si apriva una piccola fiamma, un’ipotesi di luce. Non gli è chiaro e anche serrando le palpebre alla ricerca del bagliore di un ricordo, le immagini che si compongono sono ancora sfocate. Il caldo invece ce l’ha ben presente. Era stato un assedio di calore. Uno di quelli che non si limita ad avvolgerti ma ti entra dentro come un fiotto di miele e poi non esiste più differenza tra dentro e fuori, c’è solo il cullarsi in un liquido amniotico di piacere.

Tutto il resto lo ricorda perfettamente. Era un sabato pomeriggio come gli altri, di quelli in cui chi aveva la moto andava in città a ballare e gli altri restavano in paese a camminare su e giù lungo il corso, darsi pacche sulle spalle o, come facevano le ragazze per farsi notare, ancheggiare su tacchi troppo alti. A lui delle pacche sulle spalle non interessava niente e non sapeva ancheggiare. Non ancora. Anzi, non sapeva fare proprio nulla, allora. Andava a scuola, faceva i compiti, la domenica si lasciava trascinare alla messa e poi a comprare i pasticcini da portare a casa di nonna. Le piacevano i diplomatici e finiva sempre col buttarsi lo zucchero a velo sul vestito e arrabbiarsi con loro per averli comprati per evitare di prendersela con se stessa e con la vecchiaia che le faceva tremare le mani.

Quel sabato erano andati a trovare la zia, anche se sua madre aveva fatto il diavolo a quattro prima di uscire di casa. Era rimasta un’ora chiusa in camera con papà a discutere ma lui non ci aveva capito molto. Era una poco di buono, questo l’aveva sentito perché mamma lo ripeteva da una settimana, cioè da quando zia era tornata da Londra con i capelli troppo rossi e la gonna troppo corta.

Era bellissima zia Laura, anche questo lo ricordava chiaramente. Non somigliava affatto a sua madre, chiusa dentro abiti marroni che arrivavano fino alla caviglia, col viso incorniciato dai capelli spenti intorno a un’espressione malinconica. Anche adesso che stava per arrivare il fratellino e persino papà era diventato più gentile con lei era sempre imbronciata e si lamentava di qualcosa. Forse le madri erano fatte tutte così e le zie invece erano allegre e giravano per il mondo.

Non sapeva esattamente da quanto fossero lì ma a un certo punto sua mamma aveva posato la tazzina di caffè e lo aveva guardato malamente chiedendogli se non avesse qualcosa da fare nell’altra stanza o se non gli andasse di scendere in strada a giocare. Solo zia Laura aveva sorriso, una fila di denti dritti e bianchi si era aperta in mezzo alle labbra carnose dipinte di rosso e quel sorriso l’aveva preso per mano.

«Ti va di vedere le foto di Londra?» aveva chiesto facendolo sedere sul bordo del letto su cui aveva poggiato un plaid con la bandiera inglese.

Gli aveva messo in mano un pacchetto di istantanee col bordino bianco che incorniciavano la zia in una piazza rotonda che pareva enorme, accanto a un monumento alto come non se ne erano mai visti, davanti a un cancello in mezzo a due signori con la giubba rossa e un grosso cappello nero e peloso buono per andarci in Siberia. Fuori da lì, aveva pensato Angelo, c’erano un sacco di posti in cui lui sarebbe voluto andare. Posti a colori, pieni di gente con cappelli enormi che parlava lingue diverse dalla sua, luoghi con tanta musica e locali in cui i ragazzi bevevano da bicchieri lunghi pieni di cannucce e fumavano strane sigarette oppure facevano cortei gridando cose che non si capivano.

Aveva fissato una foto della zia con le gambe leggermente divaricate, piantate come certezze su un marciapiede londinese bagnato di pioggia, infilate in lunghi stivali bianchi e lucidi che finivano poco sotto l’orlo di un impermeabile giallo canarino. Zia Laura non era come la mamma, lei era a colori. A colori come l’Inghilterra e come tutto il mondo fuori dal paese che ad Angelo arrivava smorto e in bianco e nero attraverso lo schermo del televisore nel tinello di casa e si dissolveva in un puntino bianco al centro dello schermo scuro tutte le volte che suo padre decideva che quella era l’ora di andare a dormire. Angelo si chiedeva ogni volta se il mondo colorato che immaginava continuasse a girare anche quando al click dello stabilizzatore seguiva quel sibilo sordo e lui se ne andava a letto con la certezza che prima o poi sarebbe potuto andare dall’altra parte del puntino per scoprire cosa succedeva quando tutti i televisori si spengono. Doveva essere un posto misterioso, come quello che si apriva oltre il capolinea degli autobus, dove non c’era più il paese e forse bisognava inventarsi qualche diavoleria per passare oltre e raggiungere il mondo a colori.

