Lettera sullo sguardo esterno

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Caro amico,

ormai da tempo sono una siciliana che guarda la sua terra da lontano. Da lontano sia in termini di spazio fisico che di spazio mentale. Provo spesso a capire quali sentimenti io abbia per il luogo in cui sono nata e, per cercare di metterli in ordine, a volte, mi rifugio nelle descrizioni che della Sicilia hanno dato i visitatori stranieri, e cerco così di capire quanto anche io sia diventata estranea a quel mondo che pure è parte di me.

Ho provato a raccontare la Sicilia vista da fuori in  un articolo dal titolo Così lontana, così vicina, apparso su “Notabilis” (anno VII, n. 5, settembre-ottobre 2016). Spero ti faccia piacere leggerlo.

Devotamente

EEA

 

 

«Il clima è temperato, l’aria dolcissima, l’isola fertile, il tempio assai più bello di quanto se ne dica.» Così esordisce Cleomene nella prima scena del terzo atto di Winter’s Tale, la tragicommedia del 1611 in cui Shakespeare torna a parlare di Sicilia a qualche anno di distanza da Much ado about nothing, composta tra l’estate del 1598 e la primavera del 1599 e ambientata a Messina.

La frase credo che possa descrivere interamente lo stupore provato da quanti, nei secoli, sono giunti per la prima volta in Sicilia affrontando viaggi più o meno lunghi o difficoltosi.

Il numero di viaggiatori che a partire dalla metà del Settecento (prima di allora la Sicilia era generalmente poco visitata) sono approdati alle nostre coste, è molto alto. Tra questi nomi notissimi, da Vivant Denon a Goethe, che compaiono, tra gli altri, nel bel volume di Hélène Tuzet, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo (Sellerio, 1988). Molti di loro – turisti culturali, si direbbe oggi – passarono lo Stretto di Messina come tappa finale di un tour alla scoperta delle bellezze della Penisola.

Non è inutile domandarsi oggi se, al di là della fascinazione dell’Isola, del gusto esotico del paesaggio e dello studio di usi e costumi, a colpire lo straniero non potesse essere anche la scoperta di una terra che, raccogliendo in sé i fremiti delle culture mediterranee, era in grado di restituirle in qualche modo arricchite di un portato che è tipico della Sicilia e dunque unico.

Come altri, alle antichità greche e romane presenti nell’Isola si interessò il barone di Riedesel, ospite in Sicilia nel 1767 e autore di un resoconto indirizzato sotto forma di lettere a Winckelmann. Ma una sorta di modello per tutti i successivi racconti di viaggio fu quello di Patrick Brydone. Alle sue potenti descrizioni dell’Etna, delle albe e dei tramonti sulla montagna, della flora e della fauna, si deve anche la vera e propria introduzione del vulcano siciliano nel panorama letterario europeo.

Ci fu poi chi, come il conte di Broch, si occupò più dell’aspetto scientifico nell’osservazione dei fenomeni naturali e chi, di contro, come Henry Swiburne, fornì deliziosi quadri non solo della società palermitana ma anche di centri meno frequentati, come Alcamo, Sciacca, Ribera o Calatafimi, sui cui interni si dilunga nella descrizione degli usi e nella dettagliata rappresentazione degli arredi.

Curioso del popolo e della saggezza antica della quale è latore fu Roland de la Platière. Frequentando le bettole nelle città sicule, i porti e le campagne dell’entroterra, con estrema arguzia colse ogni minimo dettaglio fornendo schizzi assai esaustivi dei costumi locali.

Se i viaggiatori più noti dell’epoca restano Goethe e Jean Houël – protagonista questo di un tour di quattro anni durante i quali dipinse di tutto, dalle scene di vita campestre alle antichità archeologiche, dai fenomeni naturali alle feste religiose – non si può tacere come, nei secoli successivi, all’abitudine del viaggio in Sicilia si aggiunse il piacere del soggiorno di quanti, stranieri, decisero di fare dell’Isola la loro patria d’elezione. Tra questi, il barone Wilhelm von Glöden, che abitò a Taormina dal 1878 fino alla morte (16 febbraio 1931) per curare un male ai polmoni. Fotografo esperto e di grande sensibilità, il tedesco, da una parte venne incontro ai gusti del pubblico dedicandosi alla raffigurazione di paesaggi tipici e di scene campestri o marinare, dall’altra fu cronista, documentando il terremoto di Messina del 1908; ma, con i suoi celeberrimi nudi maschili, afferrò interamente non solo il fascino sensuale dell’isola che lo ospitava ma anche il carico di suggestioni che la stratificazione delle culture del passato avevano lasciato in quella terra.

