Lettera sulla genesi di un romanzo

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Cara amica,

mi è capitato spesso che qualcuno mi abbia chiesto come nascono le storie che racconto e come i miei personaggi. Credo che per ciascuno la genesi avvenga in modo diverso ma in qualche modo simile.

Lo scorso anno a chiedermelo è stata una dinamica rivista letteraria. Così ho provato a rispondere dunque nelle pagine di “Notabilis” (anno VI, n. 6, novembre-dicembre 20)

 

Se hai una storia dentro devi farla uscire. E quando l’avrà fatto dovrai lasciarla andare e permetterle fare la sua strada a prescindere da te. Così mi disse Mario Baudino quando, fissando il primo contratto speditomi da Rizzoli, ero ancora incerta se firmare o meno e cercavo conforto nelle parole di un amico che in fatto di libri e di vita la sa lunga.

Ero confusa perché quella firma avrebbe significato per me espormi, ovvero consegnare al mondo una storia che avevo maturato al mio interno (e consegnare anche me attraverso essa). Avrei dovuto farle affrontare il pericolo delle critiche mentre io, amandola, preferivo tenerla sempre con me, coccolarla e proteggerla da tutto.

Non ho avuto figli ma ho sempre pensato che, con le dovute distanze, un genitore provi qualcosa di molto simile ai sentimenti che agitavano me allora e che non hanno smesso di preoccuparmi.

Perché di vita si tratta e di nascita.

I personaggi dei miei romanzi nascono dopo una gestazione nella mia mente. Vengono fuori con i loro visi, il loro modo di muoversi e di agire; con il carico delle loro storie ancora da dipanarsi. A volte, per dare loro un nome devo aspettare di scrutarne le espressioni e lasciare che riempiano la mia casa e la mia esistenza. Anzi quando iniziai a scrivere fu proprio per colmare lo spazio vuoto della mia stanza e vederlo saturo di loro, irreali eppure familiari e quasi tangibili. Qualcuno cioè con cui entrare in contatto, dialogare, confrontarmi e permettergli di crescere.

Come una madre un po’ troppo severa non concedo mai troppa libertà ai miei personaggi e pretendo sempre di sapere dove siano, dove e con chi andranno e cosa faranno. Per questo mi sorprendo spesso quando sento scrittori dire che un tal personaggio “ha preso loro la mano” e ha cominciato a fare di testa sua. Loro, le mie creature, nascono da un mio disegno e non sfuggono al mio controllo: hanno il guinzaglio corto che permette loro qualche giro in tondo ma li costringe poi a tornare sul tracciato che solo io ho stabilito.

La nascita per me è soprattutto evocazione da immagini, è suggestione visiva: può nascondersi nel modo in cui una sconosciuta si mette una ciocca di capelli dietro un orecchio, dalla maniera che un uomo ha di stare assorto o di spiare il passo di una donna o anche da un paesaggio scovato per caso in rete che mi figuro come teatro di una storia. Così la storia stessa prende forma subito: la possiedo dall’inizio alla fine ed è dal possesso scaturisce l’impellenza di raccontarla. Questa lezione la imparai dalla mia amata maestra delle elementari che stimolava la fantasia di noi bambini chiedendoci di osservare il mondo, i passanti, le situazioni intorno a noi e, sulla base di ciò che vedevamo, costruire una storia. Queste esercitazioni le chiamava Osservo e scrivo. Non so e non credo le avesse inventate lei ma so che quando uscì il mio romanzo, mia madre mi disse: «se sai scrivere lo devi alla maestra De Francisci, devi ringraziarla per quello che sei oggi». Infatti, tra tutte le gioie che il mio romanzo mi ha dato, poterne dedicare una copia alla prima insegnante, resta una delle più forti. E nel prossimo, una maestra sarà la protagonista e, per quanto molto diversa dalla mia, assegnerà esattamente lo stesso tipo di compito ai suoi allievi.

Con davanti a me i personaggi e lo sfondo della vicenda, giungo a quella fase della nascita che è un’epifania: la lingua. Ogni narrazione ha una sua lingua precipua, un esatto modo personale per essere espressa e non un altro. È allora che il concepimento per me diviene gestazione, labor limae sul suono delle sillabe, articolarsi dei periodi e di questi in paragrafi. E all’immagine così si aggiunge il suono: stampo una pagina e la rileggo a voce alta camminando per la stanza mentre loro, i protagonisti della storia, mi figuro se ne stiano a guardare e, forse, di sottecchi ridano un po’ di me.

Credo che ciascuno abbia un modo differente di dare vita ai protagonisti di un romanzo e spesso mi piace chiedere agli altri come facciano, quante prove e quanti fogli gettino via prima di sentire di aver centrato il bersaglio. Ma è certo che le storie, come mi disse Baudino, una volta scritte ti abbandonano. Camminano sole per il mondo e smettono definitivamente di appartenerti.

