Lettera sulle bellezze siciliane

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Caro amico,

sono rientrata da poco dalla Sicilia e, tornando al nord, molti mi dicono di invidiarmi per aver avuto ancora la possibilità di godere della bellezza della mia terra. Ché la Sicilia di bellezze ne ha molte. Ho cercato di raccontarne alcune letterarie in un articolo apparso su “Notabilis” (anno IX, n. 3, maggio-giugno 2018)

 

Di tante bellezze superba

«Non invidio a Dio il paradiso perché sono ben soddisfatto di vivere in Sicilia.»

(Federico II di Svevia)

 

Nel De rerum natura, Lucrezio riteneva la Sicilia un luogo straripante di bellezza: «giusto è che questa terra, di tante bellezze superba alle genti si additi e molto si ammiri, opulenta d’invidiati beni e ricca di nobili spiriti» e, così scrivendo, metteva in relazione sia la geografia dell’Isola che l’essere abitata da individui in qualche modo superiori agli altri.

Il che non è affatto secondario dato che la differenza tra l’animale e l’uomo si articola anche intorno al concetto di bellezza: la natura è bella in se stessa, gli animali lo sono ma, al contrario dell’essere umano, non sono in grado di produrne.

Certo, il bello a cui si riferiva Lucrezio resta comunque in qualche modo lontano dall’altro – forse più commestibile e a volte scontato – raccontato dalla letteratura successiva.

Spesso oleograficamente rappresentato, nei romanzi, il panorama naturale siciliano oscilla tra l’intento più o meno celato di fornire immagini da cartolina e quello di mettere in evidenza il contrasto tra la bellezza naturale e la bruttezza della speculazione edilizia, del malaffare, delle cattive amministrazioni.

C’è però un tipo di bellezza che, nella letteratura isolana, campeggia su tutto e che resta immutabilmente legato alla Sicilia, non scalfito dalla contemporaneità e vivido anche quando attinge a piene mani da altri stereotipi. È la bellezza delle donne.

Spesso latrici di misteri ineffabili, le siciliane descritte dai romanzieri sono portatrici di un erotismo raffinato e a tratti selvatico; sono apparentemente mute spettatrici capaci di cambiare il corso degli eventi stando dietro ai fornelli o incarnano un modello di pasionaria sanguigna che trae il proprio fascino proprio dalla forza scomposta del suo carattere.

Alla costola di Adamo Andrea Camilleri ha dedicato un libro, Donne (Rizzoli, 2014), e così ne parla, «l’esempio assoluto del meglio della donna siciliana: riservata, tenace, determinata, convinta delle proprie idee e pronta a battagliare per esse, e nello stesso tempo dolcissima, generosa, comprensiva, sensibilissima», mettendo dunque insieme sia la natura passionale che quella accogliente.

Un po’ madre, un po’ maliarda, per gli autori isolani la donna sicula esprime il massimo del suo potere nella seduzione. Così, persino una “tredicenne poco curata e bruttina” come Angelica Sedara, finisce col diventare un’epifania, l’incarnazione stessa dell’eterno femminino declinato al siciliano, e, in barba anche alle aspettative del Principe di Salina che immaginava di incontrare una “pastorella agghindata”, irrompe nelle pagine di Tomasi di Lampedusa con la forza di un ciclone, tanto di diventare una sorta di modello ideale di bellezza locale, capace di mescolare sapientemente l’irregolarità del tratto mediterraneo all’altera simmetria normanna: «la prima impressione fu di abbagliata sorpresa. I Salina rimasero col fiato in gola; Tancredi sentì addirittura come gli pulsassero le vene delle tempie. Sotto l’impeto della sua bellezza gli uomini rimasero incapaci di notare, analizzandoli, i non pochi difetti che questa bellezza aveva; molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai. Era alta e ben fatta, in base a generosi criteri; la carnagione sua doveva possedere il sapore della crema fresca alla quale rassomigliava, la bocca infantile quello delle fragole. Sotto la massa dei capelli color di notte avvolti di soavi ondulazioni, gli occhi verdi albeggiavano, immoti come quelli delle statue e, com’essi, un po’ crudeli. Procedeva lenta, facendo roteare intorno a sé l’ampia gonna bianca e recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza. Molti mesi dopo soltanto si seppe che al momento di quel suo ingresso trionfale essa era stata sul punto di svenire per l’ansia. Non si curò di Don Fabrizio che accorreva verso di lei, oltrepassò Tancredi che sorrideva trasognato; dinanzi alla poltrona della Principessa la sua groppa stupenda disegnò un lieve inchino e questa forma di omaggio inconsueta in Sicilia le conferì un istante il fascino dell’esotismo in aggiunta a quello della bellezza paesana.»

A dimostrare quanto questo archetipo muliebre sia vivo, basti vedere gli spot pubblicitari di Dolce&Gabbana, ad esempio, che a esso fanno riferimento. Anche Mario Di Caro, d’altra parte, quando nel 2015 uscì per Mursia con La capitana dell’isola di nessuno, costruì una combattente non troppo lontana dal modello qui descritto: «Donna Carmen ormai aveva più di cinquant’anni e possedeva curve assai prosperose, lontane dal corpo di pantera di tanto tempo prima, ma, per effetto della stessa magia, tirava fuori la grazia di una ballerina quando ancheggiava per accompagnare la malìa ruffiana dei ritornelli. Aveva ballato per la luna, da ragazza, quando le sue cosce erano tornite, per suggellare le promesse più solenni. Le sue canzoni impastate di dialetto sembravano arrivare da un mare lontano, umide di pianto e di sale, e restituivano memorie di quaranta e cinquant’anni prima. E il sapore delle sue polpette di melanzane riempiva il palato con una forza seduttrice».

L’elemento magico è parte della bellezza femminile siciliana e si esemplifica nella sapienza culinaria, come avviene nella citata Carmen preparatrice di manicaretti alla melanzana e nelle donne di Giuseppina Torregrossa: Anciluzza, protagonista de L’assagiatrice (Rubettino, 2007) e nelle due Agata del suo Conto delle minne (Mondadori, 2010).

