Lettera sulle discriminazioni

transessualismo

Caro amico,

mi avevi detto di volerne sapere di più sul mio impegno per il riconoscimento dei diritti di tutti. Perché, ti sembra forse strano reclamare il diritto a sposarsi e avere figli o, peggio, a non essere perseguiti per le proprie scelte sessuali, se non si è gay? Io credo che ogni essere umano abbia l’obbligo di impegnarsi per l’ottenimento di pari diritti e pari doveri per tutti al di là del colore della pelle, del credo religioso, dell’orientamento politico o dell’identità sessuale. Questo è quanto, ho poco da aggiungere. Però penso sia opportuno oggi – mentre continuano ad arrivare notizie sulla persecuzione degli omosessuali – lasciarti questo mio racconto. Spero possa offrirti qualche spunto di riflessione.

Devotamente

EEA

Qualcosa di rosso, forse.

Angelo

Ricorda solo qualcosa di caldo. E qualcosa di rosso, forse.

Oppure era un color ruggine sul quale si apriva una piccola fiamma, un’ipotesi di luce. Non gli è chiaro e anche serrando le palpebre alla ricerca del bagliore di un ricordo, le immagini che si compongono sono ancora sfocate. Il caldo invece ce l’ha ben presente. Era stato un assedio di calore. Uno di quelli che non si limita ad avvolgerti ma ti entra dentro come un fiotto di miele e poi non esiste più differenza tra dentro e fuori, c’è solo il cullarsi in un liquido amniotico di piacere.

Tutto il resto lo ricorda perfettamente. Era un sabato pomeriggio come gli altri, di quelli in cui chi aveva la moto andava in città a ballare e gli altri restavano in paese a camminare su e giù lungo il corso, darsi pacche sulle spalle o, come facevano le ragazze per farsi notare, ancheggiare su tacchi troppo alti. A lui delle pacche sulle spalle non interessava niente e non sapeva ancheggiare. Non ancora. Anzi, non sapeva fare proprio nulla, allora. Andava a scuola, faceva i compiti, la domenica si lasciava trascinare alla messa e poi a comprare i pasticcini da portare a casa di nonna. Le piacevano i diplomatici e finiva sempre col buttarsi lo zucchero a velo sul vestito e arrabbiarsi con loro per averli comprati per evitare di prendersela con se stessa e con la vecchiaia che le faceva tremare le mani.

Quel sabato erano andati a trovare la zia, anche se sua madre aveva fatto il diavolo a quattro prima di uscire di casa. Era rimasta un’ora chiusa in camera con papà a discutere ma lui non ci aveva capito molto. Era una poco di buono, questo l’aveva sentito perché mamma lo ripeteva da una settimana, cioè da quando zia era tornata da Londra con i capelli troppo rossi e la gonna troppo corta.

Era bellissima zia Laura, anche questo lo ricordava chiaramente. Non somigliava affatto a sua madre, chiusa dentro abiti marroni che arrivavano fino alla caviglia, col viso incorniciato dai capelli spenti intorno a un’espressione malinconica. Anche adesso che stava per arrivare il fratellino e persino papà era diventato più gentile con lei era sempre imbronciata e si lamentava di qualcosa. Forse le madri erano fatte tutte così e le zie invece erano allegre e giravano per il mondo.

Non sapeva esattamente da quanto fossero lì ma a un certo punto sua mamma aveva posato la tazzina di caffè e lo aveva guardato malamente chiedendogli se non avesse qualcosa da fare nell’altra stanza o se non gli andasse di scendere in strada a giocare. Solo zia Laura aveva sorriso, una fila di denti dritti e bianchi si era aperta in mezzo alle labbra carnose dipinte di rosso e quel sorriso l’aveva preso per mano.

«Ti va di vedere le foto di Londra?» aveva chiesto facendolo sedere sul bordo del letto su cui aveva poggiato un plaid con la bandiera inglese.

Gli aveva messo in mano un pacchetto di istantanee col bordino bianco che incorniciavano la zia in una piazza rotonda che pareva enorme, accanto a un monumento alto come non se ne erano mai visti, davanti a un cancello in mezzo a due signori con la giubba rossa e un grosso cappello nero e peloso buono per andarci in Siberia. Fuori da lì, aveva pensato Angelo, c’erano un sacco di posti in cui lui sarebbe voluto andare. Posti a colori, pieni di gente con cappelli enormi che parlava lingue diverse dalla sua, luoghi con tanta musica e locali in cui i ragazzi bevevano da bicchieri lunghi pieni di cannucce e fumavano strane sigarette oppure facevano cortei gridando cose che non si capivano.

Aveva fissato una foto della zia con le gambe leggermente divaricate, piantate come certezze su un marciapiede londinese bagnato di pioggia, infilate in lunghi stivali bianchi e lucidi che finivano poco sotto l’orlo di un impermeabile giallo canarino. Zia Laura non era come la mamma, lei era a colori. A colori come l’Inghilterra e come tutto il mondo fuori dal paese che ad Angelo arrivava smorto e in bianco e nero attraverso lo schermo del televisore nel tinello di casa e si dissolveva in un puntino bianco al centro dello schermo scuro tutte le volte che suo padre decideva che quella era l’ora di andare a dormire. Angelo si chiedeva ogni volta se il mondo colorato che immaginava continuasse a girare anche quando al click dello stabilizzatore seguiva quel sibilo sordo e lui se ne andava a letto con la certezza che prima o poi sarebbe potuto andare dall’altra parte del puntino per scoprire cosa succedeva quando tutti i televisori si spengono. Doveva essere un posto misterioso, come quello che si apriva oltre il capolinea degli autobus, dove non c’era più il paese e forse bisognava inventarsi qualche diavoleria per passare oltre e raggiungere il mondo a colori.

Dopo aver scorso le fotografie, si era alzato ed era andato verso l’armadio. Si era guardato allo specchio sull’anta e aveva provato a imitare le espressioni di zia Laura. Aveva atteggiato il viso a un bacio ma non era abbastanza bello per essere credibile, si era detto. Allora si era avvicinato alla toletta, aveva preso un rossetto e, premendolo sul labbro inferiore, si era eccitato. Un bacio doveva essere proprio così, aveva pensato, un contatto cremoso che ti si appiccica addosso e ti colora di rosso.

Con le labbra color carminio aveva rifatto la faccia di Laura e si era scoperto molto più attraente. Era sorprendente scoprirsi bello. Per questo aveva aperto l’armadio, per cercare tutti quei misteri che rendono le donne come la zia così colorate. Dall’asta pendevano abiti rosa e bianchi; a pois, a fiori; giacche di pelle e gonne piccolissime che sembravano proprio della sua misura.

Si era tolto in fretta i calzoni di velluto a coste e aveva fatto volare le scarpe sfilandole dal tallone senza nemmeno slacciarle. Aveva agguantato un abito giallo oro e c’era entrato dentro per un’urgenza strana di cambiarsi la pelle. Poi aveva fatto un passo indietro e si era guardato allo specchio, con la testa piegata da un lato, come un uccellino. Dall’orlo della gonna venivano fuori le gambe magre coperte da una peluria scura. Si era sollevato sulle punte dei piedi e così faceva tutto un altro effetto anche se i calzini blu arrotolati sul malleolo erano proprio uno schifo. Se li era levati ma piegandosi aveva scoperto che dal vestito si vedevano scappar fuori le mutande bianche e un po’ larghe.

