Nata per essere selvaggia

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Era una di quelle calde estati catanesi che odorano di salsedine e di frutta matura.

Non avevo ancora diciotto anni e un amico di mio cugino, Antonio, mi aveva invitata al cinema. Il film l’avevo scelto io: Easy Rider, perché allora sognavo un superficiale modello di libertà di seconda mano, fatto di camice indiane, gonne a fiori leggere e orecchini con le piume. Così bardata secondo canoni sorpassati ormai da una decina d’anni, salii sulla sua auto.

Mi piaceva uscire con lui perché mi faceva sentire adulta. Non mi trattava da bambina come facevano gli altri protettivi ragazzi della comitiva ma, anche se non me ne avvedevo, anche Antonio badava a tenermi da conto, quasi fossi una cosa preziosa.

Arrivammo all’imbrunire all’Arena delle Rose, poco distante dal centro cittadino. Era un bel cinema all’aperto con un’enorme cascata di gelsomini che inondava di profumo tutto il piazzale in cui le vecchie sedie di ferro, grasse dalle tanti mani di vernice, si susseguivano sbilenche in file parallele.

Muovevo a ritmo il piede calzato un una scarpetta indiana e, guardando le immagini che scorrevano sul muro imbiancato a calce, sognavo di essere anche io nata per essere selvaggia.

Così, negli anni, il mio ricordo di quella proiezione ha sempre avuto soltanto il sapore della libertà, lo stupore lisergico della fuga dalla società, il calore dell’accoglienza gratuita del viandante. Dalla mia mente il tempo aveva sbiadito l’orrore del giudizio contro chi decide di essere diverso e, insieme a esso, anche quello della morte.

Ieri sera sono andata al cinema a vedere l’edizione restaurata di Easy Rider. Antonio non c’è più, strappato scioccamente alla vita da un incidente; io non indosso più abiti di garza leggera e sonagli alle caviglie; non ho mai attraversato gli Stati Uniti in moto come avevo sognato e, probabilmente, non lo farò mai. Dormire sotto le stelle accanto a un fuoco oggi mi farebbe paura mentre, nella follia della mia adolescenza, mi sembrava la sola via possibile alla libertà.

Davanti alle immagini, ieri, mi è apparsa tutta l’atrocità di una società conformista, razzista e omofoba che gli anni avevano rimosso. Forse lungo il cuore mi è scesa una lacrima e, preparando la cena, ho canticchiato Born to be wild.

 

Emanuela E. Abbadessa

La luna per me aveva gli occhiali

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Abitavamo un appartamento piuttosto grande, tagliato a metà da un corridoio. Si trovava all’ultimo piano di un palazzo e, dal tetto, assorbiva una quantità enorme di calore. Per colmo di disgrazia in una regione torrida come la Sicilia, la metà delle stanze erano esposte a ponente, l’altra metà a levante. In questo modo, a parte il caldo che penetrava dal soffitto, da una parte avevamo il sole dall’alba fino a metà giornata e dall’altra, da metà giornata fino al tramonto.

Il televisore, uno di quei mastodonti dai contorni arrotondati da cui veniva fuori il nasone del tubo catodico e delle manopole grosse come tazze da tè, si trovava in soggiorno, cioè a ponente, poggiato sulle gambe secche di un carrello marroncino col ripiano di vetro (negli anni Sessanta esisteva un fiorentissimo mercato di carelli per televisori).

Per l’occasione, quel giorno, l’apparecchio era stato spostato nella mia stanzetta, tra una lavagnetta su cui pasticciavo coi gessetti e l’armadio colmo di vestitini con ricami a nido d’ape sul corsetto e maniche a palloncino. Alla sera, la mia era la stanza più fresca della casa. Per arginare la calura e stare più comodi, papà aveva anche sistemato tre sdraio prese dallo sgabuzzino, di quelle che usavamo per le gite al mare.

Alle 19 del 20 luglio 1969, papà e nonna Ersilia erano già nelle loro postazioni e, ventotto minuti dopo papà gridò eccitato: «Marisa, vieni. Ci siamo!»

La mamma corse lasciando i fornelli (per una che considerava un’ottima occasione per cucinare qualsiasi cosa, quella doveva essere l’Occasione per eccellenza) e, asciugandosi le mani in uno strofinaccio, prese posto anche lei. Io me ne stavo seduta sul mio lettino, incuriosita da tutte quelle novità.

