Ieri e oggi

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Ieri
Viaggio verso la libertà, verso la vita, accanto a compagni ridotti pelle e ossa. Ho la visione angosciante di tutti i morti senza età, senza nome e privi di affetti, quelli che i militari libici mi costringevano a mettere nei sacchi.
Il mio terrore era quello di finire anche io dentro un sacco, trasportato da un camion fino a una fossa comune nel deserto.
Vedo la costa italiana sempre più  vicina. Appena sceso urlerò il mio nome: Hamed!
Oggi
Affondato un barcone al largo di Lampedusa con 310 migranti, nessun superstite.
Marisa Chianura
(foto di Fabrizio Villa http://www.fabriziovilla.it/)
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Lettera sui radical chic

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Caro amico,

vorrei parlare di radical chic, dato che lo fanno tutti. Cercherò di andare con ordine.
Mi dispiace, è una cosa un po’ lunga, ma spero avrai la bontà di arrivare in fondo.
Come spero saprai, la locuzione si deve al compianto Tom Wolfe che la coniò nel 1970 in un articolo a commento dell’esclusiva cena organizzata da Felicia Montealegre – moglie di Leonard Bernstein – per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere, gruppo di estrema sinistra che rifiutò il dettato nonviolento di Martin Luther King a favore del concetto di self-defence come strumento di lotta. Poi il termine fu riusato da molti ed esiste in altre lingue. Ma non ho intenzione di raccontarti questa storia, non è questo il punto.
Il punto è che Wolfe desiderava mettere in luce il contrasto tra l’ideale anticapitalistico del movimento e il lusso sfrenato dei partecipanti a quella cena.
Ma raccogliere fondi per un gruppo politico di sinistra, non è esattamente la stessa cosa che aiutare i più deboli. E questo è solo il primo punto. Per altro, quelle critiche al vetriolo non è che Wolfe le facesse dal basso della sua indigenza, tutt’altro.
Tralasciando le ragioni che portarono la Montealegre a dare vita a quella serata, in generale, da sempre, dei più umili, degli ultimi del mondo, dei lavoratori sfruttati e dei vilipesi, sono stati i ricchi a occuparsi. Perché è giusto che chi ha voce e possibilità economiche si faccia carico dei problemi di chi invece non ha abbastanza forza per far sentire le proprie ragioni.
Vorrei per esempio ricordarti che le Dame di San Vincenzo, che da sempre si occupano di carità e assistenza, non sono vedove costrette a campare sette figli in un basso con la reversibilità del marito. Tutt’altro. Sono signore della buona società che mettono la loro disponibilità (economica, di tempo, di prestigio) a servizio dei diseredati.
Anche questo è non solo normale ma addirittura giusto.
Non è che Engels, padre con Marx del comunismo, fosse un morto di fame. Tutt’altro. Era un ricco imprenditore, proveniva da una famiglia di industriali tessili e, anzi, fu proprio dalla visione della condizione dei lavoratori delle filande che elaborò la prima idea della dottrina comunista.
Quindi, ripeto, dove sta il problema?
E vengo così al punto successivo. A essere etichettati come radical chic sono Saviano, la Gruber, Lerner e compagnia bella e a volte, in qualche caso lo hanno detto persino a me. Anche qui occorre fare chiarezza. Dato che io non conosco personalmente nessuno dei personaggi citati, non mi permetto di parlare. Ossia, non so se qualcuno di loro fosse ricco di famiglia o se i soldi li abbia fatti lavorando. Se li avesse di famiglia, rientrerebbe nella tipologia di cui sopra; se li avesse fatti lavorando, non vedo ancora quale sia il problema. È forse una colpa migliorare la propria situazione economica e poi occuparsi dei lavoratori, degli umili, degli offesi? Io non credo. Si tratta di giornalisti che fanno la loro parte nei modi e nei termini che la loro professione consente. Mi spiego: vengono spesso accusati di cavalcare la causa dei migranti (o dei deboli o dei diseredati o degli ultimi) soltanto per aumentare il personale prestigio senza poi, nei fatti, compiere alcun atto concreto. Vorrei dire due cose a questo proposito: 1) nessuno può arrogarsi il diritto di dire cosa facciano gli altri a favore del prossimo, giacché certe azioni si compiono nel silenzio e nella modestia (ricordi la storia della mano destra che non deve sapere cosa fa la sinistra? Puoi leggerla qui Matteo 6, 1-6 e 6-18; oppure ricordati della Pentecoste di Manzoni “Per Te sollevi il povero / Al ciel, ch’è suo, le ciglia, / Volga i lamenti in giubilo, / Pensando a Cui somiglia: / Cui fu donato in copia, / Doni con volto amico, / Con quel tacer pudico, / Che accetto il don ti fa.”); 2) i personaggi in questione fanno esattamente ciò che devono, ovvero parlano dalle sedi preposte e a loro riservate, cioè i media, le pubblicazioni e i social media che, per dire, dovrebbero essere i luoghi privilegiati in cui il giornalista e l’intellettuale esprime il proprio pensiero mentre, di contro, i ministri della Repubblica, dovrebbero evitare al massimo di utilizzare i social media al di fuori dei profili istituzionali e limitarsi a operare fattivamente per il bene comune e non soltanto per quello della loro parte di elettorato dal momento che sono ministri dell’intera nazione.

