Lettera sui bilanci

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Caro amico,

la conclusione di ogni anno fa sempre venire voglia di bilanci. Non sono certa di amarli particolarmente, però mi piacciono le liste. Gli elenchi mi hanno sempre dato un senso di ordine e l’ordine è rassicurante. Dunque, approssimandosi la fine di quest’anno, ho provato a pensare alle cose che amo e a quelle che non amo per vedere quanto queste siano state presenti nella mia vita durante l’ultimo anno.

Te ne consegno dieci per ciascuna categoria. Così, senza alcun motivo apparente, scritte senza pensarci troppo.

Devotamente

EE

 

DIECI COSE CHE AMO

i sorrisi, la precisione, fare regali, le persone che mantengono la parola data, la cioccolata, farmi fotografare, leggere, guardare i miei armadi e i miei cassetti ordinati, i cuccioli, ridere con poco

 

DIECI COSE CHE NON AMO

gli sgarbi, aspettare inutilmente una risposta, il pressapochismo, le persone che perdono la pazienza, la mancanza di logica, il razzismo, le caste, le malattie, l’invidia, la gelosia

Una bruciante freschezza

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Pubblico qui il mio racconto già apparso sul blog del “Secolo XIX”, Cannibali Vegetariani, curato da Raffaella Fenoglio, all’indirizzo http://www.ilsecoloxix.it/p/blog/2016/11/26/ASJTP1IF-ghiaccioli_bruciante_freschezza.shtml e ispirato da questa fotografia di Francesco Vieri.

 

Non dormiva da giorni e non solo a causa del caldo che le aveva tolto anche l’appetito. Non c’è un buon momento per chiudere una relazione, ma farlo a metà luglio con le vacanze già prenotate, era stata una pessima idea. Non sua, per altro.

Quella notte se ne stava affacciata, a cercare refrigerio in un ghiacciolo al limone. Ormai si nutriva solo di quelli. Ne aveva di tutti i gusti, ciascuno di un colore diverso.

Il cane della coppia al piano di sopra continuava ad abbaiare sul balcone. Avrebbe dovuto avvisare l’amministratore.

Quando si accorse della luce accesa nell’appartamento di fronte non pensò di poter essere vista e restò lì. Non si ritrasse nemmeno vedendolo spuntare nella cornice della finestra.

Lo osservò fumare e poi schiacciare il mozzicone con le dita per far cadere la brace nel vuoto.

Forse fu la mancanza di sonno, forse il caldo soffocante, perché Giulia non era il tipo che faceva questo genere di cose. Certo, il fotografo del terzo piano l’aveva sempre incuriosita. O forse aveva una voglia di vendicarsi di Marco, del suo sesso stanco e della fuga senza spiegazioni. Per questo si sfilò la maglietta scolorita degli AC/DC, andò in cucina e prese un ghiacciolo all’amarena. Tornò alla finestra a succhiarlo, fissando davanti a sé la sagoma dell’uomo. Con la lingua ne percorreva la lunghezza sentendolo sciogliersi, assottigliarsi dentro la bocca. Una goccia di succo le scivolò lungo il mento, la raccolse col polpastrello e se lo portò alla bocca assaporandolo lentamente.

Per cinque notti, andò alla finestra. Mangiava un ghiacciolo ripetendo il rituale senza credere davvero di voler sedurre il fotografo. Non era nemmeno sicura che lui la vedesse.

Una mattina inforcò i Ray-ban e uscì per rifornirsi di ghiaccioli.

Al ritorno, davanti alla porta di casa c’era un pacco. Sembrava un quadro ma non riusciva a immaginare da dove provenisse. Nessuna etichetta, nessun mittente. Lo prese e chiuse alle sue spalle la porta dell’appartamento.

Ripose la confezione di gelati e strappò la carta che avvolgeva il pacco.

Su uno sfondo nero, cinque ghiaccioli colorati, uno accanto all’altro, prendevano fuoco con fiammelle che illuminavano la fotografia. Nell’angolo solo una frase e una firma: A searing freshness. Francesco.