Col passare delle ore, nonostante mio padre, di tanto in tanto, si girasse per dirmi quanto fosse storico quel giorno, a me cominciò a salire una certa noia. Sullo schermo della tivvù non c’erano che tizi sconosciuti che parlavano, uno con l’accento strano in collegamento da Houston e immagini sbiadite che arrivavano da chissà dove. Coglievo qualche parola: Apollo, Columbia, Armstrong… mi suonavano vagamente affascinanti ma non abbastanza da chiamare qualche mia bambola Columbia o da giocare un domani a Neil e Buzz.

Così, alla fine, crollai addormentata.

Nel cuore della notte (o tale a me parve), papà mi venne a svegliare. Era consapevole che, per quanto fossi piccola, a quel momento storico avrei dovuto assistere.

Aprii gli occhi e non vidi quasi nulla. In televisione c’era un tipo biondo con grossi occhiali quadrati che sembravano due schermi televisivi che gridava anche lui. «Ormai a 25 metri dal suolo…» e nonna disse «Maria Santissima!»

Poi fu un crescere di eccitazione e mentre io continuavo a non capire quasi nulla, il signore con gli occhiali quadrati sembrava aver vinto un terno al lotto e diceva: «Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!»

Solo dopo avrei saputo che gli uomini nello spazio, in quel momento esatto, si trovavano ancora a cento piedi dal suolo lunare. Io però avevo sgranato gli occhi, stupita dall’euforia nello studio televisivo e nella mia stanzetta, e compresi allora che la luna era bionda, portava gli occhiali e aveva la faccia di Tito Stagno del quale, senza por tempo in mezzo, mi innamorai follemente.

Di lì a due settimane avrei compiuto 5 anni.

Emanuela E. Abbadessa

Il carretto siciliano

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“Che bel mestiere fare il carrettiere” canta compare Alfio poco prima che si compia il dramma della gelosia. E’ Cavalleria rusticana e come i suoi personaggi hanno fissato nel tempo modelli sanguigni e feroci così il carretto siciliano è finito con loro tra il folklore siculo demodè. Si vede sulle scatole delle paste di mandorla e a volte sulle copertine di libri che parlano di Sicilia, come in Sicilia, o cara di Giuseppe Culicchia.

Un giorno, per caso, il carretto siciliano per me diventò altro. Mi avevano invitata a presentare un mio libro ad Aci Sant’Antonio. Come sempre ero arrivata con molto anticipo e questo mi diede la possibilità di scoprire un mondo a me sconoscito. Seppi così che il carretto è molto di più di quanto pensassi. Oggi lo credo e a crederlo mi insegnò l’intero paese che, non a caso, si vantava di essere “la Maranello del carretto”, a dirlo erano il sindaco Santo Caruso, l’assessore Maria Grazia Leone e la Provincia di Catania.

Fuori dai soliti itinerari che portano i turisti a Taormina o tra le vestigia greche, il paese offre vari spunti d’interesse. In fondo a via Vittorio Emanuele, lì dove sorge palazzo Riggio-Carcaci che fu set di Un bellissimo novembre, il film con la Lollobrigida che Mauro Bolognini trasse dal romanzo omonimo di Ercole Patti, si trova il Museo del carretto.

Varcare il portone di questa coraggiosa istituzione nata nel luglio 2014 vuol dire liberarsi dagli stereotipi legati appunto al carretto siciliano da sempre considerato mero elemento di colore locale.

Animato dall’Associazione amici del carretto, da Gaetano Di Guardo e Salvo Nicolosi, il museo, allestito dal liceo artistico Lazzaro con criteri espositivi moderni, è uno scrigno di bellezze che i due custodi, allievi dell’ultracentenario Domenico Di Mauro, schiudono ai visitatori. Il viaggio nel tempo si snoda tra tecnica costruttiva, decorazione, paramenti e pitture per quasi 600 mq. che ospitano veicoli del catanese e del palermitano. Dai primi più spartani, databili tra il 1883 e il 1885, per passare a quelli a tema religioso dove campeggia San Giorgio a protezione degli attacchi dei briganti. E’ con la diffusione dell’opera dei pupi che i committenti richiedono invece momenti delle gesta di Orlando e Rinaldo, fino al dilagare dell’opera lirica che riempie i masciddari di Turiddu, Lola, Santuzza e di scene tratte dai melodrammi di Verdi e Puccini.

Nella fissità naïf delle decorazioni si nasconde un’arte antica che Nicolosi e Di Guardo tengono viva nel laboratorio interno al museo in cui lavorano e organizzano stage con quei giovani capaci di rivolgersi al passato per interpretare il presente.