Reggendosi sulle punte era corso verso il comò e nel primo cassetto aveva trovato un paio di collant. Li aveva palpati tra le dita chiedendosi come fosse sentirseli addosso. Si era sfilato gli slip aveva indossato le calze così, con un po’ di difficoltà, con un gambale rigirato sulla coscia che stringeva e il sesso schiacciato sotto la maglina color carne, sul punto di diventare duro per quell’inedito contatto. Poi aveva messo i piedi dentro un paio di décolleté troppo strette e solo allora aveva capito. Si sentiva bene.

Se ne stava davanti allo specchio a fare il verso alle donne sui giornali che aveva visto dal parrucchiere le volte in cui aveva accompagnato la mamma. Fece una piroetta goffa sui tacchi alti e rise felice.

Poi fu una voce a scuoterlo. Non ebbe nemmeno il tempo di pensarci e sua madre era già nella stanza. Una parola, un accento stridulo, lei troppo vicina e poi uno schiaffo. Il rumore pieno del palmo della mano e il caldo sulla guancia insieme alla sua incapacità di vergognarsi davvero. Il labbro gonfio che pulsava e poi zia Laura.

Mentre ricorda prova a muovere le gambe ma il dolore è forte, allora cerca di sollevare la testa quando una fitta al costato gli impedisce qualsiasi movimento. I colpi sono arrivati come una sassaiola e se cercava di ripararsi il viso, i calci fendevano gli stinchi, se si piegava i pugni montavano dal basso buttandolo all’indietro. E’ rimasto in silenzio, inerme, un san Sebastiano vestito di lustrini pronto a lasciarsi oltraggiare.

Allora torna a concentrarsi sui pensieri di allora e dentro quella bolla di nulla doloroso c’è zia Laura.

«Sei pazza!» aveva gridato strappandolo dalle mani di sua sorella.

Lui era rimasto lì, fermo anche allora, con le ginocchia che tremavano sui tacchi e il viso sul seno di lei. Tra l’odore di lacca e di Chanel, con la coda dell’occhio, aveva visto qualcosa di rosso. Una ciocca di capelli stretta tra la sua guancia e la carne della zia. Ed era stato un calore profondo ad invaderlo.

Anche adesso sente un caldo liquido appiccicato al viso. Scende lungo il mento, sul collo. Cerca di aprire gli occhi e c’è qualcosa di rosso. Scuro e ferroso come una macchia di ruggine.

Oltre la nebbia delle lacrime un volto.

Giovanni

Oltre la nebbia delle lacrime guarda il volto coperto di trucco, il rossetto sbavato in una smorfia ridicola, il mascara nero a dipingere due occhiaie vistose. E’ quasi irriconoscibile dietro la ragnatela di sangue. Giovanni prova a ricordare ma gli viene in mente solo qualcosa di rosso, forse.

Era a scuola, di questo è sicuro. Era un lunedì come tutti gli altri, con i compiti fatti male la domenica sera e il sonno. Alla ricreazione era in cortile coi compagni a dividersi una sigaretta. Poi il Venchi aveva provato a sorridere ma era venuto fuori solo una sorta di ghigno pieno di denti ingialliti.

«Sapete chi c’era al Morgana sabato sera?». L’aveva detto così, come se stesse per annunciare di aver incontrato Mariangela, quella della terza B con le tette grosse e la treccia a dividergli a metà la schiena come un’autostrada puntata sui jeans troppo stretti. Poi aveva aspirato una lunga boccata, aveva guardato la brace della sigaretta allungarsi verso il filtro e aveva sposato lo sguardo su di lui. D’un tratto Giovanni si era sentito addosso gli occhi di tutti e, senza sapere perché, aveva abbassato la testa. Vedeva solo il rosso della scritta sulla maglietta del Venchi, quella con gli Iron Maiden.

«Quel frocio di tuo fratello c’era al Morgana». L’aveva detto così, ridendo con la bocca aperta, mentre una pugno lo colpiva tra le scapole facendogli sbattere il muso sulla maglietta di Venchi.

«Stai lontano, checca» gli aveva intimato quello «perché sei frocio anche tu, non è così?».

Più forte del colpo al centro della schiena, più della vergogna c’era l’offesa dell’esclusione. Perché d’improvviso tutti i silenzi, le occhiate di mamma e di papà avevano acquistato un senso. D’un tratto le domande avevano tutte una risposta e quella risposta che non aveva mai voluto darsi non gli piaceva affatto: le scuse di Angelo ogni volta che lui gli chiedeva di andare al campetto a fare due tiri; la sua reticenza quando gli domandava delle ragazze; le ore chiuso in bagno dove si rintanava in fretta rientrando alla sera; quello stupido profumo di viole che era una cosa da femmina, gliel’aveva detto mille volte di non usarlo.

Ma perché non era stato Angelo a dirglielo? Pensava fosse troppo piccolo per capire? E cosa sarebbe stato di lui adesso che tutti sapevano che suo fratello era frocio? Era una cosa contagiosa che sarebbe capitata anche a lui?

Tornando a casa, con i soldi che aveva messo da parte per il cinema, aveva deciso di comprare quei giornalini che sua madre aveva tassativamente proibito. Aveva fatto il giro largo per non andare dall’edicolante della piazza o, ci poteva giurare, quello avrebbe raccontato tutto ai suoi. Era entrato alla stazione sperando di non essere notato e, dall’espositore in basso, aveva agguantato in fretta tre riviste piene di bionde con grossi culi o grosse tette, intente a fare cose che lui non aveva mai nemmeno immaginato. Se le era nascoste sotto il giubbotto e dopo pranzo si era chiuso in camera sua a chiave. Aveva sfogliato le pagine puntando lo sguardo sulle cosce aperte, sulle labbra socchiuse, sulle curve dei corpi e quando la testa aveva cominciato a girargli per l’eccitazione, quando i calzoni avevano preso a tirargli sul cavallo, le aveva scaraventate per terra dicendosi che lui non era come Angelo, non era un finocchio. Poi aveva pianto.

Angelo e Giovanni.

Sente il caldo delle lacrime scorrergli sulle guance mentre guarda il volto di suo fratello tumefatto, il vestito strappato. Sulle ginocchia sbucciate sotto le calze smagliate sono rimasti frammenti di asfalto, tessere di mosaico nere tra la carne come macchie di un’esistenza della quale non si sarebbe mai dovuto sapere niente. Ha perso una scarpa e la gamba abbandonata sembra quella di una marionetta disarticolata. Sarebbe bello se fosse solo un fantoccio da chiudere in un armadio e nascondere al mondo. Invece Angelo è lì, davanti a lui, molesto come l’ineluttabilità.

