Lettera sulla genesi di un romanzo

item_photo_588202_zoom

 

Cara amica,

mi è capitato spesso che qualcuno mi abbia chiesto come nascono le storie che racconto e come i miei personaggi. Credo che per ciascuno la genesi avvenga in modo diverso ma in qualche modo simile.

Lo scorso anno a chiedermelo è stata una dinamica rivista letteraria. Così ho provato a rispondere dunque nelle pagine di “Notabilis” (anno VI, n. 6, novembre-dicembre 20)

 

Se hai una storia dentro devi farla uscire. E quando l’avrà fatto dovrai lasciarla andare e permetterle fare la sua strada a prescindere da te. Così mi disse Mario Baudino quando, fissando il primo contratto speditomi da Rizzoli, ero ancora incerta se firmare o meno e cercavo conforto nelle parole di un amico che in fatto di libri e di vita la sa lunga.

Ero confusa perché quella firma avrebbe significato per me espormi, ovvero consegnare al mondo una storia che avevo maturato al mio interno (e consegnare anche me attraverso essa). Avrei dovuto farle affrontare il pericolo delle critiche mentre io, amandola, preferivo tenerla sempre con me, coccolarla e proteggerla da tutto.

Non ho avuto figli ma ho sempre pensato che, con le dovute distanze, un genitore provi qualcosa di molto simile ai sentimenti che agitavano me allora e che non hanno smesso di preoccuparmi.

Perché di vita si tratta e di nascita.

I personaggi dei miei romanzi nascono dopo una gestazione nella mia mente. Vengono fuori con i loro visi, il loro modo di muoversi e di agire; con il carico delle loro storie ancora da dipanarsi. A volte, per dare loro un nome devo aspettare di scrutarne le espressioni e lasciare che riempiano la mia casa e la mia esistenza. Anzi quando iniziai a scrivere fu proprio per colmare lo spazio vuoto della mia stanza e vederlo saturo di loro, irreali eppure familiari e quasi tangibili. Qualcuno cioè con cui entrare in contatto, dialogare, confrontarmi e permettergli di crescere.

Come una madre un po’ troppo severa non concedo mai troppa libertà ai miei personaggi e pretendo sempre di sapere dove siano, dove e con chi andranno e cosa faranno. Per questo mi sorprendo spesso quando sento scrittori dire che un tal personaggio “ha preso loro la mano” e ha cominciato a fare di testa sua. Loro, le mie creature, nascono da un mio disegno e non sfuggono al mio controllo: hanno il guinzaglio corto che permette loro qualche giro in tondo ma li costringe poi a tornare sul tracciato che solo io ho stabilito.

La nascita per me è soprattutto evocazione da immagini, è suggestione visiva: può nascondersi nel modo in cui una sconosciuta si mette una ciocca di capelli dietro un orecchio, dalla maniera che un uomo ha di stare assorto o di spiare il passo di una donna o anche da un paesaggio scovato per caso in rete che mi figuro come teatro di una storia. Così la storia stessa prende forma subito: la possiedo dall’inizio alla fine ed è dal possesso scaturisce l’impellenza di raccontarla. Questa lezione la imparai dalla mia amata maestra delle elementari che stimolava la fantasia di noi bambini chiedendoci di osservare il mondo, i passanti, le situazioni intorno a noi e, sulla base di ciò che vedevamo, costruire una storia. Queste esercitazioni le chiamava Osservo e scrivo. Non so e non credo le avesse inventate lei ma so che quando uscì il mio romanzo, mia madre mi disse: «se sai scrivere lo devi alla maestra De Francisci, devi ringraziarla per quello che sei oggi». Infatti, tra tutte le gioie che il mio romanzo mi ha dato, poterne dedicare una copia alla prima insegnante, resta una delle più forti. E nel prossimo, una maestra sarà la protagonista e, per quanto molto diversa dalla mia, assegnerà esattamente lo stesso tipo di compito ai suoi allievi.

Con davanti a me i personaggi e lo sfondo della vicenda, giungo a quella fase della nascita che è un’epifania: la lingua. Ogni narrazione ha una sua lingua precipua, un esatto modo personale per essere espressa e non un altro. È allora che il concepimento per me diviene gestazione, labor limae sul suono delle sillabe, articolarsi dei periodi e di questi in paragrafi. E all’immagine così si aggiunge il suono: stampo una pagina e la rileggo a voce alta camminando per la stanza mentre loro, i protagonisti della storia, mi figuro se ne stiano a guardare e, forse, di sottecchi ridano un po’ di me.