Maghe ai fornelli e non solo, bellissime da spettinate, nelle loro vestagliette a fiori, con una goccia di sudore che scorre nell’incavo del seno e così vicine alle sudamericane narrate dalla Esquivel e soprattutto da Jorge Amado (Doña Flor e Gabriela sembrano i modelli di riferimento), questi modelli archetipici si colorano di ancestralità venendo in contatto con la loro natura più ferina. Si ricongiungono a quella natura bella che non produce bellezza e ne diventano altrettanti emblemi.

È il caso di Catena Dolce, che la natura ha costretto a diventare selvatica come una cavalla brada. La protagonista del romanzo d’esordio di Carmela Scotti (L’imperfetta, Garzanti, 2016) vive in una dimensione misterica e attinge la sua bellezza dal contatto con la natura (che conosce come una bestiola dei boschi, capace di distinguere le erbe salvifiche da quelle velenose) e da un incoercibile attaccamento alla vita.

Magico è anche il bello di Angelica Termini di Villafiorita, la donna scimmia de L’amante delle sedie volanti (La Tartaruga, 2011), nata dalla fantasia di Maria Tronca che della congiunzione tra bellezza muliebre ed eros è indagatrice attenta.

Belle in assoluto e perché donne, belle anche quando non lo risultano davvero, sono le protagoniste dei romanzi di Tea Ranno, riportate tutte in vita nel suo ultimo romanzo (Sentimi, Frassinelli, 2018).

È così che, anche per il narratore siciliano, il concetto stesso di bellezza resta indissolubilmente legato all’idea della donna. In un carosello di more dagli occhi neri o color smeraldo come il mare, bionde come matriarche normanne e rosse (lo è la Maddalena Virlinzi di Complice lo specchio di Antonio Marangolo, uscito da Mondadori nel 2014) per il capriccio di un gene che ha vagabondato per secoli, è alle donne che gli scrittori isolani affidano il compito di esemplificare il Bello. Da Brancati a Patti, da Pirandello a Sciascia, fino ad arrivare alla Betty di Cappellani, «archetipo della buttanaggine termonucleare globale incarnata in quaranta chili di tettine e sandali» (Sicilian Comedi, Sem, 2017), come diceva proprio Vitaliano Brancati in Don Giovanni involontario, «la donna è il grande tema! Lo capiscono tutti quello». (Emanela E. Abbadessa)

Lettera sulla centralità della letteratura siciliana

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Cara amica,

ci ritroviamo spesso a parlare di scrittura e di scrittori. Qua e là, si sente spesso riparlare di “centralità” della letteratura siciliana. Non sempre mi trovo d’accordo con te ma ho provato a mettere insieme qualche dato e la mia analisi – che ti riporto – la puoi trovare in un mio articolo apparso sull’ultimo numero di “Notabilis” (anno VII, n. 2, marzo-aprile 2017)

Buona lettura.

Devotamente

EE

 

Un fantasma siciliano si aggira per l’Europa.

 

La certezza della loro superiorità i siciliani l’hanno sempre avuta, sarebbe inutile negarlo. Soprattutto nell’ambito della letteratura. Anche su questo indagava Matteo Collura in apertura di un volume uscito nel 2013 da Longanesi, Sicilia. La fabbrica del mito, passando poi ad analizzare come i suoi conterranei abbiano creato miti locali da tutto, persino dai fatti delittuosi.

Chiedendo a un siciliano della letteratura isolana, questi ne affermerà la grandezza assoluta e superiore a ogni altra realtà regionale italiana; citerà la scuola federiciana, Cielo d’Alcamo, Jacopo da Lentini e proseguirà lungo i secoli con Pirandello, Quasimodo, con De Roberto (partenopeo ma siciliano d’adozione si potrebbe dire) e Tomasi, Verga, Brancati, Sciascia, Consolo, Bufalino fino ad arrivare ad Andrea Camilleri, ambasciatore inarrivabile del giallo nazionale in tutto il mondo. Un atteggiamento del genere fa sì che ogni siciliano finisca col sentirsi parte di questa gloriosa tradizione, praticamente scrittore per volontà divina, per legge genetica, anche nel caso in cui non abbia mai messo su carta altro se non la lista della spesa. Di contro – e questo sottolineava Collura – interrogandosi sulla letteratura, poniamo, piemontese, non molti andranno oltre un paio di nomi pur a fronte di una non indifferente messe di autori. E Umberto Eco stesso non pare abbia mai esaltato la propria tradizione regionale o l’eccellenza dei letterati suoi conterranei. Eppure il Piemonte ha dato i natali a Pavese, Gozzano, Soldati, Faldella, Fenoglio, Primo Levi e Carlo Levi e ancora Rodari, Carlo Fruttero fino ad arrivare a Paolo Giordano, tradotto in tutto il mondo con la sua Solitudine dei numeri primi.

Altrettanto si potrebbe dire di un po’ tutte le altre regioni italiane, compresa la Toscana che con la Sicilia si contende il primato riguardo al battesimo dell’idioma nazionale.

Dalla loro parte, i siciliani hanno l’orgoglio, tratto caratteriale molto sviluppato, e non è questo il luogo per un’analisi sociologica per spiegarne le ragioni.

A confermare però l’ingombrante sicilian pride, è giunto qualche tempo fa uno studio secondo il quale tra il 2009 e il 2014 sono stati pubblicati in Italia ben 125 titoli ambientati in Sicilia (stima realizzata per difetto, si può supporre) e, per la maggior parte, scritti da autori siciliani. Il che fa immaginare una particolare attenzione dell’editoria per gli autori isolani e conseguenti lunghi periodi di “dominio siculo” delle classifiche di vendita. Così, nei fatti è grazie principalmente al prolifico Camilleri e poi a tutta una serie di altri nomi cari al grande pubblico, dalla Maraini alla Agnello Hornby, dal palermitano Alessandro D’Avenia ad Alajmo.