Dopo aver scorso le fotografie, si era alzato ed era andato verso l’armadio. Si era guardato allo specchio sull’anta e aveva provato a imitare le espressioni di zia Laura. Aveva atteggiato il viso a un bacio ma non era abbastanza bello per essere credibile, si era detto. Allora si era avvicinato alla toletta, aveva preso un rossetto e, premendolo sul labbro inferiore, si era eccitato. Un bacio doveva essere proprio così, aveva pensato, un contatto cremoso che ti si appiccica addosso e ti colora di rosso.

Con le labbra color carminio aveva rifatto la faccia di Laura e si era scoperto molto più attraente. Era sorprendente scoprirsi bello. Per questo aveva aperto l’armadio, per cercare tutti quei misteri che rendono le donne come la zia così colorate. Dall’asta pendevano abiti rosa e bianchi; a pois, a fiori; giacche di pelle e gonne piccolissime che sembravano proprio della sua misura.

Si era tolto in fretta i calzoni di velluto a coste e aveva fatto volare le scarpe sfilandole dal tallone senza nemmeno slacciarle. Aveva agguantato un abito giallo oro e c’era entrato dentro per un’urgenza strana di cambiarsi la pelle. Poi aveva fatto un passo indietro e si era guardato allo specchio, con la testa piegata da un lato, come un uccellino. Dall’orlo della gonna venivano fuori le gambe magre coperte da una peluria scura. Si era sollevato sulle punte dei piedi e così faceva tutto un altro effetto anche se i calzini blu arrotolati sul malleolo erano proprio uno schifo. Se li era levati ma piegandosi aveva scoperto che dal vestito si vedevano scappar fuori le mutande bianche e un po’ larghe.

Reggendosi sulle punte era corso verso il comò e nel primo cassetto aveva trovato un paio di collant. Li aveva palpati tra le dita chiedendosi come fosse sentirseli addosso. Si era sfilato gli slip aveva indossato le calze così, con un po’ di difficoltà, con un gambale rigirato sulla coscia che stringeva e il sesso schiacciato sotto la maglina color carne, sul punto di diventare duro per quell’inedito contatto. Poi aveva messo i piedi dentro un paio di décolleté troppo strette e solo allora aveva capito. Si sentiva bene.

Se ne stava davanti allo specchio a fare il verso alle donne sui giornali che aveva visto dal parrucchiere le volte in cui aveva accompagnato la mamma. Fece una piroetta goffa sui tacchi alti e rise felice.

Poi fu una voce a scuoterlo. Non ebbe nemmeno il tempo di pensarci e sua madre era già nella stanza. Una parola, un accento stridulo, lei troppo vicina e poi uno schiaffo. Il rumore pieno del palmo della mano e il caldo sulla guancia insieme alla sua incapacità di vergognarsi davvero. Il labbro gonfio che pulsava e poi zia Laura.

Mentre ricorda prova a muovere le gambe ma il dolore è forte, allora cerca di sollevare la testa quando una fitta al costato gli impedisce qualsiasi movimento. I colpi sono arrivati come una sassaiola e se cercava di ripararsi il viso, i calci fendevano gli stinchi, se si piegava i pugni montavano dal basso buttandolo all’indietro. E’ rimasto in silenzio, inerme, un san Sebastiano vestito di lustrini pronto a lasciarsi oltraggiare.

Allora torna a concentrarsi sui pensieri di allora e dentro quella bolla di nulla doloroso c’è zia Laura.

«Sei pazza!» aveva gridato strappandolo dalle mani di sua sorella.

Lui era rimasto lì, fermo anche allora, con le ginocchia che tremavano sui tacchi e il viso sul seno di lei. Tra l’odore di lacca e di Chanel, con la coda dell’occhio, aveva visto qualcosa di rosso. Una ciocca di capelli stretta tra la sua guancia e la carne della zia. Ed era stato un calore profondo ad invaderlo.