Emanuela E. Abbadessa

 

Lettera sull’opportunità

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Caro legislatore,

reduci tutti da questa estenuante e reboante campagna elettorale che ha assunto i toni più volgari che potessi immaginare, sono qui a raccontarti un episodio che vorrei non avesse il carattere di apologo.

Mentre molti italiani si recavano alle urne, dopo il mio lungo silenzio sulla questione referendum, ho pubblicato su un social network la battuta che ti riporto:

Meno male che non c’erano i social all’epoca del referendum sull’aborto #saichecasino

So che è inutile spiegarla (le battute che necessitano di una spiegazione sono perdenti a priori, è ovvio) perché non credo ti sfugga il fatto che ironizzavo sulla quantità enorme di politologi e costituzionalisti della domenica che hanno sentito l’irrefrenabile bisogno di esprimersi in questo smisurato bar dello sport che è la Rete.

A qualche ora dalla pubblicazione della battuta, uno dei miei contatti commenta il mio post dicendo che “l’aborto c’è sempre stato” e che è un problema di coscienza. Nulla da eccepire sul fatto che sia un problema di coscienza. E nemmeno sul fatto che l’aborto ci sia sempre stato, quello che non c’è sempre stato semmai è la Legge 194/78. Ti risparmio il seguito dello scambio dal quale si evinceva comunque che il commentatore non aveva colto l’ironia della mia frase, ovvero: se avete montato tutto questo casino per la costituzione, non voglio immaginare cosa avreste fatto se si fosse discusso di aborto.

La cosa potrebbe finire qui e poco mi importa discettare riguardo alle posizioni politiche di chi commentava perché non è questo il punto.

La domanda che ti pongo è di diversa natura. Io, da coscienziosa italiana, di solito, se chiamata alle urne, rispondo. Certo, a volte mi dà fastidio l’abuso dello strumento referendario, nondimeno, nel mio piccolo, cerco di informarmi, ascolto i pareri più autorevoli e poi, non certo a cuor leggero, mi esprimo nel seggio elettorale nella speranza che tutti facciano altrettanto.

Ora, caro legislatore, io non voglio certo tirare in ballo la solita casalinga di Voghera o mia nonna che, pace all’anima sua, era sicuramente più saggia di me, ma vorrei dirti che chi ha commentato OT (off topic, come si usa dire) il mio post, non era né mia nonna né l’arbasiniana casalinga, era un giovane uomo con una buona cultura e una buona occupazione (lo conosco personalmente), che ama l’arte e legge. E quindi ti domando, se non siamo in grado di comprendere il senso di un post di un rigo, tu sei davvero certo di volerti affidare a noi per discutere di trivelle, Costituzione, centrali nucleari e di qualsiasi altra cosa necessiti di una preparazione leggermente maggiore rispetto al palinsesto tv della prima serata?

Se posso darti un consiglio, la prossima volta, se proprio non puoi decidere insieme a quelli che abbiamo eletto a questo scopo e che manteniamo in modo più che dignitoso, fai prima a chiedere a tua nonna. Secondo me pure la tua, come la mia, è più saggia di me e te messi insieme.

Devotamente

EEA

 

La Scala d’oro

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Ero una bambina inappetente. Mangiare mi provocava proprio una noia mortale, ritenevo il masticare un’attività laboriosissima che infatti praticavo per ore intere, ruminando minuscoli pezzetti di carne incapaci di dissolversi e finire nel mio esofago.

