Il carretto siciliano

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“Che bel mestiere fare il carrettiere” canta compare Alfio poco prima che si compia il dramma della gelosia. E’ Cavalleria rusticana e come i suoi personaggi hanno fissato nel tempo modelli sanguigni e feroci così il carretto siciliano è finito con loro tra il folklore siculo demodè. Si vede sulle scatole delle paste di mandorla e a volte sulle copertine di libri che parlano di Sicilia, come in Sicilia, o cara di Giuseppe Culicchia.

Un giorno, per caso, il carretto siciliano per me diventò altro. Mi avevano invitata a presentare un mio libro ad Aci Sant’Antonio. Come sempre ero arrivata con molto anticipo e questo mi diede la possibilità di scoprire un mondo a me sconoscito. Seppi così che il carretto è molto di più di quanto pensassi. Oggi lo credo e a crederlo mi insegnò l’intero paese che, non a caso, si vantava di essere “la Maranello del carretto”, a dirlo erano il sindaco Santo Caruso, l’assessore Maria Grazia Leone e la Provincia di Catania.

Fuori dai soliti itinerari che portano i turisti a Taormina o tra le vestigia greche, il paese offre vari spunti d’interesse. In fondo a via Vittorio Emanuele, lì dove sorge palazzo Riggio-Carcaci che fu set di Un bellissimo novembre, il film con la Lollobrigida che Mauro Bolognini trasse dal romanzo omonimo di Ercole Patti, si trova il Museo del carretto.

Varcare il portone di questa coraggiosa istituzione nata nel luglio 2014 vuol dire liberarsi dagli stereotipi legati appunto al carretto siciliano da sempre considerato mero elemento di colore locale.

Animato dall’Associazione amici del carretto, da Gaetano Di Guardo e Salvo Nicolosi, il museo, allestito dal liceo artistico Lazzaro con criteri espositivi moderni, è uno scrigno di bellezze che i due custodi, allievi dell’ultracentenario Domenico Di Mauro, schiudono ai visitatori. Il viaggio nel tempo si snoda tra tecnica costruttiva, decorazione, paramenti e pitture per quasi 600 mq. che ospitano veicoli del catanese e del palermitano. Dai primi più spartani, databili tra il 1883 e il 1885, per passare a quelli a tema religioso dove campeggia San Giorgio a protezione degli attacchi dei briganti. E’ con la diffusione dell’opera dei pupi che i committenti richiedono invece momenti delle gesta di Orlando e Rinaldo, fino al dilagare dell’opera lirica che riempie i masciddari di Turiddu, Lola, Santuzza e di scene tratte dai melodrammi di Verdi e Puccini.

Nella fissità naïf delle decorazioni si nasconde un’arte antica che Nicolosi e Di Guardo tengono viva nel laboratorio interno al museo in cui lavorano e organizzano stage con quei giovani capaci di rivolgersi al passato per interpretare il presente.

 

Emanuela E. Abbadessa

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Il balcone fiorito

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«L’hai presa da nonno Gino questa passione. Quando traslocammo da Palermo a Messina, ci volle un camion solo per portar via le piante.»

Così mi disse mio padre, uscendo sul balcone della mia casa in Liguria e vedendo la quantità di vasi con cui lo avevo riempito.

Ci ripenso oggi, scorrendo sullo schermo del computer immagini di terrazzi fioriti, cocci con cactacee puntute e quasi minacciose, muri su cui si arrampicano irregolari bouganville o gelsomini e rose che si aprono regali alla luce. Se chiudo gli occhi mi sembra di poterne sentire il profumo; se allungo una mano, avverto la frescura del verde appena picchiettato di brina. Ma se li riapro, trovo il mio incenso che cade florido da un vaso pensile, le petunie bianche e le ortensie grasse di fiori rosa, i gerani pudichi tra le cui foglie di velluto svettano mazzetti rossi senza odore e l’edera che si contorce contro una spalliera.

Vorrei poter tornare in Sicilia per ospitare sul mio balcone un ibisco giallo e orgoglioso di un pistillo gonfio. Accanto, ci sotterrerei il nocciolo della prima nespola di stagione, e aspetterei di vedere il germoglio sbucare dalla terra e diventare una pianticella che non sarà mai un albero.