Anche adesso sente un caldo liquido appiccicato al viso. Scende lungo il mento, sul collo. Cerca di aprire gli occhi e c’è qualcosa di rosso. Scuro e ferroso come una macchia di ruggine.

Oltre la nebbia delle lacrime un volto.

Giovanni

Oltre la nebbia delle lacrime guarda il volto coperto di trucco, il rossetto sbavato in una smorfia ridicola, il mascara nero a dipingere due occhiaie vistose. E’ quasi irriconoscibile dietro la ragnatela di sangue. Giovanni prova a ricordare ma gli viene in mente solo qualcosa di rosso, forse.

Era a scuola, di questo è sicuro. Era un lunedì come tutti gli altri, con i compiti fatti male la domenica sera e il sonno. Alla ricreazione era in cortile coi compagni a dividersi una sigaretta. Poi il Venchi aveva provato a sorridere ma era venuto fuori solo una sorta di ghigno pieno di denti ingialliti.

«Sapete chi c’era al Morgana sabato sera?». L’aveva detto così, come se stesse per annunciare di aver incontrato Mariangela, quella della terza B con le tette grosse e la treccia a dividergli a metà la schiena come un’autostrada puntata sui jeans troppo stretti. Poi aveva aspirato una lunga boccata, aveva guardato la brace della sigaretta allungarsi verso il filtro e aveva sposato lo sguardo su di lui. D’un tratto Giovanni si era sentito addosso gli occhi di tutti e, senza sapere perché, aveva abbassato la testa. Vedeva solo il rosso della scritta sulla maglietta del Venchi, quella con gli Iron Maiden.

«Quel frocio di tuo fratello c’era al Morgana». L’aveva detto così, ridendo con la bocca aperta, mentre un pugno lo colpiva tra le scapole facendogli sbattere il muso sulla maglietta di Venchi.

«Stai lontano, checca» gli aveva intimato quello «perché sei frocio anche tu, non è così?».

Più forte del colpo al centro della schiena, più della vergogna c’era l’offesa dell’esclusione. Perché d’improvviso tutti i silenzi, le occhiate di mamma e di papà avevano acquistato un senso. D’un tratto le domande avevano tutte una risposta e quella risposta che non aveva mai voluto darsi non gli piaceva affatto: le scuse di Angelo ogni volta che lui gli chiedeva di andare al campetto a fare due tiri; la sua reticenza quando gli domandava delle ragazze; le ore chiuso in bagno dove si rintanava in fretta rientrando alla sera; quello stupido profumo di viole che era una cosa da femmina, gliel’aveva detto mille volte di non usarlo.

Ma perché non era stato Angelo a dirglielo? Pensava fosse troppo piccolo per capire? E cosa sarebbe stato di lui adesso che tutti sapevano che suo fratello era frocio? Era una cosa contagiosa che sarebbe capitata anche a lui?

Tornando a casa, con i soldi che aveva messo da parte per il cinema, aveva deciso di comprare quei giornalini che sua madre aveva tassativamente proibito. Aveva fatto il giro largo per non andare dall’edicolante della piazza o, ci poteva giurare, quello avrebbe raccontato tutto ai suoi. Era entrato alla stazione sperando di non essere notato e, dall’espositore in basso, aveva agguantato in fretta tre riviste piene di bionde con grossi culi o grosse tette, intente a fare cose che lui non aveva mai nemmeno immaginato. Se le era nascoste sotto il giubbotto e dopo pranzo si era chiuso in camera sua a chiave. Aveva sfogliato le pagine puntando lo sguardo sulle cosce aperte, sulle labbra socchiuse, sulle curve dei corpi e quando la testa aveva cominciato a girargli per l’eccitazione, quando i calzoni avevano preso a tirargli sul cavallo, le aveva scaraventate per terra dicendosi che lui non era come Angelo, non era un finocchio. Poi aveva pianto.

Angelo e Giovanni.