Credo che ciascuno abbia un modo differente di dare vita ai protagonisti di un romanzo e spesso mi piace chiedere agli altri come facciano, quante prove e quanti fogli gettino via prima di sentire di aver centrato il bersaglio. Ma è certo che le storie, come mi disse Baudino, una volta scritte ti abbandonano. Camminano sole per il mondo e smettono definitivamente di appartenerti.

Più o meno con questa consapevolezza vissi l’ubriacatura di gioia delle prime presentazioni e delle prime recensioni dopo l’uscita di Capo Scirocco ma a volte, alla sera o al mattino appena alzata, Luigi e Rita, Mimì e Annuzza mi mancavano. Sentivo la loro assenza come se fossero figli partiti per chissà dove e che non avrei più rivisto. A poco valeva il fatto che mi tornassero davanti quando, presentando il romanzo, leggevo qualche passo: di fatto, loro non erano più a casa mia e non dipendevano più da me.

Fu allora che in modo inatteso li riconquistai tutti. Non mi accorsi subito che stavano tornando eppure stava succedendo.

Accadde e continua ad accadere nelle parole di quanti mi leggono e hanno la bontà di scrivermi: ciascuno di loro mi racconta qualcosa in più di uno di loro e me lo restituisce con addosso un pensiero, un’idea personale che lo rende inevitabilmente differente da come io stessa me l’avevo generato.

È allora che comprendo pienamente cosa voglia dire “lasciare andare una storia”. Non significa soltanto consegnare una narrazione ad altri e attenderne supinamente il giudizio; vuol dire piuttosto veder ritornare la propria scrittura arricchita di parole, sensazioni, evocazioni altrui. E di ciascuna di quelle, come farei per un figlio che rincasa carico di esperienza, faccio tesoro. Peso ogni parola e la serbo per farci germogliare sopra una narrazione futura che conterrà anche un po’ della maturità della sorella maggiore ormai cresciuta e autonoma.

E forse non è un caso che il mio primo romanzo abbia visto la luce in nove mesi.

 

Devotamente

EE

Gennaio. Un consiglio di lettura

e386ceafa2e1053e01537503e49c43ea_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy

 

Lieve e irresistibilmente ironico, Non dirlo ad Alfred (Adelphi) è proprio il tipo di romanzo che da tempo desideravo leggere. Nancy Mitford porta Fanny, protagonista e voce narrante – già nota grazie a L’amore in un clima freddo – da Oxford a Parigi, al seguito del marito Alfred, fresco della nomina ad ambasciatore.

Con la pesante eredità di una first lady molto amata dai francesi, una segretaria apparentemente svampita e un giornalista acido alle costole, Fanny si trova alle prese con il coloratissimo mondo mondano di lì e con figli e figliastri sempre a un passo dal mettere alla berlina lei e soprattutto il marito.

Provando a leggere il delizioso romanzo con la matita in mano e sottolineando alcune arguzie sulla società, ne viene fuori un inarrivabile catalogo di comportamenti snob in cui tutti vivono, secondo una definizione della stessa autrice, “in un mondo di superlativi”.

Ecco qualche massima del breviario, alcune di stupefacente realismo, ammettiamolo:

I cocktail non sono male: non sei obbligato a parlare con nessuno e quando torni a casa è giusto l’ora di andare letto

L’idea fissa delle donne inglesi è quella di infilarsi qualcosa di informe e non pensarci più

Gli americani si sforzano di esprimersi in una lingua che non hanno mai imparato fino in fondo

Gli editori sanno di poter vendere tantissimi libri sulla Francia; in effetti un titolo che contenga la parola “Francia”, come anche la parola “amore”, è garanzia di successo

Non vi è nulla di più triste del vagabondo erudito

Il popolo inglese è meno consapevole di tutti gli altri del prestigio della diplomazia

In America la scuola è un grande edificio dell’architettura essenziale e dotato di piscina

La gente deve poter andare all’inferno come meglio crede

Puoi ottenere un permesso per qualsiasi cosa in Francia se mandi una richiesta scritta

Una buona memoria per i nomi e le facce è l’abc delle buone maniere

Quei vecchi monaci saggi sapevano il fatto loro quando fondavano le università in posti insalubri

I professori vivono fuori dal tempo e dallo spazio preoccupati solo del loro trantran quotidiano

Certe donne vivono avvolte in una nuvola di apparente innocenza, sotto la quale sono estremamente licenziose

Gli uomini possono ritornare sulla retta via più facilmente delle donne

Quando un giornale riporta una frase tra virgolette, di questi tempi, significa che è stata inventata dal cronista

Dicembre. Un consiglio di lettura

 

CoverDentelloDef

Ci sono libri d’esordio per i quali comprendi fin dalle prime righe di trovarti davanti a qualcosa che lascerà un segno e non soltanto nel tuo percorso di lettore.

