Lettera sulla centralità della letteratura siciliana

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Cara amica,

ci ritroviamo spesso a parlare di scrittura e di scrittori. Qua e là, si sente spesso riparlare di “centralità” della letteratura siciliana. Non sempre mi trovo d’accordo con te ma ho provato a mettere insieme qualche dato e la mia analisi – che ti riporto – la puoi trovare in un mio articolo apparso sull’ultimo numero di “Notabilis” (anno VII, n. 2, marzo-aprile 2017)

Buona lettura.

Devotamente

EE

 

Un fantasma siciliano si aggira per l’Europa.

 

La certezza della loro superiorità i siciliani l’hanno sempre avuta, sarebbe inutile negarlo. Soprattutto nell’ambito della letteratura. Anche su questo indagava Matteo Collura in apertura di un volume uscito nel 2013 da Longanesi, Sicilia. La fabbrica del mito, passando poi ad analizzare come i suoi conterranei abbiano creato miti locali da tutto, persino dai fatti delittuosi.

Chiedendo a un siciliano della letteratura isolana, questi ne affermerà la grandezza assoluta e superiore a ogni altra realtà regionale italiana; citerà la scuola federiciana, Cielo d’Alcamo, Jacopo da Lentini e proseguirà lungo i secoli con Pirandello, Quasimodo, con De Roberto (partenopeo ma siciliano d’adozione si potrebbe dire) e Tomasi, Verga, Brancati, Sciascia, Consolo, Bufalino fino ad arrivare ad Andrea Camilleri, ambasciatore inarrivabile del giallo nazionale in tutto il mondo. Un atteggiamento del genere fa sì che ogni siciliano finisca col sentirsi parte di questa gloriosa tradizione, praticamente scrittore per volontà divina, per legge genetica, anche nel caso in cui non abbia mai messo su carta altro se non la lista della spesa. Di contro – e questo sottolineava Collura – interrogandosi sulla letteratura, poniamo, piemontese, non molti andranno oltre un paio di nomi pur a fronte di una non indifferente messe di autori. E Umberto Eco stesso non pare abbia mai esaltato la propria tradizione regionale o l’eccellenza dei letterati suoi conterranei. Eppure il Piemonte ha dato i natali a Pavese, Gozzano, Soldati, Faldella, Fenoglio, Primo Levi e Carlo Levi e ancora Rodari, Carlo Fruttero fino ad arrivare a Paolo Giordano, tradotto in tutto il mondo con la sua Solitudine dei numeri primi.

Altrettanto si potrebbe dire di un po’ tutte le altre regioni italiane, compresa la Toscana che con la Sicilia si contende il primato riguardo al battesimo dell’idioma nazionale.

Dalla loro parte, i siciliani hanno l’orgoglio, tratto caratteriale molto sviluppato, e non è questo il luogo per un’analisi sociologica per spiegarne le ragioni.

A confermare però l’ingombrante sicilian pride, è giunto qualche tempo fa uno studio secondo il quale tra il 2009 e il 2014 sono stati pubblicati in Italia ben 125 titoli ambientati in Sicilia (stima realizzata per difetto, si può supporre) e, per la maggior parte, scritti da autori siciliani. Il che fa immaginare una particolare attenzione dell’editoria per gli autori isolani e conseguenti lunghi periodi di “dominio siculo” delle classifiche di vendita. Così, nei fatti è grazie principalmente al prolifico Camilleri e poi a tutta una serie di altri nomi cari al grande pubblico, dalla Maraini alla Agnello Hornby, dal palermitano Alessandro D’Avenia ad Alajmo.

L’analisi, comunque, sarebbe passata quasi inosservata se Luigi Mascheroni, dalle pagine del “Giornale”, il 10 marzo scorso, non ne avesse fatto il pretesto una gustosa intervista a Salvatore Nigro sul “caso Sicilia”.

Sebbene, in questa sede, appaia riduttivo riferirsi solo agli scrittori e tenere fuori gli editori siciliani maggiori e minori, o tacere del fenomeno Sellerio che, come dichiarava tempo fa Giorgio Ficara è la casa editrice più innovativa del panorama nazionale, sarà bene ripartire dalle risposte di Nigro.

Secondo lo studioso (anche lui, per altro, gloria sicula), non è più possibile parlare di “letteratura siciliana”. Intesa come scuola o come corrente omogenea, si sarebbe infatti esaurita con Sciascia, Consolo, Bufalino e Addamo. Oggi, sempre a parere di Nigro, ci troveremmo di fronte a una linea di portata e di apertura nazionale dovuta però alla mancanza di “aggregazione” tra gli scrittori isolani di oggi.