Sente il caldo delle lacrime scorrergli sulle guance mentre guarda il volto di suo fratello tumefatto, il vestito strappato. Sulle ginocchia sbucciate sotto le calze smagliate sono rimasti frammenti di asfalto, tessere di mosaico nere tra la carne come macchie di un’esistenza della quale non si sarebbe mai dovuto sapere niente. Ha perso una scarpa e la gamba abbandonata sembra quella di una marionetta disarticolata. Sarebbe bello se fosse solo un fantoccio da chiudere in un armadio e nascondere al mondo. Invece Angelo è lì, davanti a lui, molesto come l’ineluttabilità.

Ha più di cinquant’anni e potrebbe sembrare una diva del cinema con le labbra tumide e le ciglia lunghe che, più che dargli un’aria volgare, lo fanno sembrare una cerbiatta impaurita come quelle dei cartoni animati che vedeva da bambino. I cosmetici, i massaggi, gli ormoni, ecco forse sono gli ormoni, pensa. Ma Giovanni in realtà non ha idea di cosa si debba fare per avere quell’aspetto: piega la testa, strizza gli occhi e prova a rintracciare sul viso di Angelo una vaga somiglianza col fratello che un tempo divideva la stanza con lui. Quando ha cominciato a diventare quella donna che lui si ostina a non voler conoscere? Quando si è rotto qualcosa in lui e tra loro?

Poi sente che un rantolo gli scuote il petto e dalla bocca viene fuori un gorgoglio di sangue e saliva. Angelo cerca di tossire ed è come se qualcuno gli afferrasse il polmone con una mano e lo stringesse con violenza. Giovanni si china su di lui, tira fuori un fazzoletto dalla tasca e gli asciuga la bocca. Lo fa senza tenerezza, come un gesto dovuto.

Aveva avuto trent’anni per tornare, si era fatto aspettare tanto a lungo e aveva deciso di farsi vedere proprio il giorno del funerale della mamma. Giovanni sentiva la nausea salirgli lungo l’esofago e voleva odiarlo. Pensava alle volte in cui lei lo chiamava e gli diceva che Angelo aveva telefonato e stava bene, salutava tutti e presto sarebbe andato a trovarli. Ma Giovanni dall’altra stanza non aveva sentito il telefono squillare. Sapeva che sarebbero passate le settimane, che ci sarebbero stati altri compleanni, altre cene di Natale senza un cenno da Angelo. Aveva visto sua madre ripiegarsi su se stessa, spegnersi lentamente sotto il peso di quello schiaffo dato un sabato pomeriggio a casa di zia Laura.

Prova ad immaginare il rumore dello schiaffo e ricorda il momento in cui zia Laura gli aveva raccontato tutto. Mentre le parole di lei lo investivano, aveva sentito sia il palmo della sua mano sia la sua guancia bruciare come se fosse stato nello stesso tempo sua madre e suo fratello, la vittima e il carnefice di quella commedia insensata in cui nessuno aveva giocato il ruolo che avrebbe voluto. Quel calore lontano era stato un’ustione capace di allargarsi su tutta la famiglia, creare un buco, un vasto cratere che nulla avrebbe più riempito.

E lui ci aveva provato, era sempre rimasto accanto alla mamma. Aveva rinunciato ad avere una vita altrove, una moglie, dei figli; lui aveva assistito il silenzio vergognato del padre, lui era stato lì a coltivare le proprie manie, i rituali minimi ma indispensabili per evitare di nutrirsi solo della miseria di una casa che Angelo aveva lasciato vuota per sempre.

Vorrebbe provare a capirlo ma tra loro c’è solo un muro di abbandono, mattoni di assenze tenuti insieme dall’impossibilità di parlare. E d’improvviso sente solo la vergogna del proprio egoismo fatto dell’incapacità di comprendere.

Si siede per terra, accanto a lui, su un rivolo di sangue. Bagna il fazzoletto di saliva come faceva la mamma quando doveva cancellargli dal viso un baffo di gelato e glielo passa sul volto.