 

Emanuela E. Abbadessa

Il balcone fiorito

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«L’hai presa da nonno Gino questa passione. Quando traslocammo da Palermo a Messina, ci volle un camion solo per portar via le piante.»

Così mi disse mio padre, uscendo sul balcone della mia casa in Liguria e vedendo la quantità di vasi con cui lo avevo riempito.

Ci ripenso oggi, scorrendo sullo schermo del computer immagini di terrazzi fioriti, cocci con cactacee puntute e quasi minacciose, muri su cui si arrampicano irregolari bouganville o gelsomini e rose che si aprono regali alla luce. Se chiudo gli occhi mi sembra di poterne sentire il profumo; se allungo una mano, avverto la frescura del verde appena picchiettato di brina. Ma se li riapro, trovo il mio incenso che cade florido da un vaso pensile, le petunie bianche e le ortensie grasse di fiori rosa, i gerani pudichi tra le cui foglie di velluto svettano mazzetti rossi senza odore e l’edera che si contorce contro una spalliera.

Vorrei poter tornare in Sicilia per ospitare sul mio balcone un ibisco giallo e orgoglioso di un pistillo gonfio. Accanto, ci sotterrerei il nocciolo della prima nespola di stagione, e aspetterei di vedere il germoglio sbucare dalla terra e diventare una pianticella che non sarà mai un albero.

A volte, mi manca il sole caldo della mia terra, che mi sembra possa dare un colore più intenso a ogni fiore, mi manca il ronzare degli insetti con le ali traslucide e il poter uscire in strada e scoprire ammirata la natura che, in città, si fa spazio in mezzo al cemento.

Quando vado in Sicilia mi incanto tra le teorie di ringhiere dalle quali si riversano fiori e foglie. Ho sempre ammirato i luoghi in cui esiste una cultura della pianta ornamentale, quei posti in cui il bello è qualcosa da sovrapporre alle architetture e va accudito con amore, con acqua, fertilizzanti e potature.

Mi piace il bello che si fa strada tra le rocce e prende la forma piatta delle pale di ficodindia lungo le quali, come corone, si ingrossano i frutti rossi con la buccia punteggiata di rosette di spine.

E quando mi scopro a pensare a tutto quello che ho lasciato e la nostalgia comincia a mordere l’anima, taccio, mi chino a strappare una foglia ingiallita e scopro che la natura, capace di cullare e guarire, in fondo, a qualsiasi latitudine, è la mia vera casa.

Emanuela E. Abbadessa

Lettera sulle devozioni a distanza

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Caro amico,

questi sono i giorni in cui Catania, la mia città, festeggia la sua patrona. Ho già scritto della festa e dei suoi sensi. Adesso vorrei raccontarti com’è  per me che sono lontana dalla Sicilia.

Devotamente

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Ero ancora una bambina quando, preparando dolci insieme alla nonna Ersilia, conobbi Agata. La sua immagine prendeva vita nelle parole di un cunto. Era un racconto che, negli anni, avrei ascoltato ancora tante altre volte, sempre uguale a se stesso, pronto a ripetersi con la stessa ineluttabilità di un rito. Perché i riti questo devono fare: tornare con rassicurante uniformità per tenere in vita la magia dell’incredibile e renderlo quasi reale e plausibile.

Per molto tempo, la festa di Sant’Agata ha rappresentato per me un segno rosso sul calendario, come uno spartiacque, a indicare i giorni del grande freddo – anche quello della violenza dei potenti – che, investito dalla luce della Santuzza, degradava poi verso la primavera tiepida di profumi, così come la dolcezza della ricotta setacciata dalla nonna per riempire le cassatelle, stemperava l’orrore di un martirio di sangue, di fuoco e di mammelle amputate.

Da adulta, ho abitato in via Vittorio Emanuele e, dai balconi del primo piano, mi pareva quasi di poterla toccare la “vara” che portava in giro per la città ‘a Picciridda vestita di gemme preziose e di fiori. Allora, altri riti si sovrapposero a quelli antichi per ricordarmi Agata, la giovane combattente vittoriosa che oggi, lontana dalla mia terra, resta un exemplum da spiare nelle fotografie di quei giorni, ma anche un luogo dell’anima dentro il quale rievocare con la memoria le nostalgie e i riti alterni della mia di esistenza.

