À la manière de… Dostoevskij

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Qualche mese fa, insieme a Paolo Schiavi, grande libraio e titolare della libreria La Feltrinelli Point di Savona, e Mario Baudino, giornalista, critico letterario e amico, ho aperto a Savona una scuola di scrittura, scriviAMO.

Nel corso del primo ciclo di lezioni ho assegnato ad una classe di allievi particolarmente brillante un esercizio non semplicissimo. Un esercizio di stile, perché io credo molto negli esercizi di stile. Ho proposto loro una trama notissima che così ho riassunto: due ragazzi si amano, un potente si mette di mezzo impedendo il matrimonio, i due fuggono perdendosi di vista, scoppia un’epidemia che li fa ritrovare, si sposano. Questi erano i soli punti cardine tratti dal capolavoro di Alessandro Manzoni che avrebbero dovuto inserire nella loro narrazione, gli altri avrebbero potuto sceglierli a loro piacimento. La difficoltà stava nel fatto che ciascuno avrebbe dovuto “riscrivere” questo soggetto con lo stile del proprio scrittore preferito, cercando di imitarlo al meglio. Il tutto in mille parole o già di lì.

Ne sono venute fuori pagine ben fatte e alcune estremamente gustose. Ho deciso di presentare le migliori su questo blog perché, al di là della cura con la quale sono state realizzate, le trovo anche particolarmente divertenti da leggere.

Comincio con quella del giovanissimo (davvero giovanissimo, un teenager!) Francesco Auxilia. Un ragazzo delizioso che ha già un grosso bagaglio di letture “importanti” alle spalle e una particolare maestria nella scrittura. Francesco ha scelto di provarsi con lo stile di uno dei suoi autori del cuore, Fëdor Dostoevskij.

Ecco dunque I promessi sposi di Francesco Auxilia, in mille parole, à la manière de… Fëdor Dostoevskij!

 

Premessa dell’autore

Nell’iniziare il racconto delle avventure dei miei due eroi, Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella, mi trovo in un certo imbarazzo. E cioè: anche se chiamo queste due persone miei “eroi”, sono pienamente consapevole che essi non sono grandi persone. Quindi prevedo già domande del tipo: cosa mi dovrebbe interessare allora di queste due persone? Cosa hanno di tanto particolare? Perché io lettore dovrei perdere tempo ad apprendere i fatti delle loro vite?

A queste domande, io potrei solo rispondere questo: Forse lo capirete da voi leggendo il romanzo.

Ma se, una volta letto il romanzo, voi non concordaste sul fatto che i miei Renzo e Lucia siano persone notevoli? Smarrito nel risolvere tali quesiti, sorvolerò su di essi.

Con questo concludo la mia premessa. Sono d’accordo che sia pienamente superflua. Ma, dal momento che è stata scritta, che rimanga pure.

E adesso al lavoro.

 

I promessi sposi

Era una sera tranquilla, verso l’inizio di novembre. Don Abbondio, il curato del nostro distretto (che gli anziani ricordano ancora), stava tornando verso casa da una breve passeggiata, con un’aria tranquilla e serena. Teneva in mano il breviario, che ogni tanto apriva e di cui recitava qualche salmo.

Dirò solo che si trattava di una di quelle persone sicuramente pavide ma che, soprattutto, sono ancorate ad una vita tranquilla, placida, senza sconvolgimenti, priva di ogni sorta di avventura. Aveva deciso di divenire parroco non per una particolare vocazione, ma semplicemente perché riteneva il clero una classe piuttosto ragguardevole e agiata, a riparo da ogni prepotenza e contesa. Nelle controversie che spesso capitavano fra contadini o fra signorotti locali (che talvolta accadono ancora oggi), egli non prendeva quasi mai le parti di nessuno. Quando era proprio costretto, allora si schierava con il più forte, senza tuttavia farsi vedere troppo.

Solo una volta gli capitò di trovarsi in guai seri, ma di questo parlerò a tempo debito.

Egli dunque si stava avviando verso la propria dimora, quando ad un crocicchio si imbatté inaspettatamente in una coppia di bravi.

«Signor curato» lo chiamò uno dei due, puntandogli gli occhi in faccia, come per dire “Dove credete di andare, abbiamo un certo discorso da farvi.”

«Cosa comanda?» chiese il prete, come chiedendo: “Non c’è nessun problema, vero?”

«Voi avete intenzione di celebrare il matrimonio di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella?»

Il curato rimase sbalordito.

«Ecco… io sì, sapete come sono i giovani, no? Combinano i loro pasticci e poi vengono da noi a chiedere il conto all’oste… e noi siamo l’oste».

«Mi meraviglio di voi, signore. Perché non vi recate a Lecco?»

«Perché dovrei andare a Lecco?» si sorprese il curato.

«Così. Ho parlato perché mi dispiace per voi: se io fossi in voi lascerei perdere tutto al più presto, piuttosto che trovarmi in una situazione grave».

Don Abbondio capì, stupendosi ancora di più.

«Allora ci siamo intesi? Anche due chiacchere, con uomo intelligente come voi, sono interessanti, e non devono essere riferite a nessuno. A proposito, vi portiamo i saluti di Don Rodrigo».