Prima pulisce con cura il sangue, come se il gesto potesse redimerlo dall’orrore di averlo colpito. Poi, gira la stoffa alla ricerca di una parte pulita, la bagna di nuovo e la passa sulle palpebre. Larghe strisce di ombretto blu restano impresse sul cotone bianco. Strofina bene per portare via il mascara. Le ciglia finte si staccano e sembrano bruchi pelosi che getta via con orrore. Si ferma a fissarlo, gli solleva la testa e la poggia sulla sua coscia. Le lacrime che gli scendono sulle guance cadono su quelle di Angelo. Giovanni le ferma col fazzoletto e sfrega la pelle con forza per portar via tutto il fondotinta, sperando di scoprire un accenno di barba cui attaccarsi per riconoscere il fratello. Il volto liscio e glabro gli fa orrore. Ripensa a quello del vecchio sagrestano, bianco come un morto, col corpo molle che si agitava tra la navata e l’altare maggiore della chiesa del paese.

«Angelo, te lo ricordi Antonino il sagrestano?» chiede.

Il fratello prova ad aprire gli occhi e fa un cenno confuso.

«E’ morto, sai. Due anni prima di papà».

Giovanni si chiede dove fosse Angelo mentre tutto in paese continuava a scorrere lentamente e si attacca ai brandelli di realtà che conosce per far finta che sia tutto normale.

«Ci andavamo insieme in chiesa, te lo ricordi?» continua.

Parla sul silenzio assordante di lui immaginando risposte, racconta degli amici di allora, della stazione nuova e dei negozi. «Hanno messo pure la sala del bingo, sai».

Gli posa sul viso una carezza leggera e sotto la mano che trema avverte l’accenno di una peluria ispida. Con un gesto pudico gli sistema la gonna sulle gambe poi torna a guardarlo.

«Angelo, scusami» sussurra sperando di non essere sentito.

Il fratello apre gli occhi e sorride. «Laura. Io mi chiamo Laura».

(Emanuela E. Abbadessa)

Lettera sul raccontare l’amore

coppia-sesso

Cara amica,

mi chiedi spesso perché, nei miei romanzi, alla fine i protagonisti non abbiano mai un vero lieto fine, un bel matrimonio, per esempio. Avrei molto da dire per risponderti e per spiegarti cosa cerco di raccontare e non è escluso che prima o poi lo farò. Per il momento posso dirti solo che la vita non funziona come un romanzo d’amore e che l’amore stesso è troppo complicato per poterlo liquidare con un “e vissero tutti felici e contenti”. Ma se proprio vogliamo continuare a parlare d’amore, ti lascio con questo raccontino, scritto qualche tempo fa e pubblicato nella bellissima rivista “Il bradipo”. Buona lettura!

Devotamente

EEA

Arrivederci.

Lo sferragliare del vagone sulle rotaie l’avrebbe potuta cullare se non fosse stato che era sempre in ansia quando saliva sulla metropolitana. Leggeva in maniera compulsiva l’elenco delle fermate sul pannello sopra i sedili, come se sbagliare una discesa fosse una tragedia irresolubile.

Teneva la mano sulla tasca del cappotto in cui aveva messo il cellulare: un’altra sua mania quella di essere sempre reperibile e sapere immediatamente attraverso lo smartphone cosa stesse avvenendo intorno a lei. Era una cosa cominciata quand’era ancora bambina e restava per ore sola in casa aspettando che i genitori tornassero del lavoro. A volte aveva paura e di notte faceva incubi terribili in cui la casa andava a fuoco e lei non riusciva a raggiungere il telefono per poter chiamare aiuto e, se pure riusciva ad arrivarci e alzare la cornetta, le dita le restavano incastrate nel disco bucato del vecchio apparecchio grigio della sip.

Alla stazione centrale mancavano ancora quattro aperture delle porte quando sentì la vibrazione attraverso la stoffa del paltò. Controllò velocemente il nome della sosta successiva per essere sicura di farcela e col battito cardiaco leggermente accelerato tirò fuori il telefono. Era un’email appena arrivata nella sua casella di posta. Era un’email di lui. Il cuore aveva invaso il petto e picchiava così forte da coprire il voci intorno a lei, il rumore del treno e lo stridio dei freni.

Sapeva che quello del giugno precedente era stato solo un arrivederci, infatti lui era tornato. Non aveva bisogno di leggere altro: lui aveva capito ed era tornato a lei. Era lì, presente, col suo nome nel mittente sul quale lei continuava a passare il dito badando però a non schiacciare abbastanza per aprire la schermata. Non voleva affidare parole importanti come una richiesta di perdono a una lettura frettolosa, preparandosi a scendere, col trolley in una mano, la borsa a tracollo stretta sotto l’ascella per la paura dei ladri e il cellulare nell’altra.