La tecnologia, poi, nel chiarore dei pixel sullo schermo di un computer, concede a me, come a tutti i devoti lontani da Catania, la possibilità di far vivere virtualmente la magia dei tre giorni di festa. Così, anche quest’anno, potrò seguire dalla Liguria il cammino della Santa lungo le vie cittadine, fino al Borgo, dove impaurita, con la manina stretta in quella della nonna, un tempo, mi facevo abbagliare dai fuochi colorati esplosi nel cielo. Vedrò ancora il fercolo e le candelore in corsa sulla salita di Sangiuliano; vedrò i cittadini bianchi che urlano il loro amore per la martire, affidando alla cera la promessa di un voto da mantenere o il ringraziamento per una grazia ricevuta.

Un po’ come mi capita con le serie tv, la festa mi piace seguirla sui social network. Mi piace spiare le frasi, le fotografie colte al volo e i video un po’ mossi girati coi telefonini dagli amici che, a volte, pensandomi, mi segnalano i loro post per farmi sentire un po’ in mezzo a loro. Risento l’odore della “càlia arrustuta”, rivedo il fumo della carne sui bracieri e alle orecchie mi tornano i rumori di Catania.

Ma se pure non avessi un computer, se anche non seguissi i tweet di quanti mi informano sui momenti cruciali della festa, ci sarebbe sempre qualcosa a cui, da lontano, non potrei mai rinunciare: svegliarmi al mattino, guardare l’immagine di Agata con lo sguardo rivolto al cielo, nell’ovale argentato del medaglione appeso nella mia camera da letto e chiamare i miei genitori per racchiudere nelle poche parole che ripeto ogni anno, l’intero senso del rito. Per questo, anche quest’anno, il 6 febbraio li chiamerò e domanderò: “a che ora s’arricugghiu ‘a Santuzza?” (Emanuela E. Abbadessa)

(articolo apparso su “La Repubblica”, ed. Palermo, 3 febbraio 2017)

La Scala d’oro

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Ero una bambina inappetente. Mangiare mi provocava proprio una noia mortale, ritenevo il masticare un’attività laboriosissima che infatti praticavo per ore intere, ruminando minuscoli pezzetti di carne incapaci di dissolversi e finire nel mio esofago.

Spesso, a causa degli orari di lavoro dei miei genitori, pranzavo a casa della nonna Ersilia che, per riuscire a darmi un minimo di nutrimento, non sapeva più cosa inventare. Mi rendo conto oggi del fatto che quella donna possedeva una pazienza praticamente illimitata di fronte alle mie mandibole. Raramente e solo dopo molte ore rinunciava all’impresa, quando io, risolutamente, vedendo l’ultimo pezzetto di cibo nel piatto, scuotevo la testa e, recisamente, affermavo di non volerne più. Solo allora la nonna chiamava mia cugina Rossella e le chiedeva di mangiare lei “il boccone del povero”, così definiva quell’ultimo insignificante rimasuglio di carne. Perché a casa mia, il cibo, non si buttava. Allora Rossella, che era più grande di me, mi guardava e, per farmi arrabbiare, chiedeva: «L’hai buttato dalla bocca?» Quella domanda mi mandava su tutte le furie mentre nonna Ersilia rideva di me. Perché in quella casa, la buona educazione era la regola assoluta, per questo mia cugina non pronunciava il verbo “sputare” – che nonna avrebbe certamente trovato molto volgare – e io stessa, per quanto affetta dall’inappetenza, restavo composta a tavola dove, diceva la nonna, si riconosceva il gentiluomo.

La cosa che a nonna Ersilia sembrava più efficace per “aprirmi l’appetito” era la lettura delle fiabe tratte dai bellissimi libri della “Scala d’oro”, una collana della Utet con cui sono cresciuta e, prima di me, è cresciuto il mio papà.

La nonna andava davanti alla grande libreria dello studio, prendeva un volume, lo apriva sul tavolo e poi cominciava a leggere una storia per distrarmi dall’odioso compito della masticazione.

Ricordo come la sua voce mi portasse in mondi fantastici dove Renard la volpe fissava salami e prosciutti appesi alle travi di un magazzino. Sognavo di poter volare su una palla di cannone come il Barone di Münchhausen e pensavo che leggere fosse davvero la chiave per uscire dalla mia vita e vivere le vite di personaggi straordinari.

Se poi sono diventata una lettrice penso di doverlo alla nonna Ersilia. E un po’ anche al mio scarso appetito.

Emanuela E. Abbadessa

I Morti

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Era un novembre di molti anni fa. Con mamma e papà abitavamo ancora all’ultimo piano di una casa impossibile da riscaldare, con volte alte ed enormi stanze poco arredate.

