La lista dei ricordi

Vecchie-chiavi

Cara amica,

ho ritrovato tra vecchi file un elenco di cose belle. Non ricordavo di averlo mai scritto. Ma appena l’ho letto mi è sovvenuta l’occasione. Erano i primi anni Novanta, ero sposata, felice e infelice nello stesso tempo perché la vita stava già cominciando a portarmi via le certezze che a mala pena ero riuscita a mettere insieme. Alcune delle cose scritte allora continuano a piacermi altre non più, come bere il caffè al mattino dato che adesso non lo prendo. Quella riga in lista, però, l’avevo messa solo perché era mio marito a portarmi la tazzina a letto al mattino e non saprei dire se amassi più la bevanda o quel gesto così tenero fatto per me.

Rileggere il file ieri, è stato come aprire uno scrigno perché per ciascuna delle cose scritte alla rinfusa ho un ricordo.

Per dire ciò che mi piace, potrei mettere una dopo l’altra tutte le cose che mi vengono in mente adesso e in ordine sparso. Allora scriverei: i gatti, il sale sulla pelle che si asciuga al sole, i cornetti alla crema, la salsa come la faceva la nonna Ersilia, il dolore di Tosca, le patatine davanti a un brutto film, un paio di orecchini nuovi, ricevere posta, trovare la frase giusta nascosta in una poesia, comprare un regalo a chi si vuol bene, addormentarsi sereni, voler bene, piangere di gioia, la pizza, un albero troppo alto, il mare troppo agitato, la nebbia fuori e dentro il Duomo di Milano, Roma vista dall’Altare della Patria, una passeggiata la mattina presto in una città sconosciuta, il sorriso di un passante, comprare biancheria nuova, l’Etna in eruzione, il Caravaggio di Malta, il volo di un pipistrello d’estate, avere qualcuno che conti su di te, guidare in una strada vuota, dire la cosa giusta al momento giusto, il primo caffè della giornata, lo squillo di una telefonata attesa, la granita di cioccolato della nonna, un paio di polacchine rosse, una donna bella, ridere di una barzelletta, un bicchiere di vino, il giorno del matrimonio, Shakespeare che ha detto la cosa che vorresti dire in quel preciso momento in cui ti mancano le parole, raccontarsi a qualcuno, rigirarsi la fede intorno al dito, le mie Barbie, visitare un museo, i biscotti, cambiare il vestito alla mia bambola quando cambia il mio umore, Mozart, i complimenti esagerati, navigare in Rete in silenzio, cantare una romanza, ordinare una stanza, il bagno caldo, ballare fino a farsi girare la testa, fare il bucato, l’olio sulla pelle, un Trio di Schubert, farsi stupire da un’architettura esotica, i figli della mia amica che mi danno un bacetto appiccicoso di caramelle e biscotti, impacchettare regali, fare sorprese, trovare qualcosa che credevi perduto, fare fotografie e guardare quelle vecchie, uscire di casa e salutare tutti i negozianti del quartiere, preparare una grande cena.

Scriverei tutte le cose che stanno tentando di venirmi sulle dita ma che restano intasate perché non sanno mettersi in fila.

Ricordo la nebbia dentro e fuori il Duomo di Milano in una mattina gelida, uscita da un albergo in centro. Camminavo sola per strada in attesa dell’ora di un appuntamento e di colpo mi apparve la facciata della chiesa. Le guglie appena visibili nel biancore. Rivedo me che accelero il passo per entrare e dentro un prete dice messa e tutta la nebbia di fuori, lì dentro, era diventata odorosa e sapeva di incenso. Era concentrata in una nuvola nella navata centrale che si spandeva lentamente verso l’alto.

Ricordo Roma vista dall’Altare della Patria in un pomeriggio di primavera col sorriso del mio migliore amico accanto che voleva regalarmi un momento di dolcezza tra le pene che allora avevo. Lasciava che la città parlasse al posto suo come se fossi finita dentro Vacanze romane.

Ricordo la Decollazione del Battista a Malta, rivedo me che crollo annientata dalla bellezza su una panca, pallida. Mio marito mi fotografa, incredulo del fatto che la sindrome di Stendhal esista davvero.

Ricordo le polacchine rosse, regalo inatteso di un amico che c’era quando doveva esserci e c’è ancora: entrambi con addosso il carico di anni e di vita che pure ridiamo come allora non sapevamo fare.