Poi la gomitata di una vicina carica di buste e il polpastrello, impercettibilmente si fermò sul nome. Gli occhi, non volendolo, andarono veloci sulle righe cercando un “ho sbagliato” che non c’era. Fu allora che parole, punti, virgole e spazi vuoti cominciarono a girarle intorno così velocemente da darle la nausea mentre la voce metallica annunciava che Milano Centrale era ormai ineluttabilmente passata.

Chiuse l’email per paura che la testa le potesse scoppiare se avesse continuato a fissarla e aprì whatsapp. Un messaggio veloce: sono qui, vengo? Una risposta veloce: ti aspetto.

Lui era l’amico di sempre. Anzi no, un amico obliquo, aspro. Uno di quelli che non senti spesso, che non chiami per le feste e a cui non chiedi mai come stia perché se stesse male sarebbe lui a chiamare te. O forse no, ma non importava, perché anche lui faceva altrettanto con Laura: non la cercava spesso e pensava che sarebbe stata lei a farlo se l’avesse voluto. Era come una specie di pudore dei sentimenti, si disse fissando la sua risposta.

Controllò per l’ennesima volta la fermata e scese a quella nei pressi di casa di lui. Forse avrebbe potuto scegliere la successiva, sarebbe stata più vicina, ma l’ansia l’aveva sopraffatta.

Citofono numero 3, continuava a ripetere pur sapendo che quel numero era difficile da dimenticare. E poi avrebbe potuto comunque controllare nella rubrica dove appuntava sempre ogni informazione sui suoi contatti. E nella mente la parola citofono perse significato: era solo sillabe che usava per cadenzare i passi sui tacchi troppo alti.

Guido aprì la porta, dentro la solita tuta grigia, sformata sulle ginocchia e larga sui piedi scalzi, dentro il sorriso sghembo di sempre che aveva messo in fuga prima Barbara e poi Anna, incapaci di leggerci quella stessa ipotesi di tenerezza a lei così chiara.

Tra lei e Guido era sempre un bacio imbarazzato all’inizio, per l’incapacità di entrambi di rendere usuale il contatto fisico. Lo sfiorarsi frettoloso e le frasi quasi di circostanza togliendosi il cappotto erano sempre le stesse e solo quando si sedettero in cucina lui finalmente la guardò negli occhi.

«Acqua o vino?» provò a chiedere.

Poi fu un gesto della testa di Laura a rispondere. O forse fu quel modo che lei aveva di piegare un angolo della bocca sul quale quasi un anno prima lui aveva posato il primo di molti baci, quando lei era corsa lì piangendo e lui, per paura di dirsi che non sopportava il suo dolore, aveva finto di volerla come un’altra qualsiasi. Guido aprì la bottiglia di vino comprata per gli amici che aspettava per cena e pensò di dover scendere all’enoteca a prenderne un’altra quando Laura fosse andata via. Le mise il calice pieno davanti e la bottiglia tra loro, il solito nume tutelare per assolverli dalle responsabilità quando fossero caduti dentro le lenzuola.

Posò una presa di tabacco dentro la cartina e la arrotolò.

«Allora?»

Le parole dell’email di Massimo che avevano girato in modo insensato intorno alla testa di Laura dentro il vagone della metropolitana, le vennero sulla lingua una dopo l’altra, in ordine perfetto, con tutti i punti e le virgole a sancire l’addio e con gli spazi vuoti pieni di disprezzo.

E Guido non seppe cosa dire. Avrebbe potuto allungare una mano e prendere quella di lei ma stava fumando e gli parve una buona ragione per non farlo.

«Lascia perdere» riuscì ad articolare soffiando il fumo verso il soffitto.

«Sì, certo» rispose Laura scuotendo la testa e provando ad abbarbicarsi alla banalità di quelle frasi per non dover scavare dentro le parole abbastanza in fondo da trovarci significati.

La storia Guido la conosceva bene. Sapeva la passione di mesi senza che lei gliel’avesse raccontata: immaginava ogni dolore di lui e ogni gesto di lei per medicare inutilmente le sue ferite. Anche se Laura non l’aveva mai detto, vedeva le lacrime e poteva sospettare il modo in cui lei aveva dovuto asciugarle a forza di pelle e di mani, di lingua e di occhi.