Se ne andarono ridendo e lasciando il curato desolato e angosciato. Quest’ultimo riprese il cammino; era agitato, sconvolto, sarebbe impossibile per noi riportare il corso preciso dei suoi pensieri. Lui stesso avrebbe ricordato in futuro questo come uno dei peggiori giorni della propria vita. La sua anima sentiva il bisogno di sfogarsi, di trovare un responsabile, un colpevole, e si scagliò prima contro Renzo e Lucia, poi contro Don Rodrigo.

Arrivato a casa, il parroco si ritirò, ma durante la notte l’agitazione continuò a tormentarlo. Era quasi l’alba quando, nella sua camera, si presentò un uomo, di mezza età, ben vestito, penetrato lì Dio solo sa come.

«Buonasera signor curato, ricordatevi che tra poco celebrerete la nascita di colui che mi ha sconfitto. Sta per iniziare…».

«L’avvento! E durante l’Avvento non ci si può sposare. Mi basta solo trattenere Renzo per qualche giorno, poi due mesi di tranquillità!»

Si addormentò.

L’indomani mattina Renzo giunse alla casa del parroco di buon ora e di buon umore. Faceva il filatore di seta, professione a quel tempo in decadenza, ma che gli assicurava una certa agiatezza, assieme alla coltivazione di un piccolo podere. Rimasto orfano in tenera età di entrambi i genitori, da allora svolgeva il mestiere di suo padre. Era un ventenne generalmente ammodo, quieto ma talvolta impulsivo, istintivo, anche questo difetto sarà stato dovuto alla sua giovane età.

Gli avvenimenti che seguirono non furono mai troppo chiari: c’è chi dice che Renzo abbia saputo la verità da parte di Perpetua, la domestica del parroco, o chi sostiene che il giovane abbia costretto il curato a sputare il rospo con la forza.

In ogni caso, resta il fatto che Renzo, saputo come stavano le cose, si precipitò subito a casa della fidanzata, Lucia Mondella, raccontando l’accaduto.

Lucia era una giovane contadina, di origini piuttosto umili, di quelle che si incontrano spesso: modesta, caratterizzata da un grande pudore, molto riservata. Il padre, Giovanni, era ormai mancato da molto tempo. Con Lucia era rimasta solo la madre, Agnese.

Temendo una possibile reazione da parte di Don Rodrigo, i due fidanzati decisero di separarsi. Lucia si sarebbe rifugiata a Monza, Renzo invece a Milano.

In quel momento passò, davanti al cortile, l’ormai anziano conte Alessio, dal quale Renzo si fece dare un passaggio.

La carrozza dette uno scossone e partì a spron battuto. Il giovane si girò, fece un ultimo cenno di saluto a Lucia. Tutto era confuso nella sua anima, egli osservava avidamente i campi, gli alberi, i monti. L’inquietudine, la rabbia verso Don Rodrigo, la tranquillità di essere al sicuro si susseguivano senza posa.

Dopo un buon lasso di tempo, si trovò davanti a Milano.

«Sono un vigliacco!»

In seguito si seppe che Don Rodrigo aveva proibito la celebrazione del matrimonio per una scommessa, fatta con suo cugino.

Ora non mi dilungherò troppo a spiegare come un nobile, ricco, colto, potente, si sia immischiato in un affare di questo genere. Conoscevo un giovane di ottima famiglia, istruito, ricchissimo, che tutto d’un tratto si mise a far scommesse d’ogni genere, perdendo anche somme considerevoli, sino a diventare indigente. Analogamente, anche l’azione di Don Rodrigo era senza dubbio dettata dalla vanità.

Comunque sia, i due fidanzati dovettero stare lontani per lungo tempo. Si raccontava che entrambi avessero vissuto momenti non facili durante la loro separazione, momenti che sarebbero stati sempre rimasti impressi nella loro memoria. A quanto si dice, Lucia dovette fuggire da Monza, mentre Renzo fu costretto a rifugiarsi a Bergamo.

Era quello il periodo infatti in cui si diffuse la peste, di cui si ammalarono, fra gli altri, il giovane filatore e Don Rodrigo.

Ancora oggi molti ricordano l’orribile fine del signorotto, divorato dalla peste. Alcuni asseriscono addirittura che egli, in punto di morte, si fosse pentito delle proprie malefatte, e che fosse stato persino perdonato da Renzo.

La cosa comunque certa è che questi, guarito, si mise subito in cerca di Lucia.

La sera in cui partì (approfittando di un altro viaggio del conte Alessio Caramazi) l’aria era fresca e pungente, nel cielo terso brillavano, enormi, le stelle. La carrozza volava verso la destinazione, nell’anima di Renzo c’era solo lei, un dolce torpore lo cullava, un’allegra malinconia. Attaccò discorso con il conte, ma ben presto si rese conto che non stava ascoltando ciò che il nobile diceva.