L’analisi, comunque, sarebbe passata quasi inosservata se Luigi Mascheroni, dalle pagine del “Giornale”, il 10 marzo scorso, non ne avesse fatto il pretesto una gustosa intervista a Salvatore Nigro sul “caso Sicilia”.

Sebbene, in questa sede, appaia riduttivo riferirsi solo agli scrittori e tenere fuori gli editori siciliani maggiori e minori, o tacere del fenomeno Sellerio che, come dichiarava tempo fa Giorgio Ficara è la casa editrice più innovativa del panorama nazionale, sarà bene ripartire dalle risposte di Nigro.

Secondo lo studioso (anche lui, per altro, gloria sicula), non è più possibile parlare di “letteratura siciliana”. Intesa come scuola o come corrente omogenea, si sarebbe infatti esaurita con Sciascia, Consolo, Bufalino e Addamo. Oggi, sempre a parere di Nigro, ci troveremmo di fronte a una linea di portata e di apertura nazionale dovuta però alla mancanza di “aggregazione” tra gli scrittori isolani di oggi.

Vale la pena di analizzare l’affermazione. In mancanza di una direzione univoca, è necessario infatti – e Nigro stesso lo fa – tracciare una mappa delle correnti alle quali i vari autori si rifanno. Secondo lui, le tre direttrici partirebbero da Pirandello, da Brancati e dal Barocco.

La prima potrebbe essere caratterizzata pirandellianamente dal motto “uno, nessuno, centomila”. Avrebbe infatti come caratteristica il fingimento, lo sdoppiamento, il gioco di specchi e delle parti. A questa, dice Nigro, afferisce il palermitano Roberto Alajmo che prova una certa insofferenza per l’elemento folcloristico locale e, attraverso storie minime, universalizza i problemi sociali.

La linea che parte da Vitaliano Brancati, va da sé, è quella erotica e di nomi più o meno eccellenti ne annovera molti: a partire da Silvana La Spina (tornata di recente in libreria con L’uomo che veniva da Messina, uscito da Giunti) fino a Giuseppina Torregrossa che mescola eros, cibo, storia e proposizioni femministe in romanzi che incontrano il favore del grande pubblico.

Il caso invece della corrente barocca è probabilmente il più interessante. Perché la costruzione estrema, curata nei minimi dettagli, infarcita di simbolismi e riferimenti colti, espressa virtuosisticamente con una lingua composita, complessa e reboante, discende, a nostro parere, dal modo stesso di esprimersi dei siciliani, capaci di fare della metafora e del gioco illusionistico la regola, e si nutre degli scenari architettonici locali. Tra gli esponenti di questa corrente Salvatore Nigro annovera Pietrangelo Buttafuoco (di recente uscito da Skira con la controversa biografia di Agostino Tassi, La notte tu mi fai impazzire); Silvana Grasso (adesso in libreria con un fortunatissimo romanzo, Solo se c’è la luna, edito da Marsilio) e Ottavio Cappellani, ammesso con riserva dallo studioso nella schiera del “barocchi” per la sua vena a tratti surreale e a tratti iperrealista. Su Cappellani (in uscita con Sicilian Comedi per la nuova etichetta milanese Sem) occorre però spendere qualche parola in più. Tra i pochi che, oltre ad aver avuto traduzioni in tutto il mondo, con la saga di Lou Sciortino, ha dato vita a una vera lingua letteraria in cui il dialetto siciliano non è solo un abusato pretesto per sporcare i testi di colore locale, il catanese intesse trame di situazioni grottesche in cui i suoi conterranei escono sconfitti dalle sferzate taglienti a una società piccina e accaparratrice, accanita sull’esigenza di mostrare piuttosto che essere. Anche quando si prova con le distopie (è il caso de L’isola prigione, edito nel 2011 da Mondadori), Cappellani racconta una terra perduta ma non immobile, nella quale però ogni possibilità di reazione è controllata dall’alto e con la connivenza di troppi. Polemista acceso, lo scrittore rappresenta una delle voci più forti del panorama isolano, sia quando si scaglia contro i politici, sia quando attacca con ogni mezzo la politica culturale locale, in mano sempre – come nei suoi romanzi – alla società che preferisce l’effettismo e i riflettori.

Trasversalmente a queste tre correnti maggiori si pone il genere. Che sia storico o giallo, può vantare sempre una tradizione illustre. Quella storica che proviene dal Tomasi del Gattopardo e dai Viceré di De Roberto; la gialla arriva da Sciascia. Alla prima si legano testi come La lunga vita di Marianna Ucria della Maraini o Minchia di re di Giacomo Pilati (approdato al grande schermo con Mariagrazia Cucinotta e con il titolo Viola di mare) e autori come Sebastiano Addamo (Il giudizio della sera) e, più recentemente, Giorgio Vasta (Il tempo materiale); la seconda ha certamente in Andrea Camilleri un unicum ma è praticata con successo anche da Santo Piazzese, Domenico Cacopardo, Gaetano Savatteri e, con grande successo di vendite, da Alessia Gazzola, freschissima autrice messinese che, con la saga dell’anatomopatologa Alice Allevi (diventata anche una fiction per Rai Uno), si muove tra il rosa e il giallo per i suoi chick-lit a base di cadaveri e autopsie.

Accanto a questi nomi, forse collateralmente alle correnti tratteggiate, si muove una composita galassia di scrittori che della Sicilia hanno conservato poco, che a volte l’hanno addirittura rinnegata ma che, senza dubbio, rappresentano bene la molteplicità di espressioni letterarie isolane. Sul versante dell’ironia smagata e intelligente, in barba a un esordio decisamente più cupo e drammatico (L’indecenza), si muove con destrezza Elvira Seminara, uscita nel 2015 da Einaudi con l’insolito e delizioso catalogo Atlante degli abiti smessi. Alla complessità dell’animo femminile fa sempre riferimento Tea Ranno, e di donne, streghe o madonne, parla Simona Lo Iacono (Le streghe di Lenzavacche). Strega per necessità è infine la protagonista del felicissimo esordio di Carmela Scotti, uscita lo scorso anno da Garzanti con L’imperfetta, una prima prova importante e già matura che, collocandosi nel filone storico, fa ben sperare per il futuro della letteratura siciliana nel mondo.