I giovani dall’aspetto cavaraggesco di Glöden, ritratti integralmente nudi o coperti di pepli alla maniera greca, rappresentano oggi una delle più genuine e colte testimonianze della maniera in cui uno straniero può restare conquistato dalla Sicilia. Fissati in un tempo senza tempo, en plein air, in prossimità di rovine, su rupi, accanto ad anfore e colonne, i giovinetti del tedesco, come lui stesso scrisse nel 1898, nascono dalla prepotenza con cui “le forme greche” fanno appello all’artista e chiedono di essere resuscitate nella fotografia.

Come un continente a parte, dunque, la Sicilia raccoglie le eredità dei popoli che l’hanno attraversata e abitata, in essa confluiscono gli afflati delle culture mediterranee che, rilette e rivissute all’interno dell’sola, vengono restituite al viaggiatore, nuove e potenti.

Al di là dello Stretto, quella Sicilia che si vede dalle coste della Calabria, appare un mondo a parte, un triangolo di terra in balia delle acque che lo avvicinano pericolosamente all’Africa con i cui abitanti condivide geni e culture. Anche se chiuso, lo spazio di terra circondato dal mare, cui giungono profumi e sapori maghrebini, è aperto e desideroso di accogliere, per effetto del contrasto tra l’afflato centripeto e quello centrifugo. L’uno, infatti, spinge l’isolano a ripiegarsi sulle proprie tradizioni, orgoglioso e timoroso quasi di perderle in un ennesimo fondersi con culture altre; l’altro, lo apre al nuovo e al diverso, lo rende curioso. La Sicilia così, come diceva Gesualdo Bufalino, «fa da cerniera ai secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione» e scampa al pericolo di non avere un’identità possedendone molte e tutte compenetrate, pronte per essere offerte al visitatore.

 

Lettera sui legami col passato

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Caro amico,

sono molto legata, come sai, alla mia famiglia. Un giorno, grazie a te e a un tuo regalo, ho scoperto un altro filo sottile che lega me a mio padre e lui al suo. Una catena di affetti e di inconsapevoli maniere di vedere il mondo. Ho provato a raccontarlo in un pezzo che ho scritto per “Notabilis”, Le stelle sopra il cielo della vita. E credo che anche tu ricordi quella notte.

Devotamente

EEA

 

 

 

C’era una vecchia foto nell’album della nonna. Ma questa fu una cosa che avrei scoperto solo dopo.

Era una delle mie estati altalenanti da adolescente, di quelle con la voglia di fare e l’altra, opposta, di chiudermi in casa a piangere per motivi sempre troppo sciocchi. Era trascorso da poco il mio quattordicesimo compleanno e, tra gli altri, avevo ricevuto in regalo un vestitone gipsy con la gonna larga e lunga, come allora andavano di moda.

Papà, per distrarmi, propose una gita a Taormina e lì, dentro il mio abito viola da zingara, tra le pietre del Teatro Greco, mi fece una foto così bella che campeggia ancora dentro una cornice d’argento nel soggiorno dei miei genitori. Sembravo spensierata e, probabilmente, in quel momento, lo ero.

Poi, dopo quello scatto, vidi papà arrampicarsi tra i gradini della cavea rosicchiati dal tempo. Chissà in preda a quale idea bislacca, stringeva la macchina fotografica tra le mani e andava avanti, sotto un sole bollente e un cielo tanto azzurro da confondersi col mare, sulla sconfinata linea d’orizzonte. Lo osservai fermarsi e guardare verso l’orchestra: fece ancora qualche passo, salì su una rupe, raggiunse una nicchia nella roccia e si piegò. Si rialzò, si mise in ginocchio e, con l’occhio dentro il mirino, scattò la sua fotografia perfetta. La vedemmo solo qualche settimana dopo, quando il laboratorio ci restituì le stampe: una porzione del teatro lasciava intravedere una fettina di mare, tra la sagoma svettante di una colonna e poi agavi, fichi d’india ed erbe che, crescendo indisturbate tra le rocce, davano a quell’immagine il senso di un tempo antico e immobile.

