Lettera sui radical chic

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Caro amico,

vorrei parlare di radical chic, dato che lo fanno tutti. Cercherò di andare con ordine.
Mi dispiace, è una cosa un po’ lunga, ma spero avrai la bontà di arrivare in fondo.
Come spero saprai, la locuzione si deve al compianto Tom Wolfe che la coniò nel 1970 in un articolo a commento dell’esclusiva cena organizzata da Felicia Montealegre – moglie di Leonard Bernstein – per raccogliere fondi a favore delle Pantere Nere, gruppo di estrema sinistra che rifiutò il dettato nonviolento di Martin Luther King a favore del concetto di self-defence come strumento di lotta. Poi il termine fu riusato da molti ed esiste in altre lingue. Ma non ho intenzione di raccontarti questa storia, non è questo il punto.
Il punto è che Wolfe desiderava mettere in luce il contrasto tra l’ideale anticapitalistico del movimento e il lusso sfrenato dei partecipanti a quella cena.
Ma raccogliere fondi per un gruppo politico di sinistra, non è esattamente la stessa cosa che aiutare i più deboli. E questo è solo il primo punto. Per altro, quelle critiche al vetriolo non è che Wolfe le facesse dal basso della sua indigenza, tutt’altro.
Tralasciando le ragioni che portarono la Montealegre a dare vita a quella serata, in generale, da sempre, dei più umili, degli ultimi del mondo, dei lavoratori sfruttati e dei vilipesi, sono stati i ricchi a occuparsi. Perché è giusto che chi ha voce e possibilità economiche si faccia carico dei problemi di chi invece non ha abbastanza forza per far sentire le proprie ragioni.
Vorrei per esempio ricordarti che le Dame di San Vincenzo, che da sempre si occupano di carità e assistenza, non sono vedove costrette a campare sette figli in un basso con la reversibilità del marito. Tutt’altro. Sono signore della buona società che mettono la loro disponibilità (economica, di tempo, di prestigio) a servizio dei diseredati.
Anche questo è non solo normale ma addirittura giusto.
Non è che Engels, padre con Marx del comunismo, fosse un morto di fame. Tutt’altro. Era un ricco imprenditore, proveniva da una famiglia di industriali tessili e, anzi, fu proprio dalla visione della condizione dei lavoratori delle filande che elaborò la prima idea della dottrina comunista.
Quindi, ripeto, dove sta il problema?
E vengo così al punto successivo. A essere etichettati come radical chic sono Saviano, la Gruber, Lerner e compagnia bella e a volte, in qualche caso lo hanno detto persino a me. Anche qui occorre fare chiarezza. Dato che io non conosco personalmente nessuno dei personaggi citati, non mi permetto di parlare. Ossia, non so se qualcuno di loro fosse ricco di famiglia o se i soldi li abbia fatti lavorando. Se li avesse di famiglia, rientrerebbe nella tipologia di cui sopra; se li avesse fatti lavorando, non vedo ancora quale sia il problema. È forse una colpa migliorare la propria situazione economica e poi occuparsi dei lavoratori, degli umili, degli offesi? Io non credo. Si tratta di giornalisti che fanno la loro parte nei modi e nei termini che la loro professione consente. Mi spiego: vengono spesso accusati di cavalcare la causa dei migranti (o dei deboli o dei diseredati o degli ultimi) soltanto per aumentare il personale prestigio senza poi, nei fatti, compiere alcun atto concreto. Vorrei dire due cose a questo proposito: 1) nessuno può arrogarsi il diritto di dire cosa facciano gli altri a favore del prossimo, giacché certe azioni si compiono nel silenzio e nella modestia (ricordi la storia della mano destra che non deve sapere cosa fa la sinistra? Puoi leggerla qui Matteo 6, 1-6 e 6-18; oppure ricordati della Pentecoste di Manzoni “Per Te sollevi il povero / Al ciel, ch’è suo, le ciglia, / Volga i lamenti in giubilo, / Pensando a Cui somiglia: / Cui fu donato in copia, / Doni con volto amico, / Con quel tacer pudico, / Che accetto il don ti fa.”); 2) i personaggi in questione fanno esattamente ciò che devono, ovvero parlano dalle sedi preposte e a loro riservate, cioè i media, le pubblicazioni e i social media che, per dire, dovrebbero essere i luoghi privilegiati in cui il giornalista e l’intellettuale esprime il proprio pensiero mentre, di contro, i ministri della Repubblica, dovrebbero evitare al massimo di utilizzare i social media al di fuori dei profili istituzionali e limitarsi a operare fattivamente per il bene comune e non soltanto per quello della loro parte di elettorato dal momento che sono ministri dell’intera nazione.