Quando arrivò al Lazzaretto era notte fonda. L’edificio era chiuso. Renzo fece il giro del palazzo, alzando lo sguardo, vide una finestra illuminata. Vi si accostò, con il cuore che batteva all’impazzata. Ai suoi occhi si presentò Lucia.

Francesco Auxilia

Lettera sui dialoghi dell’assurdo

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Caro amico,

qualche giorno fa, a Genova, sono stata derubata della borsa che, come spesso avviene con le donne, conteneva qualsiasi cosa: dai documenti agli effetti personali, dalle carte di credito agli scontrini delle farmacie che avrei allegato alla mia denuncia dei redditi. Ne sono uscita molto provata, senza contare il tempo che ci vuole a ripristinare il tutto e il non indifferente danno economico.

Ma proprio accingendomi a rifare i documenti, mi è occorso un caso che, ti prego di credere, riporto esattamente così come si è svolto.

Mi trovavo all’ufficio anagrafe della mia città per farmi rilasciare un nuovo documento di identità, davanti ad una solerte impiegata che ringrazio per la velocità con cui ha provveduto. E lo dico senza nessuna vena d’ironia anche se il caso ha voluto che dall’incontro sia venuto fuori un dialogo dell’assurdo.
- Stato civile?
- Vedova
- Ne è sicura?
– Direi di sì.
- Ma guardi che lei risulta coniugata. E’ certa che suo marito sia morto?
- Beh, era un po’ pallido.
L’impiegata mi guarda perplessa.
– Allora si è risposata.
– Non che io ricordi.
– Strano.
– Guardi che nella precedente carta di identità che mi avete rilasciato voi risultavo vedova.
– Strano.
– Pensa possa essere risorto?
L’impiegata fissa il terminale dubbiosa.
– E se le mettessi una lineetta al posto dello stato civile?
– C’è un’alternativa?
– Sì: coniugata.
– Vada per la lineetta.
– Sì, ma dov’è morto suo marito? Ammesso che sia morto… (aggiunge pensando che mi stia prendendo gioco di lei)
– A Catania.
– Allora chiami l’anagrafe di Catania e dica di comunicarcelo.
– Ma lo sapevate già, infatti nell’altra carta che mi avete fatto ero vedova.
– Strano.
– Beh, qualcuno l’ha già fatto.
– Cosa?
– Risorgere.
L’impiegata fissa il terminale.
– Sa, la Pasqua è vicina. Sono cose che capitano. Sebbene mio marito non fosse ebreo. Sa, gli ebrei vanno forte nelle resurrezioni.
L’impiegata tace e mi passa alcuni cartoncini da firmare. Dietro di me le persone in fila che hanno sentito ridono e mi guardano con una specie di pietà.
Predo il nuovo documento e fisso la lineetta. Stato civile: lineetta.

A questo punto si apre un interessante caso teologico: sono coniugata in quanto mio marito è effettivamente risorto o lo sono in quanto abbadessa e dunque sposa di Cristo? E in questo caso, non sarei dovuta risultare coniugata anche in tutti i precedenti documenti pre matrimonio e post mortem?
Quasi quasi chiamo papa Francesco.

 

Devotamente

EE.

Aprile. Un consiglio di lettura

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Il libro non è recente e, apparentemente, anche il tema sembrerebbe collocato in un altrove morbido, che odora di cipria, sudore e forcine per capelli. Ma è davvero così lontano il mondo dei casini? Per molti dei nati dopo l’approvazione della Legge Merlin, le domande sono tante, poche le risposte e spesso solo storiche o quasi scientifiche, quando non meramente sociologiche.

Ma allora, sì, spettegoliamo! Facciamo un tuffo nel passato e  vediamo un po’ chi ci va e chi non ci va e, soprattutto… chi va con chi! Il pettegolezzo poi si fa ancora più gustoso se i personaggi sono veri Personaggi. Cioè non solo persone in carne ed ossa ma, per sovrappiù, scrittori famosi colti che tra sete e satin, mentre godono delle grazie di preziose mondane.

Ma non c’è soltanto questo nel raffinatissimo Le signore della notte di Giuseppe Scaraffia, uscito da Mondadori nel 2011. C’è tutta la magia di un passato odoroso e  l’incanto delle cose che non tornano più, come quello delle rose non colte di gozzaniana memoria che, guarda caso, chiudevano proprio l’inno a una vecchia cocotte.

Il libro è dunque un saggio che si legge come un romanzo sui vizi poco privati assai più che sulle pubbliche virtù dei letterati più noti del secolo che fu o giù di lì. Imperdibile.

Lettera sulle molte espressioni del talento

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Caro amico,

sono sempre stata affascinata da quelle figure di artista che sembra riescano ad eccellere in campi diversi. Non starò qui a farti un elenco dei molti nomi possibili, semmai permettimi di consegnarti solo quello di E.T.A. Hoffmann, cui per passione e per fantasia sono particolarmente legata.

Talenti diversi quello della pittura, della scrittura, della musica? Non so o, quanto meno, non ne sono sempre certa. Forse si tratta semplicemente di espressioni differenti di un medesimo talento.

