Lettera sul diritto di essere Carmen

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Prima d’ucciderti, io t’ho baciata.

Non mi restava altro modo che questo:

uccidermi morendo in un tuo bacio.

(W. Shakespeare, Otello)

Noi donne siamo davvero Desdemona? Come lei nella morsa di Otello, vilipese, violentate, illuse, annientate, soffocate immotivatamente da una cieca furia maschile? La risposta è positiva, secondo Algra, neonata casa editrice siciliana che ha come obiettivo quello di dare voce a tutte le forme di espressione artistica. Il titolo che infatti Algra ha mandato in libreria in occasione dell’8 marzo scorso è Noi siamo Desdemona, un volume di racconti a più mani – inserito nella collana “Fiori Blu” – che si fregia di firme importanti da Simona Lo Iacono a Lia Levi, da Tea Ranno ad Elvira Seminara. Undici racconti di sopraffazione, di violenza e di dolore, quasi una corona di fiori sulle tombe di altrettante vittime della brutalità gratuita, messe insieme con garbo da Maria Rita Pennisi.

Le storie minime e atroci di donne violate e uccise si susseguono in una serie di camei che ritraggono la profuga dell’Est costretta alla prostituzione (Il verificatore insonne della Attanasio), la mater dolente narrata (Il peggior nemico della donna è una donna di Angela Bonanno), Maria Rita bruciata viva (Cosa rimane di lei della Fiume), la donna per la quale il dono di una rosa è solo sinonimo di una riparazione impossibile a nuove atrocità (Trenta rose della Levi), fino a quella sorta di Malèna bellissima e triste ritratta dalla Lo Iacono con rara efficacia in Il dannamento.

Tra la violenza psichica raccontata dalla Pavone e quella brada descritta dalla Ranno, trova però spazio anche la vicenda di Salvuccio, il ragazzino che voleva essere chiamato Manuela, come l’eroina della sua telenovela preferita. Molestato dallo zio, Manuela è omosessuale per bisogno, trans per necessità, prostituta per sopravvivenza e cadavere senza alcuna ragione. Manuela, lo scherzo della natura, l’incompreso, si staglia tra le vittime incolpevoli con la grazia di un martire cristiano, di un San Sebastiano col trucco pesante, sullo sfondo di una Palermo sfolgorante di bellezza.

La sensazione di disperata vacuità che resta addosso dopo la lettura dei racconti, trova in qualche modo una catarsi dolente nelle pagine che chiudono il volume. E’ Elvira Seminara a scriverle mettendosi alla prova con il silenzio estremo che pervade all’esalare dell’ultimo soffio di vita, intessendo così un commovente accompagnamento alla morte dal titolo che riecheggia un altrimenti sensuale e struggente Neruda, Sei bellissima quando dormi.

Mogli, madri, figlie, sorelle, amanti indifese e vittime di uomini troppo cattivi, capaci di feroci escalation di violenza. Innocenti le donne, tutte indistintamente.

Ed ecco il punto, in questo volume, come altrove, nelle pagine di cronaca nera e soprattutto nelle molte altre che riempiono ormai gli scaffali delle librerie – e fortunatamente perché solo parlando di questa violenza si può veramente formare una coscienza sociale del problema –, le donne sono sempre e unicamente vittime innocenti, incolpevoli agnelli sacrificali, capri espiatori. Lo sottolinea anche la Pennisi nella sua Prefazione: «Il titolo Noi siamo Desdemona è sorto spontaneo, pensando all’innocente Desdemona, vittima della furia cieca di un uomo».

Io credo però che un vero passo in avanti nel dibattito debba essere condotto su un altro piano. Un piano di reale uguaglianza sul quale la questione non può in alcun modo essere legata ai concetti di innocenza e colpevolezza se è vero com’è vero e come urlavano i nostri slogan di allora, che siamo “né streghe né madonne, solo donne”.

Si diceva un tempo (e si continua a dire oggi) che la vera conquista per le donne non sta nel fatto che una donna intelligente possa occupare un posto di potere ma che possa farlo una donna stupida, perché, nella pratica, gli uomini stupidi in alcuni casi già lo fanno. Mutatis mutandis, dunque, non sarebbe più corretto pensare che nessun essere umano deve essere ucciso e che a fortiori, una donna non si uccide non solo in quei casi in cui è vittima innocente di gelosia folle, di possessività, di insensate smanie di dominio ma anche quando davvero tradisce (ammesso che abbia senso parlare di tradimento, da qualsiasi individuo provenga, e non piuttosto di libera scelta di amare e di smettere di amare così com’è normale che sia e come di fatto avviene nella vita), quando reclama giustamente la propria totale autonomia, quando chiede rapporti di coppia paritari?

Uscendo quindi da questo impasse in cui i fantasmi delle troppe vittime somigliano a personaggi stilnovistici da innalzare al ruolo di dee e annientare appuntando loro una “A” scarlatta sul petto, proviamo a immaginare non Desdemona, ma Carmen. Una Carmen libera e traditrice, capace di irretire con una promessa d’amore don Josè e libera poi di lasciarlo per Escamillo. Vestiamo i suoi di panni, quelli sporchi e bagnati di sudore, non le trine di Desdemona e, come lei, affermiamo la nostra libertà di non dover morire punite dal coltello dell’amante rifiutato. Perché una donna non si uccide mai, né che sia fedele, succube e obbediente né che proclami la propria autonomia, la propria libertà di amare, di non amare e concedersi a chi vuole.

Devotamente

EE.

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5 pensieri su “Lettera sul diritto di essere Carmen

  1. Condivido il pensiero sul vivere liberamente la propria sessualità e concedersi a chi si vuole senza il marchio sessuofobico di puttana come un insulto, come fosse un male da estirpare (o un peccato da redimere come nel caso di Violetta) anziché una scelta.

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