Spesso, a causa degli orari di lavoro dei miei genitori, pranzavo a casa della nonna Ersilia che, per riuscire a darmi un minimo di nutrimento, non sapeva più cosa inventare. Mi rendo conto oggi del fatto che quella donna possedeva una pazienza praticamente illimitata di fronte alle mie mandibole. Raramente e solo dopo molte ore rinunciava all’impresa, quando io, risolutamente, vedendo l’ultimo pezzetto di cibo nel piatto, scuotevo la testa e, recisamente, affermavo di non volerne più. Solo allora la nonna chiamava mia cugina Rossella e le chiedeva di mangiare lei “il boccone del povero”, così definiva quell’ultimo insignificante rimasuglio di carne. Perché a casa mia, il cibo, non si buttava. Allora Rossella, che era più grande di me, mi guardava e, per farmi arrabbiare, chiedeva: «L’hai buttato dalla bocca?» Quella domanda mi mandava su tutte le furie mentre nonna Ersilia rideva di me. Perché in quella casa, la buona educazione era la regola assoluta, per questo mia cugina non pronunciava il verbo “sputare” – che nonna avrebbe certamente trovato molto volgare – e io stessa, per quanto affetta dall’inappetenza, restavo composta a tavola dove, diceva la nonna, si riconosceva il gentiluomo.

La cosa che a nonna Ersilia sembrava più efficace per “aprirmi l’appetito” era la lettura delle fiabe tratte dai bellissimi libri della “Scala d’oro”, una collana della Utet con cui sono cresciuta e, prima di me, è cresciuto il mio papà.

La nonna andava davanti alla grande libreria dello studio, prendeva un volume, lo apriva sul tavolo e poi cominciava a leggere una storia per distrarmi dall’odioso compito della masticazione.

Ricordo come la sua voce mi portasse in mondi fantastici dove Renard la volpe fissava salami e prosciutti appesi alle travi di un magazzino. Sognavo di poter volare su una palla di cannone come il Barone di Münchhausen e pensavo che leggere fosse davvero la chiave per uscire dalla mia vita e vivere le vite di personaggi straordinari.

Se poi sono diventata una lettrice penso di doverlo alla nonna Ersilia. E un po’ anche al mio scarso appetito.

I Morti

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Era un novembre di molti anni fa. Con mamma e papà abitavamo ancora all’ultimo piano di una casa impossibile da riscaldare, con volte alte ed enormi stanze poco arredate.

A me quel mese che non era ancora inverno era sempre piaciuto perché portava con sé i Morti.

Papà mi aveva ben spiegato che in Sicilia, i Morti restano accanto alle persone che amano e, una volta l’anno, hanno la possibilità di scendere tra noi e portarci regali per farci sentire il loro affetto.

Ricordo perfettamente quanto trovassi rassicurante l’essere una bambina siciliana: l’idea che esseri invisibili potessero starmi vicini un po’ come i miei amici immaginari, riempiva la mia vita di magia. Doveva essere un bel guaio per i bambini milanesi che non incontrano mai i loro Morti, mi dicevo.

Il giorno preposto all’arrivo dei Morti era la notte precedente la loro commemorazione. Già dal pomeriggio era un continuo di raccomandazioni fatte a mezza voce, per non farsi sentire dai Morti, ovviamente.

«Oggi si va a letto presto», diceva mamma che essendo romana, quella strana tradizione considerata macabra fuori dalla Sicilia, l’aveva imparata da poco.

«E dovrai addormentarti subito e se ti sveglierai non dovrai aprire gli occhi», aggiungeva papà «o i Morti non ti lasceranno i regali».

A me bastavano già queste frasi per capire che quanto sarebbe avvenuto a casa mia era un vero e proprio incantesimo. E gli incantesimi, si sa, sono cose da prendere molto seriamente.

Così, consumavo in fretta la cena, e mi lasciavo rimboccare le coperte da mamma, certa che il mattino dopo avrei trovato una bella sorpresa arrivata direttamente dall’aldilà.

Da bambina, però, di Morti non ne avevo in effetti, perché non conoscevo nessuno che fosse morto anche se sapevo che la vita non era eterna e che, presto o tardi, si sarebbe portata via le persone che amavo. A volte pensavo con dolore che questo sarebbe accaduto anche ai miei nonni e poi ai miei genitori, ma subito mi consolava il fatto che, almeno una volta l’anno, loro sarebbero tutti tornati da me lasciandomi dolci e regali per farmi capire di esserci sempre stati.