Ha più di cinquant’anni e potrebbe sembrare una diva del cinema con le labbra tumide e le ciglia lunghe che, più che dargli un’aria volgare, lo fanno sembrare una cerbiatta impaurita come quelle dei cartoni animati che vedeva da bambino. I cosmetici, i massaggi, gli ormoni, ecco forse sono gli ormoni, pensa. Ma Giovanni in realtà non ha idea di cosa si debba fare per avere quell’aspetto: piega la testa, strizza gli occhi e prova a rintracciare sul viso di Angelo una vaga somiglianza col fratello che un tempo divideva la stanza con lui. Quando ha cominciato a diventare quella donna che lui si ostina a non voler conoscere? Quando si è rotto qualcosa in lui e tra loro?

Poi sente che un rantolo gli scuote il petto e dalla bocca viene fuori un gorgoglio di sangue e saliva. Angelo cerca di tossire ed è come se qualcuno gli afferrasse il polmone con una mano e lo stringesse con violenza. Giovanni si china su di lui, tira fuori un fazzoletto dalla tasca e gli asciuga la bocca. Lo fa senza tenerezza, come un gesto dovuto.

Aveva avuto trent’anni per tornare, si era fatto aspettare tanto a lungo e aveva deciso di farsi vedere proprio il giorno del funerale della mamma. Giovanni sentiva la nausea salirgli lungo l’esofago e voleva odiarlo. Pensava alle volte in cui lei lo chiamava e gli diceva che Angelo aveva telefonato e stava bene, salutava tutti e presto sarebbe andato a trovarli. Ma Giovanni dall’altra stanza non aveva sentito il telefono squillare. Sapeva che sarebbero passate le settimane, che ci sarebbero stati altri compleanni, altre cene di Natale senza un cenno da Angelo. Aveva visto sua madre ripiegarsi su se stessa, spegnersi lentamente sotto il peso di quello schiaffo dato un sabato pomeriggio a casa di zia Laura.

Prova ad immaginare il rumore dello schiaffo e ricorda il momento in cui zia Laura gli aveva raccontato tutto. Mentre le parole di lei lo investivano, aveva sentito sia il palmo della sua mano sia la sua guancia bruciare come se fosse stato nello stesso tempo sua madre e suo fratello, la vittima e il carnefice di quella commedia insensata in cui nessuno aveva giocato il ruolo che avrebbe voluto. Quel calore lontano era stato un’ustione capace di allargarsi su tutta la famiglia, creare un buco, un vasto cratere che nulla avrebbe più riempito.

E lui ci aveva provato, era sempre rimasto accanto alla mamma. Aveva rinunciato ad avere una vita altrove, una moglie, dei figli; lui aveva assistito il silenzio vergognato del padre, lui era stato lì a coltivare le proprie manie, i rituali minimi ma indispensabili per evitare di nutrirsi solo della miseria di una casa che Angelo aveva lasciato vuota per sempre.

Vorrebbe provare a capirlo ma tra loro c’è solo un muro di abbandono, mattoni di assenze tenuti insieme dall’impossibilità di parlare. E d’improvviso sente solo la vergogna del proprio egoismo fatto dell’incapacità di comprendere.

Si siede per terra, accanto a lui, su un rivolo di sangue. Bagna il fazzoletto di saliva come faceva la mamma quando doveva cancellargli dal viso un baffo di gelato e glielo passa sul volto.

Prima pulisce con cura il sangue, come se il gesto potesse redimerlo dall’orrore di averlo colpito. Poi, gira la stoffa alla ricerca di una parte pulita, la bagna di nuovo e la passa sulle palpebre. Larghe strisce di ombretto blu restano impresse sul cotone bianco. Strofina bene per portare via il mascara. Le ciglia finte si staccano e sembrano bruchi pelosi che getta via con orrore. Si ferma a fissarlo, gli solleva la testa e la poggia sulla sua coscia. Le lacrime che gli scendono sulle guance cadono su quelle di Angelo. Giovanni le ferma col fazzoletto e sfrega la pelle con forza per portar via tutto il fondotinta, sperando di scoprire un accenno di barba cui attaccarsi per riconoscere il fratello. Il volto liscio e glabro gli fa orrore. Ripensa a quello del vecchio sagrestano, bianco come un morto, col corpo molle che si agitava tra la navata e l’altare maggiore della chiesa del paese.

«Angelo, te lo ricordi Antonino il sagrestano?» chiede.

Il fratello prova ad aprire gli occhi e fa un cenno confuso.

«E’ morto, sai. Due anni prima di papà».

Giovanni si chiede dove fosse Angelo mentre tutto in paese continuava a scorrere lentamente e si attacca ai brandelli di realtà che conosce per far finta che sia tutto normale.

«Ci andavamo insieme in chiesa, te lo ricordi?» continua.

Parla sul silenzio assordante di lui immaginando risposte, racconta degli amici di allora, della stazione nuova e dei negozi. «Hanno messo pure la sala del bingo, sai».

Gli posa sul viso una carezza leggera e sotto la mano che trema avverte l’accenno di una peluria ispida. Con un gesto pudico gli sistema la gonna sulle gambe poi torna a guardarlo.

«Angelo, scusami» sussurra sperando di non essere sentito.

Il fratello apre gli occhi e sorride. «Laura. Io mi chiamo Laura».

(Emanuela E. Abbadessa)

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Lettera sul raccontare l’amore

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Cara amica,

mi chiedi spesso perché, nei miei romanzi, alla fine i protagonisti non abbiano mai un vero lieto fine, un bel matrimonio, per esempio. Avrei molto da dire per risponderti e per spiegarti cosa cerco di raccontare e non è escluso che prima o poi lo farò. Per il momento posso dirti solo che la vita non funziona come un romanzo d’amore e che l’amore stesso è troppo complicato per poterlo liquidare con un “e vissero tutti felici e contenti”. Ma se proprio vogliamo continuare a parlare d’amore, ti lascio con questo raccontino, scritto qualche tempo fa e pubblicato nella bellissima rivista “Il bradipo”. Buona lettura!

Devotamente

EEA

Arrivederci.

Lo sferragliare del vagone sulle rotaie l’avrebbe potuta cullare se non fosse stato che era sempre in ansia quando saliva sulla metropolitana. Leggeva in maniera compulsiva l’elenco delle fermate sul pannello sopra i sedili, come se sbagliare una discesa fosse una tragedia irresolubile.

Teneva la mano sulla tasca del cappotto in cui aveva messo il cellulare: un’altra sua mania quella di essere sempre reperibile e sapere immediatamente attraverso lo smartphone cosa stesse avvenendo intorno a lei. Era una cosa cominciata quand’era ancora bambina e restava per ore sola in casa aspettando che i genitori tornassero del lavoro. A volte aveva paura e di notte faceva incubi terribili in cui la casa andava a fuoco e lei non riusciva a raggiungere il telefono per poter chiamare aiuto e, se pure riusciva ad arrivarci e alzare la cornetta, le dita le restavano incastrate nel disco bucato del vecchio apparecchio grigio della sip.

