Agosto. Un consiglio di lettura

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Lui non è come gli altri. Non lo è l’autore ma non lo è nemmeno il suo investigatore.

Il primo è Massimo Gardella che dopo l’esordio con il vuoto inquietante e bellissimo del Quadrato di Blaum (Cabila, 2009) regala due storie legate a Remo Jacobi.

L’ispettore Jacobi (conosciuto con Il male quotidiano, Guanda, 2012) non sa cucinare, non è particolarmente bravo con le donne, non ha vezzi dialettali quando parla e la sua prima aspirazione è affossare i casi su cui indaga. La seconda e ben più importante è arrivare alla vecchiaia come il padre, vecchio e ombroso saggio, con cui divide casa e vita.

Nel suo ultimo libro, Chi muore prima (Guanda, 2013), Gardella si ispira ad una serie di suicidi seriali realmente avvenuti in Galles (puntando l’attenzione sui fatti accaduti tra il 2007 e il 2008). Le vittime, lì come nel romanzo, sono giovani di una scuola che vengono trovati uccisi (suicidi?) apparentemente senza nessuna ragione.

Ancora una volta l’autore racconta il vuoto: quello lasciato dalle vittime, quello fatto di oggetti a loro appartenuti che si privano di senso ma, nello stesso tempo, contengono le vestigia del proprietario.

E Remo Jacobi si muove tra l’inspiegabile con lentezza, acutezza e la latente disperazione che il suo passato gli ha lasciato dentro.

A questo punto non resta che aspettare il nuovo caso di un ispettore capace di irretire con la sua diversità anche chi non ama il genere giallo o noir. Perché trovandosi tra le mani un libro di Gardella è davvero difficile pensarlo all’interno di un genere.

Lettera sui tatuaggi

1910

 

O Captain! My Captain! Our fearful trip is done;

The ship has weather’d every rack, the prize we sought is won;

The port is near, the bells I hear, the people all exulting,

While follow eyes the steady keel, the vessel grim and daring

But O heart! heart! heart!

O the bleeding drops of red,

Where on the deck my Captain lies,

Fallen cold and dead.

(W. Whitman)

 

Cara amica,

mi chiedi spesso perché mi sia tatuata e perché voglia continuare a farlo. Non credo di poterti dare altra risposta che non sia il racconto di come nacque il mio desiderio.

Il Capitano lo conobbi nell’estate del mio quarto compleanno. Villeggiavo con i miei genitori ad Abano e, mentre mamma era impegnata con i fanghi, gli anziani ospiti della stazione termale, facevano a gara per tenermi compagnia. Ero una bambina socievole e ben educata.

Il Capitano però era speciale per me. Dal filtro deformante della mia infanzia non sapevo definire la sua età ma a me sembrava vecchissimo.

Mi portava in piscina a nuotare e mi raccontava di viaggi, di terre sconosciute, di mari insidiosi e di passaggi dell’Equatore che io mi figuravo come una linea nera e netta tracciata chissà come in mezzo al mare.

Era tatuato. Tutto il suo corpo era tatuato. Un tripudio di delfini e sirene correva lungo il torace, la schiena, le cosce, i lombi, nei tratti imprecisi dei segni lasciati dagli aghi e scoloriti dal tempo, deformati dagli anni. Ancore, timoni, nomi di porti, di donne, polene e tritoni sui quali passavo il dito piccino ammirata, immaginando una storia dietro ciascuno di quegli arcani sulla pelle cotta dal sole e conciata dalle fatiche.

Fu allora, scorrendo sulla testa di una medusa, che pensai che anche io un giorno avrei voluto essere quella meraviglia, anche io avrei voluto un corpo capace di raccontare la storia della mia vita. Amavo il Capitano e il suo corpo di leggende dipinte. Io volevo un corpo altrettanto capace di narrare.