Nell’assenza di defunti, la nonna Ersilia e i miei genitori, si impegnavano a confezionare per me un morto che da vivo non avevo potuto incontrare ma del quale volevano potessi conservare per sempre l’immagine. Provo a pensare solo oggi con che animo dovessero impegnarsi a raccontarmi storie dolcissime o divertenti di nonno Gino, il padre che mio papà aveva perduto così presto da rischiare di averne un ricordo del tutto sbiadito dagli anni. E così, per prepararmi all’arrivo dei Morti, c’erano racconti di nonno Gino che durante la guerra faceva le scarpe con il cartone. Nonno Gino che intagliava mobiletti di legno per fare giocare i figli. E ancora nonno Gino che curava le piante e quando cambiavano casa occorreva un furgone solo per quelle; nonno che lavorava; nonno che sopportava sorridendo gli scherzi dei bambini e i capricci della nonna. In breve, avevo un’idea così precisa del nonno mai visto che, se lo avessi incontrato per strada, pensavo, l’avrei subito abbracciato.

A letto, la sera del 1° novembre, strizzavo forte gli occhi nel timore che vedendo nonno Gino l’avrei fatto fuggire via. Dormivo poco e male per l’eccitazione e al mattino, svegliandomi, mi pareva che la casa brillasse, come se fosse rimasta nell’aria un po’ di polverina magica che sicuramente ogni Morto si lasciava dietro come una scia luminosa. Uscivo dal letto dentro il mio pigiamino e cominciavo a vagare per le stanze alla ricerca dei doni che quel burlone del nonno aveva nascosto nei posti più impensati. Perché i Morti in Sicilia, è ovvio, fanno gli scherzi ai bambini.

Ogni anno, nonno Gino indovinava magicamente ciò che desideravo: non sbagliava mai! Era chiaro quindi che mi stava vicino per tutto l’anno se poi dimostrava di sapere quale fosse il mio giocattolo preferito.

Fermo nel tempo come nelle immagini color seppia che la nonna Ersilia mi mostrava, nonno Gino anche oggi ha per me il volto bellissimo di un divo del muto, perché come lui, per me, non ha voce.

Adesso che i miei Morti andati a fargli compagnia sono diventati tanti, spero che lui li stia divertendo intagliando mobiletti di legno. E sono certa che la notte scorsa, tutti insieme siano passati da casa mia e abbiano lasciato quel regalo invisibile che è la serenità. Che poi è quello che più desidero.

Lettera sullo sguardo esterno

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Caro amico,

ormai da tempo sono una siciliana che guarda la sua terra da lontano. Da lontano sia in termini di spazio fisico che di spazio mentale. Provo spesso a capire quali sentimenti io abbia per il luogo in cui sono nata e, per cercare di metterli in ordine, a volte, mi rifugio nelle descrizioni che della Sicilia hanno dato i visitatori stranieri, e cerco così di capire quanto anche io sia diventata estranea a quel mondo che pure è parte di me.

Ho provato a raccontare la Sicilia vista da fuori in  un articolo dal titolo Così lontana, così vicina, apparso su “Notabilis” (anno VII, n. 5, settembre-ottobre 2016). Spero ti faccia piacere leggerlo.

Devotamente

EEA

 

 

«Il clima è temperato, l’aria dolcissima, l’isola fertile, il tempio assai più bello di quanto se ne dica.» Così esordisce Cleomene nella prima scena del terzo atto di Winter’s Tale, la tragicommedia del 1611 in cui Shakespeare torna a parlare di Sicilia a qualche anno di distanza da Much ado about nothing, composta tra l’estate del 1598 e la primavera del 1599 e ambientata a Messina.

La frase credo che possa descrivere interamente lo stupore provato da quanti, nei secoli, sono giunti per la prima volta in Sicilia affrontando viaggi più o meno lunghi o difficoltosi.