Vale la pena di analizzare l’affermazione. In mancanza di una direzione univoca, è necessario infatti – e Nigro stesso lo fa – tracciare una mappa delle correnti alle quali i vari autori si rifanno. Secondo lui, le tre direttrici partirebbero da Pirandello, da Brancati e dal Barocco.

La prima potrebbe essere caratterizzata pirandellianamente dal motto “uno, nessuno, centomila”. Avrebbe infatti come caratteristica il fingimento, lo sdoppiamento, il gioco di specchi e delle parti. A questa, dice Nigro, afferisce il palermitano Roberto Alajmo che prova una certa insofferenza per l’elemento folcloristico locale e, attraverso storie minime, universalizza i problemi sociali.

La linea che parte da Vitaliano Brancati, va da sé, è quella erotica e di nomi più o meno eccellenti ne annovera molti: a partire da Silvana La Spina (tornata di recente in libreria con L’uomo che veniva da Messina, uscito da Giunti) fino a Giuseppina Torregrossa che mescola eros, cibo, storia e proposizioni femministe in romanzi che incontrano il favore del grande pubblico.

Il caso invece della corrente barocca è probabilmente il più interessante. Perché la costruzione estrema, curata nei minimi dettagli, infarcita di simbolismi e riferimenti colti, espressa virtuosisticamente con una lingua composita, complessa e reboante, discende, a nostro parere, dal modo stesso di esprimersi dei siciliani, capaci di fare della metafora e del gioco illusionistico la regola, e si nutre degli scenari architettonici locali. Tra gli esponenti di questa corrente Salvatore Nigro annovera Pietrangelo Buttafuoco (di recente uscito da Skira con la controversa biografia di Agostino Tassi, La notte tu mi fai impazzire); Silvana Grasso (adesso in libreria con un fortunatissimo romanzo, Solo se c’è la luna, edito da Marsilio) e Ottavio Cappellani, ammesso con riserva dallo studioso nella schiera del “barocchi” per la sua vena a tratti surreale e a tratti iperrealista. Su Cappellani (in uscita con Sicilian Comedi per la nuova etichetta milanese Sem) occorre però spendere qualche parola in più. Tra i pochi che, oltre ad aver avuto traduzioni in tutto il mondo, con la saga di Lou Sciortino, ha dato vita a una vera lingua letteraria in cui il dialetto siciliano non è solo un abusato pretesto per sporcare i testi di colore locale, il catanese intesse trame di situazioni grottesche in cui i suoi conterranei escono sconfitti dalle sferzate taglienti a una società piccina e accaparratrice, accanita sull’esigenza di mostrare piuttosto che essere. Anche quando si prova con le distopie (è il caso de L’isola prigione, edito nel 2011 da Mondadori), Cappellani racconta una terra perduta ma non immobile, nella quale però ogni possibilità di reazione è controllata dall’alto e con la connivenza di troppi. Polemista acceso, lo scrittore rappresenta una delle voci più forti del panorama isolano, sia quando si scaglia contro i politici, sia quando attacca con ogni mezzo la politica culturale locale, in mano sempre – come nei suoi romanzi – alla società che preferisce l’effettismo e i riflettori.

Trasversalmente a queste tre correnti maggiori si pone il genere. Che sia storico o giallo, può vantare sempre una tradizione illustre. Quella storica che proviene dal Tomasi del Gattopardo e dai Viceré di De Roberto; la gialla arriva da Sciascia. Alla prima si legano testi come La lunga vita di Marianna Ucria della Maraini o Minchia di re di Giacomo Pilati (approdato al grande schermo con Mariagrazia Cucinotta e con il titolo Viola di mare) e autori come Sebastiano Addamo (Il giudizio della sera) e, più recentemente, Giorgio Vasta (Il tempo materiale); la seconda ha certamente in Andrea Camilleri un unicum ma è praticata con successo anche da Santo Piazzese, Domenico Cacopardo, Gaetano Savatteri e, con grande successo di vendite, da Alessia Gazzola, freschissima autrice messinese che, con la saga dell’anatomopatologa Alice Allevi (diventata anche una fiction per Rai Uno), si muove tra il rosa e il giallo per i suoi chick-lit a base di cadaveri e autopsie.