Ricordo la frase giusta scritta da Shakespeare dentro un sonetto e diretta a me, pensai leggendola. “Ah, come simile a inverno fu l’assenza mia da te, piacer dell’anno fuggitivo”.

Ricordo i bacetti appiccicosi di caramelle dei figli di una donna che amica non credo lo sarà mai più e non ne so il perché.

Potrei dire che quasi tutto m’incuriosisce ma non resisto al fascino delle parole scritte, alla malìa che si sprigiona solo quando si aprono le pagine di un libro. Leggo e scrivo perché, a volte, credo che sia l’unica cosa che mi piaccia fare davvero. Però qualcosa continua a ripetermi che il codice delle parole è un filtro micidiale e che troppe volte passa per i troppi stadi che ci sono tra la nostra testa e le nostre labbra o le nostre dita e poi finisce dove non si sa, fino alle orecchie o agli occhi di altri per risalire alla testa.

Mi piace cominciare e finire le mie giornate leggendo.

La mattina, col mio caffè e i miei giornali; la sera, coi margini del mio libro di turno che si piegano contro il cuscino.

Rileggo e penso e mi scopro uguale e diversa. Risento addosso le gioie di quegli anni ma anche i dolori laceranti.

Chiudo il file e penso di spostarlo nel cestino. Basterà un movimento del mouse per cancellare le lacrime di allora? E quando lo avrò fatto, perderò anche le gioie? Sulla lingua sento il sapore della pizza, nelle orecchie la preghiera disperata di Tosca, sotto i polpastrelli il corpicino del mio micetto e addosso il mare che si asciuga sulla pelle. Così sollevo il dito dal tasto del mouse e tengo lì il mio elenco venuto dal passato a ricordarmi il brutto e il bello.

Devotamente

EE.

Memento mori

Calcedonio_Reina_-_Love_and_Death

Sull’edizione siciliana del quotidiano “La Repubblica” è apparso ieri un mio racconto che desidero condividere con voi (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/10/08/la-morte-e-la-fanciulla-in-gitaPalermo01.html?ref=search http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/10/08/la-morte-e-la-fanciulla-un-giorno-nella-criptaPalermo09.html?ref=search)

Avremmo potuto fare come sempre, aspettare una domenica e andare a Palermo in auto con mamma e papà. Saremmo passati al cimitero da nonno Gino e poi a Mondello a guardare il mare sotto il sole autunnale, mangiare pesce o un panino con le panelle. Sarebbe stato normale.

Quando però padre Chiusa dopo la messa della domenica aveva annunciato che proprio Palermo era la meta della gita parrocchiale di fine estate, nonna Ersilia aveva avuto un sussulto sotto il velo nero indossato sempre entrando in chiesa con un’eleganza sacrale sui capelli argentati acconciati con cura. La campanella dell’Ite, missa est stava ancora suonando che lei mi aveva stretto la mano e si avviava già verso il sagrato per conoscere dettagli della gita perfettamente noti. Si ripetevano ogni anno senza alcuna variazione.

Quelle gite erano qualcosa che mi dava, ancora bambina, un senso di ordine: una sorta di ineluttabile cui la nonna non avrebbe inteso derogare.

La notte prima si dormiva da lei; sveglia a un’improbabile ora antelucana, colazione leggera per non “disturbarsi” sul pullman, lavarsi in fretta per non fare tardi e attenta revisione dello zaino colmo di panini buoni per sfamare un esercito e tutti scrupolosamente avvolti nella carta su cui era scritto con paziente calligrafia antica panino con la frittata, panino con la cotoletta, panino con la mortadella e così via moltiplicato almeno per quattro. Una volta qualcuno aveva chiesto alla nonna perché ripetesse la parola panino e non si limitasse a indicare il companatico. Lei aveva alzato le spalle con aria vagamente disgustata: detestava le approssimazioni.

Quella volta i miei cugini non sarebbero venuti. Saremmo state solo tre, sempre noi tre: la nonna, Rossella, io.

Rossella è mia cugina maggiore ma non sono mai riuscita a metterla nel calderone di parenti e affini spesso molesti, perché con lei sono cresciuta come con una sorella. Viveva con la nonna e da loro due ho imparato a diventare donna nelle lunghe giornate trascorse insieme mentre i miei genitori erano a lavoro, seduta sul bordo della vasca da bagno a guardare Rossella mettere il mascara sulle ciglia o a spiare i punti veloci dell’uncinetto di nonna Ersilia.