Ma, dato che come dicevo non conosco i signori in questione, parlerò di me in quanto a volte apostrofata come radical chic. Ebbene: la mia famiglia paterna apparteneva alla borghesia e stava economicamente bene, almeno fino alla morte del nonno che cambiò drammaticamente tutto; la famiglia materna era proletaria, nonna prima contadina e poi operaia, nonno pittore decoratore. Io sono cresciuta nel benessere e senza conoscere alcuna privazione grazie al fatto che i miei genitori hanno lavorato tutta la vita senza risparmiarsi, per garantirmi non solo il necessario ma anche il superfluo, anche privandosi loro stessi del necessario. Tutto ciò che hanno guadagnato lo hanno messo a disposizione della mia formazione per fare di me quella che io sono oggi. Io lavoro e guadagno. Non molto in verità ma mi sudo ogni singolo euro. Quando non arrivo alla fine del mese, non mi vergogno a dire che papà mi aiuta con la sua pensione. Detto ciò, posso permettermi di mangiare bene tutti i giorni. Poi, certo, non amo buttare via il denaro e quindi mi vesto nei negozi cinesi e faccio la spesa al discount, perché il denaro che posso risparmiare preferisco impegnarlo con chi ne ha bisogno o per regalare un po’ di gioia agli amici. Aggiungo però che se voglio acquistare delle scarpe da 400 euro posso addirittura farlo una tantum. Ma indossare delle Louboutin e prendermi a cuore il caso dei migranti, non credo (e non accetto!) che faccia di me una radical chic secondo l’accezione che tu dai al termine.
Avere denaro per acquistare un Rolex non è una colpa e non capisco perché dovrebbe esserlo.
E arrivo all’ultimo punto. Noi, noi radical chic (cogli il sarcasmo di questa frase, spero) abbiamo certamente tanti difetti. Parlo di difetti sociali, nell’approccio al problema, nel dialogo, nella comunicazione. Ne abbiamo, inutile fingere che non sia così. E non tutti questi problemi sono compresi nella terminologia con cui veniamo etichettati.
Dunque ti cito un passo di Rostand: quando un suo avversario, per insultarlo, dice a Cyrano de Bergerac che ha un “grosso naso”, lui va su tutte le furie e fa notare a quello che avrebbe potuto usare mille altri aggettivi, perifrasi, metafore, tutti molto più ficcanti e offensivi ma lui, nella sua pochezza, soltanto “grosso” ha saputo dire.
Ora, se la citazione fosse ancora troppo alta per chi credo non tenga la cultura in grande considerazione, passo a un riferimento cinematografico più popolare: In Mary per sempre, quando il professore impersonato da Placido sente il suo studente ripetere fino allo sfinimento la parola “minchia”, si arrabbia e gli declama il componimento di Belli Er padre de li santi. Così, dopo aver enumerato i moltissimi modi di chiamare il cazzo, lo guarda e gli urla in faccia: «E tu, solo minchia sai dire?»
Ecco: dai, amico mio, sii fantasioso, solo radical chic sai dire?

Devotamente

EE

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Lettera sulle forme dell’accoglienza

A migrant shouts a slogan as he wears a Tee Shirt with the message, "Open The Way" as he stands on the seawall at the Saint Ludovic border crossing on the Mediterranean Sea between Vintimille, Italy and Menton, France

Caro amico,

qualche giorno fa mi hai chiesto se potevo “sostenerti” alle prossime consultazioni regionali siciliane. Evito di osservare che negli ultimi 35 anni non ho mai avuto tue notizie nemmeno per le feste comandate e che, quando ci siamo rivisti per la solita rimpatriata con i compagni di scuola, hai dimostrato un esemplare distacco nei confronti miei e del resto dei convenuti. Ammetto che certe occasioni non sono facili da digerire per nessuno, compresa me che non amo le riunioni all’insegna della nostalgia. Fatto sta che se solo ti fossi preoccupato di guardare ciò che pubblico sui social network, ti saresti reso conto che chiedermi aiuto per le elezioni era fiato sprecato. Perché, se lo avessi fatto, avresti visto che le mie opinioni politiche sono diametralmente opposte alle tue e, soprattutto in materia di migranti, ti saresti risparmiato la mia risposta tranchant.