Il numero di viaggiatori che a partire dalla metà del Settecento (prima di allora la Sicilia era generalmente poco visitata) sono approdati alle nostre coste, è molto alto. Tra questi nomi notissimi, da Vivant Denon a Goethe, che compaiono, tra gli altri, nel bel volume di Hélène Tuzet, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo (Sellerio, 1988). Molti di loro – turisti culturali, si direbbe oggi – passarono lo Stretto di Messina come tappa finale di un tour alla scoperta delle bellezze della Penisola.

Non è inutile domandarsi oggi se, al di là della fascinazione dell’Isola, del gusto esotico del paesaggio e dello studio di usi e costumi, a colpire lo straniero non potesse essere anche la scoperta di una terra che, raccogliendo in sé i fremiti delle culture mediterranee, era in grado di restituirle in qualche modo arricchite di un portato che è tipico della Sicilia e dunque unico.

Come altri, alle antichità greche e romane presenti nell’Isola si interessò il barone di Riedesel, ospite in Sicilia nel 1767 e autore di un resoconto indirizzato sotto forma di lettere a Winckelmann. Ma una sorta di modello per tutti i successivi racconti di viaggio fu quello di Patrick Brydone. Alle sue potenti descrizioni dell’Etna, delle albe e dei tramonti sulla montagna, della flora e della fauna, si deve anche la vera e propria introduzione del vulcano siciliano nel panorama letterario europeo.

Ci fu poi chi, come il conte di Broch, si occupò più dell’aspetto scientifico nell’osservazione dei fenomeni naturali e chi, di contro, come Henry Swiburne, fornì deliziosi quadri non solo della società palermitana ma anche di centri meno frequentati, come Alcamo, Sciacca, Ribera o Calatafimi, sui cui interni si dilunga nella descrizione degli usi e nella dettagliata rappresentazione degli arredi.

Curioso del popolo e della saggezza antica della quale è latore fu Roland de la Platière. Frequentando le bettole nelle città sicule, i porti e le campagne dell’entroterra, con estrema arguzia colse ogni minimo dettaglio fornendo schizzi assai esaustivi dei costumi locali.

Se i viaggiatori più noti dell’epoca restano Goethe e Jean Houël – protagonista questo di un tour di quattro anni durante i quali dipinse di tutto, dalle scene di vita campestre alle antichità archeologiche, dai fenomeni naturali alle feste religiose – non si può tacere come, nei secoli successivi, all’abitudine del viaggio in Sicilia si aggiunse il piacere del soggiorno di quanti, stranieri, decisero di fare dell’Isola la loro patria d’elezione. Tra questi, il barone Wilhelm von Glöden, che abitò a Taormina dal 1878 fino alla morte (16 febbraio 1931) per curare un male ai polmoni. Fotografo esperto e di grande sensibilità, il tedesco, da una parte venne incontro ai gusti del pubblico dedicandosi alla raffigurazione di paesaggi tipici e di scene campestri o marinare, dall’altra fu cronista, documentando il terremoto di Messina del 1908; ma, con i suoi celeberrimi nudi maschili, afferrò interamente non solo il fascino sensuale dell’isola che lo ospitava ma anche il carico di suggestioni che la stratificazione delle culture del passato avevano lasciato in quella terra.

I giovani dall’aspetto cavaraggesco di Glöden, ritratti integralmente nudi o coperti di pepli alla maniera greca, rappresentano oggi una delle più genuine e colte testimonianze della maniera in cui uno straniero può restare conquistato dalla Sicilia. Fissati in un tempo senza tempo, en plein air, in prossimità di rovine, su rupi, accanto ad anfore e colonne, i giovinetti del tedesco, come lui stesso scrisse nel 1898, nascono dalla prepotenza con cui “le forme greche” fanno appello all’artista e chiedono di essere resuscitate nella fotografia.

Come un continente a parte, dunque, la Sicilia raccoglie le eredità dei popoli che l’hanno attraversata e abitata, in essa confluiscono gli afflati delle culture mediterranee che, rilette e rivissute all’interno dell’sola, vengono restituite al viaggiatore, nuove e potenti.