(Emanuela E. Abbadessa)

Lettera sui sensi della devozione

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Caro amico,

è il 3 febbraio oggi e questa sera, nella mia città dalla quale sono lontana, si aprono le celebrazioni agatine con i fochi da’ sira ‘o tri.

Non sono del tutto sicura di poterti spiegare cosa significhi per un Catanese Sant’Agata. Ma sicuramente è un argomento sul quale tornerò. Intanto però voglio consegnarti queste mie riflessioni, apparse sulla pagina siciliana del quotidiano “La Repubblica”, il 5 febbraio del 2011

(http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/02/05/santagata-le-donne-una-festa-due-facce.html?ref=search)

Visitando la Sicilia nel febbraio del 1775, da Catania, l’abate Domenico Sestini, archeologo e numismatico, si stupiva dell’evidente commistione tra sacro e profano che è inscindibile dal culto stesso di Sant’Agata.

Oggi, apparentemente sempre uguale nel susseguirsi di eventi, dalla Messa dell’Aurora del 4 febbraio al rientro in Cattedrale della “vara” che contiene il busto votivo, la festa sopravvive alla modernità, non soffre alcuna crisi e continua a raccogliere un numero impressionante di devoti. Anzi, cittadini, così come vengono chiamati. Diverse migliaia di uomini pronti a perdere il sonno, a trascinare a braccia il fercolo della santa per le vie della città, ad urlare al squarciagola il loro amore per la Picciridda, incuranti della stanchezza e irriducibili nel culto collettivo di una patrona che forse ha ancora qualcosa da dire alla società contemporanea. Una festa a quanto pare tutta al maschile per onorare una patrona che, col suo rifiuto al proconsole Quinziano, sembrerebbe un’icona protofemminista.

Quella di Agata, pronta a farsi amputare le mammelle pur di non sottostare al suo carnefice, è una vicenda esemplare quanto anacronistica se riportata ad una contemporaneità in cui le avances di un uomo di potere a una giovane sembrano eccellente lasciapassare per ottenere denaro ed esposizione mediatica. Eppure l’exemplum della Santa continua a commuovere. Come si giustifica questa devozione in una società tanto lontana dal modello agatino? E Agata, con la sua determinazione, può essere considerata una sorta di femminista ante litteram, capace di scegliere la fede da seguire e decidere di non concedere il suo corpo anche a costo della morte?

Alessandro Lutri, docente di Antropologia culturale, è cauto: «occorrerebbero indagini specifiche ma se pensiamo alla violazione della femminilità è naturale che una donna possa comprendere più profondamente. Il taglio delle mammelle è un modo per negare la femminilità e quindi la fertilità della donna».

Ma se le donne possono capire meglio perché il culto agatino è prevalentemente maschile?

Salvo Costa, un devoto che ha indossato il “sacco” – l’abito bianco dei cittadini – fin dalla nascita e per 21 anni, rivela che il padre smise di frequentare il circolo dei devoti quando le donne cominciarono a far parte del “cordone”, cioè iniziarono a tirare insieme agli uomini le funi del fercolo. «Mio padre è del ’47, io appartengo a un’altra generazione e non ho vissuto come un fatto negativo l’entrata delle donne nelle celebrazioni. Anzi, mi piace pensare che la santa abbia preteso la partecipazione attiva delle donne alle celebrazioni. Forse è stata proprio lei ad opporsi una tradizione bigotta».

Non sembra d’accordo Simona Laudani, docente di Storia moderna: «Sono laica e leggo il culto di sant’Agata come un mito identificativo». La devozione per lei si sviluppa intorno al Seicento quando in Sicilia si attesta una prevalenza di culti femminili: a Palermo, a san Benedetto il Moro si sostituisce santa Rosalia; a Catania, sant’Agata; a Messina, la Madonna della Lettera. Esiste una continuità tra questi culti e quelli precristiani e quello di Agata è legato a culti pagani locali come quello per Cerere, divinità materna della terra e della fertilità. «L’identificazione con i patroni è l’elemento fondante della comunità urbana», continua la Laudani. «c nel Settecento descrive una festa di sant’Agata senza donne perché la devozione maschile definisce un principio di identità civile che, in particolare nel caso di una santa la cui esistenza è storicamente provata, dà lustro alla città. Per me Agata più che rappresentare un modello protofemminista è l’emblema della donna rassicurante che difende l’onore della famiglia a costo della vita, contro l’elemento dominatore e usurpatore: lei resiste al romano dunque protegge l’identità urbana ed è eroica».

«La vicenda di sant’Agata è l’emblema del maschilismo più becero», afferma Giuseppina Torregrossa che nel Conto delle minne dipana vicende al femminile intorno alla preparazione dei tipici dolci di ricotta della tradizione catanese che hanno la forma delle mammelle. «Siamo così abituati a vedere donne che danno via il proprio corpo per interesse, per denaro, che chi rifiuta e resta fedele a se stessa è considerata un’eroina», continua la Torregrossa, «Agata non lo è solo perché decide di non fare del suo corpo una merce di scambio. Il mondo è pieno di donne anonime disposte a subire le conseguenze dei loro rifiuti. Dove c’è potere c’è maschio, cioè c’è tutto un mondo maschile che crede di poter controllare il corpo della donna».

Dunque le catanesi potrebbero cogliere meglio degli uomini il senso più profondo del messaggio di Agata e destinarle una devozione silenziosa, vissuta quotidianamente nelle rinunce? Potrebbe essere così ma in una festa che secondo Lutri è in continua evoluzione non ci sarebbe da stupirsi se le ragazze chiedessero alla santa delle minne di avere un seno più grosso. Una sorta di chirurgia plastica divina per intercessione della santa a cui san Pietro in una notte restituì le mammelle mozzate.

