Lettera sull’abuso di parole

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Cara amica,

quante parole usiamo tutti i giorni? Quante protremmo evitarne? E qual è il peso che diamo alle nostre parole? Si può parlare di abuso di professione dichiarandosi scrittori solo per la possibilità di mettere le parole una dietro l’altra? Su questi fatti mi sono interrogata qualche tempo fa e ne ho tratto un articolo pubblicato su “Notabilis”, anno IX, n. 6, novembre-dicembre 2018.

 

 

Abuso di professione? Il mestiere di scrivere al tempo dei social.

Se parlare è abusare e pensare è usurpare come sosteneva Victor Hugo, scrivere, a volte, è entrambe le cose.

Il Dizionario Treccani, alla voce abuso, fornisce le seguenti tre definizioni: l’abuso è il cattivo uso, l’uso smodato o illegittimo di una cosa o di un’autorità; è l’atto di forza fisica che faccia danno ad altri; nel diritto, indica varie ipotesi di reato e illecito.

Se però parliamo di abuso di parole possiamo serenamente escludere che esse rientrino nell’atto di violenza fisica; possono accompagnarlo, sì, ma una parola sarà sempre un pugno nello stomaco soltanto in senso figurato. Dicendo questo non siamo comunque al riparo dal rischio di incorrere in un illecito a causa delle parole.

In questo mondo spesso schizofrenico in cui il numero di scrittori sembra essere pericolosamente più elevato di quello dei lettori, i social network in cui la comunicazione avviene soprattutto attraverso la parola (e le piattaforme di self-publishing) hanno creato il discutibile fenomeno dell’eccesso di romanzieri. La cosa dovrebbe quanto meno preoccupare. Qualcuno potrebbe sostenere che i danni di un cattivo romanzo, mal pensato e mal scritto, siano tutti da verificare ma, probabilmente, i guasti della brutta scrittura, rispetto al cattivo esercizio di altre professioni, hanno soltanto il problema del tempo, ovvero: si vedono nel lungo periodo piuttosto che nel breve. Ma su questo punto torneremo.

Ebbene, il cosiddetto “scrittore della domenica”, ovvero il dilettante che nel tempo libero mette su carta la propria vita, i propri amori adolescenziali o i propri traumi, inventa storie (spesso distopie) o si butta in interminabili mémoire è sempre esistito e, anzi, alcuni grandi autori, prima di diventare tali hanno cominciato così una carriera che li avrebbe resi celebri. Dunque, perché l’enorme fioritura di romanzieri alla quale assistiamo oggi dovrebbe essere un problema?

Andiamo con ordine: in passato, il dilettante alle prese con il suo manoscritto, per aspirare alla pubblicazione e sperare quindi di ottenere riconoscimento, doveva superare una serie di ostacoli e, a volte, compiere un cursus che lo avrebbe portato ad avere la visibilità necessaria per accreditarsi presso un editore. Parte del percorso era il frequentare i luoghi della cultura; leggere; tenersi informato; partecipare a concorsi letterari; cercare mentori tra i maestri giusti e, anche tramite loro, cominciare la propria esperienza con piccoli articoli letterari, partecipazioni ad antologie e simposi. Tutte queste cose insieme, cioè, costituivano la cosiddetta gavetta e, attraverso l’esperienza, insegnavano cosa fare e cosa non fare. Perché in un mestiere per il quale non in tutti i casi esiste un corso di studi specifico, l’esperienza sul campo resta fondamentale. Vero è che oggi ci sono molte scuole di scrittura creativa e anche corsi universitari (soprattutto all’estero), fatto sta a scrivere non si impara solo attraverso le scuole. Anche, ma non necessariamente.

Ecco il punto: insieme alle tecniche (che possono essere apprese in vario modo e soprattutto con la lettura) esiste quel quid che è il talento di ciascuno, innato ma sempre affinabile.