A volte, mi manca il sole caldo della mia terra, che mi sembra possa dare un colore più intenso a ogni fiore, mi manca il ronzare degli insetti con le ali traslucide e il poter uscire in strada e scoprire ammirata la natura che, in città, si fa spazio in mezzo al cemento.

Quando vado in Sicilia mi incanto tra le teorie di ringhiere dalle quali si riversano fiori e foglie. Ho sempre ammirato i luoghi in cui esiste una cultura della pianta ornamentale, quei posti in cui il bello è qualcosa da sovrapporre alle architetture e va accudito con amore, con acqua, fertilizzanti e potature.

Mi piace il bello che si fa strada tra le rocce e prende la forma piatta delle pale di ficodindia lungo le quali, come corone, si ingrossano i frutti rossi con la buccia punteggiata di rosette di spine.

E quando mi scopro a pensare a tutto quello che ho lasciato e la nostalgia comincia a mordere l’anima, taccio, mi chino a strappare una foglia ingiallita e scopro che la natura, capace di cullare e guarire, in fondo, a qualsiasi latitudine, è la mia vera casa.

Emanuela E. Abbadessa

Lettera sulle devozioni a distanza

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Caro amico,

questi sono i giorni in cui Catania, la mia città, festeggia la sua patrona. Ho già scritto della festa e dei suoi sensi. Adesso vorrei raccontarti com’è  per me che sono lontana dalla Sicilia.

Devotamente

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Ero ancora una bambina quando, preparando dolci insieme alla nonna Ersilia, conobbi Agata. La sua immagine prendeva vita nelle parole di un cunto. Era un racconto che, negli anni, avrei ascoltato ancora tante altre volte, sempre uguale a se stesso, pronto a ripetersi con la stessa ineluttabilità di un rito. Perché i riti questo devono fare: tornare con rassicurante uniformità per tenere in vita la magia dell’incredibile e renderlo quasi reale e plausibile.

Per molto tempo, la festa di Sant’Agata ha rappresentato per me un segno rosso sul calendario, come uno spartiacque, a indicare i giorni del grande freddo – anche quello della violenza dei potenti – che, investito dalla luce della Santuzza, degradava poi verso la primavera tiepida di profumi, così come la dolcezza della ricotta setacciata dalla nonna per riempire le cassatelle, stemperava l’orrore di un martirio di sangue, di fuoco e di mammelle amputate.

Da adulta, ho abitato in via Vittorio Emanuele e, dai balconi del primo piano, mi pareva quasi di poterla toccare la “vara” che portava in giro per la città ‘a Picciridda vestita di gemme preziose e di fiori. Allora, altri riti si sovrapposero a quelli antichi per ricordarmi Agata, la giovane combattente vittoriosa che oggi, lontana dalla mia terra, resta un exemplum da spiare nelle fotografie di quei giorni, ma anche un luogo dell’anima dentro il quale rievocare con la memoria le nostalgie e i riti alterni della mia di esistenza.

La tecnologia, poi, nel chiarore dei pixel sullo schermo di un computer, concede a me, come a tutti i devoti lontani da Catania, la possibilità di far vivere virtualmente la magia dei tre giorni di festa. Così, anche quest’anno, potrò seguire dalla Liguria il cammino della Santa lungo le vie cittadine, fino al Borgo, dove impaurita, con la manina stretta in quella della nonna, un tempo, mi facevo abbagliare dai fuochi colorati esplosi nel cielo. Vedrò ancora il fercolo e le candelore in corsa sulla salita di Sangiuliano; vedrò i cittadini bianchi che urlano il loro amore per la martire, affidando alla cera la promessa di un voto da mantenere o il ringraziamento per una grazia ricevuta.

Un po’ come mi capita con le serie tv, la festa mi piace seguirla sui social network. Mi piace spiare le frasi, le fotografie colte al volo e i video un po’ mossi girati coi telefonini dagli amici che, a volte, pensandomi, mi segnalano i loro post per farmi sentire un po’ in mezzo a loro. Risento l’odore della “càlia arrustuta”, rivedo il fumo della carne sui bracieri e alle orecchie mi tornano i rumori di Catania.