Al di là dello Stretto, quella Sicilia che si vede dalle coste della Calabria, appare un mondo a parte, un triangolo di terra in balia delle acque che lo avvicinano pericolosamente all’Africa con i cui abitanti condivide geni e culture. Anche se chiuso, lo spazio di terra circondato dal mare, cui giungono profumi e sapori maghrebini, è aperto e desideroso di accogliere, per effetto del contrasto tra l’afflato centripeto e quello centrifugo. L’uno, infatti, spinge l’isolano a ripiegarsi sulle proprie tradizioni, orgoglioso e timoroso quasi di perderle in un ennesimo fondersi con culture altre; l’altro, lo apre al nuovo e al diverso, lo rende curioso. La Sicilia così, come diceva Gesualdo Bufalino, «fa da cerniera ai secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione» e scampa al pericolo di non avere un’identità possedendone molte e tutte compenetrate, pronte per essere offerte al visitatore.

 

Lettera sui legami col passato

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Caro amico,

sono molto legata, come sai, alla mia famiglia. Un giorno, grazie a te e a un tuo regalo, ho scoperto un altro filo sottile che lega me a mio padre e lui al suo. Una catena di affetti e di inconsapevoli maniere di vedere il mondo. Ho provato a raccontarlo in un pezzo che ho scritto per “Notabilis”, Le stelle sopra il cielo della vita. E credo che anche tu ricordi quella notte.

Devotamente

EEA

 

 

 

C’era una vecchia foto nell’album della nonna. Ma questa fu una cosa che avrei scoperto solo dopo.

Era una delle mie estati altalenanti da adolescente, di quelle con la voglia di fare e l’altra, opposta, di chiudermi in casa a piangere per motivi sempre troppo sciocchi. Era trascorso da poco il mio quattordicesimo compleanno e, tra gli altri, avevo ricevuto in regalo un vestitone gipsy con la gonna larga e lunga, come allora andavano di moda.

Papà, per distrarmi, propose una gita a Taormina e lì, dentro il mio abito viola da zingara, tra le pietre del Teatro Greco, mi fece una foto così bella che campeggia ancora dentro una cornice d’argento nel soggiorno dei miei genitori. Sembravo spensierata e, probabilmente, in quel momento, lo ero.

Poi, dopo quello scatto, vidi papà arrampicarsi tra i gradini della cavea rosicchiati dal tempo. Chissà in preda a quale idea bislacca, stringeva la macchina fotografica tra le mani e andava avanti, sotto un sole bollente e un cielo tanto azzurro da confondersi col mare, sulla sconfinata linea d’orizzonte. Lo osservai fermarsi e guardare verso l’orchestra: fece ancora qualche passo, salì su una rupe, raggiunse una nicchia nella roccia e si piegò. Si rialzò, si mise in ginocchio e, con l’occhio dentro il mirino, scattò la sua fotografia perfetta. La vedemmo solo qualche settimana dopo, quando il laboratorio ci restituì le stampe: una porzione del teatro lasciava intravedere una fettina di mare, tra la sagoma svettante di una colonna e poi agavi, fichi d’india ed erbe che, crescendo indisturbate tra le rocce, davano a quell’immagine il senso di un tempo antico e immobile.