Questo è quanto ho provato leggendo il romanzo di Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa, appena uscito da Gaffi.

Il primo impatto avviene con la lingua che si dipana con una precisione chirurgica senza che questo in alcun modo traspaia dalla pagina dando l’impressione di uno sterile esercizio virtuosistico. La ricerca certosina del temine esatto, l’unico capace di risuonare alla perfezione accanto al successivo, non appare mai forzato in Dentello, quanto piuttosto è la naturale inclinazione di chi si sia per anni messo alla prova sui libri, passando in rassegna Barthes e Svevo, Fenoglio e i russi e Pasolini (tanto presente in questo magnifico esordio) accanto e sopra a tutti.

Forte dei libri che vegliano come numi tutelari, Crocifisso così come Domenico – il protagonista del romanzo – sembra aver vissuto di libri e nei libri ma presto, anche le coloriture autobiografiche presenti nel romanzo perdono forza e invece di avvicinare il personaggio al suo creatore lo allontanano facendo sì che il solo tratto fortemente intimista che l’autore lascia sulla pagina sia proprio l’amore per la parola scritta.

La vicenda – che per tutta la prima metà del libro sembra non dipanarsi, intenta com’è ruotare intorno e nella mente di Domenico – esplode in senso narrativo solo nella seconda parte ma lasciando nel lettore la consapevolezza che quanto detto prima fosse l’inevitabile preludio di una storia di diversità incomunicabili e che non comunicano col mondo. Domenico è figlio di immigrati siciliani che vivono in Brianza mentre lui, il figlio, vive nei libri. Il fratello, Vincenzo, vive in un altrove alieno quasi quanto quello di Domenico fatto di una fantasia ossessiva popolata solo da Matito, il suo amico immaginario. L’urgenza di raccontare detona quindi solo quando il quadro inconsapevole dell’intimità di Domenico appare completo.

E quando il narrare si fa urgenza – come dicevo in apertura – a me sembra sempre di trovarmi di fronte a un romanzo che non potrà non lasciare un segno.

Novembre. Un consiglio di lettura

2015-11-01 13.48.52

Il consiglio di lettura di questo mese nasce da un’esperienza fatta qualche giorno fa.

La scorsa settimana sono stata invitata nella scuola primaria di Dego e nella scuola dell’infanzia di Cairo nell’ambito del progetto Libriamoci.

Il mio mandato ero quello di leggere un libro al pubblico dei piccoli ascoltatori.

Tra i libri da proporre ai bambini, avevo pensato di sceglierne uno di quelli del cuore e della memoria: in assoluto il primo libro che lessi da sola appena imparato a farlo.

Il libro in questione ha più anni di me. E non parlo della storia ma proprio dell’oggetto. Il mio papà infatti lo comprò a dispense quando ancora non ero nata e lo fece rilegare aspettando di poterlo leggere al bambino che la mamma stava aspettando.

Quel magnifico volume in sedicesimo era Pinocchio, in una splendida edizione integrale dei Fratelli Fabbri con illustrazioni che, da piccola, erano in grado di trasportarmi in un mondo favoloso di teatrini e balocchi e pauroso di pesci enormi e orecchie da ciuchino.

Su quel libro non solo imparai a leggere ma anche a scrivere a macchina. Avevo infatti mandato a memoria almeno il primo capito e così, uscita da scuola, mi recavo in ufficio dai miei, mi sedevo alla Olivetti di mamma, inserivo un foglio e cominciavo a trascrivere quel primo capitolo. Ma già a metà del celeberrimo incipitC’era una volta… «Un re!», diranno subito i miei piccoli lettori – mi rendevo conto che il mio pensiero era più veloce delle mie dita e le mani non riuscivano a stare dietro al flusso di parole che sentivo. Quindi riprovavo sempre più velocemente… ma nulla. Quel diavolo di cervello non riusciva a darsi una regolata e considerare la realtà!

Come dicevo, qualche giorno fa mi sono ritrovata a Cairo con il mio Pinocchio tra le mani, un libro che, per quante case abbia cambiato, mi ha seguita sempre. Purtroppo è solo diventato più piccolo! Sì, perché quand’ero bambina, ricordo perfettamente che papà mi invitava a sedere su una piccola seggiola e me lo metteva sulle gambe e ricordo che pesava tantissimo ed era enorme, tanto da far fatica a girare le pagine. Adesso, ogni volta che lo riprendo, non riesco mai a spiegarmi com’è che in tanti anni sia diventato così tanto più leggero e maneggevole.

