Settembre. Un consiglio di lettura

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Mio padre è goloso di cioccolato e dice sempre di amare il cioccolato e basta e non i dolci al cioccolato, le bevande al cioccolato… E’ un purista lui.

Per quanto anche io sia molto golosa a me piace parafrasare papà e dire la stessa cosa per un’altra mia grande passione: la boxe.

Non amo lo sport, sono sedentaria fino allo sfinimento ma il pugilato per me non è sport. E’ l’epico scontro di due uomini nudi che si affrontano attraverso le loro mani; è l’atavico confronto tra titani; è sudore, sangue, dolore e assoluta bellezza. Calcolo, intelligenza, capacità di misurare distanze e di prevedere reazioni proprio quando il dolore offusca la vista e la mente; è eleganza di un montante che sferra il colpo, di cosce e polpacci che saltano sollevando corpi dal peso inimmaginabile facendoli leggeri come piume, di diretti secchi come scudisciate. La boxe sono le voci calme e concitate dei secondi, gli sguardi torvi sotto le sopracciglia unte, le corde che vibrano reggendo a mala pena una schiena istoriata di muscoli, il bisogno di vedere nell’altro un avversario e dunque abbatterlo.

Ma siccome amo tutto questo, a me del pugilato piace solo il pugilato e non le cose che parlano di pugilato. Ci sono però alcune grandi eccezioni. Non starò qui a dirle tutte facendo il solito elenco che comprende London e altri più o meno noti maestri che si sono accostati al genere fino al recente Fight Night di Stefano Trucco, citerò quindi solo l’ultima. E l’ultima capitatami tra le mani è un libro colpevolmente letto tardi a causa di un conto rimasto aperto tra me e il suo autore, Norman Mailer, colpevole solo di essermi finito tra le mani col suo capolavoro – Il nudo e il morto – quando ero troppo giovane per goderne pienamente.

Il libro è La sfida, edito in Italia da Einaudi.

Non si tratta semplicemente del reportage del più celebre incontro della storia della boxe – quello di Kinshasa del 1974 passato alla storia col nome evocativo di The Rumble in the jungle e che vide Alì tornare a sfidare il titolo mondiale affrontando George Foreman,– perché la narrazione di Mailer, nella quale si fondono ironia, rabbia, curiosità e cronaca, diviene presto una metafora e La sfida sa parlare di vita (e di morte) almeno quanto parla di boxe.

Chi come me ama il pugilato potrà rivivere l’emozione dell’incontro e rivedere ogni singolo colpo attraverso il filtro della scrittura perfetta di Mailer. Tutti gli altri potranno appropriarsi di un pezzo non indifferente del secolo trascorso e scoprire che molto spesso lo sport è anche un modo per parlare di vita da un osservatorio molto particolare.

Agosto. Un consiglio di lettura

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E’ un vero peccato che certi libri restino per molti di noi legati agli anni della scuola. E se è vero che spesso rileggere è esercizio ozioso, quando un romanzo ci fu imposto in giovane età, non è invece una cattiva idea riprenderlo in mano da adulti.

E’ quanto mi è accaduto con Le sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi. Che follia darlo in pasto a chi non sia abbastanza maturo per godersi la terrificante crudeltà che lascia senza redenzione tutte le marionette di questo piccolo dramma provinciale a base di zitelle vogliose e giovani egoisti sullo sfondo grottesco delle use invidie paesane.

Il grottesco è proprio la cifra di questo Palazzeschi che facendo ridere delle sventure altrui ci fa scoprire immancabilmente spietati.

Luglio. Un consiglio di lettura

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Questo mese voglio proporre la lettura del libro di esordio di Carmen Pellegrino con una mia recensione, già pubblicata per La Società delle Letterate (http://www.societadelleletterate.it/2015/06/abbadessa-136/ )

La casa respira a fatica, sembra un animale morente; si sforza di tenere ferme le travi, stringe le pareti come fossero braccia attorcigliate a un ventre. A fatica esala un respiro, poi un altro.
 
