Gennaio. Un consiglio di lettura

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Esiste la diversità? Il quesito, leggendo l’ultimo romanzo di Sara Rattaro, è d’obbligo. E la risposta non è necessariamente una banale riflessione sul fatto che ciascuno è latore di una diversità più o meno apparente.

Questo infatti fa la Rattaro, grazie ad una scrittura emozionale e performante: ci impone riflessioni. Riflessioni che possono avere a che fare anche con i temi che la più recente narrativa italiana propone. Infanzie e adolescenze problematiche, ne ho detto varie volte citando Teresa Ciabatti (Il mio paradiso è deserto), Davide Bresciani (Ti volevo dire) per tacere di altri meno recenti. Ma si potrebbe parlare anche di un romanzo come quello di Massimo Gardella, Chi muore prima (Guanda) che, uscendo dai canoni del noir anche se ad esso può venir associato, con i suoi suicidi “seriali” potrebbe raccontare in qualche modo anche una difficoltà giovanile, una difficoltà di comunicazione.

Narrare un deficit di comunicazione è sempre una grande sfida. Lo è ancora di più quando il deficit fisico – nella fattispecie quello del piccolo protagonista di Non volare via, Matteo, un bambino sordo in lotta con la possibilità di parlare – diventa metafora e paradigma delle tante conteporanee interruzioni nella comunicazione tra adulti.

In un’epoca in cui, grazie ai nuovi media, sembra che l’interscambio tra le persone sia continuo, Sara Rattaro riprende le fila dei sentimenti narrando un interno familiare in cui si consumano gioie e dolori, in cui i più piccoli hanno il coraggio di “dire”, dove gli adulti non sanno far altro che tacere o, peggio, fuggire via, dalla vita, dalle responsabilità, dall’amore stesso. E in quell’istante in cui gioia e dolore si sovrappongono, in cui colpa e perdono si mescolano, la Rattaro dà ancora una volta una prova altissima della sua capacità nel narrare il senso e i sensi.

Lettera sul verbo amare

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Caro amico,

ti stupisce spesso il mio modo di usare colloquialmente alcune parole che hanno il sapore di tenerezze inconfessabili, di legami “più da presso”. Chiamo spesso amici ed amiche “tesoro”, “amore”. Beh, sai, ho una mamma romana e Roma è una città caciarona e invadente, una città che ti dà del tu, ti invade, occupa i tuoi spazi. E’ naturale quindi che anche il modo di parlare di chi la vive dilaghi nella nostra sfera di affetti. Lo trovo normale e trovo normale vezzeggiare i miei amici così come ho imparato a fare dalla nonna Italia e dalla mamma.

Mi domando però perché sia proprio tu a stupirti di questo mio modo di fare, di dire.

Tu che adoperi il verbo “amare” con tanta leggerezza. Tu che sei disposto a dire “ti amo” con tanta naturalezza.

Le parole sono pietre ed io non sono mai stata capace di usare a sproposito certi verbi.

Il verbo “amare” è fatto così: è invadente, presuntuoso, pesante, è un verbo che spesso pretende più di quanto non sappia dare. Se pensi di dire a una donna “ti amo”, sappi che, quando l’avrai fatto, l’avrai messa all’angolo con quel dono probabilmente inatteso o forse atteso ma più tagliente di un diamante. Sentirsi dire “ti amo” impone una risposta che, in molti casi, non siamo disposti a dare o, semplicemente, non siamo pronti perché ancora timorosi. Cosa puoi rispondere a chi ti dice che “ti ama”? Puoi forse tacere? Sembrerebbe quasi scortese o, peggio, l’ammissione di non possedere un cuore capace di ricambiare quell’offerta. Cosa vorresti dire in risposta? “Sì, anche io ti stimo molto”?

Perché l’amore, a volte, può essere troppo, può invadere il petto, può essere egoista, totalizzante, limitante… E la passione è ben altro ed è sempre bene non fare confusione e decidere lucidamente quando i moti del nostro animo provengono dalla testa, dal cuore o dai lombi.