Ma tu mi dici di aver l’impressione di saper far tutto ma nulla davvero bene. Temo che il tuo sia un abbaglio.  Forse, caro amico, è solo degli spiriti inquieti la necessità di reinventarsi continuamente, di provare nuove strade, di formarsi identità diverse ma comunque sempre fedeli a ciò che siamo. A volte penso che se io stessa non fossi inquieta come sono, una strada avrei scelto e quella avrei seguito per tutta la vita. E invece, e invece… E invece mi ritrovo ancora una volta appena all’inizio di una nuova avventura che non so dove mi condurrà ma so per certo che è quella che adesso voglio vivere.

La sensazione che a volte gli spiriti inquieti hanno di saper fare molto ma nulla bene, credo nasca dal fatto che su nessuna delle cose si sono soffermati abbastanza a lungo da poter dire “io sono questa persona e faccio questa cosa”. Ma, andiamo, amico mio, la normalità è per le persone prive di fantasia! E né tu né io, per fortuna, siamo tra queste. E cosa vuoi che importi a quanti anni si decida di seguire una strada? Potrà essere una strada nuova o già percorsa, cosa importa! La magia racchiusa nella capacità di darsi nuove identità (anche se duole, se lacera, anche se senti la terra mancarti sotto i piedi…) sta tutta nel sapere che c’è sempre un’altra strada da intraprendere. E questo non fa invecchiare mai, lo sai.

Chi lo sa, a sessantanni potrei anche prendere i voti e diventare davvero una badessa, en fin!

Non so se Antonio Marangolo appartenga alla schiera degli spiriti inquieti. Lo conosco ma non abbastanza per dirlo. Ma credo di sì. Musicista, pittore, scrittore… Ti basta. Recentemente è approdato a Mondadori con un suo romanzo di qualche anno fa, Complice lo specchio, uscito in prima battuta da un editore siciliano, Bonanno cui il fiuto non manca di certo. Un artista che intesse di musica anche le sue pagine, pensa che a Bach e al jazz ha dedicato un delizioso volumetto, Il sassofono ben temperato, uscito da A&B (costola appunto di Bonanno), nel 2011. Lì il caso è davvero particolare: cosa succederebbe se Johann Sebastian Bach potesse tornare oggi tra i vivi? Ipotesi allettante narrata con brio in un aldilà in cui il Padreterno concede agli artisti la possibilità di tornare per qualche giorno sulla terra per assorbire nuovi stimoli e continuare così, anche dopo morti, il loro percorso creativo. Bach sceglie gli Stati Uniti e, a Central Park, si imbatte in Ornette Coleman intento a leggere la partitura del Clavicembalo ben temperato. Tra lo stupore del musicista e la curiosità del Kantor si dipana un fitto e divertente dialogo intessuto di suoni, teologia e filosofia. Dal neonato sodalizio nasce l’idea di scrivere delle nuove Invenzioni a tre voci da affidare ad un sassofono. Per eseguire la nuova musica, la scelta cade su Nino Manolo Tragao (anagramma di Antonio Marangolo) oscuro sassofonista siciliano trapiantato – come lo stesso Marangolo che vive nel Monferrato, ad Ovada – nel Nord Italia.

Ma lascia che ti parli di lui attraverso un pezzo che scrissi qualche anno fa, apparso sulle pagine siciliane di “Repubblica” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/08/14/donne-sicilia-di-voyeur-granite-prostitute-isola.html?ref=search) il 14 agosto 2010.

«La donna; ecco il grande tema! Lo capiscono tutti quello!». Così il padre del “dongiovanni involontario” di Brancati redarguisce il figlio nella speranza di farlo appassionare alle bellezze muliebri piuttosto che alla filosofia. E come dargli torto. Soprattutto se le donne delle quali si parla sono siciliane. Donne all’ennesima potenza come potrebbero testimoniare i personaggi maschili dei quattro romanzi che Antonio Marangolo, scrittore per caso ma musicista per professione – sassofonista di Francesco Guccini e con un carnet di collaborazioni come Paolo Conte, Miriam Makeba, Vinicio Capossela, Ornella Vanoni – ha dato alle stampe per i tipi dell’acese A&B dal 2003 al 2010, anno di pubblicazione del suo Il circo Moreno, quello in cui i riferimenti autobiografici sembrano più evidenti. Già dalla copertina che riproduce un quadro del 2010 dello stesso Marangolo dal significativo titolo Prima o poi, in cui davanti ad uno sgabello vuoto e un cappello pronto a ricevere elemosine, campeggia una tromba.

