Lettera sulle forme dell’accoglienza

A migrant shouts a slogan as he wears a Tee Shirt with the message, "Open The Way" as he stands on the seawall at the Saint Ludovic border crossing on the Mediterranean Sea between Vintimille, Italy and Menton, France

Caro amico,

qualche giorno fa mi hai chiesto se potevo “sostenerti” alle prossime consultazioni regionali siciliane. Evito di osservare che negli ultimi 35 anni non ho mai avuto tue notizie nemmeno per le feste comandate e che, quando ci siamo rivisti per la solita rimpatriata con i compagni di scuola, hai dimostrato un esemplare distacco nei confronti miei e del resto dei convenuti. Ammetto che certe occasioni non sono facili da digerire per nessuno, compresa me che non amo le riunioni all’insegna della nostalgia. Fatto sta che se solo ti fossi preoccupato di guardare ciò che pubblico sui social network, ti saresti reso conto che chiedermi aiuto per le elezioni era fiato sprecato. Perché, se lo avessi fatto, avresti visto che le mie opinioni politiche sono diametralmente opposte alle tue e, soprattutto in materia di migranti, ti saresti risparmiato la mia risposta tranchant.

Le mie posizioni sono chiare da sempre su questo argomento come su tutti quelli che hanno a che fare con la dignità umana e con i diritti dell’Uomo. Li ho espressi anche, qualche tempo fa, sul numero 6, anno VII, novembre-dicembre 2016 del periodico “Notabilis”. Te li ripropongo oggi.

Devotamente

EE

 

 

Chi ha paura dell’uomo nero?

Qualche tempo fa, un circolo culturale savonese mi chiese di tenere una conferenza su Chopin. Erano gli anni dei più massicci arrivi di stranieri dall’Est e così mi trovai a fare un paragone un po’ ardito, per il gusto di scuotere l’uditorio su un tema che mi sta particolarmente a cuore. Cominciai dicendo che l’epoca della quale avrei parlato aveva qualcosa in comune con quella che noi stavamo vivendo perché entrambe vedevano dei flussi migratori dall’Est all’Ovest dell’Europa. Fu anche in forza di questo spostamento che, dal secondo Ottocento in poi, arrivarono nel cuore del nostro continente alcuni dei musicisti che ricordiamo tra i maggiori dell’Ottocento. A queste parole, una signora dalla sala mi interruppe dicendo che, nel caso citato, arrivò a Parigi Chopin ma in Italia, invece, importavamo solo ladri e assassini. Frenando il desiderio di dare della razzista alla donna in questione, mi limitai a rispondere che di Chopin ne nasce uno su un milione, quindi è probabile che se avessimo voluto trovare un genio anche nel nostro tempo, avremmo dovuto cercare tra molte “persone normali” e, tra queste, chissà quanti di pochi scrupoli ne avremmo scoperti. La sconosciuta tacque e a me sembrò pleonastico aggiungere per esempio che l’Italia (ma anche gli altri paesi del Vecchio Continente), negli Stati Uniti, non esportò soltanto bravi e onesti lavoratori.

Solitamente, quando penso all’incontro tra individui di luoghi differenti del mondo, con culture e abitudini diverse, penso all’arricchimento reciproco. Ed è questa la prima e principale cosa che mi preme perché conoscere l’altro da sé vuol dire mettere in discussione le proprie convinzione e non accogliere necessariamente quelle altrui, quanto piuttosto provare a cambiare prospettiva.

Non amo la parola “integrazione” e amo ancor meno “tolleranza” che contiene il sé il germe dell’accettazione di qualcosa che non ci piace e che, appunto, ci limitiamo a tollerare anche obtorto collo. “Integrazione” non mi piace perché non desidero che un uomo che viene dall’Africa si integri nella mia cultura rinunciando alla sua e, d’altra parte, nemmeno io voglio fare altrettanto; trovo invece proficuo imbastire un dialogo che, alla fine, lasci in ciascuno una parte dell’altro. Esattamente come avvenne con la musica nella seconda metà dell’Ottocento: Liszt e Chopin, entrando in contatto con la forma consacrata dalla nostra tradizione, arricchirono la loro esperienza musicale e, dal canto loro, portarono a noi nuovi ritmi e diverse soluzioni armoniche senza che né la loro musica, né la nostra abbia perduto identità.

La chiusura al nuovo e al diverso, d’altra parte, è sempre e comunque anticamera della stasi e, dunque, della morte. Dallo scambio di geni – così ci insegna la scienza – nascono individui più forti o, più semplicemente, è dall’unione di due patrimoni genetici che nasce una nuova vita. Spostiamoci dal microcosmo dell’individuo al macrosistema di uno stato e scopriamo come il discorso rimanga valido. Proviamo infatti a pensare a cosa è accaduto a quelle realtà politiche che in determinati periodi della loro storia, a causa di regimi totalitari, hanno chiuso le loro frontiere e impedito la libera circolazione delle idee: inevitabilmente sono tutte rimaste ancorate ad un passato statico all’interno del quale le voci forti sono state quasi sempre quelle dei dissidenti.