La foto finì in uno di quegli album che poi non si riaprono mai e ce ne dimenticammo tutti. Restò lì fino al giorno in cui la mamma, sistemando vecchie cose della nonna, non si ritrovò tra le mani un grosso volume con la copertina di cartone marrone e l’aspetto squadernato dagli anni. Ci sedemmo con papà a guardare cosa contenesse e davanti a noi si spiegò una teoria di minuscole istantanee stampate a contatto, sbiadite dal tempo, di quelle in cui ogni viso ha le dimensioni di una capocchia di spillo ma tutti sembrano sorridere felici, come se la guerra non fosse finita da un giorno e una nuova non fosse alle porte. In altre, su cartoncino spesso, c’erano impresse le medaglie che sancivano il prestigio di qualche gabinetto fotografico e, lì, campeggiavano i bisnonni coi baffi a manubrio e i visi truci, in piedi come angeli scuri a protezione di mamme e zie dall’aria immancabilmente seria. Erano le foto di famiglia e, tra queste, c’erano quelle del nonno: il giorno del matrimonio, in viaggio di nozze a Roma con la nonna Ersilia giovanissima ma apparentemente in gramaglie col velo nero sulla testa, imposto dall’etichetta per le udienze papali. E poi la nonna che sorrideva come la Duncan su un auto da corsa alla Targa Florio, con al collo una sciarpa quasi fatale. Il nonno con papà neonato tra le braccia sullo sfondo di una marina. E ancora, le altre fatte da nonno Gino guardando in basso dentro la scatola magica di un mirino a pozzetto: vedute dell’Etna, somarelli in fila su un acciottolato, facciate di chiese più o meno familiari. D’un tratto, voltando la velina tra le pagina, lo vedemmo: era il Teatro Greco. Cinquant’anni prima di suo figlio, mio nonno era andato a Taormina e aveva percorso le stesse rupi, si era avvinghiato con le mani agli stessi spuntoni di pietra per raggiungere il medesimo comodo covo che aveva accolto papà e scattare la sua foto perfetta e improbabile, così diversa dalle altre del teatro fatte dai turisti coi sandali e i calzini e le spalle bruciate dal sole.

Papà rimase qualche istante a fissare la fetta di mare tra la colonna e le piante e poi si alzò alla ricerca della foto scattata da lui: erano identiche.

A questo ripensavo una notte di molti anni dopo quando la vita, a volte ingenerosa, mi vedeva di nuovo abbattuta e sola. Si avvicinava la data del mio compleanno e, con un dolore addosso, trascorrevo le giornate a ciondolare per casa senza alcuna voglia di festeggiare. Non desideravo far nulla e non pensavo di volere alcunché nemmeno quando Rosario, un fratello più che un amico, mi chiamò per annunciarmi un regalo di compleanno speciale.

Accettai sorridendo perché il bene ha il potere speciale di tracimare dal cuore di chi ama e investirci con una forza tale da cambiare lo stato delle cose e portare il sorriso anche dove sembra che un sorriso non possa più fiorire.

Mi venne a prendere con altre tre persone, il pomeriggio di un 3 agosto caldo e benevolo. Percorremmo l’autostrada fino a Taormina mentre io, dal finestrino, guardavo la costa e, appena lasciata l’auto ci incamminammo fino al Teatro Greco, allegri come turisti in gita. Il mio regalo unico era lì: una notte sotto le stelle della mia terra, mentre sul palcoscenico Noa liberava nell’aria note calde e tonde che salivano lungo i gradoni, avvolgevano le teste del pubblico come turbanti e confondevano i pensieri per strapparli dal petto e farli librare in un altrove in cui il mondo sembrava essere diventato soltanto canto e stelle.

Ridevo felice, libera dagli sconforti, in attesa della mezzanotte che avrebbe sancito il mio ingresso nel nuovo anno di vita.

Poi, finito il concerto, mentre il pubblico si dirigeva verso l’uscita, a me rivenne in mente la fotografia perfetta che, inconsapevolmente legava con un filo sottile mio padre a suo padre. Allora cominciai a salire lungo la cavea, afferrandomi alle stesse pietre che le mani del nonno prima e di papà dopo avevano toccato, posando i piedi sulla stessa terra. Raggiunto l’anfratto da dove entrambi avevano scattato la loro fotografia, mi accucciai e guardai verso l’orizzonte.

Su di me, le stelle che tenevano sospeso un cielo blu come la notte che fino a poche ore prima avevo nel cuore, cominciarono a brillare di futuro. Sorrisi mentre il teatro della mia vita si illuminava di speranze. (Emanuela E. Abbadessa)

Lettera sulla responsabilità del narrare

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Cara amica,

qualche tempo fa, mi chiedevi se io scriva tutto ciò che mi passa per la testa e mi trovavo insieme a te a interrogarmi sulle responsabilità di chi usa la parola come mezzo di comunicazione. Naturalmente il gradiente di impegno cambia a seconda dell’uditorio che viene raggiunto e, come sai, credo che scrivere sui social o più in generale sul web, ci carichi di grossi oneri proprio per la vastità del pubblico che ipoteticamente può leggerci. Per questo detesto esprimermi su Facebook, ad esempio, su fatti di forte impatto emozionale o che, come recentemente avvenuto, coinvolgono le esistenze di molti.

La scrittura di un romanzo offre possibilità di riflessione ancora diverse rispetto a questo argomento. Ho provato a riassumerle in un articolo apparso su “La Civetta” (anno XXI, luglio-settembre-agosto 2016) che ti riporto qui.

Devotamente

EE.

 

Ogni libro è un viaggio. Lo è sia per l’autore che intraprende un cammino scrivendo un incipit, sia per quanti leggeranno. I viaggi ci cambiano e leggere, dunque, è un modo per mettere in mano ad altri la possibilità di cambiarci la vita.