Se oggi molti aspiranti romanzieri frequentano corsi di scrittura creativa o, in piccola parte, leggono manuali di scrittura, è vero anche che i più pensano di saper scrivere soltanto perché hanno appreso le tecniche di base (ortografia, grammatica e sintassi) all’epoca della scuola dell’obbligo, con buon pace del fatto che poi, gran parte di quelle norme, con il tempo, le hanno dimenticate.

È così che si determina il più grave degli abusi di parole commesso ogni volta che qualcuno, solo in forza dell’essere alfabetizzato, pensi di poter scrivere. Ma c’è di più, parte di tutta quell’enorme messe di manoscritti brutti, sgrammaticati o semplicemente inutili che un tempo arrivavano sulle scrivanie di lettori di case editrici pronte a cestinarli, adesso guadagnano il nuovo approdo dell’autopubblicazione. Da sempre esiste la possibilità di pagare editori o stampatori per vedere il proprio nome in copertina – e lo fece persino Marcel Proust dopo molti dolorosi rifiuti, come racconta perfettamente Mario Baudino in Il gran rifiuto (Passigli, 2009) – ma oggi le possibilità sono aumentate esponenzialmente grazie alle piattaforme on line che si occupano di mettere insieme i manoscritti, confezionare copertine (spesso orribili) e creare un sottoprodotto editoriale in formato elettronico (pronto per la vendita sui siti dedicati di ecommerce) e, su richiesta, anche cartaceo.

I casi di manoscritti passati dal self-publishing e diventati libri di successo sono davvero pochi ma basta quella manciata di casi a non far perdere le speranze e a far nascere illusioni nell’aspirante scrittore più volte rifiutato o semplicemente sognatore (quasi mai lettore). Ma ancora c’è di più: la facilità con cui, con un limitato esborso, è possibile illudersi di attingere ai famigerati quindici warholiani minuti di fama, porta i più a immaginare complotti delle case editrici, intenzionate a non rendere pubblici romanzi perfetti secondo l’autore. La domanda più ovvia che lo scrittore della domenica dovrebbe porsi sarebbe: perché mai un editore dovrebbe rinunciare a lauti introiti non dando alle stampe il capolavoro del secolo? Ma il quesito non se lo pone quasi mai nessuno, perché, come sempre, è più facile credere in fantasiosi complotti, piuttosto che ammettere le proprie inadeguatezze. Dunque il ragionamento è: se non sfondo, è per la congiura dei grandi editori. Dove detto macchinoso piano per destinare all’oblio i più grandi autori di tutti i tempi non sarebbe troppo diverso dal diabolici piani di Big Pharma per vendere vaccini (affermazione fatta senza pensare che a questa sorta di Spectre, se esistesse, converrebbe vendere rimedi contro le malattie piuttosto che vaccini per evitarle).

La verità è che scrivere è un mestiere e non il più semplice e, nella maggior parte dei casi, nemmeno il più remunerativo in termini economici. Come per tutti gli altri occorre molto studio, molta applicazione e grandi sacrifici, tutte cose che il romanziere complottista preferisce non considerare. I volumi che finiscono sugli scaffali delle librerie non sono manoscritti rilegati ma prodotti di mercato complessi, alla cui riuscita concorre un’intera filiera di professionalità fatta da editor, correttori di bozze, caporedattori, grafici, tecnici, agenti di vendita, distributori. L’autore è soltanto parte – anche se una parte importantissima – della macchina di produzione.

Ma torniamo ai danni della cattiva letteratura. Con un brutto libro non si uccide altro che il buon gusto, ovviamente. Nel breve termine, almeno, ma nel lungo si ammazza la capacità di giudicare, distinguere. Pubblicando strafalcioni, nel lungo periodo, li si renderà “lingua parlata” e si attenterà così alla bellezza di un idioma. In più, riguardo ai contenuti: scrivendo false sciatterie, alla lunga le si farà passare per verità. E tutto questo, per quanto non punibile da nessun codice penale, dovrebbe comunque essere un reato.