Dunque, non è solo per sensibilità e per “umanità” che aborro ogni dichiarazione di chiusura agli stranieri, è per calcolo. Non credo che le frontiere vadano protette da chi non sta attentando ad esse, penso piuttosto a una regolamentazione, a un controllo che garantisca libertà, democrazia e giustizia per tutti, che porti a noi il nuovo, il diverso. Voglio imparare ciò che non so da chi non conosco e voglio insegnare ciò che so a chi non conosce me. E alla fine, non m’importa se tra gli sconosciuti incontrerò il nuovo Chopin, perché mi basta sapere che da ciascuno di loro potrò trarre qualcosa che arricchirà la mia cultura ancora prima della mia umanità. (Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

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Chat Room. Amore della mamma #11

–  Ciao…
–  Ciao
–  Sono giorni che guardo le tue foto
–  Perché?
–  Sei bellissima…
–  Grazie.
–  Sono V. 20 anni
–  Potrei essere tua madre
–  Non mi interessa…
–  Se lo dici tu
– Stanotte ti ho sognata
–  Addirittura
– Sì

–  Facevamo l’amore e aspettavi mio figlio
– …
–  Ehi?
–  Questo mi pare davvero impossibile, a meno che tu non sia lo Spirito Santo.

–  Cavolo! Allora potresti essere mia nonna!!

(Emanuela E. Abbadessa)

Chat Room. Amore della mamma #10

–  Ciao…
–  Ciao
–  Sei molto bella
–  Grazie
–  Che fai?
–  Sto scrivendo
–  Bello!
–  Sono F. 19 anni
–  Sei molto giovane
–  Anche tu…
–  Potrei essere tua madre
–  Cazzo… FANTASTICO!!!!
–  …
– Ci sei?

–  …
– Ehi???
–  …
– Non rispondi???

–  …
– Mi piaci un casino…
–  …
–  Questo significa che non mi manderai una tua foto nuda?
(Emanuela E. Abbadessa)

 

 

 

 

Lettera sulla presunzione del giudizio

Dadgad_112

Cara amica,

questa mattina, accedendo ai social network, mi sono di colpo accorta che molte notizie riguardavano il fidanzamento di un noto rapper (almeno credo si tratti di un rapper), Fedez, con una bellissima ragazza che di cognome fa Ferragni. Tutti sembravano conoscere i due benissimo. Mi sono resa conto che, un po’ per l’isolamento dovuto a questi mesi di clausura legata alla scrittura del mio nuovo romanzo, un po’ perché della cosa mi importava poco, non sapevo chi fosse la futura sposa. Di contro, tutti sembravano conoscerla benissimo.

Così – e ammetto subito il velato snobismo della mia frase – ho scritto un post dichiarandomi fuori dal mondo per la mia totale ignoranza riguardo alla signorina. Niente altro, soltanto questo. E si trattava più di un mea culpa che d’altro. Per altro verso, ho subito digitato il nome della ragazza su Google e ho saputo quel minimo che potevo attingere dalle prime voci indicizzate.

In molti hanno risposto al mio post dichiarandosi nelle mie stesse condizioni. Altri hanno dato giudizi di valore (non richiesti) sulle nozze del momento ma, in linea di massima, le persone all’oscuro dell’avvenimento, erano più o meno della mia fascia di età.

Ma non è questo il punto. Il punto è che a metà mattinata, uno dei miei contatti su Facebook ha risposto al mio post dicendo che la signorina in questione è bella, brava e sveglia e se io per prima dicevo di non conoscerla, lo facevo solo per invidia.

L’affermazione mi ha colpita. Anzitutto perché la persona che ha scritto non mi conosce personalmente e, dunque, non sa quanto sia alieno da me il sentimento dell’invidia: io sono, in linea di massima, una persona che gioisce dei successi altrui. Infatti, mi sono premurata subito di rispondere che intanto non avevo sminuito in alcun modo le capacità della suddetta (le immagino elevate se è riuscita a farsi notare in questo vasto mare del web); in secondo luogo che, anche volendo, non avrei motivi per invidiare la promessa sposa, nota blogger di moda, come ho poi scoperto. E questo per vari ordini di motivi, non da ultimo il fatto che mi ritengo soddisfatta degli obiettivi da me raggiunti, che non ho mai aspirato a diventare una blogger di moda e quindi non sono mai stata in competizione con la Ferragni; che per quanto trovi estremamente apprezzabili gli uomini tatuati e, all’occorrenza, più giovani di me, ho già una soddisfacente relazione amorosa con un uomo più giovane e tatuato (anche piuttosto bravo con la chitarra e molto intonato, direi), che non desidero sposarmi e che, essendo stata anche io, al mio tempo, giovane e carina, non mi trovo nella condizione di “rosicare” per la bellezza altrui, anzi, ne godo ritenendola un dono per l’umanità.

Ora ti chiedo, perché dietro qualsiasi affermazione, anche la più innocente o quella fatta con la maggior leggerezza, tipica dell’enorme bar dello sport che è Facebook, qualcuno presume di potersi arrogare il diritto di vedere cattiveria, immaginare un retropensiero che non c’è e, soprattutto, giudicare?

Ci siamo davvero ridotti così? Che pena non riuscire a sorridere di una battuta.

Detto ciò, amica mia, ti lascio e auguro ai due bellissimi prossimi sposi ogni felicità.

Devotamente

EE