Una tipologia femminile differente dalle devote che indossano il sacco verde, cioè del medesimo colore dell’abito indossato da Agata durante il martirio, e pretendono il loro posto nel cordone, così come un’altra tipologia era in passato quella delle ‘ntuppateddi, le imbacuccate, delle quali narra Giovanni Verga nella novella La coda del diavolo. In una città in cui la quaresima arriva senza carnevale, dice Verga, per la festa di sant’Agata, le signore potevano esigere il diritto di ‘ntuppatedda: vestendo un abito che le copriva integralmente con un solo un occhio libero, potevano andare tra i cittadini, molestarli, toccarli, esigere regali, senza che i rispettivi padri o mariti potessero protestare. «La ‘ntuppatedda è padrona di sé», scrive Verga, ma in un modo davvero assai profano rispetto alla rivendicazione di autonomia di Agata.

Oggi come allora la festa è una mescolanza di sacro e profano dove la mafia ha avuto il controllo sulla durata della processione, sulle soste del corteo di fronte a determinati esercizi commerciali legati alle cosche e sul business dei fuochi d’artificio. Uno scenario che ricorda le ambientazioni di Ottavio Cappellani. «Solo mafia? Ecstasy, cocaina, alcool, sesso, c’è di tutto per sant’Agata», incalza Cappellani sempre provocatorio e dissacrante. Avrà davvero ragione lui puntando il dito sull’aspetto erotico della devozione? «La festa non ha nulla a che vedere con la vicenda di Agata. E’ un rave. Lei ha scelto il martirio per proteggere il suo corpo e le sue concittadine vanno tra la folla per farsi toccare. Agata non è più una figura cristiana, è una donna della quale mangiare le minne. Altro che festa di sant’Agata, è la festa di santa Ruby».

Devotamente

EE.

Il romanzo dell’orrore più breve del mondo

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Così breve che occorre la lente d’ingrandimento. Ma, si sa, Ottavio Cappellani, è un provocatore e un cattivo ragazzo in prossimità di Halloween ci sta proprio bene.

Grazie, Ottavio!

Romanzo dell’orrore più breve del mondo

CAP. 1
Minchia che scànto.
Fine
Ottavio Cappellani

Lettera sull’erotismo nella narrativa

Renato GUTTUSO (1911- 1987) by Catherine La Rose (3)

 

 

Cara amica,

il tema dell’eros solletica sempre la curiosità, lo abbiamo detto ieri. Non ce ne stupiamo, certo.

Oggi però mi piacerebbe parlare di sesso e scrittura soprattutto guardando al fenomeno da un osservatorio particolare, la Sicilia, che è la terra nella quale sono nata, e vorrei concentrarmi sulle donne che scrivono il sesso (o, come molte di loro preferiscono dire, l’erotismo). Non apriremo adesso una discussione sull’eventuale differenza tra sesso ed erotismo però possiamo ribadire il fatto che scrivere il sesso è pratica da grandi.

Ti propongo quindi un articolo che scrissi qualche tempo fa intervistando alcune delle scrittrici siciliane che si sono dedicate ai corpi oltre che alle anime, per dirla in breve. L’articolo apparve sull’edizione palermitana del quotidiano “La Repubblica” l’8 settembre 2011 col titolo Le signore dell’eros (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/09/08/le-signore-delleros-il-piacere-secondo-le.html?ref=search).

 

Negli anni Settanta le donne scendevano in piazza rivendicando possesso e gestione del loro organo sessuale, ma il dominio su quello maschile, almeno le scrittrici, potevano già vantarlo. Se infatti la letteratura erotica è ricca di signore che in fatto di sesso la sanno lunga, la Sicilia non è stata da meno, creando eroine sensuali e vogliose, capaci di sedurre in cucina e in camera da letto. Le signore dell’eros sono scrittrici molto diverse tra loro che si affidano ai turbamenti della parola o alla descrizione di amplessi i cui protagonisti non sono necessariamente due.

La bomba scoppia nel 1989 con Lara Cardella. Con Volevo i pantaloni – oltre due milioni di copie vendute, traduzioni in tutto il mondo e un film omonimo – il successo è enorme e nel ‘97, passata a Rizzoli, la Cardella pubblica Detesto il soft, in cui si apre a una sensualità onirica e morbosa. «Esordii a 18 anni», spiega, «e per me la sessualità era un mondo da visitare per liberarmi dell’influenza castrante del cattolicesimo. La protagonista scopriva il sesso legato a una violenza e frutto di un pensiero maschilista». Da lettrice la Cardella non cerca l’eros e non crede sia esclusiva femminile (suo modello è Moravia) ma quando lo incontra lo apprezza se non è un’operazione di marketing.

Dal rischio del marketing mette in guardia Melissa Panarello, ex enfant terrible della letteratura isolana. «Ho iniziato presto e non cercavo l’erotismo, con 100 colpi di spazzola ho raccontato un viaggio nel sesso attraverso il corpo di un’adolescente», dice, «perché è quello il momento in cui si scopre il sesso attraverso lo sviluppo del corpo ma lì la mia ricerca si sarebbe chiusa se non ci fosse stata la richiesta del pubblico e degli editori». Così è tornata su questi temi approdando al ménage à trois di Tre (Einaudi) e al volume di prossima uscita per Bompiani che raccoglie le indagini sul sesso in Italia condotte per il “Corriere della sera”. Melissa parla di sesso ma osserva che «se ne scrive un uomo resta comunque collocato nella letteratura generalista, se lo fa una donna diventa subito una scrittrice erotica, quindi di serie B. Penso a La separazione del maschio di Francesco Piccolo che racconta esplicitamente le avventure del protagonista, ma nessuno confina Piccolo all’interno della scrittura erotica».