Le mie posizioni sono chiare da sempre su questo argomento come su tutti quelli che hanno a che fare con la dignità umana e con i diritti dell’Uomo. Li ho espressi anche, qualche tempo fa, sul numero 6, anno VII, novembre-dicembre 2016 del periodico “Notabilis”. Te li ripropongo oggi.

Devotamente

EE

 

 

Chi ha paura dell’uomo nero?

Qualche tempo fa, un circolo culturale savonese mi chiese di tenere una conferenza su Chopin. Erano gli anni dei più massicci arrivi di stranieri dall’Est e così mi trovai a fare un paragone un po’ ardito, per il gusto di scuotere l’uditorio su un tema che mi sta particolarmente a cuore. Cominciai dicendo che l’epoca della quale avrei parlato aveva qualcosa in comune con quella che noi stavamo vivendo perché entrambe vedevano dei flussi migratori dall’Est all’Ovest dell’Europa. Fu anche in forza di questo spostamento che, dal secondo Ottocento in poi, arrivarono nel cuore del nostro continente alcuni dei musicisti che ricordiamo tra i maggiori dell’Ottocento. A queste parole, una signora dalla sala mi interruppe dicendo che, nel caso citato, arrivò a Parigi Chopin ma in Italia, invece, importavamo solo ladri e assassini. Frenando il desiderio di dare della razzista alla donna in questione, mi limitai a rispondere che di Chopin ne nasce uno su un milione, quindi è probabile che se avessimo voluto trovare un genio anche nel nostro tempo, avremmo dovuto cercare tra molte “persone normali” e, tra queste, chissà quanti di pochi scrupoli ne avremmo scoperti. La sconosciuta tacque e a me sembrò pleonastico aggiungere per esempio che l’Italia (ma anche gli altri paesi del Vecchio Continente), negli Stati Uniti, non esportò soltanto bravi e onesti lavoratori.

Solitamente, quando penso all’incontro tra individui di luoghi differenti del mondo, con culture e abitudini diverse, penso all’arricchimento reciproco. Ed è questa la prima e principale cosa che mi preme perché conoscere l’altro da sé vuol dire mettere in discussione le proprie convinzione e non accogliere necessariamente quelle altrui, quanto piuttosto provare a cambiare prospettiva.

Non amo la parola “integrazione” e amo ancor meno “tolleranza” che contiene il sé il germe dell’accettazione di qualcosa che non ci piace e che, appunto, ci limitiamo a tollerare anche obtorto collo. “Integrazione” non mi piace perché non desidero che un uomo che viene dall’Africa si integri nella mia cultura rinunciando alla sua e, d’altra parte, nemmeno io voglio fare altrettanto; trovo invece proficuo imbastire un dialogo che, alla fine, lasci in ciascuno una parte dell’altro. Esattamente come avvenne con la musica nella seconda metà dell’Ottocento: Liszt e Chopin, entrando in contatto con la forma consacrata dalla nostra tradizione, arricchirono la loro esperienza musicale e, dal canto loro, portarono a noi nuovi ritmi e diverse soluzioni armoniche senza che né la loro musica, né la nostra abbia perduto identità.

La chiusura al nuovo e al diverso, d’altra parte, è sempre e comunque anticamera della stasi e, dunque, della morte. Dallo scambio di geni – così ci insegna la scienza – nascono individui più forti o, più semplicemente, è dall’unione di due patrimoni genetici che nasce una nuova vita. Spostiamoci dal microcosmo dell’individuo al macrosistema di uno stato e scopriamo come il discorso rimanga valido. Proviamo infatti a pensare a cosa è accaduto a quelle realtà politiche che in determinati periodi della loro storia, a causa di regimi totalitari, hanno chiuso le loro frontiere e impedito la libera circolazione delle idee: inevitabilmente sono tutte rimaste ancorate ad un passato statico all’interno del quale le voci forti sono state quasi sempre quelle dei dissidenti.