Alla stazione centrale mancavano ancora quattro aperture delle porte quando sentì la vibrazione attraverso la stoffa del paltò. Controllò velocemente il nome della sosta successiva per essere sicura di farcela e col battito cardiaco leggermente accelerato tirò fuori il telefono. Era un’email appena arrivata nella sua casella di posta. Era un’email di lui. Il cuore aveva invaso il petto e picchiava così forte da coprire il voci intorno a lei, il rumore del treno e lo stridio dei freni.

Sapeva che quello del giugno precedente era stato solo un arrivederci, infatti lui era tornato. Non aveva bisogno di leggere altro: lui aveva capito ed era tornato a lei. Era lì, presente, col suo nome nel mittente sul quale lei continuava a passare il dito badando però a non schiacciare abbastanza per aprire la schermata. Non voleva affidare parole importanti come una richiesta di perdono a una lettura frettolosa, preparandosi a scendere, col trolley in una mano, la borsa a tracollo stretta sotto l’ascella per la paura dei ladri e il cellulare nell’altra.

Poi la gomitata di una vicina carica di buste e il polpastrello, impercettibilmente si fermò sul nome. Gli occhi, non volendolo, andarono veloci sulle righe cercando un “ho sbagliato” che non c’era. Fu allora che parole, punti, virgole e spazi vuoti cominciarono a girarle intorno così velocemente da darle la nausea mentre la voce metallica annunciava che Milano Centrale era ormai ineluttabilmente passata.

Chiuse l’email per paura che la testa le potesse scoppiare se avesse continuato a fissarla e aprì whatsapp. Un messaggio veloce: sono qui, vengo? Una risposta veloce: ti aspetto.

Lui era l’amico di sempre. Anzi no, un amico obliquo, aspro. Uno di quelli che non senti spesso, che non chiami per le feste e a cui non chiedi mai come stia perché se stesse male sarebbe lui a chiamare te. O forse no, ma non importava, perché anche lui faceva altrettanto con Laura: non la cercava spesso e pensava che sarebbe stata lei a farlo se l’avesse voluto. Era come una specie di pudore dei sentimenti, si disse fissando la sua risposta.

Controllò per l’ennesima volta la fermata e scese a quella nei pressi di casa di lui. Forse avrebbe potuto scegliere la successiva, sarebbe stata più vicina, ma l’ansia l’aveva sopraffatta.

Citofono numero 3, continuava a ripetere pur sapendo che quel numero era difficile da dimenticare. E poi avrebbe potuto comunque controllare nella rubrica dove appuntava sempre ogni informazione sui suoi contatti. E nella mente la parola citofono perse significato: era solo sillabe che usava per cadenzare i passi sui tacchi troppo alti.

Guido aprì la porta, dentro la solita tuta grigia, sformata sulle ginocchia e larga sui piedi scalzi, dentro il sorriso sghembo di sempre che aveva messo in fuga prima Barbara e poi Anna, incapaci di leggerci quella stessa ipotesi di tenerezza a lei così chiara.

Tra lei e Guido era sempre un bacio imbarazzato all’inizio, per l’incapacità di entrambi di rendere usuale il contatto fisico. Lo sfiorarsi frettoloso e le frasi quasi di circostanza togliendosi il cappotto erano sempre le stesse e solo quando si sedettero in cucina lui finalmente la guardò negli occhi.

«Acqua o vino?» provò a chiedere.

Poi fu un gesto della testa di Laura a rispondere. O forse fu quel modo che lei aveva di piegare un angolo della bocca sul quale quasi un anno prima lui aveva posato il primo di molti baci, quando lei era corsa lì piangendo e lui, per paura di dirsi che non sopportava il suo dolore, aveva finto di volerla come un’altra qualsiasi. Guido aprì la bottiglia di vino comprata per gli amici che aspettava per cena e pensò di dover scendere all’enoteca a prenderne un’altra quando Laura fosse andata via. Le mise il calice pieno davanti e la bottiglia tra loro, il solito nume tutelare per assolverli dalle responsabilità quando fossero caduti dentro le lenzuola.

Posò una presa di tabacco dentro la cartina e la arrotolò.

«Allora?»

Le parole dell’email di Massimo che avevano girato in modo insensato intorno alla testa di Laura dentro il vagone della metropolitana, le vennero sulla lingua una dopo l’altra, in ordine perfetto, con tutti i punti e le virgole a sancire l’addio e con gli spazi vuoti pieni di disprezzo.

E Guido non seppe cosa dire. Avrebbe potuto allungare una mano e prendere quella di lei ma stava fumando e gli parve una buona ragione per non farlo.

«Lascia perdere» riuscì ad articolare soffiando il fumo verso il soffitto.

«Sì, certo» rispose Laura scuotendo la testa e provando ad abbarbicarsi alla banalità di quelle frasi per non dover scavare dentro le parole abbastanza in fondo da trovarci significati.

La storia Guido la conosceva bene. Sapeva la passione di mesi senza che lei gliel’avesse raccontata: immaginava ogni dolore di lui e ogni gesto di lei per medicare inutilmente le sue ferite. Anche se Laura non l’aveva mai detto, vedeva le lacrime e poteva sospettare il modo in cui lei aveva dovuto asciugarle a forza di pelle e di mani, di lingua e di occhi.

«È uno stronzo».

«Sì, certo».

Altre banalità da impilare una sull’altra sperando nel vino capace di rompere i gusci dentro i quali se ne stavano chiusi per non urlarsi i pensieri tanto forte da capirli, alla fine.

Guidò schiacciò la cicca nel portacenere e, quasi meccanicamente, lei svuotò il bicchiere e prese il pacchetto di Camel per accendere una sigaretta ed evitare alla nebbia di non detti di diradarsi.

La guardava fumare a testa bassa e, per un istante, il controllo della ragione si offuscò in un sorso di gewürztraminer.

«Tutti sono capaci di dire ti amo» disse lui senza pensarci.

«Non tutti» gli rispose ruotando la bottiglia per leggere l’etichetta.

«Ma pochi sanno dire gewürztraminer» sorrise Guido citando a caso un’idiozia letta su un social.

Una risata breve coprì il verbo amare che forse nessuno dei due aveva mai pronunciato prima di allora in quella stanza.

Laura si alzò e andò verso la finestra per appoggiare la punta del naso al vetro gelato.

Milano fuori era pallida e bella come le cose caduche e i suoi fianchi scendevano troppo molli quando Guido la raggiunse per sentire il suo calore. Una macchia densa di vapore aveva imbiancato il vetro davanti alla sua bocca e lui volle vederci le labbra per sapere che erano vere. Per questo la spinse contro la finestra sollevandole la gonna. Non si chiedeva se la desiderava davvero: lei così madre da togliere il fiato alle certezze, ma era sicuro che sei mai fosse stato capace di farsi asciugare anche lui le lacrime dall’anima, dopo, a Laura, non avrebbe saputo rinunciare.

Per questo occorreva non dirle il male che gli faceva vederla triste o arrabbiata. Bisognava tacerle l’assenza di una donna che giri spettinata per casa con addosso una maglietta larga come quella indossata da lei una volta, al mattino, dopo la sola notte in cui era riuscito a chiederle di non andare via. Non poteva rivelarle che dentro il silenzio avrebbe voluto saper inanellare parole capaci di scenderle addosso più forti delle sue mani.