L’appuntamento era come ogni volta alle 5,30 del mattino davanti alla chiesa. Il programma sempre uguale: messa; salita nel bus; rosario; canti affidati alla signorina Margherita, accompagnati dai soliti accordi di chitarra un po’ a casaccio; pausa in un bar e poi ancora “Resta con noi, Signore la sera” e “Dov’è carità e amore lì c’è Dio” fino a destinazione, intonati da voci quasi esclusivamente femminili per l’atavica assenza di uomini.

Ero preparata anche all’arrivo: altra messa con la raccomandazione di non prendere la comunione a quanti l’avessero già fatto a Catania e poi visita a un santuario o a uno scavo archeologico a seconda della meta prescelta.

A Palermo il pullman ci aveva portate però in un luogo che non sapevo ancora mi avrebbe segnata così profondamente da restarmi inciso nella memoria.

La nonna mi aveva guardata col suo viso bellissimo e la severità che impone l’ingresso in un sacrario.

Ricordo solo l’aria ancora calda del primo autunno soleggiato che a Palermo mi sembrava troppo mite, quasi che il sole dovesse beffarsi delle stagioni per regalare interminabili estati di luce. Rivedo gli occhi di Rossella già adolescente che si guardava intorno sperando di adocchiare un ragazzo carino e poi la mano nervosa della nonna, attraversata da vene blu evidenti come le sue certezze, stringersi intorno alla mia.

«Qui si fa silenzio» aveva detto senza guardarmi e del posto in cui stavo per entrare non sapevo altro se non il nome che a me faceva pensare solo a un bancone da bar e al rumore di tazze e piattini. Che “i cappuccini” potessero avere un significato religioso mi appariva quanto meno improbabile.

L’emozione arrivò all’improvviso, appena entrata nelle catacombe, insieme a un afrore di cose appassite e alla sensazione di freddo sulle guance. Davanti a me si aprivano corridoi interminabili e alle pareti, al posto di quadri, specchi o applique, una teoria di cadaveri abbigliati a festa, coi teschi reclinati come in segno di penitenza o di saluto. Dal pavimento, affastellate in maniera apparentemente disordinata, c’erano bare che erano piuttosto casse scabre da dentro le quali le mandibole socchiuse degli sconosciuti parevano ghignare in contrasto con l’atteggiamento pietoso delle mani giunte sull’addome. Sulle ossa, lembi di pelle di carta velina avevano il colore del deserto e dai crani venivano fuori ciocche spente di capelli.

Sbarrai gli occhi incuriosita dallo spettacolo e provai a capire cosa stessi provando. Il leggero strato di sudore sul palmo della mano chiuso in quella della nonna si era asciugato e non avvertivo che una sensazione alla quale solo oggi riesco a dare il nome di straniamento. Nessun orrore, nessun brivido, nessuna paura di fronte all’esposizione della morte altrimenti considerata così oscena e maleodorante da doverla ricoprire di fiori e di incensi per renderla commestibile sotto l’inutile salmodiare di un prete.

Non ero turbata e non solo per la facilità con cui quando si è bambini si conversa con l’aldilà, stramazzando al suolo per un dito puntato nel petto a simulare una pistola: stavo piuttosto scoprendo che la morte era altro.

La nonna indicava i corpi e, fissandoli quasi in segno di sfida, regalava loro la pietà di un “mischino” sussurrato con un sorriso spento. Era bellissima lei. Più bella di qualsiasi Tuba mirum avrei mai avuto la fortuna di ascoltare negli anni a venire; più terribile di un Dies irae, più compassionevole di un Requiem aeternam e più luminosa di ogni Lux perpetua, lei che alla morte aveva consegnato l’amore di una vita.

In silenzio poi ci addentrammo in una cappella. La nonna taceva. Prese anche la mano di Rossella e si fermò di fronte a una piccola bara.

Rosalia Lombardo, la più celebre salma della cripta, col fiocco storto sul capino e la frangetta appiccicata alla fronte sembrava dormire o forse fingere solo il sonno, come facevo io quando con papà volevo giocare alla bella addormentata per riscuotere il bacio favoloso e ridestarmi.

La nonna abbassò la testa e disse soltanto una parola. ‘A picciridda.

Quello stesso nome era il mio, era il suo modo di vezzeggiarmi e d’un tratto la morte confinata nelle ossa secche degli scheletri dei Cappuccini, ruppe il vetro delle certezze di immortalità dentro le quali ero chiusa, irruppe nella mia vita con la potenza di una tomba profanata e tutto apparve così precario da doverlo braccare per godermelo, da doverlo agguantare e mangiarlo prima che il tempo lo portasse via. Avevo di colpo imparato che nulla sarebbe stato per sempre. Nemmeno la mano della nonna.

