Luglio. Un consiglio di lettura

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Questo mese voglio proporre la lettura del libro di esordio di Carmen Pellegrino con una mia recensione, già pubblicata per La Società delle Letterate (http://www.societadelleletterate.it/2015/06/abbadessa-136/ )

La casa respira a fatica, sembra un animale morente; si sforza di tenere ferme le travi, stringe le pareti come fossero braccia attorcigliate a un ventre. A fatica esala un respiro, poi un altro.
 
 

Sulle rovine di Alento, tra memoria e oblio, Estella – un nome di dickensiana memoria anche se la protagonista di questo romanzo potrebbe ricordare a tratti più la Miss Havisham di Grandi speranze che non l’algida nipote – è pronta a servire una cena. Una cena molto speciale. Intorno a lei infatti c’è solo il lento e inesorabile franare della terra verso un mare che, visto dai monti brulli del Cilento, abitati ormai soltanto da un’improbabile eroina del nulla, resterà per sempre un mare d’altri.

Questo sembra narrare il luminoso esordio di Carmen Pellegrino, storica per formazione, letterata per passione e abbandonologa per professione, dotata di una naturale raffinatezza nella costruzione sintattica e di una vis narrativa assolutamente unica nel panorama italiano. Ma nelle maglie di Cade la terra  non si snodano soltanto i vissuti raccontati attraverso le voci di quelli che hanno lasciato, per necessità o per destino, le case del paese in rovina.

Il romanzo apparente nasconde infatti un romanzo implicito che va ben oltre l’amore ruvido e spigoloso, a momenti sadico e inesprimibile, del capriccioso Marcello e di Estella; sconfina al di là delle nozze di Libera Forti, del padre Cola, delle grida di banditore di Giacinto, della luce elettrica in casa Parisi o del negozio del Maccabeo, tra le storie minime di una normalità anormale, un po’ selvatica e ormai consegnata all’aldilà. Dice della persistenza della memoria capace di appiccicarsi ai muri, imbrattarli di ectoplasmi, mettere radici sui sassi, impregnare le tappezzerie scolorite e restituire vita dove la vita sembra non esserci più.

Probabilmente così la pensa Estella imbandendo di nulla una tavola di struggimenti che pure alimenta cercando disperatamente di tenere in vita uomini e cose con una perseveranza tanto maniacale da diventare accanimento. Il suo segreto però è il medesimo rivelato dalla Pellegrino, che traccia la via di un salvamento possibile soltanto attraverso la parola. E nella parola bella e performante, a volte biblica, rivivono infatti i personaggi strappati alle fosse e rinati alla luce portandosi dietro, di quel buio di sepoltura, solo il velo modesto della melanconia.

Della bellezza accecante della polvere che copre con ineffabile democrazia sia le case dei poveri che quelle dei ricchi, le stamberghe e i palazzi, della vita delle piante infestanti che allignano spontanee nelle crepe e delle bestie più umili che trovano asilo nelle dimore abbandonate si trova già nella fulminante apertura del romanzo, quando il lettore scorge la protagonista ancora giovane che, accompagnata dal cane Gedeone e con la tonaca da suora addosso, sul sagrato della chiesa di Alento si strappa la veste sacra in un gesto talmente icastico da mettere subito in allerta, perché dietro l’atto esiste un simbolo. È dunque proprio il privarsi di tutto ciò che le appartiene ad offrire alla donna la possibilità di appropriarsi prima della vita di Marcello, al quale fa da istitutrice nonostante sia di pochi anni più grande, e poi di ogni pietra del paese divenendo voce e voce narrante di un passato privo di futuro e quindi senza tempo.
In questo modo, laica e forte della nuova povertà, Estella accetta il fatalismo ma ne squaderna le coordinate portando avanti la ricostruzione con una potenza inversamente proporzionale alla forza con cui la natura sta decretando il franare delle case.

Non c’è traccia di nichilismo o di trita retorica dei vinti nel coraggio di Estella perché lei è capace di snidare il bello nei luoghi più inattesi (dello spazio o dell’anima), sa ergersi a giudice unico della storia in un tribunale degli affetti che resta imperturbabilmente in piedi mentre tutto intorno crolla.
Così Cade la terra, mettendo insieme il portato dell’opera di Alfonso Gatto e di Corrado Alvaro, di Salvatore Satta, di Elsa Morante e di Tommaso Landonfi, merita di entrare di diritto nella grande letteratura meridionale moderna nell’atto stesso di ridare dignità di memoria all’abbandono, con una compostezza e una grazia assai rare.

Giugno. Un consiglio di lettura

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Se siete stanchi di eroi duri e puri, Riccardo Magris, un uomo che affronta la vita lasciando che i problemi si risolvano da soli decantando lentamente, è quello che fa per voi.

E’ lui infatti il protagonista di L’esatto contrario, romanzo d’esordio dell’editore Giulio Perrone, da poco uscito per Rizzoli.