Ogni libro cambia la vita di chi scrive e di chi legge. E facendo scorrere gli occhi tra le righe, anche nell’illusione di tenere tra le mani un qualsiasi mezzo di intrattenimento, una parte di noi è consapevole che le singole parole, il modo di concatenarsi tra loro e i sensi del racconto, alla fine, ci renderanno persone diverse.

Non tutti i libri però danno al lettore la medesima percezione del mutamento. La cosiddetta narrazione di genere, nella rassicurante uniformità di plot che si ripetono sempre simili e nell’osservanza di regole abbastanza precise, appaiono, d’acchito, incapaci di cambiarci davvero. Con i loro buoni e i loro cattivi, sempre caratterizzati da certezze dentro le quali è quasi impossibile fare insediare margini di dubbio, i gialli, ad esempio (così come i romanzi rosa, i noir e tutto ciò che può essere ascritto a una categoria più o meno precisa), rappresentano una realtà talmente fittizia da divenire, per iperbole, rassicurante.

Ma cosa avviene invece quando, fuori dalla narrazione di genere, per dirla manzonianamente, non è possibile dividere il bene e il male con un taglio così netto che una parte dell’uno non resti nell’altro? Accade, che il lettore si trova di fronte a qualcosa in grado di scompaginare le sue convinzioni ma, nello stesso tempo, ha davanti personaggi che somigliano a lui nelle insicurezze, nelle debolezze, nel desiderio di vendetta così come nelle ambizioni, insomma, nel bene e nel male e, a volte, al di là del bene e del male. Cioè, accade che il libro narra effettivamente la vita e non la sua cristallizzazione stereotipata dentro canovacci di genere più o meno aderenti ad essa e che del vero hanno solo la pretesa ma, nei fatti, proprio in forza della divisione netta tra bene e male, consegnano al pubblico un altrove in cui l’ordine interiore rassicura perché diverso dalla vita reale.

Affrontare i grandi temi intorno ai quali l’uomo indaga da sempre – la vita, la morte, l’amore – è compito e responsabilità dello scrittore.

Nel tempo però sono mutati i gradienti di responsabilità e questi temi, non potendo più essere affrontati con i medesimi strumenti, hanno sovraccaricato il narratore di responsabilità, sia al momento dell’indagine, sia in quello della consegna al pubblico.

Se si potesse dare una data ideale al giro di boa che ha costretto chi scrive a portare sulle spalle il peso del dubbio e rappresentare personaggi più reali e al contempo più inquietanti, dovremmo provare a considerare il tempo circolare, liberarci delle gabbie cronologiche e postulare una possibile mescolanza di diacronia e sincronia.

Per il suo potere evocativo e per la larga diffusione della vicenda, poniamo come spartiacque il dubbio amletico. Esso non riguarda solo la possibilità dell’esistenza di una “giusta vendetta”, ma addirittura la totale riscrittura dei rapporti tra vita e morte e tra uomini: così, la bomba deflagra nella narrativa e pone scrittore e lettore di fronte al dubbio grazie all’introspezione o, per dirla più precisamente, alla psicanalisi.

In forza dell’idea di circolarità del tempo delle idee, un archetipo (in questo caso quello del Principe di Danimarca) non deve necessariamente venire cronologicamente dopo un’acquisizione scientifica e, dunque, poco importa l’epoca in cui Shakespeare vi pose mano se Amleto è in effetti roso da inquietudini a cui Freud avrebbe dato, vari secoli dopo, nomi assai precisi.

Ecco il punto: nel momento in cui uno scrittore “giustifica” il male narrando il pregresso di un personaggio gli concede in qualche modo delle circostanze attenuanti e le azioni stesse di un cattivo smettono di essere inchiodate a un pirandelliano teatro di cartapesta, cessano di essere abiti comodi indossati per una commedia dell’arte e diventano il risultato di un portato di traumi. Se sapessimo da Hugo che l’ispettore Javert – ostinato nel suo male e nel cieco desiderio di perseguire Jean Valjean in modo acritico, in forza di un’idea di giustizia che non ammette né espiazione né rieducazione – da bambino era stato vittima di bullismo o di abusi, molto probabilmente saremmo anche pronti a giustificare buona parte delle sue azioni. Stesso discorso può essere valido per qualsiasi personaggio a cui si associa un’idea concreta di male ma, per una curiosa specularità, di rado il pregresso di un personaggio è utilizzato per dare conto delle azioni virtuose di cui si può fregiare.

A questo punto, sia pure con qualche approssimazione, risulta che la narrativa moderna ha dovuto rinunciare alla netta divisione tra buoni e cattivi usando le armi dell’introspezione e della coscienza perché questa è responsabilità precisa dello scrittore: tenere fede al patto col lettore e fornire una narrazione verosimile. Di contro, spogliato di questa stessa responsabilità, l’autore di genere può permettersi di attenersi al realismo descrittivo di fatti e luoghi relegando di contro la vita, la morte e l’amore in uno spazio protetto in cui proprio l’estremo realismo, come in un gioco degli specchi, allontana dal vero per la carenza dello sguardo “dubbioso” sui personaggi.