Per Maria Tronca – che per Mondadori curò una fortunata serie erotica e che all’eros ha dedicato L’Isola delle Femmine e molte pagine del suo nuovo romanzo, L’amante delle sedie volanti (La Tartaruga) – l’eros nella scrittura è importante quanto lo è nella vita, lo usa per liberarlo dai taboo ma non ama essere esplicita, preferisce lasciare immaginare. «Il corpo deve parlare prima della bocca», dice, «perché l’eros femminile è legato al pensiero e per questo è un tema femminile». Così la pensa anche Giuseppina Torregrossa che di cibo e seduzione parlerà al Festivaletteratura di Mantova. Narratrice del corpo e della mente femminili in Manna e miele, ferro e fuoco (Mondadori) e meno implicita con L’assaggiatrice (Rubettino), per lei «l’eros è un tema femminile perché noi lo leghiamo all’immaginazione, l’uomo al consumo», e aggiunge, «per le donne l’erotismo passa dal cuore, per gli uomini dalla pancia. La mia impressione è che per noi il sesso sia un fatto di dialogo con l’altro e raramente questo si trova anche nella scrittura maschile. Io l’ho riscontrato in Ercole Patti ma non in molti altri».

Implicito è l’erotismo di Elvira Seminara, indagatrice dell’adulterio, che dopo L’indecenza (Mondadori) e Scusate la polvere (Nottetempo) si è messa alla prova con un racconto uscito in Eros & Thanatos, Supergiallo Mondadori a più mani della primavera scorsa. «Un’esperienza che mi ha colpita», dice, «per la violenza espressa parlando di sesso e per la confusione tra eros e sesso. Il sesso riguarda l’universo fisiologico, l’eros quello estetico, oggi anche a livello sociale le cose si confondono mentre la differenza è sostanziale.» Ma questa violenza riguarda la scrittura femminile? «Sì», risponde, «si scrive il sesso con un’ansia di risarcimento, come se per equipararsi al maschio si emulino i peggiori modelli maschili. Davanti alla pansessualizzazione rischiamo di dimenticare l’aspetto intellettuale dell’erotismo».

Che sia legato alla mente o ai genitali, il sesso fa parte della vita, basta solo usarlo bene come sottolinea Silvana Grasso: «sia nella commedia della vita che nella fabula della scrittura, l’erotismo, declinato come ingrediente, con la consapevolezza cioè di doverne usare perché una storia sia sapida, così come si usa l’aceto nell’agrodolce del coniglio con capperi e cipolla, ha la potenza di un triciclo cui si chiede di trasportare un individuo di cento chili, il triciclo va in pezzi e il trasportato va in ortopedia».

I pericoli dunque sono in agguato e l’erotese è la lingua più insidiosa. Lo conferma Giulia Ichino, editor di Mondadori: «scrivere il sesso è difficilissimo, spesso quelle sono quelle in cui facilmente anche i migliori scivolano. Ma se una pagina di sesso è ben scritta allora si tratta di una notevole prova letteraria». La Ichino non fa differenza tra uomini e donne e cita la seduzione di certi passi di Camilleri ma riconosce alle siciliane una grande intensità linguistica.

Ma non sarà che tutto questo parlare di mente nasconde altro? Ne è certa la Grasso: «poiché scrivere costa meno che farsi psicanalizzare e un foglio di carta è sempre a portata di mano mentre non lo è uno psicologo, non escludo che qualche individuo femmina, non donna, consideri la scrittura un confessionale, un diario dove far transitare un’ipotesi d’erotico, vero o verosimile, ma improprio a colpire l’immaginario dei lettori. Altro chiede il pubblico quando ti sceglie in libreria, che non cataplasmi erotici e contraffazioni antidepressive, quasi sempre solo patetici o lassativi.»

Fatto sta che, pensando al sesso scritto, vengono in mente molte donne: da Pauline Réage di Histoire d’O a Emanuelle Arsan omonima della sua eroina, da Anaïs Nin a Erica Jong, da Alina Reyes ad Almudena Grandes e, andando indietro, dalla licenziosa Louise Labé (1524-1566), a Felicité de Choiseul-Meuse che nel primo Ottocento firmava romanzi erotici col nome de plume di Madame C.

Ma il primato dell’eros spetta davvero alle donne? A giudicare dalla rivendicazione di Gianni Biondillo e compagni con l’antologia Pene d’amore (Guanda) in cui la parola pene non indica i patimenti dell’anima, pare che gli scrittori vogliano riappropriarsi del loro organo virile. Ottavio Cappellani riguardo alla Sicilia ha idee precise: «il primato del pene è della donna, perché il vero organo erettile è tra le gambe delle donne, noi ne abbiamo una pallida imitazione. E’ lei la vera narratrice del sesso. Il vanto siculo delle gesta sessuali è di matrice omosessuale: in una società che condannava l’omosessualità bisognava inventare sontuose avventure eterosessuali. Ora che la situazione s’è normalizzata, le donne sicule sciamano affamate e seminude affabulando di sesso e azzannandolo». E se avesse ragione Cappellani, non sarebbe il caso di avvertire i turisti in giro per l’isola?

 

Devotamente

EE.

 

Lettera sulla verità dei libri

68th Venice Film Festival - Tutta Colpa Della Musica Premiere

 

 

Caro amico,

ieri accennavo al libro di Ottavio Cappellani, L’isola prigione, uscito da Mondadori nel 2011. Credo sia uno spunto di lettura particolarmente interessante per riflettere sui libri che parlano di libri – perché questo romanzo, in una geopolitica catastrofica e inquietante, in realtà, parla di libri – ma soprattutto sulla verità che i libri raccontano anche quando narrano vicende che non sembrano avere corrispondenze dirette con la realtà.

Sono molte le riflessioni che è possibile fare a questo proposito imbattendosi in un romanzo che racconta una società chiusa e “isolata” nel senso materiale della parola e all’interno della quale i romanzi rappresentano l’alfa e l’omega, la vita e la morte, la possibilità di comprendere tutto e salvarsi o lasciarsi fuorviare e perdersi. D’altra parte Ottavio Cappellani è uno scrittore “estremo”, capace di rappresentare la realtà attraverso il grottesco, di piegare la lingua ad un “realismo letterario” di forte impatto.