Dunque, non è solo per sensibilità e per “umanità” che aborro ogni dichiarazione di chiusura agli stranieri, è per calcolo. Non credo che le frontiere vadano protette da chi non sta attentando ad esse, penso piuttosto a una regolamentazione, a un controllo che garantisca libertà, democrazia e giustizia per tutti, che porti a noi il nuovo, il diverso. Voglio imparare ciò che non so da chi non conosco e voglio insegnare ciò che so a chi non conosce me. E alla fine, non m’importa se tra gli sconosciuti incontrerò il nuovo Chopin, perché mi basta sapere che da ciascuno di loro potrò trarre qualcosa che arricchirà la mia cultura ancora prima della mia umanità. (Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

Lettera sull’altra emigrazione

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Caro amico,

dato che ci confrontiamo spesso sui temi dell’emigrazione (e quindi dell’immigrazione) oggi ho pensato di proporti un mio articolo apparso sul numero 1, anno VIII del periodico “Notabilis”, per guardare la questione da un altro punto di vista.

Devotamente

EEA

 

 

“…dammi cento lire che in America voglio andar”.

di Emanuela E. Abbadessa

Lo chiamavano sogno americano e, per quanti andavano negli States, era la speranza, ovvero la possibilità di emergere, avere successo e denaro grazie all’impegno e al duro lavoro. Molto più che un’utopia per molti cosiddetti self-made men che a quel successo e al benessere economico sono arrivati davvero facendo affidamento solo su se stessi.

Il grande paese cresciuto grazie all’immigrazione e capace di decidere i destini del mondo fino al punto da ritenersi garante della democrazia anche fuori dai suoi confini, è fatto appunto di persone che in quel sogno hanno creduto e, in qualche modo, continuano a credere. Appartengono da sempre a ogni strato sociale e tra loro non ci sono soltanto imprenditori, ristoratori o operai. Ci sono anche gli artisti, quanti cioè hanno lasciato una terra che, come l’Italia, ha un fortissimo portato culturale, per presentarsi a un pubblico più vasto, mettendo in valigia poco più che il loro talento.

Questa è stata la sorte di molti siciliani, è cosa nota. Altri ancora, acclamati oggi come ieri, vantano origini sicule. Alcuni, hanno avuto successo soprattutto negli Stati Uniti, anche se in Italia se ne è quasi persa la memoria.

Pochi, per esempio, sanno che l’autore di alcuni tra i più noti standard del jazz era palermitano. Vincenzo Cacioppo, noto con lo pseudonimo di Vincent Rose, violinista per vocazione e jazzista per caso, conquistò gli States sfidando addirittura proprie inclinazioni.

Nono figlio di Antonina e del partenopeo Salvatore Cacioppo, Vincenzo era nato nel capoluogo siciliano nel 1880. Il padre, mercante di vini, notando la passione del figlio per la musica, a sette anni, lo iscrisse al conservatorio. Così, quando Salvatore e Antonina, il 29 novembre 1897, sbarcarono a New York, Vincenzo era già un ottimo musicista.

Si stabilirono subito a Chicago sperando che il giovane potesse entrare nella Thomas Theodore Orchestra. Ma allora nessun italiano figurava tra i musicisti, che erano quasi tutti immigrati irlandesi e tedeschi, e lui ripiegò su lavoretti nelle orchestre di vaudeville.

Una sera era con alcuni amici in un locale in cui si faceva jazz e, ascoltando quel sound, decise che il suo futuro non poteva essere legato al violino. A convincerlo definitivamente fu una chiacchierata col pianista del gruppo che, in breve tempo, aveva guadagnato col jazz più di quanto lui non fosse mai riuscito a fare col violino. Così, appeso l’archetto al chiodo, Vincenzo si sedette alla tastiera. Un pianista, d’altra parte, poteva trovare impiego nei locali da ballo, in piccole band e nei cinema muti, formidabili palestre per l’improvvisazione.

