La palla con l’elastico

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Appena chiuse le scuole la nonna Italia veniva a trovarci a Catania, restava con noi qualche giorno e poi con lei prendevo il treno per trascorrere i mesi estivi a Roma.

Salivo sul Peloritano piena di aspettative ma arrivata a San Lorenzo, dove da sempre stavano i nonni, non c’erano bambini con cui giocare, non avevo amichetti lì. Così passavo le giornate ad ascoltare i racconti della nonna che mi narrava l’infanzia a Subiaco; la giovinezza a Roma quando vendeva frutta e verdura e, carina com’era, le passavano davanti al negozio giovanotti trasteverini carichi di promesse da non mantenere. Rideva sempre ricordando che una volta aveva detto a un’amica che di quei tipi nu’ je ne piaceva nessuno ma, soprattutto, ce stava ‘n morettino che proprio nu’ llo poteva da vede. Poi si asciugava gli occhi che lacrimavano per le risa e commentava: «E ‘nfatti me lo so’ sposato.» E allora ridevo anche io, sempre con la stessa sorpresa, anche se sapevo a memoria quella storia.

Conoscevo anche tutte le altre: le bombe su San Lorenzo, la casa sventrata che era diventata un unico spazio diviso coi vicini; la guerra; la cicoria fatta tra le rotaie del tram; il lavoro alla fabbrica della birra e le mani che dolevano.

Al pomeriggio andavo in camera da letto e aprivo una delle ante a specchio dell’armadio. Mi mettevo lì davanti e, vedendo la mia immagine raddoppiata fingevo di avere una sorella: ci parlavo e ballavo come le gemelle Kessler.

Ma il momento più bello era quando i nonni mi portavano alla festa de noantri. La sera prima nonna Italia mi metteva i cartoccetti nei capelli per farmi i boccoli e dopo il bagno mi infilava un vestitino nuovo tutto balze e fiocchi che immancabilmente mi aveva regalato. Prendevamo il tram e ci ritrovavamo d’improvviso in mezzo alla folla: nonno Pietro mi stringeva la mano più forte per paura che mi perdessi.

Poi, prima di andare a mangiare la pizza, mi compravano una di quelle pallette di stoffa piene di segatura. Nonno mi legava l’elastico intorno al dito e io, molto fiera, me ne andavo lanciandola e riacchiappandola col palmo della mano.

Di giocattoli ne ho avuti tanti da bambina. Ma pallette più belle di quelle non riesco a ricordarne.

EE.

Settembre. Un consiglio di lettura

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Mio padre è goloso di cioccolato e dice sempre di amare il cioccolato e basta e non i dolci al cioccolato, le bevande al cioccolato… E’ un purista lui.

Per quanto anche io sia molto golosa a me piace parafrasare papà e dire la stessa cosa per un’altra mia grande passione: la boxe.

Non amo lo sport, sono sedentaria fino allo sfinimento ma il pugilato per me non è sport. E’ l’epico scontro di due uomini nudi che si affrontano attraverso le loro mani; è l’atavico confronto tra titani; è sudore, sangue, dolore e assoluta bellezza. Calcolo, intelligenza, capacità di misurare distanze e di prevedere reazioni proprio quando il dolore offusca la vista e la mente; è eleganza di un montante che sferra il colpo, di cosce e polpacci che saltano sollevando corpi dal peso inimmaginabile facendoli leggeri come piume, di diretti secchi come scudisciate. La boxe sono le voci calme e concitate dei secondi, gli sguardi torvi sotto le sopracciglia unte, le corde che vibrano reggendo a mala pena una schiena istoriata di muscoli, il bisogno di vedere nell’altro un avversario e dunque abbatterlo.

Ma siccome amo tutto questo, a me del pugilato piace solo il pugilato e non le cose che parlano di pugilato. Ci sono però alcune grandi eccezioni. Non starò qui a dirle tutte facendo il solito elenco che comprende London e altri più o meno noti maestri che si sono accostati al genere fino al recente Fight Night di Stefano Trucco, citerò quindi solo l’ultima. E l’ultima capitatami tra le mani è un libro colpevolmente letto tardi a causa di un conto rimasto aperto tra me e il suo autore, Norman Mailer, colpevole solo di essermi finito tra le mani col suo capolavoro – Il nudo e il morto – quando ero troppo giovane per goderne pienamente.

Il libro è La sfida, edito in Italia da Einaudi.