Accanto a questi nomi, forse collateralmente alle correnti tratteggiate, si muove una composita galassia di scrittori che della Sicilia hanno conservato poco, che a volte l’hanno addirittura rinnegata ma che, senza dubbio, rappresentano bene la molteplicità di espressioni letterarie isolane. Sul versante dell’ironia smagata e intelligente, in barba a un esordio decisamente più cupo e drammatico (L’indecenza), si muove con destrezza Elvira Seminara, uscita nel 2015 da Einaudi con l’insolito e delizioso catalogo Atlante degli abiti smessi. Alla complessità dell’animo femminile fa sempre riferimento Tea Ranno, e di donne, streghe o madonne, parla Simona Lo Iacono (Le streghe di Lenzavacche). Strega per necessità è infine la protagonista del felicissimo esordio di Carmela Scotti, uscita lo scorso anno da Garzanti con L’imperfetta, una prima prova importante e già matura che, collocandosi nel filone storico, fa ben sperare per il futuro della letteratura siciliana nel mondo.

(Emanuela E. Abbadessa)

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Settembre. Un consiglio di lettura

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Mio padre è goloso di cioccolato e dice sempre di amare il cioccolato e basta e non i dolci al cioccolato, le bevande al cioccolato… E’ un purista lui.

Per quanto anche io sia molto golosa a me piace parafrasare papà e dire la stessa cosa per un’altra mia grande passione: la boxe.

Non amo lo sport, sono sedentaria fino allo sfinimento ma il pugilato per me non è sport. E’ l’epico scontro di due uomini nudi che si affrontano attraverso le loro mani; è l’atavico confronto tra titani; è sudore, sangue, dolore e assoluta bellezza. Calcolo, intelligenza, capacità di misurare distanze e di prevedere reazioni proprio quando il dolore offusca la vista e la mente; è eleganza di un montante che sferra il colpo, di cosce e polpacci che saltano sollevando corpi dal peso inimmaginabile facendoli leggeri come piume, di diretti secchi come scudisciate. La boxe sono le voci calme e concitate dei secondi, gli sguardi torvi sotto le sopracciglia unte, le corde che vibrano reggendo a mala pena una schiena istoriata di muscoli, il bisogno di vedere nell’altro un avversario e dunque abbatterlo.

Ma siccome amo tutto questo, a me del pugilato piace solo il pugilato e non le cose che parlano di pugilato. Ci sono però alcune grandi eccezioni. Non starò qui a dirle tutte facendo il solito elenco che comprende London e altri più o meno noti maestri che si sono accostati al genere fino al recente Fight Night di Stefano Trucco, citerò quindi solo l’ultima. E l’ultima capitatami tra le mani è un libro colpevolmente letto tardi a causa di un conto rimasto aperto tra me e il suo autore, Norman Mailer, colpevole solo di essermi finito tra le mani col suo capolavoro – Il nudo e il morto – quando ero troppo giovane per goderne pienamente.

Il libro è La sfida, edito in Italia da Einaudi.

Non si tratta semplicemente del reportage del più celebre incontro della storia della boxe – quello di Kinshasa del 1974 passato alla storia col nome evocativo di The Rumble in the jungle e che vide Alì tornare a sfidare il titolo mondiale affrontando George Foreman,– perché la narrazione di Mailer, nella quale si fondono ironia, rabbia, curiosità e cronaca, diviene presto una metafora e La sfida sa parlare di vita (e di morte) almeno quanto parla di boxe.

Chi come me ama il pugilato potrà rivivere l’emozione dell’incontro e rivedere ogni singolo colpo attraverso il filtro della scrittura perfetta di Mailer. Tutti gli altri potranno appropriarsi di un pezzo non indifferente del secolo trascorso e scoprire che molto spesso lo sport è anche un modo per parlare di vita da un osservatorio molto particolare.