Sposatosi e trasferitosi in California, a Ocean Park, nel 1912 aveva già pubblicato la sua prima canzone, It must be love or something, e scelto lo pseudonimo di Vincent Rose.

Negli anni della Grande Guerra fondò i Vernon Five, ma il successo vero arrivò a conflitto finito. All’inizio dei Roaring Twenties, ruggivano pure le più celebri orchestre, e Rose pubblicò due brani divenuti poi altrettanti standard, Avalon e Whispering, presenti nelle colonne sonore di The Al Jolson story e The Benny Goodman story e celebri anche nelle interpretazioni di Al Jolson (co-autore della prima), Cab Calloway, Benny Goodman, Miles Davis, Sonny Rollins, Tommy Dorsey e Frank Sinatra.

Col successo si presentarono i problemi: il musicista fu accusato da Ricordi di aver plagiato “E lucevan le stelle” in Avalon. La cosa non incise affatto sulla sua carriera e nei dieci anni successivi pubblicò 76 brani, stringendo collaborazioni con Al Jolson, Harry Owens, Dick Coburn, e Billy Rose. Il violino era ormai un ricordo: Vincent dirigeva la Montmartre Orchestra con cui incise otto dischi per la Victor. Successivamente la Hollywood Orchestra e realizzò sei incisioni con la Columbia.

A spegnere il suo sogno e quello di molti altri, arrivò la Grande Depressione, e anche per il siciliano furono giorni difficili. La nuova primavera si affacciò tra il ’33 e il ’40, con una cinquantina di nuove canzoni tra cui Umbrella man e Blueberry Hill, che, circa 25 anni dopo, sarebbe diventato un classico grazie a Louis Armstrong e Fats Domino.

Fino al 20 maggio del ’44, giorno della morte di Vincent Rose, la fortuna e il talento furono dalla sua parte e la sua eredità artistica è ancora presente e conquista tutti ogni volta che sul video tornano i volti di Bogart e della Bergman quando, poco prima che Sam intoni ancora As times go by, in un locale di Casablanca risuonano le note di Avalon.

 

Ma se gli anni in cui la famiglia Cacioppo vide Ellis Island furono quelli più propizi per realizzare negli Stati Uniti il proprio sogno, è lecito chiedersi se anche oggi ci sia spazio per gli artisti italiani.

In una società globalizzata in cui la fama si ottiene più velocemente attraverso i media tradizionali e i social network, è ancora possibili affermarsi solo grazie al talento e farlo in un paese che, come gli Usa, ha un’enorme offerta artistica?

Alcuni artisti pop italiani che, come Il Volo, hanno riscosso così grandi successi da tornare poi in patria forti di un sostegno enorme da parte della comunità italiana all’estero, potrebbero rappresentare la conferma a tutto questo. Ma il pop non è la più adeguata cartina di tornasole per un approccio alla questione.

Più preganti risultano invece le testimonianze di quanti, fuori dal clamore di kermesse televisive e dei calcoli dei manager, hanno costruito il proprio successo in America in forza solo della propria arte.

Un esempio illuminante è quello di Nicola Alaimo. Palermitano, classe ’78, grazie all’impegno, allo studio e a un talento prodigioso si fa subito notare vincendo il premio Di Stefano di Trapani. Quando nel 2009, a circa dodici anni di distanza dal debutto italiano, sbarca negli USA, ha già all’attivo un numero enorme di presenze nei teatri di tutta Europa, nei ruoli maggiori e sotto la giuda dei più grandi direttori d’orchestra, da Muti a Zedda passando anche per il repertorio contemporaneo con Azio Corghi che, nel 2005, lo dirige alla Scala nel Dissoluto assolto. Il battesimo americano avviene con la Boston Symphony Orchestra in un Simon Boccanegra diretto da James Levine, la consacrazione è al Metropolitan di New York dove oltre a rivestire il ruolo di Paolo Albiani, interpreta anche Belcore ne L’elisir d’amore.