Ma, dato che come dicevo non conosco i signori in questione, parlerò di me in quanto a volte apostrofata come radical chic. Ebbene: la mia famiglia paterna apparteneva alla borghesia e stava economicamente bene, almeno fino alla morte del nonno che cambiò drammaticamente tutto; la famiglia materna era proletaria, nonna prima contadina e poi operaia, nonno pittore decoratore. Io sono cresciuta nel benessere e senza conoscere alcuna privazione grazie al fatto che i miei genitori hanno lavorato tutta la vita senza risparmiarsi, per garantirmi non solo il necessario ma anche il superfluo, anche privandosi loro stessi del necessario. Tutto ciò che hanno guadagnato lo hanno messo a disposizione della mia formazione per fare di me quella che io sono oggi. Io lavoro e guadagno. Non molto in verità ma mi sudo ogni singolo euro. Quando non arrivo alla fine del mese, non mi vergogno a dire che papà mi aiuta con la sua pensione. Detto ciò, posso permettermi di mangiare bene tutti i giorni. Poi, certo, non amo buttare via il denaro e quindi mi vesto nei negozi cinesi e faccio la spesa al discount, perché il denaro che posso risparmiare preferisco impegnarlo con chi ne ha bisogno o per regalare un po’ di gioia agli amici. Aggiungo però che se voglio acquistare delle scarpe da 400 euro posso addirittura farlo una tantum. Ma indossare delle Louboutin e prendermi a cuore il caso dei migranti, non credo (e non accetto!) che faccia di me una radical chic secondo l’accezione che tu dai al termine.
Avere denaro per acquistare un Rolex non è una colpa e non capisco perché dovrebbe esserlo.
E arrivo all’ultimo punto. Noi, noi radical chic (cogli il sarcasmo di questa frase, spero) abbiamo certamente tanti difetti. Parlo di difetti sociali, nell’approccio al problema, nel dialogo, nella comunicazione. Ne abbiamo, inutile fingere che non sia così. E non tutti questi problemi sono compresi nella terminologia con cui veniamo etichettati.
Dunque ti cito un passo di Rostand: quando un suo avversario, per insultarlo, dice a Cyrano de Bergerac che ha un “grosso naso”, lui va su tutte le furie e fa notare a quello che avrebbe potuto usare mille altri aggettivi, perifrasi, metafore, tutti molto più ficcanti e offensivi ma lui, nella sua pochezza, soltanto “grosso” ha saputo dire.
Ora, se la citazione fosse ancora troppo alta per chi credo non tenga la cultura in grande considerazione, passo a un riferimento cinematografico più popolare: In Mary per sempre, quando il professore impersonato da Placido sente il suo studente ripetere fino allo sfinimento la parola “minchia”, si arrabbia e gli declama il componimento di Belli Er padre de li santi. Così, dopo aver enumerato i moltissimi modi di chiamare il cazzo, lo guarda e gli urla in faccia: «E tu, solo minchia sai dire?»
Ecco: dai, amico mio, sii fantasioso, solo radical chic sai dire?