Febbraio. Un consiglio di lettura

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Molto tempo fa lessi Avventure della ragazza cattiva (Travesuras de la niña mala, trad. it. di G. Felici, Torino, Einaudi, 2006) di Mario Vargas Llosa, ci ripensavo in questi giorni e ho pensato di consigliarne la lettura.
All’autore ho sempre riconosciuto una sorprendente capacità di costruire delle “belle storie”, senza complicazioni, senza “fingimenti”.
Questo, in bilico tra il romanzo di formazione e una semplicissima storia d’amore, non posso dire che contenga mirabolanti colpi di scena, anzi abitua il lettore alla plausibilità di un impossibile, alla normalità di una casualità che conduce inevitabilmente al compimento di un disegno prestabilito.
D’acchito l’opposizione tra niña mala e niño bueno appare esagerata: troppo mala lei e troppo bueno lui. Ma, nei fatti, chi in una così travolgente storia d’amore che ha i connotati della pia ossessione non sarebbe altrettanto bueno? E trovo che l’autore consegni, in qualche modo, anche la sua opinione dentro queste pagine: lo fa chiamando sempre la protagonista col suo nomignolo, “ragazza cattiva” tanto che, per quanti nomi diversi lei assuma all’interno del romanzo, il lettore finisce col non ricordarne nessuno (una sorta di O postmoderna alla quale non riservare nemmeno il beneficio di un battesimo?) mentre, di contro, ripete continuamente il nome del “ragazzo buono”, Riccardo Somocurcio, Ricardito, come s’addice al suo animo puro, tenero anche nei vaghissimi momenti di durezza.
La vicenda si dipana tra Perù, Francia, Inghilterra, Giappone e Spagna con un interessante carosello di personaggi minori e alcune belle descrizioni di sesso.
La sola cosa che ho trovato terribilmente fastidiosa del romanzo è la “necessità” didascalica dell’autore che spiega il flower power parlando di hippy, parla della crisi economica dell’America Latina come se scrivesse una pagina per il tg della sera e io quando leggo voglio che i libri mi mettano le curiosità e non pretendano di insegnarmi la storia sociale o politica.

Lettera sui consigli politicamente corretti

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Cara amica,

qualche giorno fa su Facebook ho lanciato l’idea di consigliare come regali natalizi i libri che più abbiamo amato tra quelli che abbiamo letto. L’idea non è originale, lo so, ma è mia abitudine cercare di regalare sempre un libro.

Il libro ha delle caratteristiche tutte speciali: ce n’è uno giusto per ciascuno; se pure ne avessi un miliardo ne vorresti ancora un altro; può farti ridere e farti piangere; ti tiene compagnia in ogni momento, anche quando non è con te; ti resta dentro anche se o abbandoni; ti aiuta a crescere senza pedanteria. Ma soprattutto, è democratico, sta lì e ti aspetta e se tu non lo ami particolarmente non si arrabbia, pensa che altri lo ameranno o che forse un giorno, anche tu avrai più comprensione per lui.

E siccome Natale si avvicina, i librai sono in debito d’ossigeno e il 99% degli scrittori pure, penso che un libro sia proprio la cosa più giusta da regalare.

Così ho lanciato l’idea e amiche come Raffaella Silvestri – autrice Bompiani, con La distanza da Helsinki -, Sara Rattaro – di recente in classifica con Niente è come te uscito da Garzanti -, e Loredana Limone – autrice della saga di Borgo Propizio prima in Guanda e ora per Salani – hanno subito risposto all’appello.

Loredana, consigliando un libro di Romana Petri (Giorni di spasimato amore, Longanesi), ci ha tenuto a precisare di non conoscere personalmente l’autrice. Posizione estremamente corretta la sua. Soprattutto perché, consigliando autori contemporanei e che magari conosciamo personalmente, il fantasma dell’accusa di “scambio di favori” è sempre in agguato.

Me lo confermano d’altra parte i consigli natalizi dei big che riempiono le classifiche di vendita, sempre così attenti a non ledere l’ordine generale di scuderia.

Ebbene, questa cosa non mi piace. Non mi piace proprio per niente. Detesto in generale gli atteggiamenti politically correct, figuriamoci quando investono un settore che, come la scrittura, si nutre di sensazioni a fior di pelle e si alimenta grazie a indefessi lavoratori della penna che, in barba a quanto pensa chi aspira a fare lo scrittore e vorrebbe veder pubblicato finalmente il suo manoscritto, non è affatto un comodo starsene a casa e aspettare l’ispirazione per far nascere il grande capolavoro.

Detto ciò, sabato su “Tuttolibri” mi imbatto nell’elenco dei libri che i big regaleranno per Natale. Carofiglio regala Hemingway; Sveva Casati Modignani sceglie Anna Karenina; Fabio Volo preferisce regalare Conrad; Malvaldi si butta sull’Italia e sceglie Il cavaliere inesistente; Vitali l’Odissea; Alessandro D’Avenia Dostoevskj e Andrea Camilleri in classico dei classici, I promessi sposi.