Quando le strinse la vita e la girò su se stessa, l’impronta delle labbra sul vetro era un cuore gelido che il calore avrebbe dissolto. La afferrò per un polso e la trascinò sul divano prima di avere il tempo di potersene pentire.

E prima che Laura potesse dire qualcosa, le chiuse la bocca con la lingua e strizzò gli occhi per scacciare la sua immagine intenta a muoversi in quella casa con la stessa naturalezza che aveva avuto dentro una maglietta scolorita con scritto “Ibiza” sul petto.

A loro piaceva guardarsi negli occhi e ridere mentre i corpi andavano avanti da soli. Anche quello era un modo per proteggersi dal rischio di un vezzeggiativo inopportuno o di una dichiarazione d’affetto sfuggita al controllo della ragione.

Ma poi, alla fine, si ritrovavano ancora umidi e abbracciati e, per quanto Laura ricordasse, erano i soli momenti in cui Guido sembrava conoscere una tenerezza meno scontrosa.

«A te come va?» gli chiese tornando dalla cucina con due sigarette accese e il portacenere in mano.

«Così».

Ritrovò il rifugio della testa nell’incavo della sua spalla mentre dal pc veniva fuori qualcosa che sembrava un vecchio rock.

«Il lavoro?»

«È tutto così difficile e io non ho più voglia».

Nelle settimane precedenti, parlando col padrone di casa per il contratto e fissando appuntamenti con le ditte di traslochi non si era mai fermato a pensare di doverla avvertire. Si chiese cosa avrebbe fatto se lei non fosse andata lì quella mattina: l’avrebbe salutata con un sms, forse? E non trovando una risposta disse la sola cosa che gli parve inevitabile.

«Vado via».

Non era una vacanza e non stava annunciando un trasferimento in campagna, Laura lo sapeva e frenò i muscoli che volevano farla balzare in piedi per protestare e dire di no, buttargli le braccia al collo e pregarlo di restare perché lei da sola non ce l’avrebbe fatta. Ma spense la sigaretta e si strinse impercettibilmente di più contro Guido sperando significasse qualcosa.

«Tra due mesi mi trasferisco in Canada. Mi hanno fatto una buona offerta.»

«Fa un freddo cane» osservò mentre si sentiva gelare.

«Penso di sì» fece Guido pensando alla pelle di lei troppo calda.

Poi tacquero.

«Vuoi farti una doccia?»

«No, vado via, ho il treno» gli rispose per tacere il bisogno di lasciarsi sulla pelle l’umore di lui.

Il vagone era vuoto quando si sedette e scartò la piadina fredda presa al volo al bar della stazione. Le facevano sempre troppo salate, pensò guardando la bottiglietta di minerale che veniva fuori dalla borsa.

“Allora, ciao”, le aveva detto aprendo la porta e Laura, per non doverlo baciare ancora una volta, aveva piegato la testa: “scappo, ci sarà già il taxi sotto”.

Finì di mangiare con calma e, poco dopo Rogoredo, prese il cellulare.

Voleva scrivere solo un grazie ma poi le parole vennero fuori da sole. E scrisse tutto. Le lacrime fermate quella notte e la maglietta di Ibiza dentro cui si era sentita più bella. In quel messaggio mise i baci e le carezze, spiegò che il vino non era mai stato abbastanza per non farle capire quanto lui fosse importante e riempì i mesi di silenzio con i pensieri che aveva avuto per lui. E poi mise un grazie.

Poco prima di Pavia il telefonò vibrò e lei lesse una risposta non abbastanza veloce da riuscire a nascondere pudori e paure.

Ci appuntò sotto una faccina sorridente e seppe che il suo “ciao” distratto sulla porta di casa non era stato un addio.

(Emanuela E. Abbadessa)

Lettera sull’altra emigrazione

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Caro amico,

dato che ci confrontiamo spesso sui temi dell’emigrazione (e quindi dell’immigrazione) oggi ho pensato di proporti un mio articolo apparso sul numero 1, anno VIII del periodico “Notabilis”, per guardare la questione da un altro punto di vista.

Devotamente

EEA

 

 

“…dammi cento lire che in America voglio andar”.

di Emanuela E. Abbadessa

Lo chiamavano sogno americano e, per quanti andavano negli States, era la speranza, ovvero la possibilità di emergere, avere successo e denaro grazie all’impegno e al duro lavoro. Molto più che un’utopia per molti cosiddetti self-made men che a quel successo e al benessere economico sono arrivati davvero facendo affidamento solo su se stessi.

Il grande paese cresciuto grazie all’immigrazione e capace di decidere i destini del mondo fino al punto da ritenersi garante della democrazia anche fuori dai suoi confini, è fatto appunto di persone che in quel sogno hanno creduto e, in qualche modo, continuano a credere. Appartengono da sempre a ogni strato sociale e tra loro non ci sono soltanto imprenditori, ristoratori o operai. Ci sono anche gli artisti, quanti cioè hanno lasciato una terra che, come l’Italia, ha un fortissimo portato culturale, per presentarsi a un pubblico più vasto, mettendo in valigia poco più che il loro talento.

Questa è stata la sorte di molti siciliani, è cosa nota. Altri ancora, acclamati oggi come ieri, vantano origini sicule. Alcuni, hanno avuto successo soprattutto negli Stati Uniti, anche se in Italia se ne è quasi persa la memoria.

Pochi, per esempio, sanno che l’autore di alcuni tra i più noti standard del jazz era palermitano. Vincenzo Cacioppo, noto con lo pseudonimo di Vincent Rose, violinista per vocazione e jazzista per caso, conquistò gli States sfidando addirittura proprie inclinazioni.

Nono figlio di Antonina e del partenopeo Salvatore Cacioppo, Vincenzo era nato nel capoluogo siciliano nel 1880. Il padre, mercante di vini, notando la passione del figlio per la musica, a sette anni, lo iscrisse al conservatorio. Così, quando Salvatore e Antonina, il 29 novembre 1897, sbarcarono a New York, Vincenzo era già un ottimo musicista.

Si stabilirono subito a Chicago sperando che il giovane potesse entrare nella Thomas Theodore Orchestra. Ma allora nessun italiano figurava tra i musicisti, che erano quasi tutti immigrati irlandesi e tedeschi, e lui ripiegò su lavoretti nelle orchestre di vaudeville.

Una sera era con alcuni amici in un locale in cui si faceva jazz e, ascoltando quel sound, decise che il suo futuro non poteva essere legato al violino. A convincerlo definitivamente fu una chiacchierata col pianista del gruppo che, in breve tempo, aveva guadagnato col jazz più di quanto lui non fosse mai riuscito a fare col violino. Così, appeso l’archetto al chiodo, Vincenzo si sedette alla tastiera. Un pianista, d’altra parte, poteva trovare impiego nei locali da ballo, in piccole band e nei cinema muti, formidabili palestre per l’improvvisazione.