Devotamente

EE

Lettera sulle forme dell’accoglienza

A migrant shouts a slogan as he wears a Tee Shirt with the message, "Open The Way" as he stands on the seawall at the Saint Ludovic border crossing on the Mediterranean Sea between Vintimille, Italy and Menton, France

Caro amico,

qualche giorno fa mi hai chiesto se potevo “sostenerti” alle prossime consultazioni regionali siciliane. Evito di osservare che negli ultimi 35 anni non ho mai avuto tue notizie nemmeno per le feste comandate e che, quando ci siamo rivisti per la solita rimpatriata con i compagni di scuola, hai dimostrato un esemplare distacco nei confronti miei e del resto dei convenuti. Ammetto che certe occasioni non sono facili da digerire per nessuno, compresa me che non amo le riunioni all’insegna della nostalgia. Fatto sta che se solo ti fossi preoccupato di guardare ciò che pubblico sui social network, ti saresti reso conto che chiedermi aiuto per le elezioni era fiato sprecato. Perché, se lo avessi fatto, avresti visto che le mie opinioni politiche sono diametralmente opposte alle tue e, soprattutto in materia di migranti, ti saresti risparmiato la mia risposta tranchant.

Le mie posizioni sono chiare da sempre su questo argomento come su tutti quelli che hanno a che fare con la dignità umana e con i diritti dell’Uomo. Li ho espressi anche, qualche tempo fa, sul numero 6, anno VII, novembre-dicembre 2016 del periodico “Notabilis”. Te li ripropongo oggi.

Devotamente

EE

 

 

Chi ha paura dell’uomo nero?

Qualche tempo fa, un circolo culturale savonese mi chiese di tenere una conferenza su Chopin. Erano gli anni dei più massicci arrivi di stranieri dall’Est e così mi trovai a fare un paragone un po’ ardito, per il gusto di scuotere l’uditorio su un tema che mi sta particolarmente a cuore. Cominciai dicendo che l’epoca della quale avrei parlato aveva qualcosa in comune con quella che noi stavamo vivendo perché entrambe vedevano dei flussi migratori dall’Est all’Ovest dell’Europa. Fu anche in forza di questo spostamento che, dal secondo Ottocento in poi, arrivarono nel cuore del nostro continente alcuni dei musicisti che ricordiamo tra i maggiori dell’Ottocento. A queste parole, una signora dalla sala mi interruppe dicendo che, nel caso citato, arrivò a Parigi Chopin ma in Italia, invece, importavamo solo ladri e assassini. Frenando il desiderio di dare della razzista alla donna in questione, mi limitai a rispondere che di Chopin ne nasce uno su un milione, quindi è probabile che se avessimo voluto trovare un genio anche nel nostro tempo, avremmo dovuto cercare tra molte “persone normali” e, tra queste, chissà quanti di pochi scrupoli ne avremmo scoperti. La sconosciuta tacque e a me sembrò pleonastico aggiungere per esempio che l’Italia (ma anche gli altri paesi del Vecchio Continente), negli Stati Uniti, non esportò soltanto bravi e onesti lavoratori.

Solitamente, quando penso all’incontro tra individui di luoghi differenti del mondo, con culture e abitudini diverse, penso all’arricchimento reciproco. Ed è questa la prima e principale cosa che mi preme perché conoscere l’altro da sé vuol dire mettere in discussione le proprie convinzione e non accogliere necessariamente quelle altrui, quanto piuttosto provare a cambiare prospettiva.

Non amo la parola “integrazione” e amo ancor meno “tolleranza” che contiene il sé il germe dell’accettazione di qualcosa che non ci piace e che, appunto, ci limitiamo a tollerare anche obtorto collo. “Integrazione” non mi piace perché non desidero che un uomo che viene dall’Africa si integri nella mia cultura rinunciando alla sua e, d’altra parte, nemmeno io voglio fare altrettanto; trovo invece proficuo imbastire un dialogo che, alla fine, lasci in ciascuno una parte dell’altro. Esattamente come avvenne con la musica nella seconda metà dell’Ottocento: Liszt e Chopin, entrando in contatto con la forma consacrata dalla nostra tradizione, arricchirono la loro esperienza musicale e, dal canto loro, portarono a noi nuovi ritmi e diverse soluzioni armoniche senza che né la loro musica, né la nostra abbia perduto identità.