Uscite fuori dalle catacombe il sole su Palermo mi sembrò lo spettacolo più bello che avessi mai visto. Tirai un lembo del vestito di nonna Ersilia e lei, chinandosi, mi porse la guancia eterna per posarci le mie labbra caduche.

EE.

Ottobre. Un consiglio di lettura

sulla-sedia-sbagliata-665x1024

Sara Rattaro ed io siamo amiche e questo non è un segreto. Però il piacere che provo nel segnalare i suoi libri non viene solo dalla nostra amicizia (ma anche, perché no? Non è bellissimo sapere dei traguardi raggiunti dalle persone che amiamo?). All’affetto si unisce il fatto che stimo Sara come donna e come scrittrice e sono convinta che abbia un modo speciale per toccare corde profonde dell’animo umano, narrare i sentimenti, il dolore e la vita.

Il libro del quale oggi vi consiglio la lettura è il suo primo romanzo, Sulla sedia sbagliata, quello fatto leggere con pudore, pubblicato dal piccolissimo Morellini, presentato quasi “porta a porta”, da perfetta sconosciuta quale allora era, non potendo immaginare i successi e consensi che avrebbe raccolto in Italia e all’estero.

Sull’onda del successo per la vittoria del Premio Bancarella 2015 con Niente è come te, alla fine di questa estate, mi sono ritrovata con Sara su una spiaggia per l’ennesima presentazione. Me ne stavo di lato ad ascoltarla incantare la platea, sorridevo e accarezzavo la copertina del suo primo romanzo nella bella ristampa fatta di recente da Garzanti. Un libro difficile, la storia di un omicidio atroce, pensavo. Poi però, ad un certo punto, qualcuno le ha chiesto cosa l’avesse spinta a cominciare a  scrivere. E Sara ha preso a raccontare: erano anni in cui in televisione e sui giornali si parlava spesso di delitti efferati consumati tra le mura domestiche; Sara era andata in cucina, aveva guardato sua madre e le aveva chiesto: “Preferiresti essere la madre di una vittima o di un carnefice?”. Non riesco a immaginare la sorpresa e anche l’orrore se volete, nel sentirsi porre da una figlia una simile domanda. Ma poi la signora ha risposto nel solo modo in cui una madre possa fare: “Del carnefice” ha detto “perché avrei ancora mio figlio”.

Ecco. Non vi racconterò la trama del primo romanzo della Rattaro per consigliarvene la lettura, vi chiederò solo di leggerlo e di leggere altri romanzi e altri scrittori perché questo è il solo modo che abbiamo per comportarci come la madre di Sara e provare a sederci su un’altra sedia. E spesso quella sarà la sedia sbagliata.

La palla con l’elastico

2015-09-25 12.39.40

Appena chiuse le scuole la nonna Italia veniva a trovarci a Catania, restava con noi qualche giorno e poi con lei prendevo il treno per trascorrere i mesi estivi a Roma.

Salivo sul Peloritano piena di aspettative ma arrivata a San Lorenzo, dove da sempre stavano i nonni, non c’erano bambini con cui giocare, non avevo amichetti lì. Così passavo le giornate ad ascoltare i racconti della nonna che mi narrava l’infanzia a Subiaco; la giovinezza a Roma quando vendeva frutta e verdura e, carina com’era, le passavano davanti al negozio giovanotti trasteverini carichi di promesse da non mantenere. Rideva sempre ricordando che una volta aveva detto a un’amica che di quei tipi nu’ je ne piaceva nessuno ma, soprattutto, ce stava ‘n morettino che proprio nu’ llo poteva da vede. Poi si asciugava gli occhi che lacrimavano per le risa e commentava: «E ‘nfatti me lo so’ sposato.» E allora ridevo anche io, sempre con la stessa sorpresa, anche se sapevo a memoria quella storia.

Conoscevo anche tutte le altre: le bombe su San Lorenzo, la casa sventrata che era diventata un unico spazio diviso coi vicini; la guerra; la cicoria fatta tra le rotaie del tram; il lavoro alla fabbrica della birra e le mani che dolevano.

Al pomeriggio andavo in camera da letto e aprivo una delle ante a specchio dell’armadio. Mi mettevo lì davanti e, vedendo la mia immagine raddoppiata fingevo di avere una sorella: ci parlavo e ballavo come le gemelle Kessler.