Forse questo è solo un modo come un altro per esorcizzare la paura della morte e quella dell’amore capace di far compiere azioni estreme. Ma le inquietudini della vita narrate dalla letteratura, sono ben altra cosa.

 

 

Lettera sulle rappresentazioni della Sicilia

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Caro amico,

ci sono alcune cose che mi hanno sempre lasciato perplessa riguardo al modo di rappresentare la mia terra d’origine. Quelle lugubri rappresentazioni che parlano sempre e solo di morti o di donne vestite inevitabilmente di nero, per esempio. O le altre, soprattutto letterarie, in cui le donne sanno solo cucinare e sedurre con cosce di marmo scurite dal sole e seni in mezzo ai quali scorrono rivoli di sudore così lenti da tendere fino allo spasimo le erezioni maschili. Perché spesso, in queste immagini manca qualcosa: a me manca la sapienza antica che respiro quando torno in Sicilia, mi manca la cultura e mi manca soprattutto la diversità, quella che ha sovrapposto strati su strati rendendo ogni singola dimensione urbana differente dall’altra.

Ho provato a raccontare il mio lieve disagio in un articolo uscito sul numero estivo di “Notabilis” (http://www.notabilis.it/new-blog/2016/7/1/unaltra-sicilia-di-emanuela-e-abbadessa) e, se vorrai, potrai trovare lì le ragioni del mio disagio.

Devotamente

EE.

 

Mi sono sempre chiesta quanto corrisponda al vero l’idea che della Sicilia si ha fuori dall’isola. Quella cioè che imbraccia armi, minaccia, esige il pizzo, uccide.

Sarebbe un errore pensare che nella rappresentazione cinematografica, televisiva o letteraria della mia isola non ci sia nulla o quasi di vero, anche quando a ritrarla è un occhio “non siciliano”. Perché persone e cose non sono solo ciò che effettivamente sono ma anche l’immagine che gli altri hanno di loro. In quelle singole istantanee esterne prende vita infatti una sorta di idea collettiva che contiene qualcosa del vero e qualcosa della fantasia; ma la proiezione di quella fantasia, alla fine, incide sulla realtà e, in qualche modo, la muta.

Dunque, sebbene io trovi inquietante che film e romanzi (ma anche spot pubblicitari) ambientati nella mia isola, ne rimandino in linea di massima una rappresentazione in cui malavita e arretratezze culturali di varia natura la fanno da padrone, d’altra parte, so che, per diverse ragioni, in esse esiste una parte – spesso non irrilevante – di vero.

Il problema, dunque, non è quanto siano realistiche le fiction che di Palermo o di Catania mostrano solo la mafia, quanto piuttosto il fatto che assai di rado della mia terra si esporti la cultura antica che all’Italia diede la lingua parlata oggi, per esempio.
Proviamo per un momento a spostare su un altro scenario questa riflessione e andiamo negli Stati Uniti (ma se decidessimo per il Sudamerica o per l’India le cose non cambierebbero). Le rappresentazioni più largamente diffuse e fruite degli States sono quelle delle serie televisive: hanno un forte impatto sul pubblico, sono molto seguite tanto che alcune hanno raggiunto il traguardo di oltre dieci stagioni di programmazione (pensiamo a Law and Order nelle sue diverse declinazioni). Se fossimo così ciechi da basarci su un’idea di New York o di Los Angeles o di Miami basata soltanto sulle serie televisive, ne avremmo l’idea di luoghi volenti in cui regna solo lo stupro, il traffico di stupefacenti, i crimini seriali e la pedofilia. E non è che questi siano problemi alieni alle grandi città americane, tutt’altro, ma, naturalmente, non sono tutto. Nello stesso errore di valutazione incorreremmo se ci limitassimo alla lettura di galli e thriller, tenendoci lontani da Philip Roth, da Raymond Carver o da Joyce Carol Oates, tanto per fare qualche nome. Stesso discorso vale per l’India se ci limitassimo alla produzione cinematografica di Bollywood. E stesso discorso varrebbe per qualsiasi altro luogo connotato, nell’immaginario collettivo, solo all’interno di alcuni parametri fissi.

Il problema è dunque lo stereotipo e il fatto che ad esso si possa restare inchiodati. Scherzando, ho sempre detto che il problema della mia terra nacque con Cavalleria rusticana di Mascagni che, molto più della novella di Verga da cui è tratta, esportò nel mondo l’idea del maschio siculo geloso e facile di coltello. Ma, naturalmente, questa è solo un’iperbole, forse divertente ma non così fantasiosa alla fine. Tutto sommato, quello della gelosia è solo un altro degli stereotipi associati ai siciliani, né più e né meno di quello della lupara.