«È uno stronzo».

«Sì, certo».

Altre banalità da impilare una sull’altra sperando nel vino capace di rompere i gusci dentro i quali se ne stavano chiusi per non urlarsi i pensieri tanto forte da capirli, alla fine.

Guidò schiacciò la cicca nel portacenere e, quasi meccanicamente, lei svuotò il bicchiere e prese il pacchetto di Camel per accendere una sigaretta ed evitare alla nebbia di non detti di diradarsi.

La guardava fumare a testa bassa e, per un istante, il controllo della ragione si offuscò in un sorso di gewürztraminer.

«Tutti sono capaci di dire ti amo» disse lui senza pensarci.

«Non tutti» gli rispose ruotando la bottiglia per leggere l’etichetta.

«Ma pochi sanno dire gewürztraminer» sorrise Guido citando a caso un’idiozia letta su un social.

Una risata breve coprì il verbo amare che forse nessuno dei due aveva mai pronunciato prima di allora in quella stanza.

Laura si alzò e andò verso la finestra per appoggiare la punta del naso al vetro gelato.

Milano fuori era pallida e bella come le cose caduche e i suoi fianchi scendevano troppo molli quando Guido la raggiunse per sentire il suo calore. Una macchia densa di vapore aveva imbiancato il vetro davanti alla sua bocca e lui volle vederci le labbra per sapere che erano vere. Per questo la spinse contro la finestra sollevandole la gonna. Non si chiedeva se la desiderava davvero: lei così madre da togliere il fiato alle certezze, ma era sicuro che sei mai fosse stato capace di farsi asciugare anche lui le lacrime dall’anima, dopo, a Laura, non avrebbe saputo rinunciare.

Per questo occorreva non dirle il male che gli faceva vederla triste o arrabbiata. Bisognava tacerle l’assenza di una donna che giri spettinata per casa con addosso una maglietta larga come quella indossata da lei una volta, al mattino, dopo la sola notte in cui era riuscito a chiederle di non andare via. Non poteva rivelarle che dentro il silenzio avrebbe voluto saper inanellare parole capaci di scenderle addosso più forti delle sue mani.

Quando le strinse la vita e la girò su se stessa, l’impronta delle labbra sul vetro era un cuore gelido che il calore avrebbe dissolto. La afferrò per un polso e la trascinò sul divano prima di avere il tempo di potersene pentire.

E prima che Laura potesse dire qualcosa, le chiuse la bocca con la lingua e strizzò gli occhi per scacciare la sua immagine intenta a muoversi in quella casa con la stessa naturalezza che aveva avuto dentro una maglietta scolorita con scritto “Ibiza” sul petto.

A loro piaceva guardarsi negli occhi e ridere mentre i corpi andavano avanti da soli. Anche quello era un modo per proteggersi dal rischio di un vezzeggiativo inopportuno o di una dichiarazione d’affetto sfuggita al controllo della ragione.

Ma poi, alla fine, si ritrovavano ancora umidi e abbracciati e, per quanto Laura ricordasse, erano i soli momenti in cui Guido sembrava conoscere una tenerezza meno scontrosa.

«A te come va?» gli chiese tornando dalla cucina con due sigarette accese e il portacenere in mano.

«Così».

Ritrovò il rifugio della testa nell’incavo della sua spalla mentre dal pc veniva fuori qualcosa che sembrava un vecchio rock.

«Il lavoro?»

«È tutto così difficile e io non ho più voglia».

Nelle settimane precedenti, parlando col padrone di casa per il contratto e fissando appuntamenti con le ditte di traslochi non si era mai fermato a pensare di doverla avvertire. Si chiese cosa avrebbe fatto se lei non fosse andata lì quella mattina: l’avrebbe salutata con un sms, forse? E non trovando una risposta disse la sola cosa che gli parve inevitabile.

«Vado via».

Non era una vacanza e non stava annunciando un trasferimento in campagna, Laura lo sapeva e frenò i muscoli che volevano farla balzare in piedi per protestare e dire di no, buttargli le braccia al collo e pregarlo di restare perché lei da sola non ce l’avrebbe fatta. Ma spense la sigaretta e si strinse impercettibilmente di più contro Guido sperando significasse qualcosa.