La chiusura al nuovo e al diverso, d’altra parte, è sempre e comunque anticamera della stasi e, dunque, della morte. Dallo scambio di geni – così ci insegna la scienza – nascono individui più forti o, più semplicemente, è dall’unione di due patrimoni genetici che nasce una nuova vita. Spostiamoci dal microcosmo dell’individuo al macrosistema di uno stato e scopriamo come il discorso rimanga valido. Proviamo infatti a pensare a cosa è accaduto a quelle realtà politiche che in determinati periodi della loro storia, a causa di regimi totalitari, hanno chiuso le loro frontiere e impedito la libera circolazione delle idee: inevitabilmente sono tutte rimaste ancorate ad un passato statico all’interno del quale le voci forti sono state quasi sempre quelle dei dissidenti.

Dunque, non è solo per sensibilità e per “umanità” che aborro ogni dichiarazione di chiusura agli stranieri, è per calcolo. Non credo che le frontiere vadano protette da chi non sta attentando ad esse, penso piuttosto a una regolamentazione, a un controllo che garantisca libertà, democrazia e giustizia per tutti, che porti a noi il nuovo, il diverso. Voglio imparare ciò che non so da chi non conosco e voglio insegnare ciò che so a chi non conosce me. E alla fine, non m’importa se tra gli sconosciuti incontrerò il nuovo Chopin, perché mi basta sapere che da ciascuno di loro potrò trarre qualcosa che arricchirà la mia cultura ancora prima della mia umanità. (Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

Lettera sulle partenze

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Cara amica,

domani sarà Pasqua e quest’anno avevo pregustato una piccola fuga, in barca, alla volta della Francia, con qualche amico. Fatti contingenti mi hanno impedito di partire e così ho pensato di rispondere alla tua domanda e provare a dirti cosa per me significhi partire.

Come sai il tema della fuga mi è particolarmente caro e di recente ne ho parlato in un articolo uscito su “Notabilis” (anno VII, n. 1, gennaio-febbraio 2015).

Buone feste

EEA

 

Dalla quotidianità a volte si fugge. Stretti tra le maglie di impegni e appuntamenti, spinti dalle lancette dell’orologio, braccati dalle scadenze si corre tenendo in mano un cellulare che continua a inviare notifiche. Sembrano quasi un rappel à l’ordre, richiami che impongono di esserci e rispondere sempre e comunque, rosicchiando i minuti liberi in cui si cercherebbe solo un momento di vuoto dai pensieri.

Per questo spesso i periodi di vacanza sono appunto fughe. Si crede possibile possibile interrompere una routine in cui altrimenti, quasi autisticamente, si compiono sempre i medesimi gesti, mille volte al giorno, nella stessa sequenza, a volte rassicurante quanto logorante.

Ma la fuga per me che vivo immersa nelle parole è un modo per rifugiarmi in altre parole, perché da quelle non si scappa: assediano ogni andito e persino le immagini ipnagogiche alla fine, per chi vive di parole, vengono decodificate, sillaba dopo sillaba, e ricostruite in frasi di senso compiuto. All’evasione fisica provo ad accompagnare sempre quella della mente e, per rendere tutto questo possibile, vengono in mio aiuto i libri, mondi dotati di un ordine proprio, in cui cerco di farmi guidare dalla maniera in cui altri hanno concepito il logos.

Non scappo da un momento all’altro, piuttosto preparo la mia mente all’allontanamento dalla quotidianità cominciando a immergermi in quella di un altrove arredato, come la classe di una scuola primaria, di grossi cartelloni di lettere cicciottelle o con gambette veloci, di api, imbuti, dadi e cavallini. E quelle mi dischiudono un mondo ancora sconosciuto del quale cerco l’abbraccio.

L’abbraccio per me è sempre legato al calore: scelgo dunque una meta calda, una in cui il sole mi picchi addosso senza alcuna clemenza per evitare che anche la più piccola parte di me possa non sentirsi accolta. Scelgo una meta marina, meglio se lontana da comitive chiassose, una senza villaggi turistici, tempi organizzati, animatori e giochini ai quali non parteciperei in alcun caso. Ma la scelta è solo una piccola parte di un percorso che per me è rigenerazione del corpo e dell’anima. Perché per sentirmi davvero parte di un mondo ancora sconosciuto mi approvvigiono di libri che di quel luogo sappiano narrarmi. Non guide turistiche perché non cerco il ristorante stellato o la discoteca alla moda; preferisco i romanzi o i reportage capaci di restituire i fremiti di un luogo ancora ignoto.