Abusare di un titolo, poniamo quello di medico, è gravissimo perché se non siamo dottori in medicina e chirurgia non possiamo entrare in sala operatoria e usare il bisturi su un paziente che, con il nostro folle gesto, verosimilmente, avrà danni gravissimi se non mortali. Ma abusare delle parole, dentro e fuori dai romanzi, crea ogni giorno danni meno evidenti ma non sempre meno gravi.

Così, tornando a Hugo, citato in apertura, si comprende bene come se il parlare è un abuso e il pensare un’usurpazione, scrivere, può essere facilmente entrambe le cose. (Emanuela E. Abbadessa)

 

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Lettera sulle “vite storte”

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Caro amico,

ripensavo alla violenza di genere leggendo un bel libro uscito di recente per A&B. Ti propongo le mie riflessioni sul femminicidio a partire da una serie di casi dell’inizio del Novecento, raccolti con grande bravura da Nunzia Scalzo. (Il testo che leggi è stato pubblicato parzialmente sulle pagine palermitane del quotidiano “La Repubblica” il 31 marzo scorso)

Devotamente

EE

 

Vittime o carnefici, le femmine sono tutte buttane. Questo è il triste mantra di Vite storte (A&B Editrice), il prezioso libro in cui Nunzia Scalzo ha raccolto le storie di Antonietta, Emma, Filomena, Sofia, Aurelia, Assunta, Concetta, Giulia, Maria Catena e Rosa. Ad accomunarle c’è proprio quell’osceno appellativo che riempie la bocca di chi lo pronuncia, bollando la donna con un giudizio morale senza appello.

La Scalzo, tedesca di nascita ma siciliana d’adozione, laureata in filosofia ed esperta di psicologia e filosofia del diritto, da anni è grafologo forense nei tribunali italiani. Con la perizia del ricercatore attento della materia giuridica, ha messo insieme una serie agghiacciante di casi di omicidio che hanno al centro le donne vittime di violenza: donne violate nel corpo dalla follia degli uomini o annientate nell’animo, abbrutendosi al punto da divenire esse stesse assassine. Il secondo filo rosso che le lega è l’ambiente siciliano, nel quale vivono o dal quale provengono.

I fatti, tutti veri e suffragati dalle carte processuali che l’autrice cita ampiamente pur manipolando la lingua legale per convertirla a un italiano narrativo e molto scorrevole, lasciano nel lettore il rimbombo cupo dell’offesa: quel buttana, urlato nei tribunali all’indirizzo delle vittime, è la seconda condanna dopo quella che, in nome di un malinteso e perverso senso dell’onore, un uomo ha già pronunciato per loro.

Come in una sorta di Spoon River siciliana, con una tecnica già cara a Tea Ranno (scrittrice di Melilli che più volte ha rievocato la sopraffazione dell’uomo lasciando parlare direttamente le donne uccise), le voci femminili riemergono dall’oblio: tornano così in vita Ninetta Longo, la decapitata di Castelgandolfo, una giovane come tante a cui Mascalucia, il paese alle pendici dell’Etna, andava stretto mentre sognava la Capitale e il grande amore; la burrosa palermitana Emma Pinto che consegnava al diario tutta l’infelicità di un matrimonio con un uomo inadeguato; Filomena Salzillo, suora napoletana spogliatasi per amore del medico palermitano Girolamo, e la moglie stessa di quest’ultimo, uccisa con un figlio in grembo da un marito capace soltanto di giocare con le vite altrui.

Spaventoso è il duplice omicidio di Caltagirone dove, la mattina del 18 luglio 1960, un lattaio, che citofonando a casa Leone non aveva avuto risposta, allertò una delle residenti della palazzina di via Amore. Con lei scoprì un rivolo di sangue uscire da sotto la porta dell’appartamento. Lì i carabinieri intervenuti trovarono il cadavere di Rosa, uccisa dal marito Antonino insieme al figlioccio Francesco Razza che Antonino, folle di gelosia, si era convinto fosse l’amante di sua moglie.