Catanese di nascita, trasferitosi adesso ad Ovada, nell’Alto Monferrato, Marangolo sceglie come scenario privilegiato la Sicilia della sua infanzia: immobile, surreale ma di una bellezza abbagliante. Su una quinta assolata di lava nera, Riccardo Politi, protagonista del Cavalier Politi (2003) divide il suo tempo tra il Circolo Universitario, dove nessuno dei frequentanti s’è mai laureato, e la terrazza della casa a mare dell’ingegner Laudani, esclusivo salotto letterario. Ospite ricercatissimo per la sua teoria sulla digeribilità dei cibi siculi – molti dei quali considerati da Politi addirittura letali -, il protagonista appare alieno dall’attività che impegna fino allo stremo gli uomini del paese: guardare le donne. Nulla di ozioso in tutto ciò, s’intende, anche se costringe gli isolani ad abbandonare ogni occupazione lavorativa, perché il continuo cercarsi con gli occhi non è solo una forma astutissima di corteggiamento spesso coronata da successo, è piuttosto il realizzarsi dell’“amplesso oculare”, impossibile con donne che non siano siciliane. Sono loro le uniche a saper legare un uomo col solo sguardo tanto da farlo sentire a tutti gli effetti fidanzato. Ma questo guardare agognando lo sfiorarsi di una mano, d’una coscia attraverso il satin della gonna non avrebbe mai interessato Politi se un giorno, per caso, non si fosse imbattuto nella misteriosa Viviana Verga. Un’epifania di femminilità sapientemente distillata, donna e bambina allo stesso tempo, Viviana con la sua capacità di concedersi infantilmente oltre ogni limite, trascina Riccardo in una relazione fatta di appostamenti, di lunghe attese per fugare i sospetti di un marito possessivo, fino a portarlo alla follia suicida.

Complice lo specchio, come recita il titolo del suo secondo romanzo, Marangolo rappresenta una donna che sfugge ad ogni controllo e si traveste per sedurre. È Maddalena Virlinzi, una rossa dagli occhi verdi, le labbra carnose e i piedini perfetti, ritratta in un incipit degno d’una detective story. La conturbante Maddalena entra nell’ufficio di Eddie Ponti, investigatore privato con la curiosa capacità accorciarsi di 15 centimetri rendendosi così irriconoscibile nei pedinamenti, commissionando proprio un pedinamento. La persona da seguire è Maddalena stessa che tra alberghi, case private e monasteri consuma con maggior ardore ogni genere di rapporto sessuale, più o meno estremo, se sa di essere spiata. Come per Politi, anche per Eddie, che pure aveva scelto la castità concedendosi solo fisiologiche visite alle compiacenti ragazze di madame Gabrielle, non c’è speranza. Combattuto tra ragione e gelosia, fugge e si reinventa artista ma nemmeno il successo raggiunto può fargli dimenticare la furia erotica della sirena dai capelli rossi, al cui volere deve arrendersi continuando a possedere di lei la sua immagine che si concede ad altri.

Tra descrizioni di cibi siciliani, tra granite e cannoli di ricotta, Etna e mare, flâneur e ministri della fede che, come per il Marquis de Sade, sono sempre latori di raffinate perversioni, la chiave di tutto è il travestimento. Fingersi disinteressati all’amore come Politi e poi cadere nelle sue trame; come Eddie travestirsi da monaco per sottoporre Maddalena ad ogni tipo umiliazione fisica, quasi per vendicarsi d’una sfrenata lascivia. O vivere come dentro un romanzo – la saga dumasiana dei tre moschettieri per l’esattezza – e sognare d’essere l’imponente Porthos, come capita all’ingegnere Umberto Spadaro, nel Barone du Vallon (2006). Grasso e perennemente affamato Umberto che vive a Saragosa – città immaginaria nella quale Marangolo riversa pregi e difetti della nativa Catania – si rifiuta di esistere al di fuori della sua fantasticheria letteraria, impaurito dalla possibilità che le donne lo allontanino per il suo aspetto fisico. Come Ponti sfoga il suo bisogno d’amore con le prostitute ma, più che l’amplesso, inscena la finzione: le agghinda come dame secentesche e dà loro del voi perché quel corteggiamento, come il guardarsi, come lo spiare, è spesso più appagante del sesso stesso. O almeno lo è finché non incontra Elena Nicolosi. Bellissima, una delle “divinità irraggiungibili” della piccola Galatea Marina, località immaginaria non distante da Saragosa. Elena ha un mito personale, I tre moschettieri, ed è dunque la donna perfetta che dopo una breve parentesi erotica con Rosario Caltabiano, amico di Umberto e irresistibile tombeur de femmes, può concedersi al fantastico amore di Porthos. Tutto sembrerebbe perfetto se la misteriosa prostituta russa Yelèna, conosciuta da Umberto attraverso un messaggio personale di quelli che iniziano con molte A e finiscono con “espertissima, anche domicilio”, non fosse l’esatta copia di Elena. Tra verità e finzione anche lei finisce col rientrare nel teatro dell’impossibile fatto di donne, sicilianissime, col vizio segreto di non apparire ciò che realmente sono, con esuberanti propensioni alla fisicità e capaci di marcare il terreno ad ogni ancheggiante passo proprio come l’avvenente Malèna dell’omonimo film di Tornatore.

È scherzo o è follia? In una Sicilia magica, Marangolo si riappropria di concretezze inattingibili grazie alla musica che punteggia ogni suo romanzo e in particolare l’ultimo. Il jazz soprattutto, Thelonious Monk, ma anche le Suite per violoncello di Bach, Puccini e Ravel, Libertango e una nostalgica milonga. E su un vero palcoscenico, quello del surreale Circo Moreno, finalmente fa vestire al suo protagonista i panni che gli appartengono, quelli di un musicista. Alla donna invece riserva un’apoteosi: Consuelo, cittadina di una geografia dell’anima che comprende ogni Sud del mondo, è la “torera erotica” che senz’altro travestimento se non il trucco di scena, ogni sera, seduce il toro inferocito e l’intera platea portando l’uno e l’altra fino all’acme del piacere col suo solo incedere.

