Il respiro

foto David Curtis per Newscientist-2

Gennaro Sannino mi manda un suo racconto per la rubrica “Le vite degli altri”. Grazie!

Quando si alzò dalla sedia, il ginocchio gemette sotto il suo corpaccione. Guardava il computer con aria soddisfatta e fece scrocchiare le dita indolenzite.

Mentre s’incamminava lungo il corridoio, il calendario lo bloccò. Un Rembrandt inquieto lo fissava dalla parete.

S’infilò il cappotto uscendo nel tramonto purpureo.

Al cimitero, malgrado chiudesse, lo fecero entrare grazie a un vecchio amico. Dopo pochi passi, notò un tumulo abbandonato; ne uscivano ossa scarnificate, spezzate.

Levò gli occhi al cielo, ormai stellato; immaginò di vedersi dall’alto, come dallo spazio.

Spalancò la bocca in un respiro profondo. Ma quello gli si spezzò in gola, soffocandolo.

Gennaro Sannino

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La mano della Santa

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E’ appena trascorsa la mezzanotte e non poteva esserci notte migliore di questa per racconto di Laura Claus. Donna meravigliosa, visionaria artista e fulgida presenza delle nostre esistenze.

Eccola a voi con la sua… mano.

Ho avuto la fortuna di conoscere quella donna straordinaria che fu la mia bisnonna. La chiamavano la Marchesa, perché era la figlia di un marchese caduto in disgrazia. Della sua discendenza conservava il portamento e i tratti bellissimi, ma nei modi e nel modo di fare, era la persona più semplice, affabile e simpatica del mondo. Per me era la nonna Maria, e raccontava un sacco di storie. Tutte vere. Sul lago di Como, dove viveva, aveva un’amica. Si chiamava Adelos, ma tutti a Bellagio la chiamavano Adele. Un giorno la giovane Adele venne avvicinata da un uomo che da qualche tempo compariva qua e là nel paese, ma che nessuno aveva mai visto prima. Deve essersi subito fatta prendere dal panico, perché sentendosi in pericolo si addentrò nel bosco invece di scappare verso l’abitato. Il bruto la seguì. Adele corse tra i rami e i rovi, dove poi ritrovarono alcuni lembi del suo vestito di seta verde pavone. La dinamica non è mai stata chiara, allora le conoscenze scientifiche applicate alle indagini di polizia, erano agli albori. Pare però che una sola cosa sia stata accertata: il bruto riuscì ad afferrare la mano di Adele, la strattonò così forte che il resto del corpo si staccò e scomparve, si volatilizzò. La giovane riuscì a far sì che il suo corpo non venisse straziato dal maniaco, e sacrificò solo quella sua mano ricoperta da un guanto viola, che venne rinvenuta dalle autorità solo qualche giorno dopo, in condizioni orrende. Fu la mia bisnonna a ricomporla e ripulirla dopo che la polizia l’ebbe esaminata per trarne qualche indizio. Allora l’esame del DNA non esisteva, altrimenti Avrebbero trovato anche il numero di scarpe del bruto su quel guanto!, diceva sempre la nonna Maria… Non chiesi mai il motivo per il quale fu la nonna Maria ad occuparsi del povero resto, e a conservarlo nel tempo. Forse per amore di Adele, o forse per indole, visto che anche la sua seconda figlia, quella che poi sarebbe stata la mia nonna Giuseppina, era la persona che in paese vestiva i morti prima del loro ultimo viaggio. La Nonna Maria mise tra le dita della reliquia il rosario che appartenne ad Adele, conservandolo per anni sul trumeau, vicino alla statua del Sacro Cuore di Gesù. Quando morì, alla veneranda età di centosei anni, volle che la conservassi io. Certi giorni, vicino alla mano, sento il respiro di Adele. A volte è così forte che mi si muovono i capelli. E un brivido mi scorre giù per la schiena.

Laura Claus

Sapone di Provenza

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La mano accartocciò con indifferenza il foglio degli esami del sangue. Di tutti i dati riportati l’unico giusto era l’indirizzo. Accese la sigaretta. La paura di morire l’aveva accompagnato tutta la vita, per questo aveva deciso da tempo di non rinunciare a niente. Ogni esame era un gratta e vinci dove preferiva sempre perdere.

L’incarico era nuovamente insopportabile. Seguire una tipa, entrare in contatto con lei, capire se poteva aver ammazzato i due o tre stronzi che nel tempo avevano deciso di parcheggiarsi tra le sue gambe. Storie già viste. L’ispettrice era veramente insopportabile. Giovane, laureata, determinata, politicamente corretta, figa perfetta. Un pacco. Alla sovrastruttura esterna corrispondeva un contenuto che sapeva di solitudine e paura. Accettai, che altro potevo fare. L’unica condizione era di non avere tra le palle nessuno. Il bisogno di lavorare da solo nascondeva il desiderio generale di stare da solo. Da tempo ormai pisciavo fuori dagli autogrill per non avere nemmeno quel momento di intimità con il genere umano.

L’aggancio fu rapido. Forse troppo rapido a pensarci adesso. La tipa era figa ma bisognava immaginarsela in un altro contesto da quello che lei proponeva. Una professoressa di liceo. Uguale, perfetta, niente fuori posto, un’aria antica di ordine e cura. La fregavano gli occhi. Feroce femminilità. Da lupa desiderosa di sbranarti.

Quando entrarono in casa sua avevano già stabilito senza dirselo cosa sarebbe successo.

 Tra le palle il suo gatto che avrei volentieri soffocato nella lettiera. Uno più di là che di qua.

«Vuoi un bicchiere di vino?»

Mai accettare una proposta innocente. Il trucco più semplice per fotterti è quello che riesce meglio. Per quanto improbabile che lei fosse quello che pensavamo, meglio non rischiare.

Ci amammo e fu un’esplosione. Fu l’eccezione alla nota regola che la prima scopata va peggio della seconda. Mi abbandonai, completamente. Fu passione, violenza, tenerezza, ridere… Tutto. Immaginare il limite per superarlo.

«Si può ancora bere quel bicchiere di vino?»

Sorrise, si alzò da quel campo di battaglia che era diventato il letto.

Poi non ricordo più nulla, solo i suoi occhi.

La ragazza entrò nel negozio di saponi. La Provenza era di sapone. Odorò e guardò ovunque. Poi vide la confezione con scritto “Sapone del mio amore”.

«Sono in vendita?»

«No, sono qui solo per me».

La professoressa dietro al banco sorrise. La ragazza se ne andò. Appena fuori aprì la borsa e prese il telefono.

«I colleghi italiani sono scemi, quella non è un’assassina.»

Riccardo Castello

Le vite degli altri

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Caro amico,

su tuo consiglio e sulla scorta del successo che hanno avuto i Romanzi in cento parole pubblicati per Halloween,  oggi inauguro una nuova sezione di questo blog. Si intitola Le vite degli altri e ospiterà i racconti brevi che sceglierò tra quelli che mi verranno inviati.

I romanzi in cento parole hanno già una loro categoria, adesso è la volta di aprire la strada anche ai racconti.

Leggerò (con calma) tutto ciò che mi sarà inviato all’indirizzo emera64@gmail.com, sceglierò e pubblicherò. Anzi, comincio oggi stesso con un bel racconto breve scritto da un amico che si diverte a giocare con l’hard boiled.

Buon divertimento e… al lavoro!

Devotamente

EE.