Fedeli come Rosa Leone o adultere come Concetta Mortellaro, freddata da una serie di colpi di pistola, queste donne sono state tutte giudicate da un uomo e condannate a morte, spesso insieme ai loro amanti veri o presunti.

Ma siccome la violenza sulle donne non conosce geografie e, imperversando in ogni luogo, colpisce in ogni strato sociale, emblematica è la vicenda della contessa Giulia Trigona di Sant’Elia. La bella nobildonna condivide con Anna Karenina una triste storia, differente solo nell’epilogo: moglie del conte Romualdo ed esponente dell’alta società palermitana, era dama di corte e intima della regina Elena. La sua vita sarebbe andata aventi senza scossoni tra un ricevimento e l’altro se non avesse incontrato il barone Vincenzo Paternò del Cugno Spedaletto, tenente di cavalleria, gran seduttore e giocatore d’azzardo dall’indiscutibile fascino ma dagli orizzonti culturali ristretti. Come l’eroina russa, anche lei, folle d’amore, finì con il mostrarsi in pubblico con Vincenzo così spesso da provocare le gelosie del marito ma, per accidente, divenne vittima della gelosia parallela dell’amante che, prima di puntarsi una pistola alla tempia, la finì a coltellate, sul letto di un albergo romano, lasciando il corpo esanime in un bagno di sangue. Sopravvissuto al colpo d’arma da fuoco, al processo che lo portò all’ergastolo, l’assassino si giustificò dicendo che l’aveva sempre amata.

Colpevoli anche senza colpe per il solo fatto di essere donne, le protagoniste di questo libro somigliano troppo alle vittime di oggi, i cui nomi allungano una macabra lista in cima alla quale c’è la parola “femminicidi”.

Senza intento ideologico, senza giudicare, Nunzia Scalzo narra, sottolinea il potere della calunnia, fa luce sulle vicende umane, spoglia cioè degli orpelli ogni caso e lo riporta all’essenziale: la violenza.

A metà tra storia e cronaca nera, Vite storte, che si avvale delle belle illustrazioni di Riccardo Guardone, è un libro importante perché, tra i tanti che hanno cercato di affrontare l’argomento della violenza sulle donne, pochi sono stati capaci di mettere al centro la voce femminile e farla risuonare con la forza di cui solo chi reclama giustizia è capace.

Emanuela E. Abbadessa

Lettera sul golf

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Caro amico,

so bene che invitandomi a seguirti sui campi da golf avevi le migliori intenzioni e io stessa sono venuta con l’animo ben predisposto a trascorrere una bella giornata all’aria aperta. Nondimeno, le cose non sono andate esattamente come le avevo immaginate e non me ne vogliano gli amanti di questo nobile sport.

Qualche settimana fa mi hai invitata sui campi Garlenda. È una bella passeggiata, hai detto: chiacchiere, prati, natura, aria pura… Io che non c’ero mai stata ho pensato di accettare. Anche perché sono una temeraria e gli sport estremi non mi spaventano.

Il primo problema è nato la sera prima: il dress code. Mi hai mandato su whatsapp una ventina di foto di mise pour elle ma in me, che sottovaluto sempre la gravità delle situazioni, non si è azionato alcun campanello d’allarme.

Ora: non indossando io una polo dagli anni in cui piantai una grana ai miei per avere una vera Lacoste, mi sono infilata dentro l’armadio e, intorno a mezzanotte, ho recuperato: 1) la famosa Lacoste messa l’ultima volta in terza liceo; 2) un paio di bermuda di lino; 3) le Superga bianche. Più che altro ero un misto tra Micol del Giardino dei Finzi Contini e una modella del catalogo “Donne al tennis 1940-41”.

L’indomani alle 9,30 ero a Garlenda.

Vorrei fare una piccola riflessione: uno che ti invita al golf dovrebbe informarti: 1) che le buche sono 18; 2) che fa un caldo infernale; 3) che l’età media è 76 anni (e quindi tu, finché non sarai marcia di sudore, resterai ancora la più figa nel raggio di 20 km. ma non te ne importerà nulla di esserlo) ma, soprattutto, che il golf è un gioco che riguarda le palle. In tutti i sensi.