Ma il momento più bello era quando i nonni mi portavano alla festa de noantri. La sera prima nonna Italia mi metteva i cartoccetti nei capelli per farmi i boccoli e dopo il bagno mi infilava un vestitino nuovo tutto balze e fiocchi che immancabilmente mi aveva regalato. Prendevamo il tram e ci ritrovavamo d’improvviso in mezzo alla folla: nonno Pietro mi stringeva la mano più forte per paura che mi perdessi.

Poi, prima di andare a mangiare la pizza, mi compravano una di quelle pallette di stoffa piene di segatura. Nonno mi legava l’elastico intorno al dito e io, molto fiera, me ne andavo lanciandola e riacchiappandola col palmo della mano.

Di giocattoli ne ho avuti tanti da bambina. Ma pallette più belle di quelle non riesco a ricordarne.

EE.

Settembre. Un consiglio di lettura

lasfida

Mio padre è goloso di cioccolato e dice sempre di amare il cioccolato e basta e non i dolci al cioccolato, le bevande al cioccolato… E’ un purista lui.

Per quanto anche io sia molto golosa a me piace parafrasare papà e dire la stessa cosa per un’altra mia grande passione: la boxe.

Non amo lo sport, sono sedentaria fino allo sfinimento ma il pugilato per me non è sport. E’ l’epico scontro di due uomini nudi che si affrontano attraverso le loro mani; è l’atavico confronto tra titani; è sudore, sangue, dolore e assoluta bellezza. Calcolo, intelligenza, capacità di misurare distanze e di prevedere reazioni proprio quando il dolore offusca la vista e la mente; è eleganza di un montante che sferra il colpo, di cosce e polpacci che saltano sollevando corpi dal peso inimmaginabile facendoli leggeri come piume, di diretti secchi come scudisciate. La boxe sono le voci calme e concitate dei secondi, gli sguardi torvi sotto le sopracciglia unte, le corde che vibrano reggendo a mala pena una schiena istoriata di muscoli, il bisogno di vedere nell’altro un avversario e dunque abbatterlo.

Ma siccome amo tutto questo, a me del pugilato piace solo il pugilato e non le cose che parlano di pugilato. Ci sono però alcune grandi eccezioni. Non starò qui a dirle tutte facendo il solito elenco che comprende London e altri più o meno noti maestri che si sono accostati al genere fino al recente Fight Night di Stefano Trucco, citerò quindi solo l’ultima. E l’ultima capitatami tra le mani è un libro colpevolmente letto tardi a causa di un conto rimasto aperto tra me e il suo autore, Norman Mailer, colpevole solo di essermi finito tra le mani col suo capolavoro – Il nudo e il morto – quando ero troppo giovane per goderne pienamente.

Il libro è La sfida, edito in Italia da Einaudi.

Non si tratta semplicemente del reportage del più celebre incontro della storia della boxe – quello di Kinshasa del 1974 passato alla storia col nome evocativo di The Rumble in the jungle e che vide Alì tornare a sfidare il titolo mondiale affrontando George Foreman,– perché la narrazione di Mailer, nella quale si fondono ironia, rabbia, curiosità e cronaca, diviene presto una metafora e La sfida sa parlare di vita (e di morte) almeno quanto parla di boxe.

Chi come me ama il pugilato potrà rivivere l’emozione dell’incontro e rivedere ogni singolo colpo attraverso il filtro della scrittura perfetta di Mailer. Tutti gli altri potranno appropriarsi di un pezzo non indifferente del secolo trascorso e scoprire che molto spesso lo sport è anche un modo per parlare di vita da un osservatorio molto particolare.

Agosto. Un consiglio di lettura

8065_SorelleMaterassi_1291842046

E’ un vero peccato che certi libri restino per molti di noi legati agli anni della scuola. E se è vero che spesso rileggere è esercizio ozioso, quando un romanzo ci fu imposto in giovane età, non è invece una cattiva idea riprenderlo in mano da adulti.

E’ quanto mi è accaduto con Le sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi. Che follia darlo in pasto a chi non sia abbastanza maturo per godersi la terrificante crudeltà che lascia senza redenzione tutte le marionette di questo piccolo dramma provinciale a base di zitelle vogliose e giovani egoisti sullo sfondo grottesco delle use invidie paesane.

Il grottesco è proprio la cifra di questo Palazzeschi che facendo ridere delle sventure altrui ci fa scoprire immancabilmente spietati.