Quando ho detto ai bambini delle quarte e delle quinte classi che il libro proposto lo avrebbero riconosciuto subito dalla copertina loro non hanno esitato e, vedendo un burattino di legno col naso lungo, hanno gridato in coro: «Pinocchio!»

Si sentivano rassicurati all’dea di una storia che già conoscevano.

La vera sorpresa – per me e per loro – è arrivata quando ho cominciato la lettura. Delle avventure le burattino creato dalla fantasia di Collodi, quei bambini non sapevano nulla. E soprattutto erano sconvolti dalle meraviglie della lingua, dei deliziosi toscanismi, dalla varietà lessicale. Molti degli episodi erano loro del tutto ignoti perché le edizioni ammannite oggi sono epurate, risciacquate in “disneysmi” d’accatto, private dei suoni e dei colori della magnifica lingua di Carlo Lorenzini, censurate delle scene più lugubri (cosa avvenuta anche alle favole dei Fratelli Grimm e non solo, come ben racconta Barbara Fiorio nel suo recente Qualcosa di vero, uscito da Feltrinelli, che consiglio senza meno).

I bambini passavano dallo stupore al divertimento e io, insieme a loro, godevo di quella riscoperta.

Dunque mi chiedo, perché vogliamo formare lettori veri e lettori forti, impartendo loro la lezione diseducativa di discutibili versioni di grandi capolavori?

Un libro non è fatto solo della storia che narra ma anche della lingua con cui essa viene raccontata. Restituiamo dunque le sue formicole cui insegnare l’abaco a mastr’Antonio e, come direbbe Geppetto (Polendina, per chi come me ha letto il vero Pinocchio), buon pro gli faccia!

Capo Scirocco di Emanuela E. Abbadessa

Non l’ho mai fatto, non ho mai condiviso con gli “amici del convento” una pagina a me dedicata su un altro blog. Ma a tre anni dall’uscita del mio romanzo, sapere che è ancora letto e amato è una grande emozione.

Scrivere al femminile ®

Capo Scirocco è una storia che non si dimentica facilmente. Ti appassiona a tal punto da rimanerti impressa nella mente anche dopo giorni che hai terminato di leggerla. Il motivo è alquanto semplice: questo romanzo è un classico e mantiene intatte tutte quelle caratteristiche che possono coinvolgere il lettore.

Capo Scirocco, romanzo scritto da un’autrice sensibile e raffinata quale è Emanuela E. Abbadessa, edito dalla casa editrice Rizzoli, è ambientato in una Sicilia di fine Ottocento nella quale la frutta matura al sole, il pane ha quel profumo fragrante dei semi di sesamo e la ricotta calda diventa un rituale tipico che le masserie della zona elargiscono ai clienti appassionati. L’aria è tiepida e profumata di glicine e il mare che lambisce le coste regala un panorama mozzafiato.

Luigi, ragazzo nato da una famiglia umile, si reca in Sicilia in cerca di fortuna. Il canto è la…

View original post 1.153 altre parole

La lista dei ricordi

Vecchie-chiavi

Cara amica,

ho ritrovato tra vecchi file un elenco di cose belle. Non ricordavo di averlo mai scritto. Ma appena l’ho letto mi è sovvenuta l’occasione. Erano i primi anni Novanta, ero sposata, felice e infelice nello stesso tempo perché la vita stava già cominciando a portarmi via le certezze che a mala pena ero riuscita a mettere insieme. Alcune delle cose scritte allora continuano a piacermi altre non più, come bere il caffè al mattino dato che adesso non lo prendo. Quella riga in lista, però, l’avevo messa solo perché era mio marito a portarmi la tazzina a letto al mattino e non saprei dire se amassi più la bevanda o quel gesto così tenero fatto per me.

Rileggere il file ieri, è stato come aprire uno scrigno perché per ciascuna delle cose scritte alla rinfusa ho un ricordo.