Sposatosi e trasferitosi in California, a Ocean Park, nel 1912 aveva già pubblicato la sua prima canzone, It must be love or something, e scelto lo pseudonimo di Vincent Rose.

Negli anni della Grande Guerra fondò i Vernon Five, ma il successo vero arrivò a conflitto finito. All’inizio dei Roaring Twenties, ruggivano pure le più celebri orchestre, e Rose pubblicò due brani divenuti poi altrettanti standard, Avalon e Whispering, presenti nelle colonne sonore di The Al Jolson story e The Benny Goodman story e celebri anche nelle interpretazioni di Al Jolson (co-autore della prima), Cab Calloway, Benny Goodman, Miles Davis, Sonny Rollins, Tommy Dorsey e Frank Sinatra.

Col successo si presentarono i problemi: il musicista fu accusato da Ricordi di aver plagiato “E lucevan le stelle” in Avalon. La cosa non incise affatto sulla sua carriera e nei dieci anni successivi pubblicò 76 brani, stringendo collaborazioni con Al Jolson, Harry Owens, Dick Coburn, e Billy Rose. Il violino era ormai un ricordo: Vincent dirigeva la Montmartre Orchestra con cui incise otto dischi per la Victor. Successivamente la Hollywood Orchestra e realizzò sei incisioni con la Columbia.

A spegnere il suo sogno e quello di molti altri, arrivò la Grande Depressione, e anche per il siciliano furono giorni difficili. La nuova primavera si affacciò tra il ’33 e il ’40, con una cinquantina di nuove canzoni tra cui Umbrella man e Blueberry Hill, che, circa 25 anni dopo, sarebbe diventato un classico grazie a Louis Armstrong e Fats Domino.

Fino al 20 maggio del ’44, giorno della morte di Vincent Rose, la fortuna e il talento furono dalla sua parte e la sua eredità artistica è ancora presente e conquista tutti ogni volta che sul video tornano i volti di Bogart e della Bergman quando, poco prima che Sam intoni ancora As times go by, in un locale di Casablanca risuonano le note di Avalon.

 

Ma se gli anni in cui la famiglia Cacioppo vide Ellis Island furono quelli più propizi per realizzare negli Stati Uniti il proprio sogno, è lecito chiedersi se anche oggi ci sia spazio per gli artisti italiani.

In una società globalizzata in cui la fama si ottiene più velocemente attraverso i media tradizionali e i social network, è ancora possibili affermarsi solo grazie al talento e farlo in un paese che, come gli Usa, ha un’enorme offerta artistica?

Alcuni artisti pop italiani che, come Il Volo, hanno riscosso così grandi successi da tornare poi in patria forti di un sostegno enorme da parte della comunità italiana all’estero, potrebbero rappresentare la conferma a tutto questo. Ma il pop non è la più adeguata cartina di tornasole per un approccio alla questione.

Più preganti risultano invece le testimonianze di quanti, fuori dal clamore di kermesse televisive e dei calcoli dei manager, hanno costruito il proprio successo in America in forza solo della propria arte.

Un esempio illuminante è quello di Nicola Alaimo. Palermitano, classe ’78, grazie all’impegno, allo studio e a un talento prodigioso si fa subito notare vincendo il premio Di Stefano di Trapani. Quando nel 2009, a circa dodici anni di distanza dal debutto italiano, sbarca negli USA, ha già all’attivo un numero enorme di presenze nei teatri di tutta Europa, nei ruoli maggiori e sotto la giuda dei più grandi direttori d’orchestra, da Muti a Zedda passando anche per il repertorio contemporaneo con Azio Corghi che, nel 2005, lo dirige alla Scala nel Dissoluto assolto. Il battesimo americano avviene con la Boston Symphony Orchestra in un Simon Boccanegra diretto da James Levine, la consacrazione è al Metropolitan di New York dove oltre a rivestire il ruolo di Paolo Albiani, interpreta anche Belcore ne L’elisir d’amore.

Per capire quali differenze ci siano tra “l’emigrazione artistica” ieri e oggi, abbiamo chiesto ad Alaimo come sia stata l’accoglienza negli Stati Uniti per lui: «l’inizio è stato a dir poco travolgente! Debuttavo con una grande orchestra, un grande direttore e colleghi entrati nella storia del melodramma: Josè Van Dam, James Morris, Barbara Frittoli, Marcello Giordani. Il giorno dopo la prima, tutta la critica, a partire dal “New York Times”, diceva che ero stato la rivelazione della serata. È stato col botto, come si dice dalle mie parti. Anche al Metropolitan Opera House, sono stato diretto da Levine, e a lui devo moltissimo.»

Dunque, secondo Alaimo il sogno sembra ancora possibile, se si possiede un talento fuori dal comune, potremmo aggiungere. Ma nell’era della globalizzazione, è possibile sentire, oltre alla soddisfazione personale, quella che viene dall’aver esportato la nostra cultura? Secondo Alaimo sì: «perché ritengo» ci dice «che gli Stati Uniti abbiano ancora una loro fortissima identità, una specifica connotazione nel mondo, e non solo a livello politico o strutturale. Il pubblico lì è qualcosa di eccezionale, un mondo in cui è tutto un po’ take it easy e col quale io mi trovo abbastanza bene anche se, dopo qualche tempo, comincio a sentire molto forte la mancanza del mio Paese.»

Come si accennava, per certi musicisti pop, il sostegno della comunità italiana è particolarmente forte, ma qual è stato per Alaimo?

«Non l’ho sentito particolarmente presente» ci rivela «ho molti parenti a New York, a Brooklyn in particolare, che non si sono mai fatti sentire e questo mi dispiace. Ci sono poi gli istituti di cultura italiana che però non ho avuto il piacere di frequentare dato che non sono mai stato invitato. E mi dispiace anche questo ovviamente. Forse devo diventare un tantino più famoso per essere notato da queste istituzioni. Non ne faccio certo un dramma, faccio spallucce e dico pazienza.»

Dalle dichiarazioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, sembra però che in futuro, le possibilità per gli stranieri andranno riducendosi. Forse la cosa non riguarderà il mondo dell’arte ma porsi delle domande non è ozioso. Secondo il baritono «è troppo presto per parlarne» e preferisce non entrare nel merito della questione: «per come la vedo io, attualmente, i giovani hanno più chances all’estero che in Italia purtroppo. Io sono stato fortunato perché l’America mi si è aperta grazie ad un atto di fiducia sancito, non posso che augurare a tutti i giovani le stesse opportunità che ho avuto io perché comunque, avere una carriera internazionale è davvero molto gratificante.»

 

Nicola Alaimo non è il solo siciliano a raccontare l’America come terra di possibilità. Il secondo caso è quello di Giuseppe Vassapoli, poco più che trentenne da San Cataldo è partito alla volta di Los Angeles dove vive e ha realizzato il suo sogno. Per lui tutto cominciò con l’ammissione allo Scoring for Motion pictures and Television della University of Southern California. Lì ebbe modo di conoscere registi, produttori e compositori e, tra questi, Thomas Newman – autore di celebri colonne sonore come quelle di American Beauty, Le ali della libertà e Il miglio verde – che presto divenne suo mentore. Oggi Vassapoli è un affermato compositore e le sue musiche hanno accompagnato un grande numero di pellicole e di serie televisive, nonché la notte degli MTV Awards e quella della consegna degli Oscar.