Per capire quali differenze ci siano tra “l’emigrazione artistica” ieri e oggi, abbiamo chiesto ad Alaimo come sia stata l’accoglienza negli Stati Uniti per lui: «l’inizio è stato a dir poco travolgente! Debuttavo con una grande orchestra, un grande direttore e colleghi entrati nella storia del melodramma: Josè Van Dam, James Morris, Barbara Frittoli, Marcello Giordani. Il giorno dopo la prima, tutta la critica, a partire dal “New York Times”, diceva che ero stato la rivelazione della serata. È stato col botto, come si dice dalle mie parti. Anche al Metropolitan Opera House, sono stato diretto da Levine, e a lui devo moltissimo.»

Dunque, secondo Alaimo il sogno sembra ancora possibile, se si possiede un talento fuori dal comune, potremmo aggiungere. Ma nell’era della globalizzazione, è possibile sentire, oltre alla soddisfazione personale, quella che viene dall’aver esportato la nostra cultura? Secondo Alaimo sì: «perché ritengo» ci dice «che gli Stati Uniti abbiano ancora una loro fortissima identità, una specifica connotazione nel mondo, e non solo a livello politico o strutturale. Il pubblico lì è qualcosa di eccezionale, un mondo in cui è tutto un po’ take it easy e col quale io mi trovo abbastanza bene anche se, dopo qualche tempo, comincio a sentire molto forte la mancanza del mio Paese.»

Come si accennava, per certi musicisti pop, il sostegno della comunità italiana è particolarmente forte, ma qual è stato per Alaimo?

«Non l’ho sentito particolarmente presente» ci rivela «ho molti parenti a New York, a Brooklyn in particolare, che non si sono mai fatti sentire e questo mi dispiace. Ci sono poi gli istituti di cultura italiana che però non ho avuto il piacere di frequentare dato che non sono mai stato invitato. E mi dispiace anche questo ovviamente. Forse devo diventare un tantino più famoso per essere notato da queste istituzioni. Non ne faccio certo un dramma, faccio spallucce e dico pazienza.»

Dalle dichiarazioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, sembra però che in futuro, le possibilità per gli stranieri andranno riducendosi. Forse la cosa non riguarderà il mondo dell’arte ma porsi delle domande non è ozioso. Secondo il baritono «è troppo presto per parlarne» e preferisce non entrare nel merito della questione: «per come la vedo io, attualmente, i giovani hanno più chances all’estero che in Italia purtroppo. Io sono stato fortunato perché l’America mi si è aperta grazie ad un atto di fiducia sancito, non posso che augurare a tutti i giovani le stesse opportunità che ho avuto io perché comunque, avere una carriera internazionale è davvero molto gratificante.»

 

Nicola Alaimo non è il solo siciliano a raccontare l’America come terra di possibilità. Il secondo caso è quello di Giuseppe Vassapoli, poco più che trentenne da San Cataldo è partito alla volta di Los Angeles dove vive e ha realizzato il suo sogno. Per lui tutto cominciò con l’ammissione allo Scoring for Motion pictures and Television della University of Southern California. Lì ebbe modo di conoscere registi, produttori e compositori e, tra questi, Thomas Newman – autore di celebri colonne sonore come quelle di American Beauty, Le ali della libertà e Il miglio verde – che presto divenne suo mentore. Oggi Vassapoli è un affermato compositore e le sue musiche hanno accompagnato un grande numero di pellicole e di serie televisive, nonché la notte degli MTV Awards e quella della consegna degli Oscar.

Anche per lui, come per Alaimo «gli Italiani sono molto apprezzati negli Stati Uniti» ci dice «capita sempre di incontrare qualcuno che ha un nonno, uno zio, un bisnonno o un cugino italiano. L’Italia poi è ancora considerata come simbolo di creatività, arte, cultura, bellezza e ingegno personale. Certo, i primi giorni avere a che fare ininterrottamente con la lingua inglese era molto stancante ma, dopo qualche settimana, diventa abbastanza naturale parlare, ascoltare e pensare in un’altra lingua.»