Io peso sempre le parole che uso e se dico “gioia” è perché il mio interlocutore in quel momento mi sta realmente dando gioia. Se dico “tesoro” è perché ritengo che l’altro sia un tesoro da custodire.

E quando dico “ti voglio bene”, significa che realmente credo che il bene dell’altro sia per me importante. Tanto importante che io potrei addirittura non farne parte e dunque mi impegnerò per realizzare il bene dell’altro con i mezzi a mia disposizione.

E così, spererei di chi usa le sue parole con me. E per dire “ti amo” immagino si presupponga la presenza di un vero uomo. E di una vera donna.

Così, ti lascio con una pagina che amo molto, tratta da La recita di Bolzano di Sándor Márai, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2000.

 

E Nanette, la vedova, fissò lo sguardo sul pavimento e disse gravemente, con l’accento di chi evoca un ricordo: “Un uomo”. Rimasero così, meditabonde, quindi cominciarono a ridere, si inginocchiarono l’una dopo l’altra davanti al buco della serratura e sbirciarono dentro la stanza, provando una gioia indicibile. […] Era come se attraverso il buco della serratura avessero visto finalmente un uomo, come se, nell’attimo stesso in cui avevano posato gli occhi sullo sconosciuto immerso nel sonno, avessero sottoposto i loro mariti, i loro amanti e gli altri uomini incontrati fino a quel momento a un esame imprevisto. Come se fosse veramente un fatto eccezionale, clamoroso, vedere un uomo non bello, anzi piuttosto brutto, che non aveva né tratti delicati né un portamento gagliardo, di cui non si sapeva nulla se non che era un imbroglione, un frequentatore assiduo di bische e taverne, uno che viaggiava senza bagaglio, uno di cui si sospettava perfino che il suo nome non fosse quello vero, e che aveva una fama, come tanti altri bellimbusti, di trattare le donne con sicumera, disinvoltura e arroganza: e tuttavia era come se quella specie di fenomeno fosse una rarità. Come se, di fronte a quell’uomo che non conoscevano ancora, gli uomini che avevano conosciuto fino a quel momento si fossero rivelati per quelli che erano. […] Un uomo è dunque un fenomeno così raro? Si domandarono in cuor loro le donne di Bolzano. La loro domanda non era affidata alle parole, bensì ai sentimenti. E la risposta, che non lasciava adito a equivoci, fu un tuffo al cuore: “Sì, il più raro che ci sia”.

Perché gli uomini  – come esse intuirono confusamente in quell’istante, con il cuore che palpitava –  erano padri, mariti e amanti cui piaceva ostentare atteggiamenti virili, far risuonare la spada, pavoneggiarsi con titoli e cariche, esibire il loro patrimonio, e intanto correre dietro a tutte le gonnelle; stando alle voci che circolavano, in genere erano fatti così, sia a Bolzano che altrove. Ma riguardo a quell’uomo si dicevano cose ben diverse. […] avevano visto un uomo, semplicemente un uomo. […] Compresero che un vero uomo è un fenomeno raro quanto una vera donna. Un uomo non vuole dimostrare nulla alzando la voce e facendo risuonare la spada, che non canta come un gallo e non pretende tenerezza diversa da quella che è in grado di offrire, che nelle donne non cerca né madri né amiche e non corre a rifugiarsi tra le braccia dell’amore o dietro le sottane delle femmine, un uomo che vuole soltanto dare e ricevere, senza fretta e senza avidità, perché ha dedicato l’intera esistenza, ogni sua fibra, ogni barlume della sua coscienza e ogni muscolo del suo corpo al richiamo imperioso della vita: un uomo simile è un fenomeno estremamente raro.

 

Devotamente

EE.

Lettera sugli incerti del matrimonio

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Cara amica,

non volermene, ti prego, per quanto sto per scrivere. So bene che ami definirti romantica e non pensare che io abbia in spregio i tuoi atteggiamenti nei confronti dell’amore o, peggio, non sia capace di cocenti passioni. Sono stata sinceramente felice di risentirti dopo anni e saperti sposata e con due bambini. Ma ti chiedo di provare a pensare che anche io possa esserlo altrettanto da sola e senza figli. Concedimelo, se puoi.