E chissà che una matadora come Consuelo non sarebbe capace di consolare anche i catalani da poco orfani della corrida.

Devotamente

EE.

Marzo. Un consiglio di lettura

Domina

 

E se Giuseppe Garibaldi non fosse davvero Giuseppe Garibaldi ma l’attore di un reality ante litteram?

Un editore degli Anni Sessanta commissiona un’indagine di mercato sull’eroe ma alla domanda sull’importanza dell’Unità d’Italia, la società di sondaggi incaricata non riesce a riassumere significativamente i dati raccolti. Le 100 risposte sono tutte disperantemente diverse ed inutili. Tutto questo però non impedisce ad Anatolio Reale, antesignano di tutte le Endemol, di lanciare uno spettacoloso “realmanzo”, un romanzo cioè i cui protagonisti sono persone che vivono e agiscono realmente, con Garibaldi e Bixio a spasso per la Sicilia.

Trama attualissima ma è un’invenzione di Umberto Domina (milanese d’adozione, cresciuto ad Enna ma nato a Palermo “senza impegno”, come scrisse nel suo primo romanzo Contiene frutta secca) pubblicata per Bietti – era il 1967 – il suo esilarante Garibaldi ore 21, riproposta da A&B nell’anno del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.

All’interno di una macchina umoristica perfettamente oleata, due sbarchi in Sicilia sono l’avvio del romanzo e il pretesto per il grande progetto della Edizardi, editrice milanese che, prima dell’avvento di Anatolio, cognato scapestrato del presidente della casa editrice Camillo Zardi, non ripubblicava che la Divina Commedia.

Domina  è un fine osservatore di identità e diversità: con sguardo sagace, fornisce così un canovaccio perfetto al reality show odierno e una tagliente visione fantapolitica che a ben vedere di fantasioso ha solo i nomi dei personaggi.

 

 

 

Lettera sulla laicità di una devozione

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Caro amico,

quanto ti consegno oggi, lontana dalla mia terra, è un ricordo e, nello stesso tempo, spero ti darà la misura del senso laico della mia devozione per la patrona di Catania. L’articolo che riporto, è uscito oggi, 5 febbraio  2014,  sulla pagina siciliana de “La Repubblica”.

Il rito si ripeteva ogni anno, il 5 febbraio, rassicurante come tutte le cose che ritornano. Non andavo a scuola quel giorno perché era la festa di sant’Agata, patrona di Catania, e la nonna Ersilia, dalla quale i miei mi lasciavano la sera prima, mi rimboccava le maniche perché non mi sporcassi e, aperto un quadernetto in cui per anni aveva trascritto con una grafia obliqua le ricette dei piatti gustati dalle amiche, preparava sul piano di marmo gli ingredienti per i dolci della Santa. La nonna, palermitana, era golosa e aveva un manicaretto per ogni ricorrenza: la cuccia il 13 dicembre, le sfinge il 19 marzo, le chiacchiere il giovedì grasso e così via lungo un calendario di delizie che davano alla famiglia il senso della tradizione. Il dolce agatino per eccellenza è la minna, una cassatella di ricotta sulla quale troneggia come un capezzolo mezza ciliegia candita. La nonna era un’artista della ricotta, cominciava a passarla al setaccio di seta già dall’alba e quando mi svegliavo la crema era pronta.

Come per le protagoniste del romanzo di Giuseppina Torregrossa, Il conto delle minne, anche per nonna Ersilia la preparazione dei dolci era occasione di cunti che io, bambina, ascoltavo cercando di non interromperla sempre con le solite domande impossibili dei piccoli.

La devozione per me era legata alla dolcezza che stemperava l’orrore del racconto del martirio della santa che nonna mi faceva alzando di tanto in tanto gli occhi al cielo per sospirare un mischina particolarmente dolente.

Fu con lei che andai a visitare il carcere di sant’Agata, con lei vidi la lastra di pietra lavica sulla quale, secondo la tradizione, sono impresse le orme della martire. Con lei per la prima volta mi persi nella folla, stupita dalla carrozza del Senato, dalle candelore e dall’esaltazione dei devoti animati da una carnalità che già allora non mi sfuggiva. Uomini stretti all’addome da un compagno, quasi a sorreggerli e a spingere il diaframma per dare più forza ad urla ferine e amorose: “Semu tutti devoti tutti?”, “Avi ‘n’annu ca ‘na viremu, facemuccillu sentiri che ‘a vulemu bbeni”.