Dopo aver rinunciato a molte delle sue aspirazioni giornalistiche e non, finito a recensire con poca voglia gialli e noir in un giornale scandalistico ma dalle tirature esagerate, Riccardo viene catapultato dentro una storia venuta dal passato e che ha ancora il sapore di un bacio dato a fior di labbra. Intorno a lui Roma (e la Roma, sola fede del protagonista giallorosso) e una serie di comprimari molto efficaci, tratteggiati con distacco sornione. Di tutto Riccardo discetta con aria da flâneur, puntellando le pagine della sua inchiesta giornalistica sull’omicidio di Giulia (la ragazza baciata) di osservazioni sagaci sulla vita e l’amore, sempre a metà tra saggezza e umorismo.

Dunque se quello che cercavate era un po’ di umorismo e una storia ben scritta, questo è il libro che fa per voi.

Maggio. Un consiglio di lettura

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L’autrice la sa lunga sui giovani e sui college e questa volta ci porta a Filadelfia nel 1975.

Sullo sfondo di un’America dalla doppia anima, tra contestazioni e accettazioni, tra essere e dover essere, Joyce Carol Oates anni si muove in un campus femminile e mette insieme le asperità irrisolte di Minette Swift con la ricerca del sé di Genna Hewett-Meade che sulle spalle porta il peso di un nome da difendere e un’eredità familiare con la quale fare i conti.

Il risultato è Ragazza nera, ragazza bianca (Mondadori, 2014) un romanzo forte tra le cui pagine si cela il romanzo implicito che racconta di Genna (voce narrante) e di suo padre, Max Meade, avvocato rivoluzionario dal passato non esattamente trasparente.

Una voce assolutamente originale antirazzista, priva di qualsiasi compiacimento e in grado di fare odiare la ragazza nera della quale occorrerebbe prendere le parti per un viaggio nell’inferno di due diciannovenni che non lascia spazio ai facili moralismi o alla retorica.

Aprile. Un consiglio di lettura

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Che Alan Bennett sia inarrivabile nel raccontare le signore in là con gli anni (Sua Maestà la regina Elisabetta compresa) è un fatto noto. Anche in La signora nel furgone si rimette alla prova con la certa età ma sceglie di raccontare le sue peripezie con una donna, suo malgrado vicina “di casa”, detestabile, sporca e puzzolente. Le situazioni comiche, come è facile intendere, si scatenano in un fuoco di fila. Lei è Miss Shepherd, “in missione per conto di Dio” verrebbe voglia di dire, che ha deciso di sistemare il suo fetido furgone nel vialetto di casa Bennett e torturare il povero scrittore con i suoi pamphlet a base di invettive contro il mondo.

Che dire, il divertimento è assicurato.

Lettera sull’orrore al femminile

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Cara amica,

più volte in passato mi sono trovata a scrivere di donne vittime delle efferatezze degli uomini. Sempre con dolore scrivo di violenza, da qualsiasi parte venga e chiunque colpisca.

L’altro ieri però mi sono messa alla prova con l’orrore di una donna che aizza i figli per farne degli assassini. Non aggiungo altro e ti lascio alla lettura delle mie riflessioni apparse sulla pagina siciliana del quotidiano “La Repubblica” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/17/se-allombra-del-matriarcato-si-afferma-la-violenza-al-femminilePalermo01.html?ref=search e http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/17/se-il-potere-delle-donne-diventa-nefasto-motore-di-violenza-e-mortePalermo05.html?ref=search )

Devotamente

EE.

Cinquantatré anni fa, quando mio padre decise di chiedere la mano di mia madre, andò prima dalla sua di mamma – rimasta vedova – e, per comprare l’anello di fidanzamento, le chiese il permesso di trattenere per sé parte dello stipendio da impiegato che era solito consegnarle perché mantenesse la famiglia.

Non so se si trattasse di matriarcato e, anche se a mia nonna riconosco il ruolo di matriarca della nostra famiglia, ho sempre pensato al gesto di papà semplicemente come a qualcosa di bello e di buono: una forma di rispetto nei confronti della donna che aveva sacrificato la sua vita e le sue aspirazioni per crescere e istruire i figli.

Di dominio delle madri in Sicilia si è detto e scritto molto e non credo sia questo il luogo per tornare sulla questione ma sono sempre stata attirata dall’idea che quanto meno la società offre certezze (economiche, di crescita) tanto più il ruolo della donna diventa centrale: dove il mare inghiotte gli uomini e la terra è arida, la speranza risiede nella donna in quanto nutrice e latrice di vita.

Vita, appunto, ecco la questione. Ma cosa accade quando la donna è invece il motore di una serie di atti di violenza che portano alla morte?

Ieri mattina sono stati arrestati i cinque uomini della famiglia Marra responsabili della sparatoria al mercatino di Borgo Nuovo, atto estremo di una faida lunga quindici anni tra i Marra, appunto, e i Quartararo. A muovere le fila di questi maschi-marionette sono le donne: è il primo ottobre 2014 quando, davanti a una bancarella del mercato, le donne dei due clan si affrontano. Caterina Quartararo, per lavare un’antica offesa, sputa ai piedi della compagna di Marcello Marra e la insulta. E’ la scintilla che innesca la vendetta a lungo covata e la condanna parte senza appello: «Andate là e fateci la testa come allo scolapasta», ordina da un balcone di via Barisano Maria Rita Bologna, madre dei fratelli Marra che, giudice unico, decreta morte di Maurizio e Umberto Quartararo.