E’ una lettura che ti consiglio ma, non volendo aggiungere altro per non toglierti il piacere della lettura, mi rimetto alle parole dello stesso Cappellani. Quelle di un’intervista che gli feci in occasione dell’uscita del romanzo e che apparve sull’edizione palermitana de “La Repubblica” il 7 ottobre del 2011 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/07/apocalisse-di-cappellani-vi-racconto-una.html?ref=search).

 

Un turista danese è stato sbranato sulla spiaggia di Catania, sotto gli occhi dell’amico. La città è nel panico. Mentre in un programma di cronaca la conduttrice chiede notizie all’inviata, in diretta nazionale si consuma un altro sanguinoso attacco del branco. Ma non si tratta di cani: a uccidere a morsi sono uomini.

Da qui si dipana la vicenda dell’Isola prigione ultimo romanzo di Ottavio Cappellani uscito da Mondadori e che arriva in un momento particolare per lo scrittore catanese da poco tornato in libreria con Chi è Lou Sciortino? nell’edizione tascabile di Mondadori e presente alla Mostra del cinema di Venezia col cortometraggio My name is Sid del quale ha firmato la sceneggiatura.

L’isola prigione racconta l’esplodere della guerra civile e la regressione della Sicilia a uno stato ferino anteriore all’era tecnologica. La trama è animata da tre personaggi le cui vite sono destinate ad incrociarsi: Michela, bella guardia forestale che lascia la casermetta sull’Etna per raggiungere Porto Empedocle e fuggire; Gabriele, giovane documentarista in cerca di una storia sensazionale e Turuzzieddu, quindicenne a cui i cannibali hanno ucciso i genitori, che aveva promesso alla mamma di arrivare al porto di Agrigento e salvarsi. A loro, eroi involontari di una vicenda surreale, è affidato il compito di capire cosa sta succedendo davvero in Sicilia e perché il resto del mondo sembra non occuparsene.

Tra suspense, fughe disperate e losche comunità neohippy, lo scenario è inquietante ma basta poco per capire che dietro una storia da horror c’è altro. Basta affidarsi alla traccia lasciata dall’autore nel prologo del romanzo in cui mette in bocca a un carcerato un commovente inno alla lettura e alla capacità che i libri hanno di insegnare a parlare di sentimenti altrimenti inesprimibili. Dal prologo sembrerebbe di trovarsi di fronte a un libro che parla di libri e forse, chiusa l’ultima pagina, si potrebbe scoprire che è proprio così e che i libri sono l’alfa e l’omega di ogni vicenda umana.

Ma Cappellani, in fondo, voleva davvero parlare di libri?

I libri sono molto importanti. Gli uomini sono i soli esseri viventi che producano libri perché sono i soli a usare le parole ma bisogna ripensare a cosa diceva Eco sul linguaggio. E’ vero che la parola ci distingue dagli altri animali ma se ci chiediamo quali potenzialità in più ci dà, scopriamo che la sola cosa esprimibile solo a parole è la menzogna.

Gli scrittori quindi mentono?

Etica e morale sono legate all’uso che si fa della parola. Immaginare che sia solo nobile o salvifica è un abbaglio perché anche le guerre sono fatte con le parole: in guerra si uccide in nome della parola patria e un kamikaze non muore per un istinto animale ma perché crede in certe parole.

Nel suo romanzo a uccidere sono uomini in carne e ossa. Uno scenario catastrofico in un momento in cui si parla molto di apocalisse. Dalla Seconda mezzanotte di Scurati al tema di Torino Spiritualità, è tutto in proliferare di tematiche definitive. Come mai?

E’ così anche nei film. A Venezia molti film ruotavano intorno al tema distopico, che poi è la parola che si usa oggi per dire apocalittico. Quando ho cominciato a scrivere L’isola prigione non sapevo che sarebbero venute fuori tante cose sui temi catastrofistici ma è vero che certe scritture sono legate ai periodi di crisi. Rispetto a Scurati però credo di aver compiuto un percorso opposto: lui denuncia l’anestetizzazione che i media compiono divulgando violenza e tragedie, io mi sono chiesto cosa avviene se di colpo scopriamo di essere noi i protagonisti della tragedia.

La sua Sicilia infatti fa pensare alla Libia in rivolta e la spiaggia di Porto Empedocle ricorda Lampedusa.

Anche se avevo cominciato a scrivere prima di questi fatti è naturale che la cronaca entri nella mia scrittura e che vi entrino le realtà che si affacciano sul Mediterraneo. Se pensiamo alla suddivisione del potere tra le famiglie mafiose questo ci riporta ai concetti di clan delle strutture sociali nordafricane. In breve, ho sempre paura che il tutti contro tutti un giorno possa accadere davvero e che basti poco a far deflagrare la guerra civile.

Lo spunto quindi è geografico o geopolitico?

Geografico, direi. Nei film apocalittici, nel momento in cui si innesca lo scenario catastrofico lo spettatore ha l’impressione di trovarsi in un’isola e questo accresce il terrore perché l’isola è una realtà chiusa, senza punti di fuga. Se penso alla Sicilia in particolare, fin da ragazzino, vedendo i film horror, scoprivo che molti luoghi della mia terra erano perfetti per ambientare la paura. I distributori di benzina sperduti nel nulla mi facevano pensare alla Catania-Palermo, certi boschi inquietanti con le case tra gli alberi mi ricordavano le pendici dell’Etna.

Tra i temi profondamente siciliani nel romanzo c’è la sua idea di cinismo. Cos’è un modo per sopravvivere alla Sicilia?

Sì, molto banalmente si potrebbe dire che noi siciliani ce la facciamo perché le abbiamo viste tutte. Ma non è solo questo, il cinismo è un’arma dell’intelletto e deve essere usato con arte, come il fard sulle guance di una donna, se è troppo la fa diventare una maschera.