Ma se pure non avessi un computer, se anche non seguissi i tweet di quanti mi informano sui momenti cruciali della festa, ci sarebbe sempre qualcosa a cui, da lontano, non potrei mai rinunciare: svegliarmi al mattino, guardare l’immagine di Agata con lo sguardo rivolto al cielo, nell’ovale argentato del medaglione appeso nella mia camera da letto e chiamare i miei genitori per racchiudere nelle poche parole che ripeto ogni anno, l’intero senso del rito. Per questo, anche quest’anno, il 6 febbraio li chiamerò e domanderò: “a che ora s’arricugghiu ‘a Santuzza?” (Emanuela E. Abbadessa)

(articolo apparso su “La Repubblica”, ed. Palermo, 3 febbraio 2017)

La Scala d’oro

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Ero una bambina inappetente. Mangiare mi provocava proprio una noia mortale, ritenevo il masticare un’attività laboriosissima che infatti praticavo per ore intere, ruminando minuscoli pezzetti di carne incapaci di dissolversi e finire nel mio esofago.

Spesso, a causa degli orari di lavoro dei miei genitori, pranzavo a casa della nonna Ersilia che, per riuscire a darmi un minimo di nutrimento, non sapeva più cosa inventare. Mi rendo conto oggi del fatto che quella donna possedeva una pazienza praticamente illimitata di fronte alle mie mandibole. Raramente e solo dopo molte ore rinunciava all’impresa, quando io, risolutamente, vedendo l’ultimo pezzetto di cibo nel piatto, scuotevo la testa e, recisamente, affermavo di non volerne più. Solo allora la nonna chiamava mia cugina Rossella e le chiedeva di mangiare lei “il boccone del povero”, così definiva quell’ultimo insignificante rimasuglio di carne. Perché a casa mia, il cibo, non si buttava. Allora Rossella, che era più grande di me, mi guardava e, per farmi arrabbiare, chiedeva: «L’hai buttato dalla bocca?» Quella domanda mi mandava su tutte le furie mentre nonna Ersilia rideva di me. Perché in quella casa, la buona educazione era la regola assoluta, per questo mia cugina non pronunciava il verbo “sputare” – che nonna avrebbe certamente trovato molto volgare – e io stessa, per quanto affetta dall’inappetenza, restavo composta a tavola dove, diceva la nonna, si riconosceva il gentiluomo.

La cosa che a nonna Ersilia sembrava più efficace per “aprirmi l’appetito” era la lettura delle fiabe tratte dai bellissimi libri della “Scala d’oro”, una collana della Utet con cui sono cresciuta e, prima di me, è cresciuto il mio papà.

La nonna andava davanti alla grande libreria dello studio, prendeva un volume, lo apriva sul tavolo e poi cominciava a leggere una storia per distrarmi dall’odioso compito della masticazione.

Ricordo come la sua voce mi portasse in mondi fantastici dove Renard la volpe fissava salami e prosciutti appesi alle travi di un magazzino. Sognavo di poter volare su una palla di cannone come il Barone di Münchhausen e pensavo che leggere fosse davvero la chiave per uscire dalla mia vita e vivere le vite di personaggi straordinari.

Se poi sono diventata una lettrice penso di doverlo alla nonna Ersilia. E un po’ anche al mio scarso appetito.

Emanuela E. Abbadessa

I Morti

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Era un novembre di molti anni fa. Con mamma e papà abitavamo ancora all’ultimo piano di una casa impossibile da riscaldare, con volte alte ed enormi stanze poco arredate.

A me quel mese che non era ancora inverno era sempre piaciuto perché portava con sé i Morti.

Papà mi aveva ben spiegato che in Sicilia, i Morti restano accanto alle persone che amano e, una volta l’anno, hanno la possibilità di scendere tra noi e portarci regali per farci sentire il loro affetto.

Ricordo perfettamente quanto trovassi rassicurante l’essere una bambina siciliana: l’idea che esseri invisibili potessero starmi vicini un po’ come i miei amici immaginari, riempiva la mia vita di magia. Doveva essere un bel guaio per i bambini milanesi che non incontrano mai i loro Morti, mi dicevo.