Ma bravi, penso io, che belle scelte! Tutti libri fondamentali, intendiamoci. Ma anche tutti libri che la maggior parte dei lettori hanno già e probabilmente hanno anche già letto. Ma questi testi hanno un indubbio vantaggio: sono stati scritti tutti da autori morti e sepolti e sono stati ripubblicati nel tempo da vari editori. Molto bene! Questo sì che mette al riparo dal rischio di esporsi e scontentare qualcuno. Qualcuno degli addetti ai lavori, naturalmente.

Mi chiedo, davvero se non è possibile esporsi e, dato il seguito che queste firme hanno, fare un piccolo sforzo e dire che sì, quel tal libro è buono, l’autore non è notissimo ma merita di avere una possibilità, consigliamolo tanto poi il giudizio resta ai lettori.

Allora, cara amica, dato che oggi si usa dire “metterci la faccia” (espressione che detesto, per altro), io ci metto la firma.

Consiglio i libri, anche se lo faccio solo con l’umiltà della lettrice, anche perché conosco alcuni degli autori ma proprio perché mi sono amici, non li esporrei mai se non pensassi che ciò che fanno merita di essere letto. Per non dire poi che io non ho amici che non stimo e nei quali non credo.

E vado con la mia lista di quindici nomi e titoli (sarebbero stati molti di più ed evito i classici naturalmente) più o meno noti.

Sarai tu, amica, a decidere se tra questi c’è qualcosa di adatto anche ai destinatari dei tuoi regali sotto l’albero.

A chi ama i libri e i misteri: Mario Baudino, Ne uccide più la penna (Rizzoli)

A chi cerca Milano anche dove non c’è più: Alessandro Bertante, L’estate crudele (Rizzoli)

A chi vuole riscoprire uno dei grandi affabulatori italiani: Pino Caruso, Nasco improvvisamente a Palermo (Bonanno)

A chi cerca le ragioni del declino: Teresa Ciabatti, Tuttissanti (Il saggiatore)

A chi si domanda se ci siano ancora i padri: Giancarlo De Cataldo, Il combattente. Come si diventa Pertini (Rizzoli)

A chi cerca il lato italiano dell’esistenzialismo: Laura Di Falco, Una donna disponibile (VerbaVolant)

A chi pensa di non aver radici: Giuseppe Di Piazza, Un uomo molto cattivo (Bompiani)

A chi non si ferma al genere: Massimo Gardella, Chi muore prima (Guanda)

A chi pensa che si possa ricominciare anche con un sorriso: Loredana Limone, E le stelle non stanno a guardare (Salani)

A chi pensa che la saggezza possa essere riposta anche nell’ultimo dei mortali: Roberto Mandracchia, Vita, morte e miracoli (Baldini e Castoldi)

A chi ama i libri e basta: Luigi Mascheroni, Scegliere i libri è un’arte, collezionarli una follia (Bibliohaus)

A chi vuole credere che i legami possono sempre essere riallacciati: Sara Rattaro, Niente è come te (Garzanti)

Ai bambini che vogliono credere nelle favole: Andrea Salvati, Jacob il bambino di creta (Einaudi)

A chi cerca nell’adolescenza le ragioni che ci fanno adulti: Raffaella Silvestri, La distanza da Helsinki (Bompiani)

A chi oltre la ricetta vuole l’anima: Maria Rosa Teodori e Giuseppe Conte, La cucina dell’anima (Ponte alle Grazie)

Devotamente

EE

Maggio. Un consiglio di lettura

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La scommessa è di quelle sulle quali sarebbe bene non puntare un euro, eppure… È possibile sottrarre il romanzo alla convenzione temporale, magari strizzando l’occhio a Calvino, e ripensare l’equilibrio tra realtà e finzione di cui la narrativa si nutre?

A farla è Mohsin Hamid che, dopo l’esordio con Nero Pakistan (Piemme, 2004) ma soprattutto dopo la fortuna dell’ossimorico Fondamentalista riluttante (Einaudi, 2007) dal quale Mira Nair trasse la pellicola d’apertura del Festival di Venezia nel 2012, mette in moto un meccanismo complesso in cui l’autore apre un dialogo col lettore.

Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente (Einaudi) si presenta come un manuale di self-help, al pari dei tanti long-seller che aiutano appunto a smettere di fumare o a dimagrire. E come ogni manuale che si rispetti investe il lettore dandogli del tu, incurante del fatto che la seconda persona resti la bestia nera con la quale gli scrittori dovrebbero mettersi alla prova con estrema prudenza.