Lo stereotipo però è ciò su cui si fonda il genere, dunque sia la letteratura di genere, appunto, che la parallela filmografia. Nel caso della Sicilia, se chiedessimo a bruciapelo quali serie televisive che raccontano la Sicilia ricordino gli italiani, credo che le risposte ruoterebbero intorno a La piovra, Il commissario Montalbano e il recente (e discutibilissimo) Romanzo siciliano. E, nel caso dei libri, immagino che i più risponderebbero citando Andrea Camilleri, ma pochi andrebbero oltre.

Non so se sia utile intercettare una soluzione e provare a proporla ma ho l’impressione che il compito della letteratura (fuori dal genere) e della produzione filmica d’autore dovrebbe anche raccontare gli altri aspetti della Sicilia.

Probabilmente è solo un mio problema ma provo un certo fastidio nel vezzo degli autori siciliani che, dopo Camilleri (creatore nei fatti di una lingua letteraria che ha a che fare col dialetto), non riescono ad evitare di infarcire le loro pagine di dialetto. A volte spiegano la cosa accampando la scusa dell’intraducibilità di alcuni termini, salvo poi fornire in calce un glossario di corrispondenze italiane che, nei fatti, indica una “traduzione” in lingua. Allo stesso modo, guardo con leggero sospetto a tutta quella produzione colta che persevera nel rappresentare della Sicilia solo i medesimi aspetti percorsi largamente dal genere.

Con ciò non voglio dire che non si debba mai parlare di mafia o non usare mai nemmeno una parola dialettale, intendo semplicemente che, forse, la letteratura per prima dovrebbe provare ad esportare della Sicilia quel portato di stratificazione culturale e di Bellezza che rende la mia terra così particolare e affascinante.

Lettera sulle forme della scrittura

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Caro amico,

mi hai chiesto quando e perché cominciai a scrivere. Tra le tante risposte che potrei darti, ho deciso di fornirti oggi questa. Ti rispondo cioè attraverso le parole di un mio articolo uscito su “Notabilis” (anno VII, n. 2, marzo-aprile 2016). Spero che la mia risposta ti piacerà.

Devotamente

EE

 

Quante scritture esistono e quanti modi di mettere in fila le parole per dare loro toni diversi, mantenendo ferme le nostre idee?

Quanti modi esistono per essere davvero compresi da chi ci legge?

Se dovessi rispondere a queste domande partendo dalla mia esperienza, dovrei cominciare a raccontare da metà della storia. Ovvero non dal momento in cui imparai a scrivere e misi insieme la mia prima ingenua e zoppicante narrazione. Piuttosto comincerei dal giorno in cui, per ventura e inaspettatamente, iniziai a lavorare per un’agenzia giornalistica.

Il web allora cominciava a entrare anche nelle case degli italiani ma si parlava ancora di digital divide e il gap tra chi usava la rete e chi non lo faceva non riguardava solo i paesi meno sviluppati: anche nella Penisola le famiglie che avevano un computer e una connessione di rete erano poche; non esistevano gli smartphone e nessuno di noi era “sempre connesso” come avviene oggi. Per molti, in Italia, la navigazione partiva allora dai grandi portali generalisti che raccoglievano nella homepage contenuti di varia natura. I social non esistevano e le notizie si leggevano aprendo Virgilio o Libero o Supereva. Sembra davvero la preistoria a pensarci oggi.

L’agenzia per la quale lavoravo come websurfer era 9Colonne, si occupava di giornalismo online e forniva appunto contenuti proprio ai portali.

In quella formidabile palestra, sotto la guida di Paolo Pagliaro, imparai qualcosa che mi sarebbe stata fondamentale anche in seguito: la capacità di tenere legato il lettore alle mie righe e farlo arrivare fino in fondo a un mio articolo.

L’impresa non era da poco perché, fissando lo schermo di un pc (e allora era ancora uno di quegli ingombranti cubi più simili a un vecchio apparecchio televisivo con tanto di tubo catodico piuttosto che uno schermo piatto dal design moderno) la curva dell’attenzione del lettore subisce una parabola discendente molto più veloce rispetto alla pagina cartacea.

Allora scoprii che esisteva almeno un’altra scrittura. Differente rispetto a quelle che conoscevo già e che erano fondamentalmente la scrittura per narrare una storia e quella – didattica – di un saggio.

Perché una scrittura è un universo di parole che si mettono insieme e hanno un tono differente al mutare del mezzo, diventando così, di volta in volta, una lingua specifica.

Con la mia educazione formalista e con l’arricchimento dell’esperienza presso 9Colonne, consolidai la mia idea. Nella sua essenza, questa è rimasta immutata.