Per dire ciò che mi piace, potrei mettere una dopo l’altra tutte le cose che mi vengono in mente adesso e in ordine sparso. Allora scriverei: i gatti, il sale sulla pelle che si asciuga al sole, i cornetti alla crema, la salsa come la faceva la nonna Ersilia, il dolore di Tosca, le patatine davanti a un brutto film, un paio di orecchini nuovi, ricevere posta, trovare la frase giusta nascosta in una poesia, comprare un regalo a chi si vuol bene, addormentarsi sereni, voler bene, piangere di gioia, la pizza, un albero troppo alto, il mare troppo agitato, la nebbia fuori e dentro il Duomo di Milano, Roma vista dall’Altare della Patria, una passeggiata la mattina presto in una città sconosciuta, il sorriso di un passante, comprare biancheria nuova, l’Etna in eruzione, il Caravaggio di Malta, il volo di un pipistrello d’estate, avere qualcuno che conti su di te, guidare in una strada vuota, dire la cosa giusta al momento giusto, il primo caffè della giornata, lo squillo di una telefonata attesa, la granita di cioccolato della nonna, un paio di polacchine rosse, una donna bella, ridere di una barzelletta, un bicchiere di vino, il giorno del matrimonio, Shakespeare che ha detto la cosa che vorresti dire in quel preciso momento in cui ti mancano le parole, raccontarsi a qualcuno, rigirarsi la fede intorno al dito, le mie Barbie, visitare un museo, i biscotti, cambiare il vestito alla mia bambola quando cambia il mio umore, Mozart, i complimenti esagerati, navigare in Rete in silenzio, cantare una romanza, ordinare una stanza, il bagno caldo, ballare fino a farsi girare la testa, fare il bucato, l’olio sulla pelle, un Trio di Schubert, farsi stupire da un’architettura esotica, i figli della mia amica che mi danno un bacetto appiccicoso di caramelle e biscotti, impacchettare regali, fare sorprese, trovare qualcosa che credevi perduto, fare fotografie e guardare quelle vecchie, uscire di casa e salutare tutti i negozianti del quartiere, preparare una grande cena.

Scriverei tutte le cose che stanno tentando di venirmi sulle dita ma che restano intasate perché non sanno mettersi in fila.

Ricordo la nebbia dentro e fuori il Duomo di Milano in una mattina gelida, uscita da un albergo in centro. Camminavo sola per strada in attesa dell’ora di un appuntamento e di colpo mi apparve la facciata della chiesa. Le guglie appena visibili nel biancore. Rivedo me che accelero il passo per entrare e dentro un prete dice messa e tutta la nebbia di fuori, lì dentro, era diventata odorosa e sapeva di incenso. Era concentrata in una nuvola nella navata centrale che si spandeva lentamente verso l’alto.

Ricordo Roma vista dall’Altare della Patria in un pomeriggio di primavera col sorriso del mio migliore amico accanto che voleva regalarmi un momento di dolcezza tra le pene che allora avevo. Lasciava che la città parlasse al posto suo come se fossi finita dentro Vacanze romane.

Ricordo la Decollazione del Battista a Malta, rivedo me che crollo annientata dalla bellezza su una panca, pallida. Mio marito mi fotografa, incredulo del fatto che la sindrome di Stendhal esista davvero.

Ricordo le polacchine rosse, regalo inatteso di un amico che c’era quando doveva esserci e c’è ancora: entrambi con addosso il carico di anni e di vita che pure ridiamo come allora non sapevamo fare.

Ricordo la frase giusta scritta da Shakespeare dentro un sonetto e diretta a me, pensai leggendola. “Ah, come simile a inverno fu l’assenza mia da te, piacer dell’anno fuggitivo”.

Ricordo i bacetti appiccicosi di caramelle dei figli di una donna che amica non credo lo sarà mai più e non ne so il perché.

Potrei dire che quasi tutto m’incuriosisce ma non resisto al fascino delle parole scritte, alla malìa che si sprigiona solo quando si aprono le pagine di un libro. Leggo e scrivo perché, a volte, credo che sia l’unica cosa che mi piaccia fare davvero. Però qualcosa continua a ripetermi che il codice delle parole è un filtro micidiale e che troppe volte passa per i troppi stadi che ci sono tra la nostra testa e le nostre labbra o le nostre dita e poi finisce dove non si sa, fino alle orecchie o agli occhi di altri per risalire alla testa.

Mi piace cominciare e finire le mie giornate leggendo.

La mattina, col mio caffè e i miei giornali; la sera, coi margini del mio libro di turno che si piegano contro il cuscino.

Rileggo e penso e mi scopro uguale e diversa. Risento addosso le gioie di quegli anni ma anche i dolori laceranti.

Chiudo il file e penso di spostarlo nel cestino. Basterà un movimento del mouse per cancellare le lacrime di allora? E quando lo avrò fatto, perderò anche le gioie? Sulla lingua sento il sapore della pizza, nelle orecchie la preghiera disperata di Tosca, sotto i polpastrelli il corpicino del mio micetto e addosso il mare che si asciuga sulla pelle. Così sollevo il dito dal tasto del mouse e tengo lì il mio elenco venuto dal passato a ricordarmi il brutto e il bello.

Devotamente

EE.