La foto finì in uno di quegli album che poi non si riaprono mai e ce ne dimenticammo tutti. Restò lì fino al giorno in cui la mamma, sistemando vecchie cose della nonna, non si ritrovò tra le mani un grosso volume con la copertina di cartone marrone e l’aspetto squadernato dagli anni. Ci sedemmo con papà a guardare cosa contenesse e davanti a noi si spiegò una teoria di minuscole istantanee stampate a contatto, sbiadite dal tempo, di quelle in cui ogni viso ha le dimensioni di una capocchia di spillo ma tutti sembrano sorridere felici, come se la guerra non fosse finita da un giorno e una nuova non fosse alle porte. In altre, su cartoncino spesso, c’erano impresse le medaglie che sancivano il prestigio di qualche gabinetto fotografico e, lì, campeggiavano i bisnonni coi baffi a manubrio e i visi truci, in piedi come angeli scuri a protezione di mamme e zie dall’aria immancabilmente seria. Erano le foto di famiglia e, tra queste, c’erano quelle del nonno: il giorno del matrimonio, in viaggio di nozze a Roma con la nonna Ersilia giovanissima ma apparentemente in gramaglie col velo nero sulla testa, imposto dall’etichetta per le udienze papali. E poi la nonna che sorrideva come la Duncan su un auto da corsa alla Targa Florio, con al collo una sciarpa quasi fatale. Il nonno con papà neonato tra le braccia sullo sfondo di una marina. E ancora, le altre fatte da nonno Gino guardando in basso dentro la scatola magica di un mirino a pozzetto: vedute dell’Etna, somarelli in fila su un acciottolato, facciate di chiese più o meno familiari. D’un tratto, voltando la velina tra le pagina, lo vedemmo: era il Teatro Greco. Cinquant’anni prima di suo figlio, mio nonno era andato a Taormina e aveva percorso le stesse rupi, si era avvinghiato con le mani agli stessi spuntoni di pietra per raggiungere il medesimo comodo covo che aveva accolto papà e scattare la sua foto perfetta e improbabile, così diversa dalle altre del teatro fatte dai turisti coi sandali e i calzini e le spalle bruciate dal sole.

Papà rimase qualche istante a fissare la fetta di mare tra la colonna e le piante e poi si alzò alla ricerca della foto scattata da lui: erano identiche.

A questo ripensavo una notte di molti anni dopo quando la vita, a volte ingenerosa, mi vedeva di nuovo abbattuta e sola. Si avvicinava la data del mio compleanno e, con un dolore addosso, trascorrevo le giornate a ciondolare per casa senza alcuna voglia di festeggiare. Non desideravo far nulla e non pensavo di volere alcunché nemmeno quando Rosario, un fratello più che un amico, mi chiamò per annunciarmi un regalo di compleanno speciale.

Accettai sorridendo perché il bene ha il potere speciale di tracimare dal cuore di chi ama e investirci con una forza tale da cambiare lo stato delle cose e portare il sorriso anche dove sembra che un sorriso non possa più fiorire.

Mi venne a prendere con altre tre persone, il pomeriggio di un 3 agosto caldo e benevolo. Percorremmo l’autostrada fino a Taormina mentre io, dal finestrino, guardavo la costa e, appena lasciata l’auto ci incamminammo fino al Teatro Greco, allegri come turisti in gita. Il mio regalo unico era lì: una notte sotto le stelle della mia terra, mentre sul palcoscenico Noa liberava nell’aria note calde e tonde che salivano lungo i gradoni, avvolgevano le teste del pubblico come turbanti e confondevano i pensieri per strapparli dal petto e farli librare in un altrove in cui il mondo sembrava essere diventato soltanto canto e stelle.

Ridevo felice, libera dagli sconforti, in attesa della mezzanotte che avrebbe sancito il mio ingresso nel nuovo anno di vita.

Poi, finito il concerto, mentre il pubblico si dirigeva verso l’uscita, a me rivenne in mente la fotografia perfetta che, inconsapevolmente legava con un filo sottile mio padre a suo padre. Allora cominciai a salire lungo la cavea, afferrandomi alle stesse pietre che le mani del nonno prima e di papà dopo avevano toccato, posando i piedi sulla stessa terra. Raggiunto l’anfratto da dove entrambi avevano scattato la loro fotografia, mi accucciai e guardai verso l’orizzonte.

Su di me, le stelle che tenevano sospeso un cielo blu come la notte che fino a poche ore prima avevo nel cuore, cominciarono a brillare di futuro. Sorrisi mentre il teatro della mia vita si illuminava di speranze. (Emanuela E. Abbadessa)