«Tra due mesi mi trasferisco in Canada. Mi hanno fatto una buona offerta.»

«Fa un freddo cane» osservò mentre si sentiva gelare.

«Penso di sì» fece Guido pensando alla pelle di lei troppo calda.

Poi tacquero.

«Vuoi farti una doccia?»

«No, vado via, ho il treno» gli rispose per tacere il bisogno di lasciarsi sulla pelle l’umore di lui.

Il vagone era vuoto quando si sedette e scartò la piadina fredda presa al volo al bar della stazione. Le facevano sempre troppo salate, pensò guardando la bottiglietta di minerale che veniva fuori dalla borsa.

“Allora, ciao”, le aveva detto aprendo la porta e Laura, per non doverlo baciare ancora una volta, aveva piegato la testa: “scappo, ci sarà già il taxi sotto”.

Finì di mangiare con calma e, poco dopo Rogoredo, prese il cellulare.

Voleva scrivere solo un grazie ma poi le parole vennero fuori da sole. E scrisse tutto. Le lacrime fermate quella notte e la maglietta di Ibiza dentro cui si era sentita più bella. In quel messaggio mise i baci e le carezze, spiegò che il vino non era mai stato abbastanza per non farle capire quanto lui fosse importante e riempì i mesi di silenzio con i pensieri che aveva avuto per lui. E poi mise un grazie.

Poco prima di Pavia il telefonò vibrò e lei lesse una risposta non abbastanza veloce da riuscire a nascondere pudori e paure.

Ci appuntò sotto una faccina sorridente e seppe che il suo “ciao” distratto sulla porta di casa non era stato un addio.

(Emanuela E. Abbadessa)

La Scala d’oro

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Ero una bambina inappetente. Mangiare mi provocava proprio una noia mortale, ritenevo il masticare un’attività laboriosissima che infatti praticavo per ore intere, ruminando minuscoli pezzetti di carne incapaci di dissolversi e finire nel mio esofago.

Spesso, a causa degli orari di lavoro dei miei genitori, pranzavo a casa della nonna Ersilia che, per riuscire a darmi un minimo di nutrimento, non sapeva più cosa inventare. Mi rendo conto oggi del fatto che quella donna possedeva una pazienza praticamente illimitata di fronte alle mie mandibole. Raramente e solo dopo molte ore rinunciava all’impresa, quando io, risolutamente, vedendo l’ultimo pezzetto di cibo nel piatto, scuotevo la testa e, recisamente, affermavo di non volerne più. Solo allora la nonna chiamava mia cugina Rossella e le chiedeva di mangiare lei “il boccone del povero”, così definiva quell’ultimo insignificante rimasuglio di carne. Perché a casa mia, il cibo, non si buttava. Allora Rossella, che era più grande di me, mi guardava e, per farmi arrabbiare, chiedeva: «L’hai buttato dalla bocca?» Quella domanda mi mandava su tutte le furie mentre nonna Ersilia rideva di me. Perché in quella casa, la buona educazione era la regola assoluta, per questo mia cugina non pronunciava il verbo “sputare” – che nonna avrebbe certamente trovato molto volgare – e io stessa, per quanto affetta dall’inappetenza, restavo composta a tavola dove, diceva la nonna, si riconosceva il gentiluomo.

La cosa che a nonna Ersilia sembrava più efficace per “aprirmi l’appetito” era la lettura delle fiabe tratte dai bellissimi libri della “Scala d’oro”, una collana della Utet con cui sono cresciuta e, prima di me, è cresciuto il mio papà.

La nonna andava davanti alla grande libreria dello studio, prendeva un volume, lo apriva sul tavolo e poi cominciava a leggere una storia per distrarmi dall’odioso compito della masticazione.

Ricordo come la sua voce mi portasse in mondi fantastici dove Renard la volpe fissava salami e prosciutti appesi alle travi di un magazzino. Sognavo di poter volare su una palla di cannone come il Barone di Münchhausen e pensavo che leggere fosse davvero la chiave per uscire dalla mia vita e vivere le vite di personaggi straordinari.

Se poi sono diventata una lettrice penso di doverlo alla nonna Ersilia. E un po’ anche al mio scarso appetito.

Emanuela E. Abbadessa