Il giorno preposto all’arrivo dei Morti era la notte precedente la loro commemorazione. Già dal pomeriggio era un continuo di raccomandazioni fatte a mezza voce, per non farsi sentire dai Morti, ovviamente.

«Oggi si va a letto presto», diceva mamma che essendo romana, quella strana tradizione considerata macabra fuori dalla Sicilia, l’aveva imparata da poco.

«E dovrai addormentarti subito e se ti sveglierai non dovrai aprire gli occhi», aggiungeva papà «o i Morti non ti lasceranno i regali».

A me bastavano già queste frasi per capire che quanto sarebbe avvenuto a casa mia era un vero e proprio incantesimo. E gli incantesimi, si sa, sono cose da prendere molto seriamente.

Così, consumavo in fretta la cena, e mi lasciavo rimboccare le coperte da mamma, certa che il mattino dopo avrei trovato una bella sorpresa arrivata direttamente dall’aldilà.

Da bambina, però, di Morti non ne avevo in effetti, perché non conoscevo nessuno che fosse morto anche se sapevo che la vita non era eterna e che, presto o tardi, si sarebbe portata via le persone che amavo. A volte pensavo con dolore che questo sarebbe accaduto anche ai miei nonni e poi ai miei genitori, ma subito mi consolava il fatto che, almeno una volta l’anno, loro sarebbero tutti tornati da me lasciandomi dolci e regali per farmi capire di esserci sempre stati.

Nell’assenza di defunti, la nonna Ersilia e i miei genitori, si impegnavano a confezionare per me un morto che da vivo non avevo potuto incontrare ma del quale volevano potessi conservare per sempre l’immagine. Provo a pensare solo oggi con che animo dovessero impegnarsi a raccontarmi storie dolcissime o divertenti di nonno Gino, il padre che mio papà aveva perduto così presto da rischiare di averne un ricordo del tutto sbiadito dagli anni. E così, per prepararmi all’arrivo dei Morti, c’erano racconti di nonno Gino che durante la guerra faceva le scarpe con il cartone. Nonno Gino che intagliava mobiletti di legno per fare giocare i figli. E ancora nonno Gino che curava le piante e quando cambiavano casa occorreva un furgone solo per quelle; nonno che lavorava; nonno che sopportava sorridendo gli scherzi dei bambini e i capricci della nonna. In breve, avevo un’idea così precisa del nonno mai visto che, se lo avessi incontrato per strada, pensavo, l’avrei subito abbracciato.

A letto, la sera del 1° novembre, strizzavo forte gli occhi nel timore che vedendo nonno Gino l’avrei fatto fuggire via. Dormivo poco e male per l’eccitazione e al mattino, svegliandomi, mi pareva che la casa brillasse, come se fosse rimasta nell’aria un po’ di polverina magica che sicuramente ogni Morto si lasciava dietro come una scia luminosa. Uscivo dal letto dentro il mio pigiamino e cominciavo a vagare per le stanze alla ricerca dei doni che quel burlone del nonno aveva nascosto nei posti più impensati. Perché i Morti in Sicilia, è ovvio, fanno gli scherzi ai bambini.

Ogni anno, nonno Gino indovinava magicamente ciò che desideravo: non sbagliava mai! Era chiaro quindi che mi stava vicino per tutto l’anno se poi dimostrava di sapere quale fosse il mio giocattolo preferito.

Fermo nel tempo come nelle immagini color seppia che la nonna Ersilia mi mostrava, nonno Gino anche oggi ha per me il volto bellissimo di un divo del muto, perché come lui, per me, non ha voce.

Adesso che i miei Morti andati a fargli compagnia sono diventati tanti, spero che lui li stia divertendo intagliando mobiletti di legno. E sono certa che la notte scorsa, tutti insieme siano passati da casa mia e abbiano lasciato quel regalo invisibile che è la serenità. Che poi è quello che più desidero.

Emanuela E. Abbadessa

Lettera sui legami col passato

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Caro amico,

sono molto legata, come sai, alla mia famiglia. Un giorno, grazie a te e a un tuo regalo, ho scoperto un altro filo sottile che lega me a mio padre e lui al suo. Una catena di affetti e di inconsapevoli maniere di vedere il mondo. Ho provato a raccontarlo in un pezzo che ho scritto per “Notabilis”, Le stelle sopra il cielo della vita. E credo che anche tu ricordi quella notte.