Sai, nelle ultime sere, vedendo alcune scene della fiction televisiva basata su quell’immenso capolavoro che è Anna Karenina, quella certa vocetta in me tornava a farsi sentire.

Posto che, come ben sai, pensando ad Anna, ma anche ad Emma Bovary, non riesco a non sentire che dentro di me qualcosa parteggia per i rispettivi poveri mariti (ma questo rientra nel mio piacere di andare controcorrente), ecco su cosa meditavo.

Mentre tu fremevi per i baci tra Anna e Vronsky io non riuscivo ad evitare a me stessa di pensare a quanto meglio sarebbe stato meglio per i due se si fossero limitati alla naturale estinzione della loro passione al caldo di un’alcova segreta.

Ma sì, ti prego, non dirmi che passioni di questo tipo possono reggere alla prova dei calzini per terra, della tavoletta del water alzata e delle camicie da stirare perché forse anche Tolstoj potrebbe darti torto, con buona pace di Kitty e Levin, s’intende.

Il fatto è che l’amore non è eterno, e questo lo sappiamo, ma la passione, mia cara, lo è ancora meno. Si esaurisce in fretta, si spegne a forza di saliva, viene risucchiata penetrandosi, evapora come il sudore sulla pelle. E lo fa in fretta. Molto in fretta.

Tu mi dirai che la quiete del matrimonio offre altre gioie e io non mi permetterei mai di obiettare o di sindacare la tua scelta. Ma è probabile che ciascuno dovrebbe rassegnarsi ed accettare di essere ciò che è. Sono stata una moglie e forse anche una buona moglie. Ma come amante posso essere straordinaria. Perché è proprio di passione che mi nutro. Chiamala pure vanità la mia, va bene, ma devo sapere che a legarmi a un altro c’è anche il desiderio. Non un banale volersi, ma la voglia che ti brucia la carne, quella che ti leva il sonno, quella che ti fa vedere la persona che vuoi in ognuno che passa e poi ti disillude quando gli occhi ti rivelano il vero, quella che eccita la tua fantasia, che ti fa cercare il suo odore tra le lenzuola quando lui va via… Quella stessa fantasia che ci rende più sfrontati, che abbatte ogni pudore proprio quanto meno conosci l’oggetto della tua passione.

Il tempo rende pudichi, la convivenza, lo sai, annientano la scoperta dei corpi e li rendono drammaticamente quotidiani.

Perché se è vero che la cosa peggiore che possa accadere ad un’amante è quella di diventare una moglie, allo stesso modo, fare di Vronsky un marito può rivelarsi un errore di incalcolabile portata.

Devotamente

EE.

Dicembre. Un consiglio di lettura

Storie ciniche

 

 

Deve essere un mio difetto, ma i peccati altrui non mi scandalizzano – sempre che non mi riguardino personalmente.

 …e allora sono senz’altro cinico, e pure odioso, se vuoi.

 

 

Si dovrebbe passare tutta la vita a leggere e rileggere William Somerset Maugham. Immenso nei suoi romanzi e tagliente nei racconti. Cattivo fino al midollo, implacabile nel guardare uomini e cose senza alcun filtro e con la capacità di dare a tutto il nome giusto senza farsi tentare da un eventuale “politicamente corretto” che negli anni che visse si chiamava semplicemente buona educazione.

Nelle sue Storie ciniche, edite da Adelphi, sono raccolti alcuni dei racconti tra i tanti, racconti in cui più crudamente le miserie umane vengono rappresentate.

Giornalista, scrittore, medico, drammaturgo e agente segreto, Maugham racconta i brevi tratti di strada fatti con una serie di personaggi tanto reali da risultare il più improbabile campionario delle miserie umane, dei capricci, degli egoismi, delle viltà, delle vanità.

Uomini che uccidono le donne

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Il copione si è ripetuto per l’ennesima volta. La centounesima per l’esattezza, dall’inizio dell’anno e solo in Italia. Come in un agghiacciante horror, l’assassino è sempre il medesimo, un sorta di killer seriale che non deroga mai dal suo modus operandi: uccide le donne.