Poi crebbi ma tatuarsi non era ancora di moda. Se avessi voluto farlo non c’erano alternative che non fossero luoghi a me ignoti nei pressi del porto. Altri dicevano che in carcere ci si tatuasse. Entrambe le opzioni mi sembravano interdette o difficilmente praticabili.

Poi crebbi ancora. I tatuaggi erano ormai una moda e non mi sarebbe stato difficile decorare il mio corpo se non fosse stato che mio marito inorridiva alla sola idea di un segno sulla mia pelle. Desistetti e attesi.

Poi crebbi ancora e il mio papà, col quale avevo sempre covato il desiderio di scriverci la pelle, doveva subire un intervento chirurgico e, sull’onda dell’emozione, ci parve possibile strappare il consenso ai nostri coniugi “in bianco e nero”, mentre noi immaginavamo sagome flessuose di misteri indelebili sull’epidermide. Papà pensava a qualcosa da dividere in due, una metà per ciascuno, un segno permanente della nostra eterna unione. Ma io avevo paura, paura per l’intervento e per il carico emotivo di quella metà su di me mentre lui ne avrebbe posseduto l’altra in una stanza sterilizzata sotto lampade di un innaturale lucore. Desistetti e attesi.

Poi crebbi ancora e donavo sangue, plasma, piastrine. A volte mi capitava di pensare ai delfini sorridenti sui bicipiti del Capitano e alla mia promessa mancata. Però per me donare ciò che avevo da dare era più importante che segnare il mio corpo in nome di un ricordo sepolto chissà dove. Desistetti e attesi.

Poi crebbi ancora e quasi mi facevo vecchia e né sangue, né piastrine dei miei vasi potevano più giovare a nessuno. E mi ritrovai a pensare ai tatuaggi, al Capitano, ai timoni, ai tritoni, alle balene e alle rose dei venti che, sul suo corpo magnifico, segnavano sempre il Nord. E fu allora che decisi: nel mio cinquantesimo anno di vita, ormai, so già quale sia la mia direzione. Non più flutti, niente isole misteriose, ancora qualche burrasca, è probabile, ma anche la consapevolezza di essere sempre capace di ricondurre a un porto sicuro il mio corpo. E, soprattutto, di non voler morire in bianco e nero, Capitano, o mio Capitano.

Devotamente

EE.

Rogo

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Succede di nuovo. Sono fra le mani del boia, spinto sui rami secchi, salgo su. Mi guardano tutti, hanno tutti paura, eppure mi amano. Il mio corpo sottile si allunga fino all’apice della catasta, Seguendo il gemito di una donna svenuta per il caldo. La afferro da dietro sento che è sudata. Mi si incolla addosso mentre la stringo forte consumandole i capelli e  le spalle, accarezzandole le tempie penetro le palpebre e siamo una cosa sola. La guardo scivolare via mentre smette di vivere prima di me che resto nella piazza urlante per un po’. Aspettando di spegnermi ancora.

Simone Peluffo

Ora lo so

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Guardavamo gli uomini strisciare attorcigliati poi alzarsi e cadere nel fondo degli acquitrini, schizzando via su mine nascoste nel fango delle paludi. Era inutile provare a fermarli non ci avrebbero sentiti. Dentro di noi qualcosa era cambiato perché di quei soldati conoscevamo la storia fin dalla nascita. Prima ancora di rendercene conto qualcuno ci aveva preso per mano e mentre le luci si accendevano i nostri occhi spalancati si incrociavano regalandoci la certezza che se avessero spento il proiettore e noi fossimo tornati a giocare fuori dal cinema, in quegli occhi lucidi, le immagini non avrebbero smesso di correre.