Tra le tante esperienze fatte alla ricerca di uno spicchio di pace, ricordo con particolare intensità il primo viaggio in Corsica in un agosto caldo, arso da un sole violento. Avevo deciso per una spiaggia poco frequentato dell’isola, con un mare selvaggio su cui si specchiavano alture incombenti picchiettate di verde.

Qualche mese prima di partire, avevo pensato di conoscere i misteri dell’isola attraverso la letteratura: l’ormai poco frequentato Prosper Mérimée più noto come autore di quel testo da cui sarebbe stato tratto il libretto per Carmen di Bizet, faceva al caso mio.

La Corsica così cominciò a poco a poco a insinuarsi dentro di me e a strapparmi dalla città, dai ritmi ormai insostenibili. Dopo le giornate di lavoro, prendevo in mano Colomba, uno dei romanzi più celebri dell’autore francese.

Pubblicato per la prima volta nel 1840 sulla “Reveux des Deux Mondes” (l’anno successivo in volume da Magen e Comon), Colomba valse a Mérimée l’ammissione all’Académie Française. Capii già dalle prime pagine che non avrei potuto scegliere di meglio per cominciare un viaggio dell’anima verso le coste corse. Mi piaceva sapere che quella vicenda, allo scrittore, era stata ispirata proprio da un viaggio nella stessa terra che presto anche io avrei conosciuto. Il romanzo, infatti, si apre con un viaggio per mare e non so se sia un caso che io avessi allora aperto il mio Capo Scirocco proprio con un viaggio per mare.

Il mare ha il fascino eterno del mistero: è un mondo senza confini apparenti in mezzo al quale incontrare le proprie paure ataviche e, come Achab, affrontarle in una lotta impari ed estrema contro balene enormi e crudeli. Per questo ho sempre amato le narrazioni di mare e il modo in cui le acque dilagano nella poesia e nella narrativa del grande Giuseppe Conte.

Si dice che di solito le donne non amino questo genere di libri, leggano con difficoltà Conrad o Melville con i loro claustrofobici ambienti monosesso fatti di mozzi, vele e salsedine. Ma io, come la Lydia di Mérimée (la figlia del colonnello Nevil che, stanca di un viaggio poco avventuroso, costringe il padre a imbarcarsi alla volta della Corsica), sono diversa. Con lei infatti sono salita sulla nave e con lei ho ascoltato la nenia eterna delle onde e il canto triste di uomini soli. Con Lydia ho sognato l’abbraccio e i baci della guardia imperiale Orso Antonio della Rebbia e con lei, alla fine ho penetrato l’esotismo brullo e selvatico della spietata Colomba che respira ancora nei fremiti dell’isola. Quella terra antica, che da bambina mi appariva solo in forma di un buffo cappuccetto sulla Sardegna, da adulta, mi apparve un pugno chiuso e un dito teso e imperioso come un monito.

Ecco cos’è per me la fuga che mi ristora: è la possibilità di essere altro da me e calarmi in un altrove immaginifico quale quello che i libri mi restituiscono ancora prima delle zolle, del mare, della vegetazione e dei visi sconosciuti.

Spinta sempre dalla medesima voglia, l’estate scorsa ho scelto di segnare il passo rifugiandomi in un’altra isola, Lampedusa e, ad accompagnarmi, sempre e solo un libro. Ho scelto un testo duro e vero di un uomo che conosce quella terra come pochi altri. Lampaduza (Sellerio), è questo il titolo ma è anche il modo in cui i migranti chiamano l’isola che li accoglie e che altrettanto ha fatto con me lasciandomi addosso la malìa africana, il dolore e la gioia. Così, le parole di Davide Camarrone che lo ha scritto, mi hanno tenuto compagnia e mi insegnato tanto sulle obliquità della vita e su un dolore così vicino da essere costretti a chiudere gli occhi per non vederlo.

Perché spesso l’altrove nel quale si cerca la pace nasconde sofferenze ma da quelle si impara che la pace vera può essere raggiunta solo attraverso la conoscenza.