 

Sulle rovine di Alento, tra memoria e oblio, Estella – un nome di dickensiana memoria anche se la protagonista di questo romanzo potrebbe ricordare a tratti più la Miss Havisham di Grandi speranze che non l’algida nipote – è pronta a servire una cena. Una cena molto speciale. Intorno a lei infatti c’è solo il lento e inesorabile franare della terra verso un mare che, visto dai monti brulli del Cilento, abitati ormai soltanto da un’improbabile eroina del nulla, resterà per sempre un mare d’altri.

Questo sembra narrare il luminoso esordio di Carmen Pellegrino, storica per formazione, letterata per passione e abbandonologa per professione, dotata di una naturale raffinatezza nella costruzione sintattica e di una vis narrativa assolutamente unica nel panorama italiano. Ma nelle maglie di Cade la terra  non si snodano soltanto i vissuti raccontati attraverso le voci di quelli che hanno lasciato, per necessità o per destino, le case del paese in rovina.

Il romanzo apparente nasconde infatti un romanzo implicito che va ben oltre l’amore ruvido e spigoloso, a momenti sadico e inesprimibile, del capriccioso Marcello e di Estella; sconfina al di là delle nozze di Libera Forti, del padre Cola, delle grida di banditore di Giacinto, della luce elettrica in casa Parisi o del negozio del Maccabeo, tra le storie minime di una normalità anormale, un po’ selvatica e ormai consegnata all’aldilà. Dice della persistenza della memoria capace di appiccicarsi ai muri, imbrattarli di ectoplasmi, mettere radici sui sassi, impregnare le tappezzerie scolorite e restituire vita dove la vita sembra non esserci più.

Probabilmente così la pensa Estella imbandendo di nulla una tavola di struggimenti che pure alimenta cercando disperatamente di tenere in vita uomini e cose con una perseveranza tanto maniacale da diventare accanimento. Il suo segreto però è il medesimo rivelato dalla Pellegrino, che traccia la via di un salvamento possibile soltanto attraverso la parola. E nella parola bella e performante, a volte biblica, rivivono infatti i personaggi strappati alle fosse e rinati alla luce portandosi dietro, di quel buio di sepoltura, solo il velo modesto della melanconia.

Della bellezza accecante della polvere che copre con ineffabile democrazia sia le case dei poveri che quelle dei ricchi, le stamberghe e i palazzi, della vita delle piante infestanti che allignano spontanee nelle crepe e delle bestie più umili che trovano asilo nelle dimore abbandonate si trova già nella fulminante apertura del romanzo, quando il lettore scorge la protagonista ancora giovane che, accompagnata dal cane Gedeone e con la tonaca da suora addosso, sul sagrato della chiesa di Alento si strappa la veste sacra in un gesto talmente icastico da mettere subito in allerta, perché dietro l’atto esiste un simbolo. È dunque proprio il privarsi di tutto ciò che le appartiene ad offrire alla donna la possibilità di appropriarsi prima della vita di Marcello, al quale fa da istitutrice nonostante sia di pochi anni più grande, e poi di ogni pietra del paese divenendo voce e voce narrante di un passato privo di futuro e quindi senza tempo.
In questo modo, laica e forte della nuova povertà, Estella accetta il fatalismo ma ne squaderna le coordinate portando avanti la ricostruzione con una potenza inversamente proporzionale alla forza con cui la natura sta decretando il franare delle case.

Non c’è traccia di nichilismo o di trita retorica dei vinti nel coraggio di Estella perché lei è capace di snidare il bello nei luoghi più inattesi (dello spazio o dell’anima), sa ergersi a giudice unico della storia in un tribunale degli affetti che resta imperturbabilmente in piedi mentre tutto intorno crolla.
Così Cade la terra, mettendo insieme il portato dell’opera di Alfonso Gatto e di Corrado Alvaro, di Salvatore Satta, di Elsa Morante e di Tommaso Landonfi, merita di entrare di diritto nella grande letteratura meridionale moderna nell’atto stesso di ridare dignità di memoria all’abbandono, con una compostezza e una grazia assai rare.

Giugno. Un consiglio di lettura

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Se siete stanchi di eroi duri e puri, Riccardo Magris, un uomo che affronta la vita lasciando che i problemi si risolvano da soli decantando lentamente, è quello che fa per voi.