La forma per me è sostanza delle cose e, soprattutto, lo è della scrittura. In quanto tale la forma genera il contenuto e lo cambia in modo forte. Proverò a fare degli esempi: se vogliamo scrivere a qualcuno che lo amiamo, il nostro esprimerlo in parole sarà differente a seconda del mezzo che avremo scelto di adoperare. Se si tratterà di un sms dovremo essere brevissimi e incisivi; se apriremo un messenger accompagneremo le parole alle emoticon lì dove vorremo, quasi per pudore, rendere più lieve la parola. Se volessimo invece scrivere una poesia, dovremmo essere in grado di maneggiare il verso e la metrica, decidere per un sonetto, una canzone o qualsiasi altra struttura poetica. La lettera invece dovrà avere formule di apertura e di chiusura e così anche l’email. Ma persino le forme di maggior respiro potranno esserci di aiuto. Così, potremmo scrivere un intero romanzo che sia una dichiarazione d’amore per l’oggetto delle nostre attenzioni. In questo caso, dovremmo conoscere il modo di iniziare, come far evolvere la vicenda, come costruire i personaggi rendendoli credibili e dando al lettore la possibilità di immedesimarsi e, infine, come dovremmo saper portare la storia alla chiusura. Un racconto presenterà i medesimi problemi ma metterà a dura prova la nostra capacità di sintesi e tutte le idee dovranno concentrarsi in un numero assai più breve di parole.

Un articolo giornalistico non ha certo come scopo quello di dichiarare un sentimento (anche se non è escluso che possa in ogni caso farlo) ma, il mio breve excursus aveva il solo scopo di precisare la mia idea sulle molte scritture e quindi sulle forme della scrittura.

Dunque, partendo dalla forma e avendone chiara la sua struttura, quando scrivo, cerco di volta in volta di adattare il mio pensiero all’interno della gabbia, dando al susseguirsi delle parole la conformazione adatta.

Tutto questo porta inevitabilmente al virare dello stile ma, seppure all’interno delle varie forme, trovandomi a redigere un articolo per un giornale o un romanzo o un racconto, so in ogni caso che ciò che finirà sulla carta e verrà consegnato ai lettori, sarà sempre e comunque il mio pensiero, la mia voce e la mia lingua.

Lettera sulle partenze

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Cara amica,

domani sarà Pasqua e quest’anno avevo pregustato una piccola fuga, in barca, alla volta della Francia, con qualche amico. Fatti contingenti mi hanno impedito di partire e così ho pensato di rispondere alla tua domanda e provare a dirti cosa per me significhi partire.

Come sai il tema della fuga mi è particolarmente caro e di recente ne ho parlato in un articolo uscito su “Notabilis” (anno VII, n. 1, gennaio-febbraio 2015).

Buone feste

EEA

 

Dalla quotidianità a volte si fugge. Stretti tra le maglie di impegni e appuntamenti, spinti dalle lancette dell’orologio, braccati dalle scadenze si corre tenendo in mano un cellulare che continua a inviare notifiche. Sembrano quasi un rappel à l’ordre, richiami che impongono di esserci e rispondere sempre e comunque, rosicchiando i minuti liberi in cui si cercherebbe solo un momento di vuoto dai pensieri.

Per questo spesso i periodi di vacanza sono appunto fughe. Si crede possibile possibile interrompere una routine in cui altrimenti, quasi autisticamente, si compiono sempre i medesimi gesti, mille volte al giorno, nella stessa sequenza, a volte rassicurante quanto logorante.

Ma la fuga per me che vivo immersa nelle parole è un modo per rifugiarmi in altre parole, perché da quelle non si scappa: assediano ogni andito e persino le immagini ipnagogiche alla fine, per chi vive di parole, vengono decodificate, sillaba dopo sillaba, e ricostruite in frasi di senso compiuto. All’evasione fisica provo ad accompagnare sempre quella della mente e, per rendere tutto questo possibile, vengono in mio aiuto i libri, mondi dotati di un ordine proprio, in cui cerco di farmi guidare dalla maniera in cui altri hanno concepito il logos.

Non scappo da un momento all’altro, piuttosto preparo la mia mente all’allontanamento dalla quotidianità cominciando a immergermi in quella di un altrove arredato, come la classe di una scuola primaria, di grossi cartelloni di lettere cicciottelle o con gambette veloci, di api, imbuti, dadi e cavallini. E quelle mi dischiudono un mondo ancora sconosciuto del quale cerco l’abbraccio.

L’abbraccio per me è sempre legato al calore: scelgo dunque una meta calda, una in cui il sole mi picchi addosso senza alcuna clemenza per evitare che anche la più piccola parte di me possa non sentirsi accolta. Scelgo una meta marina, meglio se lontana da comitive chiassose, una senza villaggi turistici, tempi organizzati, animatori e giochini ai quali non parteciperei in alcun caso. Ma la scelta è solo una piccola parte di un percorso che per me è rigenerazione del corpo e dell’anima. Perché per sentirmi davvero parte di un mondo ancora sconosciuto mi approvvigiono di libri che di quel luogo sappiano narrarmi. Non guide turistiche perché non cerco il ristorante stellato o la discoteca alla moda; preferisco i romanzi o i reportage capaci di restituire i fremiti di un luogo ancora ignoto.