Devotamente

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C’era una vecchia foto nell’album della nonna. Ma questa fu una cosa che avrei scoperto solo dopo.

Era una delle mie estati altalenanti da adolescente, di quelle con la voglia di fare e l’altra, opposta, di chiudermi in casa a piangere per motivi sempre troppo sciocchi. Era trascorso da poco il mio quattordicesimo compleanno e, tra gli altri, avevo ricevuto in regalo un vestitone gipsy con la gonna larga e lunga, come allora andavano di moda.

Papà, per distrarmi, propose una gita a Taormina e lì, dentro il mio abito viola da zingara, tra le pietre del Teatro Greco, mi fece una foto così bella che campeggia ancora dentro una cornice d’argento nel soggiorno dei miei genitori. Sembravo spensierata e, probabilmente, in quel momento, lo ero.

Poi, dopo quello scatto, vidi papà arrampicarsi tra i gradini della cavea rosicchiati dal tempo. Chissà in preda a quale idea bislacca, stringeva la macchina fotografica tra le mani e andava avanti, sotto un sole bollente e un cielo tanto azzurro da confondersi col mare, sulla sconfinata linea d’orizzonte. Lo osservai fermarsi e guardare verso l’orchestra: fece ancora qualche passo, salì su una rupe, raggiunse una nicchia nella roccia e si piegò. Si rialzò, si mise in ginocchio e, con l’occhio dentro il mirino, scattò la sua fotografia perfetta. La vedemmo solo qualche settimana dopo, quando il laboratorio ci restituì le stampe: una porzione del teatro lasciava intravedere una fettina di mare, tra la sagoma svettante di una colonna e poi agavi, fichi d’india ed erbe che, crescendo indisturbate tra le rocce, davano a quell’immagine il senso di un tempo antico e immobile.

La foto finì in uno di quegli album che poi non si riaprono mai e ce ne dimenticammo tutti. Restò lì fino al giorno in cui la mamma, sistemando vecchie cose della nonna, non si ritrovò tra le mani un grosso volume con la copertina di cartone marrone e l’aspetto squadernato dagli anni. Ci sedemmo con papà a guardare cosa contenesse e davanti a noi si spiegò una teoria di minuscole istantanee stampate a contatto, sbiadite dal tempo, di quelle in cui ogni viso ha le dimensioni di una capocchia di spillo ma tutti sembrano sorridere felici, come se la guerra non fosse finita da un giorno e una nuova non fosse alle porte. In altre, su cartoncino spesso, c’erano impresse le medaglie che sancivano il prestigio di qualche gabinetto fotografico e, lì, campeggiavano i bisnonni coi baffi a manubrio e i visi truci, in piedi come angeli scuri a protezione di mamme e zie dall’aria immancabilmente seria. Erano le foto di famiglia e, tra queste, c’erano quelle del nonno: il giorno del matrimonio, in viaggio di nozze a Roma con la nonna Ersilia giovanissima ma apparentemente in gramaglie col velo nero sulla testa, imposto dall’etichetta per le udienze papali. E poi la nonna che sorrideva come la Duncan su un auto da corsa alla Targa Florio, con al collo una sciarpa quasi fatale. Il nonno con papà neonato tra le braccia sullo sfondo di una marina. E ancora, le altre fatte da nonno Gino guardando in basso dentro la scatola magica di un mirino a pozzetto: vedute dell’Etna, somarelli in fila su un acciottolato, facciate di chiese più o meno familiari. D’un tratto, voltando la velina tra le pagina, lo vedemmo: era il Teatro Greco. Cinquant’anni prima di suo figlio, mio nonno era andato a Taormina e aveva percorso le stesse rupi, si era avvinghiato con le mani agli stessi spuntoni di pietra per raggiungere il medesimo comodo covo che aveva accolto papà e scattare la sua foto perfetta e improbabile, così diversa dalle altre del teatro fatte dai turisti coi sandali e i calzini e le spalle bruciate dal sole.

Papà rimase qualche istante a fissare la fetta di mare tra la colonna e le piante e poi si alzò alla ricerca della foto scattata da lui: erano identiche.