E’ lui infatti il protagonista di L’esatto contrario, romanzo d’esordio dell’editore Giulio Perrone, da poco uscito per Rizzoli.

Dopo aver rinunciato a molte delle sue aspirazioni giornalistiche e non, finito a recensire con poca voglia gialli e noir in un giornale scandalistico ma dalle tirature esagerate, Riccardo viene catapultato dentro una storia venuta dal passato e che ha ancora il sapore di un bacio dato a fior di labbra. Intorno a lui Roma (e la Roma, sola fede del protagonista giallorosso) e una serie di comprimari molto efficaci, tratteggiati con distacco sornione. Di tutto Riccardo discetta con aria da flâneur, puntellando le pagine della sua inchiesta giornalistica sull’omicidio di Giulia (la ragazza baciata) di osservazioni sagaci sulla vita e l’amore, sempre a metà tra saggezza e umorismo.

Dunque se quello che cercavate era un po’ di umorismo e una storia ben scritta, questo è il libro che fa per voi.

Maggio. Un consiglio di lettura

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L’autrice la sa lunga sui giovani e sui college e questa volta ci porta a Filadelfia nel 1975.

Sullo sfondo di un’America dalla doppia anima, tra contestazioni e accettazioni, tra essere e dover essere, Joyce Carol Oates anni si muove in un campus femminile e mette insieme le asperità irrisolte di Minette Swift con la ricerca del sé di Genna Hewett-Meade che sulle spalle porta il peso di un nome da difendere e un’eredità familiare con la quale fare i conti.

Il risultato è Ragazza nera, ragazza bianca (Mondadori, 2014) un romanzo forte tra le cui pagine si cela il romanzo implicito che racconta di Genna (voce narrante) e di suo padre, Max Meade, avvocato rivoluzionario dal passato non esattamente trasparente.

Una voce assolutamente originale antirazzista, priva di qualsiasi compiacimento e in grado di fare odiare la ragazza nera della quale occorrerebbe prendere le parti per un viaggio nell’inferno di due diciannovenni che non lascia spazio ai facili moralismi o alla retorica.

Aprile. Un consiglio di lettura

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Che Alan Bennett sia inarrivabile nel raccontare le signore in là con gli anni (Sua Maestà la regina Elisabetta compresa) è un fatto noto. Anche in La signora nel furgone si rimette alla prova con la certa età ma sceglie di raccontare le sue peripezie con una donna, suo malgrado vicina “di casa”, detestabile, sporca e puzzolente. Le situazioni comiche, come è facile intendere, si scatenano in un fuoco di fila. Lei è Miss Shepherd, “in missione per conto di Dio” verrebbe voglia di dire, che ha deciso di sistemare il suo fetido furgone nel vialetto di casa Bennett e torturare il povero scrittore con i suoi pamphlet a base di invettive contro il mondo.

Che dire, il divertimento è assicurato.

Lettera sull’orrore al femminile

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Cara amica,

più volte in passato mi sono trovata a scrivere di donne vittime delle efferatezze degli uomini. Sempre con dolore scrivo di violenza, da qualsiasi parte venga e chiunque colpisca.

L’altro ieri però mi sono messa alla prova con l’orrore di una donna che aizza i figli per farne degli assassini. Non aggiungo altro e ti lascio alla lettura delle mie riflessioni apparse sulla pagina siciliana del quotidiano “La Repubblica” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/17/se-allombra-del-matriarcato-si-afferma-la-violenza-al-femminilePalermo01.html?ref=search e http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/17/se-il-potere-delle-donne-diventa-nefasto-motore-di-violenza-e-mortePalermo05.html?ref=search )

Devotamente

EE.

Cinquantatré anni fa, quando mio padre decise di chiedere la mano di mia madre, andò prima dalla sua di mamma – rimasta vedova – e, per comprare l’anello di fidanzamento, le chiese il permesso di trattenere per sé parte dello stipendio da impiegato che era solito consegnarle perché mantenesse la famiglia.

Non so se si trattasse di matriarcato e, anche se a mia nonna riconosco il ruolo di matriarca della nostra famiglia, ho sempre pensato al gesto di papà semplicemente come a qualcosa di bello e di buono: una forma di rispetto nei confronti della donna che aveva sacrificato la sua vita e le sue aspirazioni per crescere e istruire i figli.