Davanti ai cadaveri dei due, la Bologna, soddisfatta, grida la sua vittoria alla loro madre: «Nina, te li abbiamo fatti come uno scolapasta».

Se è vero che non vorremmo più leggere sui giornali di donne uccise dagli uomini, è altrettanto vero che l’immagine di una madre che aizza i figli per fare di loro degli assassini è un abominio intollerabile perché nega l’essenza stessa della maternità, che è vita, in favore della morte.

Maria Rita Bologna, purtroppo, è solo uno di questi tristi esempi. Angela Russo, arrestata a 74 anni il 13 febbraio 1982 perché sospettata di essere corriera di droga tra Palermo e il resto d’Italia, durante il processo a suo carico, guarda il figlio pentito e gli urla: «Vigliacco e infame». Poi, quando le viene attribuito un ruolo subalterno nel traffico di eroina, rivendica la propria posizione: «Dunque io che in vita mia ho sempre comandato gli altri, avrei fatto questo servizio di trasporto per comando e conto d’altri? Cose che solo questi giudici che non capiscono niente di legge e di vita possono sostenere».

Ancora una volta quindi le accuse della Russo colpiscono un mondo di uomini ritenuti, incapaci, meschini e ignoranti, uomini che senza le donne non sarebbero in grado di decidere e per questo vanno guidati, anche verso il male.

Ma il misero potere di questa donna che insulta e comanda, riduce l’uomo alla forma più bassa di braccio armato, lo depotenzia negandolo e usandolo come tramite o oggetto del proprio odio; questa donna non accoglie e non perdona ma, come una gorgone, pietrifica la volontà altrui cullandosi in un’illusione di potere. Come divinità barbariche primordiali queste donne procreano per mettere al mondo guerrieri in grado di fare razzia dei nemici; come le madri dei Cimbri raccontate da Sebastiano Vassalli in Terre selvagge, uccidono i figli al ritorno della battaglia contro Caio Mario per punirli della sconfitta subita.

E tutto ciò non ha a che fare con il matriarcato che, come sostiene Heide Goettner-Abendroth nel suo Le società matriarcali (Venexia, 2013), dovrebbe solo insegnare a «superare il mondo distruttivo tardo-patriarcale» proprio perché, al contrario di questo, è un sistema fondato sull’uguaglianza tra i generi e la collaborazione tra le generazioni, non sul potere della donna sull’uomo e sull’omicidio.

E se i valori materni sono il prendersi cura, il nutrire e il portare pace, forse, guardando a casi come quello di Borgo Nuovo, è lecito chiedersi se basti solo mettere al mondo un figlio per diventare una madre.

Emanuela E. Abbadessa

La granita

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La nonna sgrana il rosario a bassa voce pensando che io stia già dormendo. Nella luce tremolante del lumino sotto il Sacro Cuore di Gesù riesco a intravedere i visi degli avi appesi alle pareti della camera da letto. In ognuno cerco di riconoscere un tratto, una ruga, un modo di alzare un sopracciglio e mi appiglio a quei frammenti di loro per riconoscere ciò che sono.

Poi mi addormento nell’odore di cose antiche, su un basso continuo di assi che cigolano sotto il materasso di lana.

Al mattino sono tutta sudata nella stanza affocata di luglio catanese. Dalla cucina sento il rumore della forchetta sul ghiaccio che, di tanto in tanto, stride contro l’alluminio del contenitore tirato fuori dal frigo. Ma quando mi alzo e sento il fresco del pavimento sotto i piedi nudi, corro in cucina e nonna Ersilia mi sorride spruzzando la panna col vecchio sifone lucido nel bicchiere della granita.

«Vieni a fare colazione», mi dice mentre mi sfrego gli occhi e la vedo bellissima.

EE.

Marzo. Un consiglio di lettura

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Donatien-Alphonse-François de Sade non è certo Mozart e dunque, nella ricorrenza del duecentesimo anniversario della sua morte (1814-2014) gli appassionati come me hanno cercato di godersi quel minimo di celebrazioni a lui riservate, ivi compresa la mostra allestita al Musée d’Orsay dal bellissimo titolo Attaquer le soleil. E mica si tratta di Mozart, appunto, del quale, più  o meno ogni cinque anni, si trova qualcosa da ricordare, fosse pure la prima volta che usò il vasino.

Elliot, per esempio, ha ripubblicato le Storielle del divino Marchese, un testo agile quanto divertente. Ed è un piacevole ritrovare i brevissimi scritti brillanti che, nella purezza cristallina del pensiero e della rosa dell’autore, regalano un’oretta di assoluto divertimento.