A questo ripensavo una notte di molti anni dopo quando la vita, a volte ingenerosa, mi vedeva di nuovo abbattuta e sola. Si avvicinava la data del mio compleanno e, con un dolore addosso, trascorrevo le giornate a ciondolare per casa senza alcuna voglia di festeggiare. Non desideravo far nulla e non pensavo di volere alcunché nemmeno quando Rosario, un fratello più che un amico, mi chiamò per annunciarmi un regalo di compleanno speciale.

Accettai sorridendo perché il bene ha il potere speciale di tracimare dal cuore di chi ama e investirci con una forza tale da cambiare lo stato delle cose e portare il sorriso anche dove sembra che un sorriso non possa più fiorire.

Mi venne a prendere con altre tre persone, il pomeriggio di un 3 agosto caldo e benevolo. Percorremmo l’autostrada fino a Taormina mentre io, dal finestrino, guardavo la costa e, appena lasciata l’auto ci incamminammo fino al Teatro Greco, allegri come turisti in gita. Il mio regalo unico era lì: una notte sotto le stelle della mia terra, mentre sul palcoscenico Noa liberava nell’aria note calde e tonde che salivano lungo i gradoni, avvolgevano le teste del pubblico come turbanti e confondevano i pensieri per strapparli dal petto e farli librare in un altrove in cui il mondo sembrava essere diventato soltanto canto e stelle.

Ridevo felice, libera dagli sconforti, in attesa della mezzanotte che avrebbe sancito il mio ingresso nel nuovo anno di vita.

Poi, finito il concerto, mentre il pubblico si dirigeva verso l’uscita, a me rivenne in mente la fotografia perfetta che, inconsapevolmente legava con un filo sottile mio padre a suo padre. Allora cominciai a salire lungo la cavea, afferrandomi alle stesse pietre che le mani del nonno prima e di papà dopo avevano toccato, posando i piedi sulla stessa terra. Raggiunto l’anfratto da dove entrambi avevano scattato la loro fotografia, mi accucciai e guardai verso l’orizzonte.

Su di me, le stelle che tenevano sospeso un cielo blu come la notte che fino a poche ore prima avevo nel cuore, cominciarono a brillare di futuro. Sorrisi mentre il teatro della mia vita si illuminava di speranze. (Emanuela E. Abbadessa)

La lista dei ricordi

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Cara amica,

ho ritrovato tra vecchi file un elenco di cose belle. Non ricordavo di averlo mai scritto. Ma appena l’ho letto mi è sovvenuta l’occasione. Erano i primi anni Novanta, ero sposata, felice e infelice nello stesso tempo perché la vita stava già cominciando a portarmi via le certezze che a mala pena ero riuscita a mettere insieme. Alcune delle cose scritte allora continuano a piacermi altre non più, come bere il caffè al mattino dato che adesso non lo prendo. Quella riga in lista, però, l’avevo messa solo perché era mio marito a portarmi la tazzina a letto al mattino e non saprei dire se amassi più la bevanda o quel gesto così tenero fatto per me.

Rileggere il file ieri, è stato come aprire uno scrigno perché per ciascuna delle cose scritte alla rinfusa ho un ricordo.