Tra le tante esperienze fatte alla ricerca di uno spicchio di pace, ricordo con particolare intensità il primo viaggio in Corsica in un agosto caldo, arso da un sole violento. Avevo deciso per una spiaggia poco frequentato dell’isola, con un mare selvaggio su cui si specchiavano alture incombenti picchiettate di verde.

Qualche mese prima di partire, avevo pensato di conoscere i misteri dell’isola attraverso la letteratura: l’ormai poco frequentato Prosper Mérimée più noto come autore di quel testo da cui sarebbe stato tratto il libretto per Carmen di Bizet, faceva al caso mio.

La Corsica così cominciò a poco a poco a insinuarsi dentro di me e a strapparmi dalla città, dai ritmi ormai insostenibili. Dopo le giornate di lavoro, prendevo in mano Colomba, uno dei romanzi più celebri dell’autore francese.

Pubblicato per la prima volta nel 1840 sulla “Reveux des Deux Mondes” (l’anno successivo in volume da Magen e Comon), Colomba valse a Mérimée l’ammissione all’Académie Française. Capii già dalle prime pagine che non avrei potuto scegliere di meglio per cominciare un viaggio dell’anima verso le coste corse. Mi piaceva sapere che quella vicenda, allo scrittore, era stata ispirata proprio da un viaggio nella stessa terra che presto anche io avrei conosciuto. Il romanzo, infatti, si apre con un viaggio per mare e non so se sia un caso che io avessi allora aperto il mio Capo Scirocco proprio con un viaggio per mare.

Il mare ha il fascino eterno del mistero: è un mondo senza confini apparenti in mezzo al quale incontrare le proprie paure ataviche e, come Achab, affrontarle in una lotta impari ed estrema contro balene enormi e crudeli. Per questo ho sempre amato le narrazioni di mare e il modo in cui le acque dilagano nella poesia e nella narrativa del grande Giuseppe Conte.

Si dice che di solito le donne non amino questo genere di libri, leggano con difficoltà Conrad o Melville con i loro claustrofobici ambienti monosesso fatti di mozzi, vele e salsedine. Ma io, come la Lydia di Mérimée (la figlia del colonnello Nevil che, stanca di un viaggio poco avventuroso, costringe il padre a imbarcarsi alla volta della Corsica), sono diversa. Con lei infatti sono salita sulla nave e con lei ho ascoltato la nenia eterna delle onde e il canto triste di uomini soli. Con Lydia ho sognato l’abbraccio e i baci della guardia imperiale Orso Antonio della Rebbia e con lei, alla fine ho penetrato l’esotismo brullo e selvatico della spietata Colomba che respira ancora nei fremiti dell’isola. Quella terra antica, che da bambina mi appariva solo in forma di un buffo cappuccetto sulla Sardegna, da adulta, mi apparve un pugno chiuso e un dito teso e imperioso come un monito.

Ecco cos’è per me la fuga che mi ristora: è la possibilità di essere altro da me e calarmi in un altrove immaginifico quale quello che i libri mi restituiscono ancora prima delle zolle, del mare, della vegetazione e dei visi sconosciuti.

Spinta sempre dalla medesima voglia, l’estate scorsa ho scelto di segnare il passo rifugiandomi in un’altra isola, Lampedusa e, ad accompagnarmi, sempre e solo un libro. Ho scelto un testo duro e vero di un uomo che conosce quella terra come pochi altri. Lampaduza (Sellerio), è questo il titolo ma è anche il modo in cui i migranti chiamano l’isola che li accoglie e che altrettanto ha fatto con me lasciandomi addosso la malìa africana, il dolore e la gioia. Così, le parole di Davide Camarrone che lo ha scritto, mi hanno tenuto compagnia e mi insegnato tanto sulle obliquità della vita e su un dolore così vicino da essere costretti a chiudere gli occhi per non vederlo.

Perché spesso l’altrove nel quale si cerca la pace nasconde sofferenze ma da quelle si impara che la pace vera può essere raggiunta solo attraverso la conoscenza.

A Spasso tra i Libri: Fiammetta di Emanuela E. Abbadessa

Il primo Blog ad occuparsi di Fiammetta. E l’emozione è tanta!

EVERPOP

Oggi ho il piacere di presentarvi un nuovissimo libro scritto da una autrice che è ormai diventata una carissima amica. Un libro dolce e interessante proprio come la sua autrice. Vi invito a dargli un’opportunità, perché son certo che non vi deluderà (toh anche la rima!)

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