Anche per lui, come per Alaimo «gli Italiani sono molto apprezzati negli Stati Uniti» ci dice «capita sempre di incontrare qualcuno che ha un nonno, uno zio, un bisnonno o un cugino italiano. L’Italia poi è ancora considerata come simbolo di creatività, arte, cultura, bellezza e ingegno personale. Certo, i primi giorni avere a che fare ininterrottamente con la lingua inglese era molto stancante ma, dopo qualche settimana, diventa abbastanza naturale parlare, ascoltare e pensare in un’altra lingua.»

Per lui però la possibilità di essere costantemente in contatto col mondo grazie ai nuovi media, ha in qualche modo tolto parte del fascino che prima aveva la possibilità di esportare la cultura italiana: «non è come prima, immagino. Ormai il luogo fisico in cui si lavora e si produce non è determinante come un tempo. Nell’era dei social media in genere la musica può essere prodotta ovunque e poi spedita il giorno stesso a registi, produttori e music supervisors. Questo autunno ho collaborato, con altri compositori, alla nuova stagione di Criminal Minds e le musiche le ho scritte in Italia. Certo, i rapporti personali sono sempre indispensabili, si lavora con quel regista perché magari si hanno amici comuni o lo si è conosciuto a una festa o a qualche proiezione pubblica o evento. Di fatto si lavora se si è affidabili, positive e gradevoli. Il talento e le competenze sono importanti, certo, ma la personalità e il saper stare nel mondo sono fattori altrettanto essenziali.»

Come per Alaimo, anche per Vassapoli il peso della comunità italiana non è più determinante. «Trascurabile» lo definisce e «a parte alcuni eventi organizzati dagli Istituti Italiani di Cultura e i Consolati, almeno a Los Angeles, non esiste una vera e propria comunità italiana che promuove l’arte nostrana. Però ci sono molti musicisti, registi, scrittori, giornalisti, truccatori e attori italiani. Il numero di connazionali che si trasferiscono qui per portare avanti la propria carriera mi sembra in costante crescita rispetto al 2011, anno in cui sono partito io.»

Il futuro però, per i giovani che volessero inseguire il loro sogno oltreoceano, secondo Giuseppe Vassapoli non è altrettanto roseo: «Trump potrebbe rendere tutto un po’ più difficile e costoso. Il consiglio che mi sento di dare è partire solo se si è estremamente specializzati e competitivi nel proprio settore. Sono finiti i tempi in cui si veniva per fare i camerieri o provare a “sfondare” senza particolari competenze. La concorrenza è forte e non c’è certo bisogno di talenti già presenti nel territorio ma se si è preparati e si ha qualcosa di nuovo o diverso da proporre, le porte sono ancora aperte. Oppure si può venire per studiare, comprendere il sistema lavorativo e produttivo e poi, gradualmente, cercare di inserirsi.»

Dunque, se il sogno, col passare degli anni, si è un po’ appannato, forse vale ancora la pena di credere che, come dice Barack Obama, l’America sia ancora l’ultima e la migliore speranza sulla terra.

Emanuela E. Abbadessa

 

 

 

 

 

 

Lettera sulle devozioni a distanza

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Caro amico,

questi sono i giorni in cui Catania, la mia città, festeggia la sua patrona. Ho già scritto della festa e dei suoi sensi. Adesso vorrei raccontarti com’è  per me che sono lontana dalla Sicilia.

Devotamente

EE

 

Ero ancora una bambina quando, preparando dolci insieme alla nonna Ersilia, conobbi Agata. La sua immagine prendeva vita nelle parole di un cunto. Era un racconto che, negli anni, avrei ascoltato ancora tante altre volte, sempre uguale a se stesso, pronto a ripetersi con la stessa ineluttabilità di un rito. Perché i riti questo devono fare: tornare con rassicurante uniformità per tenere in vita la magia dell’incredibile e renderlo quasi reale e plausibile.

Per molto tempo, la festa di Sant’Agata ha rappresentato per me un segno rosso sul calendario, come uno spartiacque, a indicare i giorni del grande freddo – anche quello della violenza dei potenti – che, investito dalla luce della Santuzza, degradava poi verso la primavera tiepida di profumi, così come la dolcezza della ricotta setacciata dalla nonna per riempire le cassatelle, stemperava l’orrore di un martirio di sangue, di fuoco e di mammelle amputate.

Da adulta, ho abitato in via Vittorio Emanuele e, dai balconi del primo piano, mi pareva quasi di poterla toccare la “vara” che portava in giro per la città ‘a Picciridda vestita di gemme preziose e di fiori. Allora, altri riti si sovrapposero a quelli antichi per ricordarmi Agata, la giovane combattente vittoriosa che oggi, lontana dalla mia terra, resta un exemplum da spiare nelle fotografie di quei giorni, ma anche un luogo dell’anima dentro il quale rievocare con la memoria le nostalgie e i riti alterni della mia di esistenza.

La tecnologia, poi, nel chiarore dei pixel sullo schermo di un computer, concede a me, come a tutti i devoti lontani da Catania, la possibilità di far vivere virtualmente la magia dei tre giorni di festa. Così, anche quest’anno, potrò seguire dalla Liguria il cammino della Santa lungo le vie cittadine, fino al Borgo, dove impaurita, con la manina stretta in quella della nonna, un tempo, mi facevo abbagliare dai fuochi colorati esplosi nel cielo. Vedrò ancora il fercolo e le candelore in corsa sulla salita di Sangiuliano; vedrò i cittadini bianchi che urlano il loro amore per la martire, affidando alla cera la promessa di un voto da mantenere o il ringraziamento per una grazia ricevuta.

Un po’ come mi capita con le serie tv, la festa mi piace seguirla sui social network. Mi piace spiare le frasi, le fotografie colte al volo e i video un po’ mossi girati coi telefonini dagli amici che, a volte, pensandomi, mi segnalano i loro post per farmi sentire un po’ in mezzo a loro. Risento l’odore della “càlia arrustuta”, rivedo il fumo della carne sui bracieri e alle orecchie mi tornano i rumori di Catania.

Ma se pure non avessi un computer, se anche non seguissi i tweet di quanti mi informano sui momenti cruciali della festa, ci sarebbe sempre qualcosa a cui, da lontano, non potrei mai rinunciare: svegliarmi al mattino, guardare l’immagine di Agata con lo sguardo rivolto al cielo, nell’ovale argentato del medaglione appeso nella mia camera da letto e chiamare i miei genitori per racchiudere nelle poche parole che ripeto ogni anno, l’intero senso del rito. Per questo, anche quest’anno, il 6 febbraio li chiamerò e domanderò: “a che ora s’arricugghiu ‘a Santuzza?” (Emanuela E. Abbadessa)

(articolo apparso su “La Repubblica”, ed. Palermo, 3 febbraio 2017)

Lettera sui bilanci

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Caro amico,

la conclusione di ogni anno fa sempre venire voglia di bilanci. Non sono certa di amarli particolarmente, però mi piacciono le liste. Gli elenchi mi hanno sempre dato un senso di ordine e l’ordine è rassicurante. Dunque, approssimandosi la fine di quest’anno, ho provato a pensare alle cose che amo e a quelle che non amo per vedere quanto queste siano state presenti nella mia vita durante l’ultimo anno.