Per lui però la possibilità di essere costantemente in contatto col mondo grazie ai nuovi media, ha in qualche modo tolto parte del fascino che prima aveva la possibilità di esportare la cultura italiana: «non è come prima, immagino. Ormai il luogo fisico in cui si lavora e si produce non è determinante come un tempo. Nell’era dei social media in genere la musica può essere prodotta ovunque e poi spedita il giorno stesso a registi, produttori e music supervisors. Questo autunno ho collaborato, con altri compositori, alla nuova stagione di Criminal Minds e le musiche le ho scritte in Italia. Certo, i rapporti personali sono sempre indispensabili, si lavora con quel regista perché magari si hanno amici comuni o lo si è conosciuto a una festa o a qualche proiezione pubblica o evento. Di fatto si lavora se si è affidabili, positive e gradevoli. Il talento e le competenze sono importanti, certo, ma la personalità e il saper stare nel mondo sono fattori altrettanto essenziali.»

Come per Alaimo, anche per Vassapoli il peso della comunità italiana non è più determinante. «Trascurabile» lo definisce e «a parte alcuni eventi organizzati dagli Istituti Italiani di Cultura e i Consolati, almeno a Los Angeles, non esiste una vera e propria comunità italiana che promuove l’arte nostrana. Però ci sono molti musicisti, registi, scrittori, giornalisti, truccatori e attori italiani. Il numero di connazionali che si trasferiscono qui per portare avanti la propria carriera mi sembra in costante crescita rispetto al 2011, anno in cui sono partito io.»

Il futuro però, per i giovani che volessero inseguire il loro sogno oltreoceano, secondo Giuseppe Vassapoli non è altrettanto roseo: «Trump potrebbe rendere tutto un po’ più difficile e costoso. Il consiglio che mi sento di dare è partire solo se si è estremamente specializzati e competitivi nel proprio settore. Sono finiti i tempi in cui si veniva per fare i camerieri o provare a “sfondare” senza particolari competenze. La concorrenza è forte e non c’è certo bisogno di talenti già presenti nel territorio ma se si è preparati e si ha qualcosa di nuovo o diverso da proporre, le porte sono ancora aperte. Oppure si può venire per studiare, comprendere il sistema lavorativo e produttivo e poi, gradualmente, cercare di inserirsi.»

Dunque, se il sogno, col passare degli anni, si è un po’ appannato, forse vale ancora la pena di credere che, come dice Barack Obama, l’America sia ancora l’ultima e la migliore speranza sulla terra.

Emanuela E. Abbadessa

 

 

 

 

 

 

Febbraio. Un consiglio di lettura

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C’è qualcosa di attraente e di irresistibile in Ernesto Ferrante. Attraente come l’abisso nel quale si può guardare con la consapevolezza di poterne essere risucchiati.

Questa è l’impressione che ho provato leggendo A ogni santo la sua candela (Mondadori), in cui Stefano Crupi confeziona ad arte la narrazione di un’irresistibile ascesa attraverso le due voci del protagonista – Ernesto, appunto – e di sua madre, Maristella.

A mettere il lettore in allerta c’è una bella copertina che ti guarda negli occhi ma non lo fa alla solita maniera ammiccante ormai tanto di moda; piuttosto, in modo inquietante, sbieco, come a dirti che è inutile fare tanto i moralisti perché, alla fine, il malsano è dentro ognuno di noi. O forse no. Ma non è questo il punto. Il punto è proprio che ogni gradino salito dal protagonista nella scala sociale è anche uno della sua discesa all’inferno.

Farsi strada dai vicoli dei Quartieri Spagnoli di Napoli non è cosa da poco e la madre di Ernesto ha imparato presto che lì occorre proteggere i cuccioli come leonesse, mettere in campo ogni astuzia per non farli sbranare ma, soprattutto, avere i santi giusti in paradiso. E Maristella li ha, ovvero, anche quando non li ha sa dove trovarli e come farseli amici.

Dunque, come una sorta di Patrick Bateman in sedicesimo, Ernesto, Neapolitan Psycho, irrompe nella vita del lettore come un pugno nello stomaco, ti porta nella sala d’aspetto dell’agenzia dalla quale si aspetta un lavoro ma anche nel letto di una puttana; ti fa sentire addosso il tanfo di sudore ma, come seduce i potenti, sa conquistare anche i lettori.

Dopo Cazzimma (Mondadori, 2014), suo romanzo d’esordio, Crupi consegna un convincente romanzo di formazione che è la spietata rappresentazione di un’Italietta meschina ma anche soffocata dalla disillusione sul fatto che i meriti non sono il talento più adatto a farsi strada nella vita.