Simone Peluffo

 

Luglio. Un consiglio di lettura

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Volete divertirvi? E allora fatelo perché tutto ciò che avviene a Borgo Propizio – lo abbiamo imparato dal primo episodio della serie, uscito da Guanda – è motivo di ilarità. I personaggi di E le stelle non stanno a guardare (Salani) fanno ridere ma, badate, Loredana Limone, vulcanica autrice capace di esorcizzare i dolori personali e altrui attraverso la penna, è tanto abile da fare in modo che in ciascuna delle figurine che abitano questo regno magico della fuga dalla realtà cittadina ci sia qualcosa di ciascuno di noi. Paure, gelosie, imbarazzi, innamoramenti, vendette, infinitesimali meschinità quotidiane trovano un senso in un microcosmo in cui tutto è irreale ma, nello stesso tempo, tutto è verissimo.

Vero come le beghe per l’organizzazione di un festival letterario così simile ai tanti che sparsi per tutta la penisola che non si resiste alla tentazione di intercettare nei protagonisti della Limone i veri incontrati a Mantova, a Pordenone o chissà dove.

 

Il farmaco

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Georg si riprese dalla stanchezza dei muscoli, gonfi come gli occhi che facevano male.

Un male che veniva da dentro da quella stanza bianca arrivata dal nulla. All’improvviso mentre giocava con I suoi fratelli era piombato nel buio per trovarsi nel bianco, ferito dalla punta di un ago che lo aveva gettato nell’oscurità. Ora sentiva la vista spegnersi, orientandosi lungo il vetro di plastica, sentendo alcune voci provenire da dentro. Ma lui non le capiva.

“F14 provoca cecità permanente” disse qualcuno “E’ molto giovane”.

“Era il figlio di Lucy” disse la donna. “Georg?”

“Dimmi?” chiese lo scienziato.

“Perché ha il tuo nome?”

“Mi sembrava divertente. Tranquilla, cara, è solo una scimmia.”

 

Simone Peluffo

 

Giugno. Un consiglio di lettura

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Retolo è un paese della Sicilia come tanti, ininfluente nella geografia sociale. Vi abita Canio Calicchia, che ha ereditato dagli avi un ginocchio valgo e un impiego presso il cimitero dalla curiosa pianta a forma di vagina.

E’ a Retolo – posto immaginario il cui nome è modellato sull’anagramma di Loreto, luogo di apparizione mariana – e attraverso il dipanarsi di quotidianità minime che l’agrigentino Roberto Mandracchia mette in scena una grottesca commedia umana di rara efficacia e bellezza. Vita, morte e miracoli (Baldini e Castoldi) racconta come la vita del paese venga sconvolta quando Nunziatella Levo, vecchia che ha dedicato l’esistenza ad allevare galline, comincia a parlare con Gesù, la Madonna e le anime dei defunti.

Mentre Retolo si raccoglie in preghiera intorno a quella che i media definiscono “la mistica”, mentre i pellegrini bivaccano davanti a casa della Levo e un sedicente cugino della vecchia si muove abilmente con i politici locali per montare un redditizio business, solo Canio, piccolo eroe, resta escluso. Candido e isolato, con i suoi rituali quasi autistici, la sigaretta di trinciato forte, la visita al medico e gli incontri con la prostituta Tiziana, incarna il sottile esprit talmudico secondo il quale anche il più basso degli essere umani è pieno di virtù come un melograno. La virtù del necroforo è racchiusa nel “non capire bene” e quindi riuscire a vedere con lucidità ciò che sta avvenendo. Se il suo interesse è mantenere il posto fisso al cimitero, intento dei compaesani è cavalcare l’onda e sostenere la santità della Levo nella speranza di un ritorno d’immagine e di denaro.

Caparbio non volendolo, Calicchia diventa bersaglio di attacchi sempre più violenti all’interno di un romanzo che racchiude una profonda analisi delle dinamiche sociali in un microcosmo in cui tutti i comportamenti sono amplificati dall’atmosfera claustrofobica.

 

(una versione ridotta di questa recensione è apparsa sull’edizione siciliana de “La Repubblica” del 4 maggio 2014 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/04/il-business-della-santa-e-una-commedia-umanaPalermo08.html?ref=search )