E infine la protagonista del romanzo è una donna siciliana alle prese col pensiero di metter su famiglia. Perché?

E’ stata una scelta voluta perché di fronte alla catastrofe sapevo che il solo punto di vista giusto sarebbe stato femminile. Perché la donna è latrice di vita, la natura le ha affidato la cura della prole. Non è un caso che abbia dato a Gabriel, un uomo, il ruolo di documentarista: lui è la metafora dello sguardo maschile deresponsabilizzato sulla tragedia.

 

E spero di averti acceso nuove curiosità.

Devotamente

EE.

Lettera sui piaceri della lettura

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Caro amico,

so che ami molto i libri che parlano di libri. E ce ne sono davvero molti. Uno molto bello di Ottavio Cappellani, L’isola prigione (Mondadori, 2011), ha dei risvolti inquietanti sui quali forse sarà il caso di tornare.

Ma oggi mi è tornato in mente un libro di Bennet e da quello vorrei partire.

 

A Windsor quella sera c’era il banchetto ufficiale, e mentre il presidente francese si affiancava a Sua Maestà la famiglia reale si schierò alle loro spalle, e la processione si avviò lentamente verso la sala Waterloo.

«Adesso che possiamo parlarle a quattrocchi,» disse la regina sorridendo a destra e a sinistra mentre avanzavano fra gli ospiti sfolgoranti «vorremmo tanto chiederle la sua opinione sullo scrittore Jean Genet».
«Ah» disse il presidente. «Oui».
La Marsigliese e l’inno nazionale li costrinsero a interrompersi, ma una volta seduti Sua Maestà riprese da dove era rimasta.
«Omosessuale e avanzo di galera… ma era davvero come l’hanno dipinto? E il suo talento» e sollevò il cucchiaio da consommé «era davvero così straordinario?».
Non essendo stato ragguagliato sul glabro drammaturgo e romanziere, il presidente si guardò attorno stravolto in cerca del ministro della Cultura. Ma costei era immersa in conversari con l’arcivescovo di Canterbury.
«Jean Genet,» ripetè premurosa la regina «vous le connaissez?».
«Bien sûr» disse il presidente.
«Il nous intéresse» ribadì Sua Maestà.
«Vraiment?». Il presidente posò il cucchiaio. Lo attendeva una lunga serata.

 

Qualche anno fa uscirono uno dopo l’altro vari libri “che parlavano di libri” e la cosa ha suscitò anche qualche graziosa polemica sulla stampa nazionale (ricordo una “vespa” sul Domenicale del “Sole” a proposito di Augias ad esempio). Il piacere della lettura, di questo si discuteva più o meno e senza dover per forza ricorrere alle patologie del Mal di Montano di Enrique Vila-Matas (Feltrinelli, 2005).

Tra i libri “che parlano di libri” a me piacque Il Club Dumas di Arturo Pérez-Reverte (Tropea, 1997) dal quale fu tratto da Polanski un discutibile film, La nona porta (1999). Ma non è di questo che volevo dire (ecco, vedi, parlare di libri fa venir voglia di “parlare di libri”!).

Ricordavo ieri la discussione a proposito dei “piaceri della lettura” e dei libri che dovrebbero far venire voglia di leggere. Qualcuno ha notato acutamente che se uno non ama i libri non comprerà mai un libro che insegni come amare i libri (mettiamo: io, come il commissario Montalbano, compro “Il Sole 24Ore” solo di domenica, butto il giornale e tengo l’inserto e so che esiste un libro forse pubblicato da Hoepli che s’intitola Come si legge Il Sole 24Ore ma non lo comprerò mai perché non m’interessa imparare a leggere un quotidiano di economia a meno che non cominci a giocare al Superenalotto, mi trovi a far 6 e decida, follemente, di amministrare da sola la mia inedita ricchezza). Dunque, i libri che insegnano ad amare i libri, nel migliore dei casi saranno letti solo da chi i libri li ama già (osservavo qualcosa di simile qualche tempo fa su una rivista di musicologia a proposito dei manuali di storia della musica per “non addetti ai lavori”).

Chi non legge di solito dice che “non ha tempo” per farlo. Sciocchezze, perché se si ha voglia di fare una cosa la si fa e basta e il tempo lo si trova. E poi “non ho tempo” è ciò che dico io a proposito della ginnastica: sono certa che troverei il tempo per fare sport se non avessi sempre pensato che per il mio corpo (ma anche per il mio spirito) l’apertura e la chiusura dello sportello del mio frigorifero è già uno sforzo sufficiente.

Avevo cominciato con Bennet e a lui ritorno. La sovrana lettrice di Alan Bennett (trad. it. di M. Pavani, Milano, Adelphi, 2007) del quale ho riportato poco sopra l’incipit è un libro che parla di libri e che consiglio anche perché era dai tempi del mio incontro con le pagine di Saul Bellow (più o meno) che non ridevo così di gusto leggendo.

Il libro narra in modo assolutamente irresistibile dell’epifania libresca nella vita nientemeno che di Sua Maestà la Regina Elisabetta. Personaggio delizioso, tra l’altro. Non aggiungerò altro se non il fatto che, con estrema leggerezza, per quanto non dica cose “inedite”, Bennet offre un gran bel punto di vista a proposito dei “piaceri della lettura”. E tanto per far venir voglia di leggerlo ne trascrivo qualche passo.

Quando qualcuno chiede alla regina se in passato fosse stata “ragguagliata” su un certo libro lei risponde:

 

«Certamente,» disse la regina «ma ragguagliare non è leggere. Anzi, è l’esatto contrario. Il ragguaglio è succinto, concreto e pertinente. La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre».

O ancora:

 

L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. […] I libri non sono per nulla ossequiosi. Tutti i lettori sono uguali […].

 

Uguali di tutto il mondo, leggetelo dunque.

Devotamente

EE.