Per dire ciò che mi piace, potrei mettere una dopo l’altra tutte le cose che mi vengono in mente adesso e in ordine sparso. Allora scriverei: i gatti, il sale sulla pelle che si asciuga al sole, i cornetti alla crema, la salsa come la faceva la nonna Ersilia, il dolore di Tosca, le patatine davanti a un brutto film, un paio di orecchini nuovi, ricevere posta, trovare la frase giusta nascosta in una poesia, comprare un regalo a chi si vuol bene, addormentarsi sereni, voler bene, piangere di gioia, la pizza, un albero troppo alto, il mare troppo agitato, la nebbia fuori e dentro il Duomo di Milano, Roma vista dall’Altare della Patria, una passeggiata la mattina presto in una città sconosciuta, il sorriso di un passante, comprare biancheria nuova, l’Etna in eruzione, il Caravaggio di Malta, il volo di un pipistrello d’estate, avere qualcuno che conti su di te, guidare in una strada vuota, dire la cosa giusta al momento giusto, il primo caffè della giornata, lo squillo di una telefonata attesa, la granita di cioccolato della nonna, un paio di polacchine rosse, una donna bella, ridere di una barzelletta, un bicchiere di vino, il giorno del matrimonio, Shakespeare che ha detto la cosa che vorresti dire in quel preciso momento in cui ti mancano le parole, raccontarsi a qualcuno, rigirarsi la fede intorno al dito, le mie Barbie, visitare un museo, i biscotti, cambiare il vestito alla mia bambola quando cambia il mio umore, Mozart, i complimenti esagerati, navigare in Rete in silenzio, cantare una romanza, ordinare una stanza, il bagno caldo, ballare fino a farsi girare la testa, fare il bucato, l’olio sulla pelle, un Trio di Schubert, farsi stupire da un’architettura esotica, i figli della mia amica che mi danno un bacetto appiccicoso di caramelle e biscotti, impacchettare regali, fare sorprese, trovare qualcosa che credevi perduto, fare fotografie e guardare quelle vecchie, uscire di casa e salutare tutti i negozianti del quartiere, preparare una grande cena.

Scriverei tutte le cose che stanno tentando di venirmi sulle dita ma che restano intasate perché non sanno mettersi in fila.

Ricordo la nebbia dentro e fuori il Duomo di Milano in una mattina gelida, uscita da un albergo in centro. Camminavo sola per strada in attesa dell’ora di un appuntamento e di colpo mi apparve la facciata della chiesa. Le guglie appena visibili nel biancore. Rivedo me che accelero il passo per entrare e dentro un prete dice messa e tutta la nebbia di fuori, lì dentro, era diventata odorosa e sapeva di incenso. Era concentrata in una nuvola nella navata centrale che si spandeva lentamente verso l’alto.

Ricordo Roma vista dall’Altare della Patria in un pomeriggio di primavera col sorriso del mio migliore amico accanto che voleva regalarmi un momento di dolcezza tra le pene che allora avevo. Lasciava che la città parlasse al posto suo come se fossi finita dentro Vacanze romane.

Ricordo la Decollazione del Battista a Malta, rivedo me che crollo annientata dalla bellezza su una panca, pallida. Mio marito mi fotografa, incredulo del fatto che la sindrome di Stendhal esista davvero.

Ricordo le polacchine rosse, regalo inatteso di un amico che c’era quando doveva esserci e c’è ancora: entrambi con addosso il carico di anni e di vita che pure ridiamo come allora non sapevamo fare.

Ricordo la frase giusta scritta da Shakespeare dentro un sonetto e diretta a me, pensai leggendola. “Ah, come simile a inverno fu l’assenza mia da te, piacer dell’anno fuggitivo”.

Ricordo i bacetti appiccicosi di caramelle dei figli di una donna che amica non credo lo sarà mai più e non ne so il perché.

Potrei dire che quasi tutto m’incuriosisce ma non resisto al fascino delle parole scritte, alla malìa che si sprigiona solo quando si aprono le pagine di un libro. Leggo e scrivo perché, a volte, credo che sia l’unica cosa che mi piaccia fare davvero. Però qualcosa continua a ripetermi che il codice delle parole è un filtro micidiale e che troppe volte passa per i troppi stadi che ci sono tra la nostra testa e le nostre labbra o le nostre dita e poi finisce dove non si sa, fino alle orecchie o agli occhi di altri per risalire alla testa.

Mi piace cominciare e finire le mie giornate leggendo.

La mattina, col mio caffè e i miei giornali; la sera, coi margini del mio libro di turno che si piegano contro il cuscino.

Rileggo e penso e mi scopro uguale e diversa. Risento addosso le gioie di quegli anni ma anche i dolori laceranti.

Chiudo il file e penso di spostarlo nel cestino. Basterà un movimento del mouse per cancellare le lacrime di allora? E quando lo avrò fatto, perderò anche le gioie? Sulla lingua sento il sapore della pizza, nelle orecchie la preghiera disperata di Tosca, sotto i polpastrelli il corpicino del mio micetto e addosso il mare che si asciuga sulla pelle. Così sollevo il dito dal tasto del mouse e tengo lì il mio elenco venuto dal passato a ricordarmi il brutto e il bello.

Devotamente

EE.