Non si tratta semplicemente del reportage del più celebre incontro della storia della boxe – quello di Kinshasa del 1974 passato alla storia col nome evocativo di The Rumble in the jungle e che vide Alì tornare a sfidare il titolo mondiale affrontando George Foreman,– perché la narrazione di Mailer, nella quale si fondono ironia, rabbia, curiosità e cronaca, diviene presto una metafora e La sfida sa parlare di vita (e di morte) almeno quanto parla di boxe.

Chi come me ama il pugilato potrà rivivere l’emozione dell’incontro e rivedere ogni singolo colpo attraverso il filtro della scrittura perfetta di Mailer. Tutti gli altri potranno appropriarsi di un pezzo non indifferente del secolo trascorso e scoprire che molto spesso lo sport è anche un modo per parlare di vita da un osservatorio molto particolare.

Agosto. Un consiglio di lettura

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E’ un vero peccato che certi libri restino per molti di noi legati agli anni della scuola. E se è vero che spesso rileggere è esercizio ozioso, quando un romanzo ci fu imposto in giovane età, non è invece una cattiva idea riprenderlo in mano da adulti.

E’ quanto mi è accaduto con Le sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi. Che follia darlo in pasto a chi non sia abbastanza maturo per godersi la terrificante crudeltà che lascia senza redenzione tutte le marionette di questo piccolo dramma provinciale a base di zitelle vogliose e giovani egoisti sullo sfondo grottesco delle use invidie paesane.

Il grottesco è proprio la cifra di questo Palazzeschi che facendo ridere delle sventure altrui ci fa scoprire immancabilmente spietati.

Luglio. Un consiglio di lettura

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Questo mese voglio proporre la lettura del libro di esordio di Carmen Pellegrino con una mia recensione, già pubblicata per La Società delle Letterate (http://www.societadelleletterate.it/2015/06/abbadessa-136/ )

La casa respira a fatica, sembra un animale morente; si sforza di tenere ferme le travi, stringe le pareti come fossero braccia attorcigliate a un ventre. A fatica esala un respiro, poi un altro.
 
 

Sulle rovine di Alento, tra memoria e oblio, Estella – un nome di dickensiana memoria anche se la protagonista di questo romanzo potrebbe ricordare a tratti più la Miss Havisham di Grandi speranze che non l’algida nipote – è pronta a servire una cena. Una cena molto speciale. Intorno a lei infatti c’è solo il lento e inesorabile franare della terra verso un mare che, visto dai monti brulli del Cilento, abitati ormai soltanto da un’improbabile eroina del nulla, resterà per sempre un mare d’altri.

Questo sembra narrare il luminoso esordio di Carmen Pellegrino, storica per formazione, letterata per passione e abbandonologa per professione, dotata di una naturale raffinatezza nella costruzione sintattica e di una vis narrativa assolutamente unica nel panorama italiano. Ma nelle maglie di Cade la terra  non si snodano soltanto i vissuti raccontati attraverso le voci di quelli che hanno lasciato, per necessità o per destino, le case del paese in rovina.

Il romanzo apparente nasconde infatti un romanzo implicito che va ben oltre l’amore ruvido e spigoloso, a momenti sadico e inesprimibile, del capriccioso Marcello e di Estella; sconfina al di là delle nozze di Libera Forti, del padre Cola, delle grida di banditore di Giacinto, della luce elettrica in casa Parisi o del negozio del Maccabeo, tra le storie minime di una normalità anormale, un po’ selvatica e ormai consegnata all’aldilà. Dice della persistenza della memoria capace di appiccicarsi ai muri, imbrattarli di ectoplasmi, mettere radici sui sassi, impregnare le tappezzerie scolorite e restituire vita dove la vita sembra non esserci più.

Probabilmente così la pensa Estella imbandendo di nulla una tavola di struggimenti che pure alimenta cercando disperatamente di tenere in vita uomini e cose con una perseveranza tanto maniacale da diventare accanimento. Il suo segreto però è il medesimo rivelato dalla Pellegrino, che traccia la via di un salvamento possibile soltanto attraverso la parola. E nella parola bella e performante, a volte biblica, rivivono infatti i personaggi strappati alle fosse e rinati alla luce portandosi dietro, di quel buio di sepoltura, solo il velo modesto della melanconia.