Fu un 5 febbraio di vari decenni fa che, infagottata, nonna mi portò per la prima volta al Borgo, davanti alla chiesa in cui ero stata battezzata, per vedere i fuochi. Forse per la lunga attesa, forse per la calca ma ricordo la paura che i giochi pirotecnici mi provocarono, una sensazione della quale non mi liberai nemmeno quando con mio marito eravamo invitati a Palazzo di Città per assistere alla Cantata e ai fochi da’ sira ‘o tri. A ogni boato oggi come allora, rivedo l’immagine cruenta delle mammelle strappate e soffro empaticamente con la sconosciuta di un’epoca remota ma che pure amo.

L’esempio è stato per me la chiave di lettura della vicenda di Agata e negli anni in cui sia la nonna Ersilia che la fede mi hanno abbandonata, la devozione per la donna combattente e altera, per la santa cittadina e vittoriosa è rimasta riposta in un luogo speciale di me. Così, fuori dalla mia terra ho ricercato le tracce della Santuzza, d’a Picciridda.

Molti anni dopo, mi trovavo a Gozo, piccola isola maltese e fu lì, in chiesa, che passando di navata in navata, di stanza in sagrestia, incombente su di me vidi una tela di agghiacciante realismo: un uomo con una tenaglia era sul punto di mozzare una mammella ad Agata che, sofferente, aveva già il busto deturpato dall’amputazione dell’altro seno. L’orrore mi portò a stringermi le braccia sul petto come per scacciare il mostro della privazione di quella parte così legata alla femminilità e alla maternità. A Malta il culto di sant’Agata – compatrona dell’isola con san Paolo e ritenuta salvifica contro l’invasione turca del 1551 – è vivo come in molte altre parti del mondo (Grecia, Spagna, Portogallo). Lì visitai le sue catacombe cominciando così a cercarla fuori da Catania.

Una devozione laica, silente e irrazionale la mia, che ha il senso del legame e della memoria e che, scopro, costituisce la mia identità profonda. Una ricerca delle vestigia di un coraggio femminile imparato dai racconti della nonna: da San Marino a Cremona, dove si conserva la Tavola dell’Angelo (restaurata lo scorso anno) che, secondo la tradizione, conterrebbe il marmo posto dall’angelo nel sepolcro sotto la testa della martire.

Oggi, senza nipoti con cui impastare dolci e a cui consegnare cunti, ogni sera prima di addormentarmi guardo la coccarda di sant’Agata appesa accanto al mio letto e nell’ovale sbalzato vedo il volto di lei carcerata, illuminato da un raggio di luce.

Apro adesso il taccuino con le ricette di nonna Ersilia e dietro quella del 5 febbraio leggo una lista scritta di fretta: “Scarpe bianche. Scarpe marrone” Vicino la spesa per quell’acquisto: 8000 lire. Chissà a chi dei quattro figli di nonna, in un lontano 5 febbraio, furono destinate delle scarpe nuove.

Devotamente

EE.

Lettera sui sensi della devozione

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Caro amico,

è il 3 febbraio oggi e questa sera, nella mia città dalla quale sono lontana, si aprono le celebrazioni agatine con i fochi da’ sira ‘o tri.

Non sono del tutto sicura di poterti spiegare cosa significhi per un Catanese Sant’Agata. Ma sicuramente è un argomento sul quale tornerò. Intanto però voglio consegnarti queste mie riflessioni, apparse sulla pagina siciliana del quotidiano “La Repubblica”, il 5 febbraio del 2011

(http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/02/05/santagata-le-donne-una-festa-due-facce.html?ref=search)

Visitando la Sicilia nel febbraio del 1775, da Catania, l’abate Domenico Sestini, archeologo e numismatico, si stupiva dell’evidente commistione tra sacro e profano che è inscindibile dal culto stesso di Sant’Agata.

Oggi, apparentemente sempre uguale nel susseguirsi di eventi, dalla Messa dell’Aurora del 4 febbraio al rientro in Cattedrale della “vara” che contiene il busto votivo, la festa sopravvive alla modernità, non soffre alcuna crisi e continua a raccogliere un numero impressionante di devoti. Anzi, cittadini, così come vengono chiamati. Diverse migliaia di uomini pronti a perdere il sonno, a trascinare a braccia il fercolo della santa per le vie della città, ad urlare al squarciagola il loro amore per la Picciridda, incuranti della stanchezza e irriducibili nel culto collettivo di una patrona che forse ha ancora qualcosa da dire alla società contemporanea. Una festa a quanto pare tutta al maschile per onorare una patrona che, col suo rifiuto al proconsole Quinziano, sembrerebbe un’icona protofemminista.

Quella di Agata, pronta a farsi amputare le mammelle pur di non sottostare al suo carnefice, è una vicenda esemplare quanto anacronistica se riportata ad una contemporaneità in cui le avances di un uomo di potere a una giovane sembrano eccellente lasciapassare per ottenere denaro ed esposizione mediatica. Eppure l’exemplum della Santa continua a commuovere. Come si giustifica questa devozione in una società tanto lontana dal modello agatino? E Agata, con la sua determinazione, può essere considerata una sorta di femminista ante litteram, capace di scegliere la fede da seguire e decidere di non concedere il suo corpo anche a costo della morte?