Di dominio delle madri in Sicilia si è detto e scritto molto e non credo sia questo il luogo per tornare sulla questione ma sono sempre stata attirata dall’idea che quanto meno la società offre certezze (economiche, di crescita) tanto più il ruolo della donna diventa centrale: dove il mare inghiotte gli uomini e la terra è arida, la speranza risiede nella donna in quanto nutrice e latrice di vita.

Vita, appunto, ecco la questione. Ma cosa accade quando la donna è invece il motore di una serie di atti di violenza che portano alla morte?

Ieri mattina sono stati arrestati i cinque uomini della famiglia Marra responsabili della sparatoria al mercatino di Borgo Nuovo, atto estremo di una faida lunga quindici anni tra i Marra, appunto, e i Quartararo. A muovere le fila di questi maschi-marionette sono le donne: è il primo ottobre 2014 quando, davanti a una bancarella del mercato, le donne dei due clan si affrontano. Caterina Quartararo, per lavare un’antica offesa, sputa ai piedi della compagna di Marcello Marra e la insulta. E’ la scintilla che innesca la vendetta a lungo covata e la condanna parte senza appello: «Andate là e fateci la testa come allo scolapasta», ordina da un balcone di via Barisano Maria Rita Bologna, madre dei fratelli Marra che, giudice unico, decreta morte di Maurizio e Umberto Quartararo.

Davanti ai cadaveri dei due, la Bologna, soddisfatta, grida la sua vittoria alla loro madre: «Nina, te li abbiamo fatti come uno scolapasta».

Se è vero che non vorremmo più leggere sui giornali di donne uccise dagli uomini, è altrettanto vero che l’immagine di una madre che aizza i figli per fare di loro degli assassini è un abominio intollerabile perché nega l’essenza stessa della maternità, che è vita, in favore della morte.

Maria Rita Bologna, purtroppo, è solo uno di questi tristi esempi. Angela Russo, arrestata a 74 anni il 13 febbraio 1982 perché sospettata di essere corriera di droga tra Palermo e il resto d’Italia, durante il processo a suo carico, guarda il figlio pentito e gli urla: «Vigliacco e infame». Poi, quando le viene attribuito un ruolo subalterno nel traffico di eroina, rivendica la propria posizione: «Dunque io che in vita mia ho sempre comandato gli altri, avrei fatto questo servizio di trasporto per comando e conto d’altri? Cose che solo questi giudici che non capiscono niente di legge e di vita possono sostenere».

Ancora una volta quindi le accuse della Russo colpiscono un mondo di uomini ritenuti, incapaci, meschini e ignoranti, uomini che senza le donne non sarebbero in grado di decidere e per questo vanno guidati, anche verso il male.

Ma il misero potere di questa donna che insulta e comanda, riduce l’uomo alla forma più bassa di braccio armato, lo depotenzia negandolo e usandolo come tramite o oggetto del proprio odio; questa donna non accoglie e non perdona ma, come una gorgone, pietrifica la volontà altrui cullandosi in un’illusione di potere. Come divinità barbariche primordiali queste donne procreano per mettere al mondo guerrieri in grado di fare razzia dei nemici; come le madri dei Cimbri raccontate da Sebastiano Vassalli in Terre selvagge, uccidono i figli al ritorno della battaglia contro Caio Mario per punirli della sconfitta subita.

E tutto ciò non ha a che fare con il matriarcato che, come sostiene Heide Goettner-Abendroth nel suo Le società matriarcali (Venexia, 2013), dovrebbe solo insegnare a «superare il mondo distruttivo tardo-patriarcale» proprio perché, al contrario di questo, è un sistema fondato sull’uguaglianza tra i generi e la collaborazione tra le generazioni, non sul potere della donna sull’uomo e sull’omicidio.

E se i valori materni sono il prendersi cura, il nutrire e il portare pace, forse, guardando a casi come quello di Borgo Nuovo, è lecito chiedersi se basti solo mettere al mondo un figlio per diventare una madre.

Emanuela E. Abbadessa