Della bellezza accecante della polvere che copre con ineffabile democrazia sia le case dei poveri che quelle dei ricchi, le stamberghe e i palazzi, della vita delle piante infestanti che allignano spontanee nelle crepe e delle bestie più umili che trovano asilo nelle dimore abbandonate si trova già nella fulminante apertura del romanzo, quando il lettore scorge la protagonista ancora giovane che, accompagnata dal cane Gedeone e con la tonaca da suora addosso, sul sagrato della chiesa di Alento si strappa la veste sacra in un gesto talmente icastico da mettere subito in allerta, perché dietro l’atto esiste un simbolo. È dunque proprio il privarsi di tutto ciò che le appartiene ad offrire alla donna la possibilità di appropriarsi prima della vita di Marcello, al quale fa da istitutrice nonostante sia di pochi anni più grande, e poi di ogni pietra del paese divenendo voce e voce narrante di un passato privo di futuro e quindi senza tempo.
In questo modo, laica e forte della nuova povertà, Estella accetta il fatalismo ma ne squaderna le coordinate portando avanti la ricostruzione con una potenza inversamente proporzionale alla forza con cui la natura sta decretando il franare delle case.

Non c’è traccia di nichilismo o di trita retorica dei vinti nel coraggio di Estella perché lei è capace di snidare il bello nei luoghi più inattesi (dello spazio o dell’anima), sa ergersi a giudice unico della storia in un tribunale degli affetti che resta imperturbabilmente in piedi mentre tutto intorno crolla.
Così Cade la terra, mettendo insieme il portato dell’opera di Alfonso Gatto e di Corrado Alvaro, di Salvatore Satta, di Elsa Morante e di Tommaso Landonfi, merita di entrare di diritto nella grande letteratura meridionale moderna nell’atto stesso di ridare dignità di memoria all’abbandono, con una compostezza e una grazia assai rare.

Giugno. Un consiglio di lettura

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Se siete stanchi di eroi duri e puri, Riccardo Magris, un uomo che affronta la vita lasciando che i problemi si risolvano da soli decantando lentamente, è quello che fa per voi.

E’ lui infatti il protagonista di L’esatto contrario, romanzo d’esordio dell’editore Giulio Perrone, da poco uscito per Rizzoli.

Dopo aver rinunciato a molte delle sue aspirazioni giornalistiche e non, finito a recensire con poca voglia gialli e noir in un giornale scandalistico ma dalle tirature esagerate, Riccardo viene catapultato dentro una storia venuta dal passato e che ha ancora il sapore di un bacio dato a fior di labbra. Intorno a lui Roma (e la Roma, sola fede del protagonista giallorosso) e una serie di comprimari molto efficaci, tratteggiati con distacco sornione. Di tutto Riccardo discetta con aria da flâneur, puntellando le pagine della sua inchiesta giornalistica sull’omicidio di Giulia (la ragazza baciata) di osservazioni sagaci sulla vita e l’amore, sempre a metà tra saggezza e umorismo.

Dunque se quello che cercavate era un po’ di umorismo e una storia ben scritta, questo è il libro che fa per voi.

Maggio. Un consiglio di lettura

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L’autrice la sa lunga sui giovani e sui college e questa volta ci porta a Filadelfia nel 1975.

Sullo sfondo di un’America dalla doppia anima, tra contestazioni e accettazioni, tra essere e dover essere, Joyce Carol Oates anni si muove in un campus femminile e mette insieme le asperità irrisolte di Minette Swift con la ricerca del sé di Genna Hewett-Meade che sulle spalle porta il peso di un nome da difendere e un’eredità familiare con la quale fare i conti.

Il risultato è Ragazza nera, ragazza bianca (Mondadori, 2014) un romanzo forte tra le cui pagine si cela il romanzo implicito che racconta di Genna (voce narrante) e di suo padre, Max Meade, avvocato rivoluzionario dal passato non esattamente trasparente.

Una voce assolutamente originale antirazzista, priva di qualsiasi compiacimento e in grado di fare odiare la ragazza nera della quale occorrerebbe prendere le parti per un viaggio nell’inferno di due diciannovenni che non lascia spazio ai facili moralismi o alla retorica.

Aprile. Un consiglio di lettura

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Che Alan Bennett sia inarrivabile nel raccontare le signore in là con gli anni (Sua Maestà la regina Elisabetta compresa) è un fatto noto. Anche in La signora nel furgone si rimette alla prova con la certa età ma sceglie di raccontare le sue peripezie con una donna, suo malgrado vicina “di casa”, detestabile, sporca e puzzolente. Le situazioni comiche, come è facile intendere, si scatenano in un fuoco di fila. Lei è Miss Shepherd, “in missione per conto di Dio” verrebbe voglia di dire, che ha deciso di sistemare il suo fetido furgone nel vialetto di casa Bennett e torturare il povero scrittore con i suoi pamphlet a base di invettive contro il mondo.

Che dire, il divertimento è assicurato.