Alessandro Lutri, docente di Antropologia culturale, è cauto: «occorrerebbero indagini specifiche ma se pensiamo alla violazione della femminilità è naturale che una donna possa comprendere più profondamente. Il taglio delle mammelle è un modo per negare la femminilità e quindi la fertilità della donna».

Ma se le donne possono capire meglio perché il culto agatino è prevalentemente maschile?

Salvo Costa, un devoto che ha indossato il “sacco” – l’abito bianco dei cittadini – fin dalla nascita e per 21 anni, rivela che il padre smise di frequentare il circolo dei devoti quando le donne cominciarono a far parte del “cordone”, cioè iniziarono a tirare insieme agli uomini le funi del fercolo. «Mio padre è del ’47, io appartengo a un’altra generazione e non ho vissuto come un fatto negativo l’entrata delle donne nelle celebrazioni. Anzi, mi piace pensare che la santa abbia preteso la partecipazione attiva delle donne alle celebrazioni. Forse è stata proprio lei ad opporsi una tradizione bigotta».

Non sembra d’accordo Simona Laudani, docente di Storia moderna: «Sono laica e leggo il culto di sant’Agata come un mito identificativo». La devozione per lei si sviluppa intorno al Seicento quando in Sicilia si attesta una prevalenza di culti femminili: a Palermo, a san Benedetto il Moro si sostituisce santa Rosalia; a Catania, sant’Agata; a Messina, la Madonna della Lettera. Esiste una continuità tra questi culti e quelli precristiani e quello di Agata è legato a culti pagani locali come quello per Cerere, divinità materna della terra e della fertilità. «L’identificazione con i patroni è l’elemento fondante della comunità urbana», continua la Laudani. «c nel Settecento descrive una festa di sant’Agata senza donne perché la devozione maschile definisce un principio di identità civile che, in particolare nel caso di una santa la cui esistenza è storicamente provata, dà lustro alla città. Per me Agata più che rappresentare un modello protofemminista è l’emblema della donna rassicurante che difende l’onore della famiglia a costo della vita, contro l’elemento dominatore e usurpatore: lei resiste al romano dunque protegge l’identità urbana ed è eroica».

«La vicenda di sant’Agata è l’emblema del maschilismo più becero», afferma Giuseppina Torregrossa che nel Conto delle minne dipana vicende al femminile intorno alla preparazione dei tipici dolci di ricotta della tradizione catanese che hanno la forma delle mammelle. «Siamo così abituati a vedere donne che danno via il proprio corpo per interesse, per denaro, che chi rifiuta e resta fedele a se stessa è considerata un’eroina», continua la Torregrossa, «Agata non lo è solo perché decide di non fare del suo corpo una merce di scambio. Il mondo è pieno di donne anonime disposte a subire le conseguenze dei loro rifiuti. Dove c’è potere c’è maschio, cioè c’è tutto un mondo maschile che crede di poter controllare il corpo della donna».

Dunque le catanesi potrebbero cogliere meglio degli uomini il senso più profondo del messaggio di Agata e destinarle una devozione silenziosa, vissuta quotidianamente nelle rinunce? Potrebbe essere così ma in una festa che secondo Lutri è in continua evoluzione non ci sarebbe da stupirsi se le ragazze chiedessero alla santa delle minne di avere un seno più grosso. Una sorta di chirurgia plastica divina per intercessione della santa a cui san Pietro in una notte restituì le mammelle mozzate.

Una tipologia femminile differente dalle devote che indossano il sacco verde, cioè del medesimo colore dell’abito indossato da Agata durante il martirio, e pretendono il loro posto nel cordone, così come un’altra tipologia era in passato quella delle ‘ntuppateddi, le imbacuccate, delle quali narra Giovanni Verga nella novella La coda del diavolo. In una città in cui la quaresima arriva senza carnevale, dice Verga, per la festa di sant’Agata, le signore potevano esigere il diritto di ‘ntuppatedda: vestendo un abito che le copriva integralmente con un solo un occhio libero, potevano andare tra i cittadini, molestarli, toccarli, esigere regali, senza che i rispettivi padri o mariti potessero protestare. «La ‘ntuppatedda è padrona di sé», scrive Verga, ma in un modo davvero assai profano rispetto alla rivendicazione di autonomia di Agata.

Oggi come allora la festa è una mescolanza di sacro e profano dove la mafia ha avuto il controllo sulla durata della processione, sulle soste del corteo di fronte a determinati esercizi commerciali legati alle cosche e sul business dei fuochi d’artificio. Uno scenario che ricorda le ambientazioni di Ottavio Cappellani. «Solo mafia? Ecstasy, cocaina, alcool, sesso, c’è di tutto per sant’Agata», incalza Cappellani sempre provocatorio e dissacrante. Avrà davvero ragione lui puntando il dito sull’aspetto erotico della devozione? «La festa non ha nulla a che vedere con la vicenda di Agata. E’ un rave. Lei ha scelto il martirio per proteggere il suo corpo e le sue concittadine vanno tra la folla per farsi toccare. Agata non è più una figura cristiana, è una donna della quale mangiare le minne. Altro che festa di sant’Agata, è la festa di santa Ruby».

Devotamente

EE.