Alla quinta buca io volevo suicidarmi. Alla decima mi è apparsa la Madonna di Misericordia che rideva mentre il Beato Botta tentava di fare uscire la pallina da un bunker. Dalla tredicesima in poi le mie gambe hanno preso ad andare avanti per inerzia mentre cori angelici, che cercavo di scacciare come insetti molesti, intonavano canti celestiali.

16 km. diconsi 16 sotto il sole per 4 ore e tre quarti.

Che poi non è il camminare che a me piace, è il fatto che a ogni buca ti fermi un’eternità. E leva il cappuccio dalla mazza, tirala fuori dalla sacca, metti il guanto, abbottonalo, guarda la buca, senti il vento, prova sei o sette volte tiri a vuoto, poi finalmente colpisci quel diamine di pallina e passi il successivo quarto d’ora a capire dove sia finita. Appena l’hai intercettata, sbottoni il guanto, lo levi, rimetti il cappuccio alla mazza, la rimetti nella sacca, raggiungi la maledetta pallina e ricominci col levare il cappuccio dalla mazza, tirarla fuori dalla sacca…

E senza parlare perché il giocatore è concentrato, deve pensare al tiro.

Il tutto per un numero esponenziale di volte: considerato che la media di colpi per andare in buca è 5, moltiplica 18 per 5 e capirai quello che io ho dovuto affrontare.

Insomma, quattro ore e tre quarti a non concludere una mazza (per restare in tema). E certo che annoiare una donna con una mazza da 42 centimetri è difficile, ammettiamolo. A volte ci si diverte persino con quei 12/13 centimetri sindacali.

Che poi non è il camminare, ribadisco, non è la noia, non è il caldo, non sono le mosche e le api, non è nemmeno la mazza alla fine, è proprio che se devi usarla quella mazza, non stare lì a mettere e togliere il cappuccetto in continuazione o la prossima volta uscirò con un ebreo! E poi tutto quello sfilare e infilare il guanto! L’hai messo? Bene, devi fare un altro tiro? Tienitelo, che diavolo!

Una grande istruttiva metafora.

Alla fine, con le palline sfrante che manco l’aglio per il pesto, io un consiglio, amico mio, mi permetterei di darlo a te e ai golfisti: fare vedere a una donna che ci impiegate mezz’ora per infilare qualcosa in un buco e appena ci siete riusciti, esultate e lo tirate subito fuori per passare a un’altra buca, non è una buona pubblicità, fidatevi.

E fortuna che poi non chiedete alla buca se le sia piaciuto.