Più o meno con questa consapevolezza vissi l’ubriacatura di gioia delle prime presentazioni e delle prime recensioni dopo l’uscita di Capo Scirocco ma a volte, alla sera o al mattino appena alzata, Luigi e Rita, Mimì e Annuzza mi mancavano. Sentivo la loro assenza come se fossero figli partiti per chissà dove e che non avrei più rivisto. A poco valeva il fatto che mi tornassero davanti quando, presentando il romanzo, leggevo qualche passo: di fatto, loro non erano più a casa mia e non dipendevano più da me.

Fu allora che in modo inatteso li riconquistai tutti. Non mi accorsi subito che stavano tornando eppure stava succedendo.

Accadde e continua ad accadere nelle parole di quanti mi leggono e hanno la bontà di scrivermi: ciascuno di loro mi racconta qualcosa in più di uno di loro e me lo restituisce con addosso un pensiero, un’idea personale che lo rende inevitabilmente differente da come io stessa me l’avevo generato.

È allora che comprendo pienamente cosa voglia dire “lasciare andare una storia”. Non significa soltanto consegnare una narrazione ad altri e attenderne supinamente il giudizio; vuol dire piuttosto veder ritornare la propria scrittura arricchita di parole, sensazioni, evocazioni altrui. E di ciascuna di quelle, come farei per un figlio che rincasa carico di esperienza, faccio tesoro. Peso ogni parola e la serbo per farci germogliare sopra una narrazione futura che conterrà anche un po’ della maturità della sorella maggiore ormai cresciuta e autonoma.

E forse non è un caso che il mio primo romanzo abbia visto la luce in nove mesi.

 

Devotamente

EE

Lettera sull’identità nazionale

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Caro amico,

mi chiedi una precisazione su quanto ho scritto ieri e non mi tiro indietro. No, non ho nulla contro i dialetti: li amo, rappresentano un patrimonio ineludibile, comprendo bene il valore della poesia dialettale, la leggo e la apprezzo. La mia osservazione era riferita all’abuso che a volte se ne fa nella narrativa italiana. Ma mi infastidisce altrettanto l’abuso di termini inglesi quando si potrebbe usare la parola italiana. Ma mi sento davvero male anche quando l’intellettuale di turno usa impropriamente l’ormai dilagante “piuttosto che” nel senso di “oppure”. Tutto qui.

Perché, vedi, io sono molto legata alla mia lingua. Le sono legata così tanto da temere a volte che il legame stesso sia la causa della mia incapacità ad imparare compiutamente un altro idioma. Parlo un po’ di inglese, ad esempio, ma anche nei tempi in cui lo praticavo di più, non mi sentivo di esprimere in quella lingua altro se non le mie necessità quotidiane. Non sarei riuscita ad usare l’inglese per parlare, per fartela breve, dell’anima. E’ un mio limite, lo so bene, che tento di colmare con la mia “volontà” di comunicare e che mi porta a entrare in contatto facilmente con persone di ogni parte della terra pur nella distanza che le nostre lingue rappresentano.

Perché, sai, amico mio, a rischio di sembrarti retorica è nella mia lingua che io sento forte la mia identità nazionale.

Io sono Italiana perché parlo l’Italiano.

Sono Italiana perché quando la mia Patria non esisteva, la mia terra – che a me non ha dato un lavoro -, alla Patria non ha dato soltanto la lingua, ma addirittura la poesia nell’istante stesso in cui Jacopo da Lentini ha scritto “Maravigliosamente un amor mi distringe”.

Sono Italiana perché la mia Patria è stata unita prima dalla Cultura e poi dalla politica.

Sono Italiana perché amo le nostre differenze e gli spigoli acuti.

Sono Italiana perché amo questo caleidoscopio di lingue, di sapori, di culture che pure inospettabilmente ci tiene uniti.

Sono Italiana perché ho imparato ad accogliere il diverso come io sono stata accolta in una regione che non mi appartiene e non mi somiglia.

Sono Italiana perché piango quando leggo che “la sventurata rispose”.

Sono Italiana perché gli ebrei dei quali “va il pensiero” somigliano a quelle masse per le quali morirono i patrioti a cui credevo di non somigliare.

Sono Italiana perché quando un violino costruito quattro secoli fa a Cremona suona Mendelssohn all’altro capo del mondo, allora tutta l’Italia suona insieme a quel violino.

Sono Italiana perché il dramma di una ciociara può essere il dramma di tutte le donne del mondo. Sono Italiana perché la mia Famiglia è Italiana. Forse grazie a Dio. Non lo so e non mi importa di saperlo.

Devotamente

EE.