Te ne consegno dieci per ciascuna categoria. Così, senza alcun motivo apparente, scritte senza pensarci troppo.

Devotamente

EE

 

DIECI COSE CHE AMO

i sorrisi, la precisione, fare regali, le persone che mantengono la parola data, la cioccolata, farmi fotografare, leggere, guardare i miei armadi e i miei cassetti ordinati, i cuccioli, ridere con poco

 

DIECI COSE CHE NON AMO

gli sgarbi, aspettare inutilmente una risposta, il pressapochismo, le persone che perdono la pazienza, la mancanza di logica, il razzismo, le caste, le malattie, l’invidia, la gelosia

Una bruciante freschezza

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Pubblico qui il mio racconto già apparso sul blog del “Secolo XIX”, Cannibali Vegetariani, curato da Raffaella Fenoglio, all’indirizzo http://www.ilsecoloxix.it/p/blog/2016/11/26/ASJTP1IF-ghiaccioli_bruciante_freschezza.shtml e ispirato da questa fotografia di Francesco Vieri.

 

Non dormiva da giorni e non solo a causa del caldo che le aveva tolto anche l’appetito. Non c’è un buon momento per chiudere una relazione, ma farlo a metà luglio con le vacanze già prenotate, era stata una pessima idea. Non sua, per altro.

Quella notte se ne stava affacciata, a cercare refrigerio in un ghiacciolo al limone. Ormai si nutriva solo di quelli. Ne aveva di tutti i gusti, ciascuno di un colore diverso.

Il cane della coppia al piano di sopra continuava ad abbaiare sul balcone. Avrebbe dovuto avvisare l’amministratore.

Quando si accorse della luce accesa nell’appartamento di fronte non pensò di poter essere vista e restò lì. Non si ritrasse nemmeno vedendolo spuntare nella cornice della finestra.

Lo osservò fumare e poi schiacciare il mozzicone con le dita per far cadere la brace nel vuoto.

Forse fu la mancanza di sonno, forse il caldo soffocante, perché Giulia non era il tipo che faceva questo genere di cose. Certo, il fotografo del terzo piano l’aveva sempre incuriosita. O forse aveva una voglia di vendicarsi di Marco, del suo sesso stanco e della fuga senza spiegazioni. Per questo si sfilò la maglietta scolorita degli AC/DC, andò in cucina e prese un ghiacciolo all’amarena. Tornò alla finestra a succhiarlo, fissando davanti a sé la sagoma dell’uomo. Con la lingua ne percorreva la lunghezza sentendolo sciogliersi, assottigliarsi dentro la bocca. Una goccia di succo le scivolò lungo il mento, la raccolse col polpastrello e se lo portò alla bocca assaporandolo lentamente.

Per cinque notti, andò alla finestra. Mangiava un ghiacciolo ripetendo il rituale senza credere davvero di voler sedurre il fotografo. Non era nemmeno sicura che lui la vedesse.

Una mattina inforcò i Ray-ban e uscì per rifornirsi di ghiaccioli.

Al ritorno, davanti alla porta di casa c’era un pacco. Sembrava un quadro ma non riusciva a immaginare da dove provenisse. Nessuna etichetta, nessun mittente. Lo prese e chiuse alle sue spalle la porta dell’appartamento.

Ripose la confezione di gelati e strappò la carta che avvolgeva il pacco.

Su uno sfondo nero, cinque ghiaccioli colorati, uno accanto all’altro, prendevano fuoco con fiammelle che illuminavano la fotografia. Nell’angolo solo una frase e una firma: A searing freshness. Francesco.

Emanuela E. Abbadessa

 

Lettera sull’opportunità

casalingadivoghera

Caro legislatore,

reduci tutti da questa estenuante e reboante campagna elettorale che ha assunto i toni più volgari che potessi immaginare, sono qui a raccontarti un episodio che vorrei non avesse il carattere di apologo.

Mentre molti italiani si recavano alle urne, dopo il mio lungo silenzio sulla questione referendum, ho pubblicato su un social network la battuta che ti riporto:

Meno male che non c’erano i social all’epoca del referendum sull’aborto #saichecasino

So che è inutile spiegarla (le battute che necessitano di una spiegazione sono perdenti a priori, è ovvio) perché non credo ti sfugga il fatto che ironizzavo sulla quantità enorme di politologi e costituzionalisti della domenica che hanno sentito l’irrefrenabile bisogno di esprimersi in questo smisurato bar dello sport che è la Rete.

A qualche ora dalla pubblicazione della battuta, uno dei miei contatti commenta il mio post dicendo che “l’aborto c’è sempre stato” e che è un problema di coscienza. Nulla da eccepire sul fatto che sia un problema di coscienza. E nemmeno sul fatto che l’aborto ci sia sempre stato, quello che non c’è sempre stato semmai è la Legge 194/78. Ti risparmio il seguito dello scambio dal quale si evinceva comunque che il commentatore non aveva colto l’ironia della mia frase, ovvero: se avete montato tutto questo casino per la costituzione, non voglio immaginare cosa avreste fatto se si fosse discusso di aborto.

La cosa potrebbe finire qui e poco mi importa discettare riguardo alle posizioni politiche di chi commentava perché non è questo il punto.

La domanda che ti pongo è di diversa natura. Io, da coscienziosa italiana, di solito, se chiamata alle urne, rispondo. Certo, a volte mi dà fastidio l’abuso dello strumento referendario, nondimeno, nel mio piccolo, cerco di informarmi, ascolto i pareri più autorevoli e poi, non certo a cuor leggero, mi esprimo nel seggio elettorale nella speranza che tutti facciano altrettanto.

Ora, caro legislatore, io non voglio certo tirare in ballo la solita casalinga di Voghera o mia nonna che, pace all’anima sua, era sicuramente più saggia di me, ma vorrei dirti che chi ha commentato OT (off topic, come si usa dire) il mio post, non era né mia nonna né l’arbasiniana casalinga, era un giovane uomo con una buona cultura e una buona occupazione (lo conosco personalmente), che ama l’arte e legge. E quindi ti domando, se non siamo in grado di comprendere il senso di un post di un rigo, tu sei davvero certo di volerti affidare a noi per discutere di trivelle, Costituzione, centrali nucleari e di qualsiasi altra cosa necessiti di una preparazione leggermente maggiore rispetto al palinsesto tv della prima serata?

Se posso darti un consiglio, la prossima volta, se proprio non puoi decidere insieme a quelli che abbiamo eletto a questo scopo e che manteniamo in modo più che dignitoso, fai prima a chiedere a tua nonna. Secondo me pure la tua, come la mia, è più saggia di me e te messi insieme.

Devotamente

EEA