Devotamente

EE

Lettera sui radical chic

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Caro amico,

vorrei parlare di radical chic, dato che lo fanno tutti. Cercherò di andare con ordine.
Mi dispiace, è una cosa un po’ lunga, ma spero avrai la bontà di arrivare in fondo.
Come spero saprai, la locuzione si deve al compianto Tom Wolfe che la coniò nel 1970 in un articolo a commento dell’esclusiva cena organizzata da Felicia Montealegre – moglie di Leonard Bernstein – per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere, gruppo di estrema sinistra che rifiutò il dettato nonviolento di Martin Luther King a favore del concetto di self-defence come strumento di lotta. Poi il termine fu riusato da molti ed esiste in altre lingue. Ma non ho intenzione di raccontarti questa storia, non è questo il punto.
Il punto è che Wolfe desiderava mettere in luce il contrasto tra l’ideale anticapitalistico del movimento e il lusso sfrenato dei partecipanti a quella cena.
Ma raccogliere fondi per un gruppo politico di sinistra, non è esattamente la stessa cosa che aiutare i più deboli. E questo è solo il primo punto. Per altro, quelle critiche al vetriolo non è che Wolfe le facesse dal basso della sua indigenza, tutt’altro.
Tralasciando le ragioni che portarono la Montealegre a dare vita a quella serata, in generale, da sempre, dei più umili, degli ultimi del mondo, dei lavoratori sfruttati e dei vilipesi, sono stati i ricchi a occuparsi. Perché è giusto che chi ha voce e possibilità economiche si faccia carico dei problemi di chi invece non ha abbastanza forza per far sentire le proprie ragioni.
Vorrei per esempio ricordarti che le Dame di San Vincenzo, che da sempre si occupano di carità e assistenza, non sono vedove costrette a campare sette figli in un basso con la reversibilità del marito. Tutt’altro. Sono signore della buona società che mettono la loro disponibilità (economica, di tempo, di prestigio) a servizio dei diseredati.
Anche questo è non solo normale ma addirittura giusto.
Non è che Engels, padre con Marx del comunismo, fosse un morto di fame. Tutt’altro. Era un ricco imprenditore, proveniva da una famiglia di industriali tessili e, anzi, fu proprio dalla visione della condizione dei lavoratori delle filande che elaborò la prima idea della dottrina comunista.
Quindi, ripeto, dove sta il problema?
E vengo così al punto successivo. A essere etichettati come radical chic sono Saviano, la Gruber, Lerner e compagnia bella e a volte, in qualche caso lo hanno detto persino a me. Anche qui occorre fare chiarezza. Dato che io non conosco personalmente nessuno dei personaggi citati, non mi permetto di parlare. Ossia, non so se qualcuno di loro fosse ricco di famiglia o se i soldi li abbia fatti lavorando. Se li avesse di famiglia, rientrerebbe nella tipologia di cui sopra; se li avesse fatti lavorando, non vedo ancora quale sia il problema. È forse una colpa migliorare la propria situazione economica e poi occuparsi dei lavoratori, degli umili, degli offesi? Io non credo. Si tratta di giornalisti che fanno la loro parte nei modi e nei termini che la loro professione consente. Mi spiego: vengono spesso accusati di cavalcare la causa dei migranti (o dei deboli o dei diseredati o degli ultimi) soltanto per aumentare il personale prestigio senza poi, nei fatti, compiere alcun atto concreto. Vorrei dire due cose a questo proposito: 1) nessuno può arrogarsi il diritto di dire cosa facciano gli altri a favore del prossimo, giacché certe azioni si compiono nel silenzio e nella modestia (ricordi la storia della mano destra che non deve sapere cosa fa la sinistra? Puoi leggerla qui Matteo 6, 1-6 e 6-18; oppure ricordati della Pentecoste di Manzoni “Per Te sollevi il povero / Al ciel, ch’è suo, le ciglia, / Volga i lamenti in giubilo, / Pensando a Cui somiglia: / Cui fu donato in copia, / Doni con volto amico, / Con quel tacer pudico, / Che accetto il don ti fa.”); 2) i personaggi in questione fanno esattamente ciò che devono, ovvero parlano dalle sedi preposte e a loro riservate, cioè i media, le pubblicazioni e i social media che, per dire, dovrebbero essere i luoghi privilegiati in cui il giornalista e l’intellettuale esprime il proprio pensiero mentre, di contro, i ministri della Repubblica, dovrebbero evitare al massimo di utilizzare i social media al di fuori dei profili istituzionali e limitarsi a operare fattivamente per il bene comune e non soltanto per quello della loro parte di elettorato dal momento che sono ministri dell’intera nazione.