A me quel mese che non era ancora inverno era sempre piaciuto perché portava con sé i Morti.

Papà mi aveva ben spiegato che in Sicilia, i Morti restano accanto alle persone che amano e, una volta l’anno, hanno la possibilità di scendere tra noi e portarci regali per farci sentire il loro affetto.

Ricordo perfettamente quanto trovassi rassicurante l’essere una bambina siciliana: l’idea che esseri invisibili potessero starmi vicini un po’ come i miei amici immaginari, riempiva la mia vita di magia. Doveva essere un bel guaio per i bambini milanesi che non incontrano mai i loro Morti, mi dicevo.

Il giorno preposto all’arrivo dei Morti era la notte precedente la loro commemorazione. Già dal pomeriggio era un continuo di raccomandazioni fatte a mezza voce, per non farsi sentire dai Morti, ovviamente.

«Oggi si va a letto presto», diceva mamma che essendo romana, quella strana tradizione considerata macabra fuori dalla Sicilia, l’aveva imparata da poco.

«E dovrai addormentarti subito e se ti sveglierai non dovrai aprire gli occhi», aggiungeva papà «o i Morti non ti lasceranno i regali».

A me bastavano già queste frasi per capire che quanto sarebbe avvenuto a casa mia era un vero e proprio incantesimo. E gli incantesimi, si sa, sono cose da prendere molto seriamente.

Così, consumavo in fretta la cena, e mi lasciavo rimboccare le coperte da mamma, certa che il mattino dopo avrei trovato una bella sorpresa arrivata direttamente dall’aldilà.

Da bambina, però, di Morti non ne avevo in effetti, perché non conoscevo nessuno che fosse morto anche se sapevo che la vita non era eterna e che, presto o tardi, si sarebbe portata via le persone che amavo. A volte pensavo con dolore che questo sarebbe accaduto anche ai miei nonni e poi ai miei genitori, ma subito mi consolava il fatto che, almeno una volta l’anno, loro sarebbero tutti tornati da me lasciandomi dolci e regali per farmi capire di esserci sempre stati.

Nell’assenza di defunti, la nonna Ersilia e i miei genitori, si impegnavano a confezionare per me un morto che da vivo non avevo potuto incontrare ma del quale volevano potessi conservare per sempre l’immagine. Provo a pensare solo oggi con che animo dovessero impegnarsi a raccontarmi storie dolcissime o divertenti di nonno Gino, il padre che mio papà aveva perduto così presto da rischiare di averne un ricordo del tutto sbiadito dagli anni. E così, per prepararmi all’arrivo dei Morti, c’erano racconti di nonno Gino che durante la guerra faceva le scarpe con il cartone. Nonno Gino che intagliava mobiletti di legno per fare giocare i figli. E ancora nonno Gino che curava le piante e quando cambiavano casa occorreva un furgone solo per quelle; nonno che lavorava; nonno che sopportava sorridendo gli scherzi dei bambini e i capricci della nonna. In breve, avevo un’idea così precisa del nonno mai visto che, se lo avessi incontrato per strada, pensavo, l’avrei subito abbracciato.

A letto, la sera del 1° novembre, strizzavo forte gli occhi nel timore che vedendo nonno Gino l’avrei fatto fuggire via. Dormivo poco e male per l’eccitazione e al mattino, svegliandomi, mi pareva che la casa brillasse, come se fosse rimasta nell’aria un po’ di polverina magica che sicuramente ogni Morto si lasciava dietro come una scia luminosa. Uscivo dal letto dentro il mio pigiamino e cominciavo a vagare per le stanze alla ricerca dei doni che quel burlone del nonno aveva nascosto nei posti più impensati. Perché i Morti in Sicilia, è ovvio, fanno gli scherzi ai bambini.

Ogni anno, nonno Gino indovinava magicamente ciò che desideravo: non sbagliava mai! Era chiaro quindi che mi stava vicino per tutto l’anno se poi dimostrava di sapere quale fosse il mio giocattolo preferito.

Fermo nel tempo come nelle immagini color seppia che la nonna Ersilia mi mostrava, nonno Gino anche oggi ha per me il volto bellissimo di un divo del muto, perché come lui, per me, non ha voce.

Adesso che i miei Morti andati a fargli compagnia sono diventati tanti, spero che lui li stia divertendo intagliando mobiletti di legno. E sono certa che la notte scorsa, tutti insieme siano passati da casa mia e abbiano lasciato quel regalo invisibile che è la serenità. Che poi è quello che più desidero.

Emanuela E. Abbadessa