La brevità, la scansione dei capitoli e i loro stessi titoli suggeriscono di trovarsi di fronte ad un libretto che, giunti alla fine della lettura, avrà reso ricchi sfondati quanti saranno stati capaci di seguirne le regole. Il personaggio preso a modello per l’irresistibile ascesa è infatti un ragazzino povero, figlio di contadini da poco trasferitisi in una città – Lahore, sebbene non venga mai citata direttamente – in cui lo scontro con la realtà violenta e truffaldina sembra non lasciare alcun margine di miglioramento.

Un protagonista quasi dickensiano, animato da “grandi speranze” che, come Pip Pirrip, s’innamora di una “bella ragazza” apparentemente algida, anima quindi il manualetto che si trasforma presto in un beffardo romanzo di formazione in cui cinismo e tenerezza, humor e commozione si fondono con leggerezza mentre sullo sfondo, a debita distanza, è tenuta la denuncia contro un capitalismo imperante e criminale. L’amour de loin che accompagna il giovane rampante arricchitosi illecitamente producendo acqua sulla cui purezza ci sarebbe molto da obiettare sembra dilatare i tempi di una narrazione estremamente compressa, quasi essenziale, creando così differenti piani narrativi capaci di irretire il lettore come una camera degli specchi. A dare la sensazione di straniamento – e a vincere così felicemente la scommessa con la convenzione temporale – è un procedere in cui tutto si svolge “adesso”, in un oggi in cui il ragazzo è giovane e povero, passando per un oggi in cui si fa prepotentemente strada, fino ad arrivare ad un oggi che lo vede, anziano e morente.

All’interno di questa complessa trama di narrazioni parallele e contemporanee in cui il fuoco è puntato ora sull’ascesa sociale del ragazzino come tutti “profugo della propria infanzia”, ora sull’esistenza patinata della ragazza e ora sulle manovre per frodare o per essere frodati, il manuale nasconde al suo interno una serie di romanzi minimi. E, come suggerisce l’autore, il cui pensiero è celato tra le maglie dei precetti elargiti, per trasformare in un libro i segni neri che vediamo sulla carta o i pixel di uno schermo bianco, occorre un lettore che leggendo sappia immaginare e immaginando sappia creare, perché un libro diventa tale solo quando viene letto.

Lettera sui tanti Amadeus

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Caro amico,

ripensavo oggi alle riscritture e alle biografie. E così sono tornata con la mente ad uno dei miei compositori preferiti, Mozart.

Di libri, pièce teatrali, film, racconti che hanno per protagonista Mozart ne esistono davvero tanti, di autori più o meno illustri (Puskin, tanto per dirne uno notissimo e fino al De Simone uscito da Einaudi, Novelle K 666) e ciascuno, trovo, racconta qualcosa di diverso del grande musicista. Ovvero: ciascun autore propone una “riscrittura” diversa del personaggio. Perché, in fondo, di questo si tratta, di riscritture. Si estrapola cioè il personaggio da un suo contesto e se ne immagina un tratto di vita, colpiti ora dal fatto che fosse sboccato, ora dalla misteriosa morte, ora dalla sua prodigiosa capacità di scrivere musica.

Amadé di Laura Mancinelli (Latina, L’Argonauta, 1990) è proprio di quell’Amadé (versione francese del suo nome che Mozart non disdegnò di utilizzare mentre, di fatto, non usò mai o quasi mai Amadeus per esteso), quello che Piero Melograni in un libro che ti consiglio chiama piuttosto WAM (Laterza, 2003) e proprio perché le iniziali del suo nome non formano esattamente una parola quanto piuttosto un “suono” che, come dice in premessa lo stesso Melograni, non ha un significato ma fa pensare a una “vampata” e «dà un’immagine di potenza e al tempo stesso è uno scherzo» (p. V).

Il racconto della Mancinelli  – regalatomi da un libraio gentile –  col suo stile molto blasée, ha il merito di raccontare  – accanto ad un giovanile innamoramento del piccolo artista in viaggio in Italia –  una Torino inesistente e un po’ magica, popolata da due realtà che sono quasi monadi senza porte né finestre: il mondo dei ricchi e quello di quanti vivono di stenti, vendendo cose vecchie, carabattole e frutta secca.

E la cosa non è una cattiva idea per ripensare ad una delle questioni centrali della vita del Salisburghese, ovvero il rapporto di un borghese (per quanto eccelso musicista che, in qualche modo, avrebbe anche potuto vantare un von nel cognome) col mondo dei potenti alla cui mensa, più di una volta, vestì la livrea della servitù.

Ma forse su questo argomento potremo ritornare.

Devotamente

EE.