Ma, dato che come dicevo non conosco i signori in questione, parlerò di me in quanto a volte apostrofata come radical chic. Ebbene: la mia famiglia paterna apparteneva alla borghesia e stava economicamente bene, almeno fino alla morte del nonno che cambiò drammaticamente tutto; la famiglia materna era proletaria, nonna prima contadina e poi operaia, nonno pittore decoratore. Io sono cresciuta nel benessere e senza conoscere alcuna privazione grazie al fatto che i miei genitori hanno lavorato tutta la vita senza risparmiarsi, per garantirmi non solo il necessario ma anche il superfluo, anche privandosi loro stessi del necessario. Tutto ciò che hanno guadagnato lo hanno messo a disposizione della mia formazione per fare di me quella che io sono oggi. Io lavoro e guadagno. Non molto in verità ma mi sudo ogni singolo euro. Quando non arrivo alla fine del mese, non mi vergogno a dire che papà mi aiuta con la sua pensione. Detto ciò, posso permettermi di mangiare bene tutti i giorni. Poi, certo, non amo buttare via il denaro e quindi mi vesto nei negozi cinesi e faccio la spesa al discount, perché il denaro che posso risparmiare preferisco impegnarlo con chi ne ha bisogno o per regalare un po’ di gioia agli amici. Aggiungo però che se voglio acquistare delle scarpe da 400 euro posso addirittura farlo una tantum. Ma indossare delle Louboutin e prendermi a cuore il caso dei migranti, non credo (e non accetto!) che faccia di me una radical chic secondo l’accezione che tu dai al termine.
Avere denaro per acquistare un Rolex non è una colpa e non capisco perché dovrebbe esserlo.
E arrivo all’ultimo punto. Noi, noi radical chic (cogli il sarcasmo di questa frase, spero) abbiamo certamente tanti difetti. Parlo di difetti sociali, nell’approccio al problema, nel dialogo, nella comunicazione. Ne abbiamo, inutile fingere che non sia così. E non tutti questi problemi sono compresi nella terminologia con cui veniamo etichettati.
Dunque ti cito un passo di Rostand: quando un suo avversario, per insultarlo, dice a Cyrano de Bergerac che ha un “grosso naso”, lui va su tutte le furie e fa notare a quello che avrebbe potuto usare mille altri aggettivi, perifrasi, metafore, tutti molto più ficcanti e offensivi ma lui, nella sua pochezza, soltanto “grosso” ha saputo dire.
Ora, se la citazione fosse ancora troppo alta per chi credo non tenga la cultura in grande considerazione, passo a un riferimento cinematografico più popolare: In Mary per sempre, quando il professore impersonato da Placido sente il suo studente ripetere fino allo sfinimento la parola “minchia”, si arrabbia e gli declama il componimento di Belli Er padre de li santi. Così, dopo aver enumerato i moltissimi modi di chiamare il cazzo, lo guarda e gli urla in faccia: «E tu, solo minchia sai dire?»
Ecco: dai, amico mio, sii fantasioso, solo radical chic sai dire?

Devotamente

EE

Chat Room. Questioni di logica #5

–  Ciao…
–  Ciao.
–  scusa se ti disturbo…
–  Prego, dimmi.
–  Sei una scrittirce, vero?
–  Così dicono.
–  Ho bisogno di promuovere la mia pagina
–  Capisco.
–  Mi manderesti delle foto tue nuda, oppure filmati brevi mentre ti m*** o mentre fai un p*** o mentre sei ***
–  …
–  Ci sei?
–  …
–  Sai è tutta roba amatoriale. Una cosa raffinata…
–  L’avevo intuito.

(Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

Chat Room. Questioni di logica #4

–  Ciao…
–  Ciao.
–  Sei una donna affascinante
–  Grazie.
–  Sei una scrittirce, vero?
–  Così dicono.
–  Io leggo poco. Anzi per niente… mi annoia proprio
–  Peccato.
–  Però mi piacciono le fighe come te.
–  …
–  Dovremmo frequentarci…
–  …
–  Mi arrapa un casino la femmina intelligente…
–  …
–  Ci sei?
–  …
–  Sai, noi due abbiamo moltissimo in comune.
–  …
–  L’avevo intuito.

(Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

 

 

Chat Room. Questioni di logica #3

–  Ciao.
–  Ciao.
–  Sei figa
–  …
–  Le tue foto mi arrapano
–  …
–  Me ne mandi una nuda?
–  …
–  Ci sei?
–  …
–  Rispondimi…
–  Ho visto la tua foto del profilo. Carina. Sei con i tuoi figli?
–  Sì e con mia moglie. Eravamo al Family Day.
–  L’avevo intuito.

(Emanuela E. Abbadessa)