Luglio. Un consiglio di lettura

download

Questo mese voglio proporre la lettura del libro di esordio di Carmen Pellegrino con una mia recensione, già pubblicata per La Società delle Letterate (http://www.societadelleletterate.it/2015/06/abbadessa-136/ )

La casa respira a fatica, sembra un animale morente; si sforza di tenere ferme le travi, stringe le pareti come fossero braccia attorcigliate a un ventre. A fatica esala un respiro, poi un altro.
 
 

Sulle rovine di Alento, tra memoria e oblio, Estella – un nome di dickensiana memoria anche se la protagonista di questo romanzo potrebbe ricordare a tratti più la Miss Havisham di Grandi speranze che non l’algida nipote – è pronta a servire una cena. Una cena molto speciale. Intorno a lei infatti c’è solo il lento e inesorabile franare della terra verso un mare che, visto dai monti brulli del Cilento, abitati ormai soltanto da un’improbabile eroina del nulla, resterà per sempre un mare d’altri.

Questo sembra narrare il luminoso esordio di Carmen Pellegrino, storica per formazione, letterata per passione e abbandonologa per professione, dotata di una naturale raffinatezza nella costruzione sintattica e di una vis narrativa assolutamente unica nel panorama italiano. Ma nelle maglie di Cade la terra  non si snodano soltanto i vissuti raccontati attraverso le voci di quelli che hanno lasciato, per necessità o per destino, le case del paese in rovina.

Il romanzo apparente nasconde infatti un romanzo implicito che va ben oltre l’amore ruvido e spigoloso, a momenti sadico e inesprimibile, del capriccioso Marcello e di Estella; sconfina al di là delle nozze di Libera Forti, del padre Cola, delle grida di banditore di Giacinto, della luce elettrica in casa Parisi o del negozio del Maccabeo, tra le storie minime di una normalità anormale, un po’ selvatica e ormai consegnata all’aldilà. Dice della persistenza della memoria capace di appiccicarsi ai muri, imbrattarli di ectoplasmi, mettere radici sui sassi, impregnare le tappezzerie scolorite e restituire vita dove la vita sembra non esserci più.

Probabilmente così la pensa Estella imbandendo di nulla una tavola di struggimenti che pure alimenta cercando disperatamente di tenere in vita uomini e cose con una perseveranza tanto maniacale da diventare accanimento. Il suo segreto però è il medesimo rivelato dalla Pellegrino, che traccia la via di un salvamento possibile soltanto attraverso la parola. E nella parola bella e performante, a volte biblica, rivivono infatti i personaggi strappati alle fosse e rinati alla luce portandosi dietro, di quel buio di sepoltura, solo il velo modesto della melanconia.

Della bellezza accecante della polvere che copre con ineffabile democrazia sia le case dei poveri che quelle dei ricchi, le stamberghe e i palazzi, della vita delle piante infestanti che allignano spontanee nelle crepe e delle bestie più umili che trovano asilo nelle dimore abbandonate si trova già nella fulminante apertura del romanzo, quando il lettore scorge la protagonista ancora giovane che, accompagnata dal cane Gedeone e con la tonaca da suora addosso, sul sagrato della chiesa di Alento si strappa la veste sacra in un gesto talmente icastico da mettere subito in allerta, perché dietro l’atto esiste un simbolo. È dunque proprio il privarsi di tutto ciò che le appartiene ad offrire alla donna la possibilità di appropriarsi prima della vita di Marcello, al quale fa da istitutrice nonostante sia di pochi anni più grande, e poi di ogni pietra del paese divenendo voce e voce narrante di un passato privo di futuro e quindi senza tempo.
In questo modo, laica e forte della nuova povertà, Estella accetta il fatalismo ma ne squaderna le coordinate portando avanti la ricostruzione con una potenza inversamente proporzionale alla forza con cui la natura sta decretando il franare delle case.

Non c’è traccia di nichilismo o di trita retorica dei vinti nel coraggio di Estella perché lei è capace di snidare il bello nei luoghi più inattesi (dello spazio o dell’anima), sa ergersi a giudice unico della storia in un tribunale degli affetti che resta imperturbabilmente in piedi mentre tutto intorno crolla.
Così Cade la terra, mettendo insieme il portato dell’opera di Alfonso Gatto e di Corrado Alvaro, di Salvatore Satta, di Elsa Morante e di Tommaso Landonfi, merita di entrare di diritto nella grande letteratura meridionale moderna nell’atto stesso di ridare dignità di memoria all’abbandono, con una compostezza e una grazia assai rare.