Non è possibile tracciarne il profilo perché può appartenere a qualsiasi strato sociale, può essere un professionista, uno studente, un operaio, un militare. Non ha un’età precisa né un legame di parentela in particolare con la vittima, può essere il marito, il fidanzato, lo spasimante, il padre. Non si limita ad agire in una sola regione o in un solo stato perché, come ha denunciato da queste pagine Dacia Maraini e come ha affermato Rashida Manjoo, relatrice speciale all’Onu in seno al Rapporto tematico sul femminicidio, «a livello mondiale la diffusione degli omicidi basati sul genere ha assunto proporzioni allarmanti». L’unica certezza è che sia sempre un uomo. Un uomo del quale, oltre al possesso di sufficiente sangue freddo, della premeditazione e dell’inutile furbizia ipocrita di dichiararsi ogni volta in preda a un raptus, si sa solo quanto sia insicuro, quanto il vuoto che ha dentro sia tale da non permettergli di concepire un’esistenza a cui manca la sola cosa che riempiva il suo nulla, una donna.

Carmela Petrucci è stata uccisa barbaramente nel tentativo di salvare la sorella Lucia dai colpi di Samuele Caruso. Lucia, come le altre 100 vittime di quest’anno, innalzata suo malgrado a icona da possedere e poi da annientare.

Ad armare questo assassino privo di identità è il bisogno di dominio. L’uomo che uccide rifiuta il diniego della donna, non cerca il confronto, teme il colloquio, non accetta che la donna possa decidere per sé della propria vita. Minaccia e uccide perché il confronto e il colloquio lo porrebbero di fronte alla sua nullità. E sapendo di non valere nulla senza una donna deve ucciderla per affermare la propria identità.

Privo di capacità di comprensione e di compartecipazione non è in grado di riconoscere la dignità degli altri e la propria nel rispetto della vita.

E’ uno scenario atroce in cui l’uomo è regredito ad una brutalità all’interno della quale la sola legge è, appunto, la violenza. In questa regressione è insita l’incapacità di riempire il vuoto con la consapevolezza di sé e per questo si colma la propria nullità solo col possesso dell’altro.

Per questo e in nomine di Carmela e di tutte le altre vittime donne, non è più possibile accettare locuzioni come “delitto passionale”, non si può parlare di raptus, di passione folle o di amore cieco. Questa è solo violenza, una violenza che il più delle volte rappresenta l’esito ultimo di un iter fatto di persecuzioni, intimidazioni, minacce troppo spesso sottovalutate o, per pudore o paura, taciute dalle stesse vittime.

Se purtroppo non esiste una soluzione per debellare queste atrocità, forse occorrerebbe fare chiarezza a partire dalle parole. Alcuni anni fa, due buffi pupazzetti sorridenti erano protagonisti di una serie di figurine in cui di volta in volta si diceva “L’amore è…”, sciorinando un intero catalogo di cose belle. Ricominciamo invece col dire cosa l’amore non è. Occorre rifiutare categoricamente il concetto di amore che prevarica e che violenta, che pretende e che impone. L’amore non è possesso. Se, come scriveva Guido Morselli nel 1973, nel suo estremo romanzo postumo Dissipatio H.G., «l’aspirazione a possedere materialmente una cosa o una persona nasconde, con qualche approssimazione, il nostro intento di liberarci di essa, di passare ad altro. Quello che abbiamo posseduto, ce lo possiamo mettere dietro le spalle confinarlo nel passato» allora il sentimento di questi assassini – se di sentimento si può parlare – nasconde già sul nascere la folle determinazione dell’eliminazione dell’altro.

L’amore non fa questo perché l’amore non è, in alcun modo e in nessun caso, affermazione del potere sull’altro quanto piuttosto è la capacità e la maturità di accettare che nulla possa essere più importante dell’altro, nemmeno noi stessi, le nostre paure, il nostro vuoto, il nostro bisogno di possedere.

Emanuela E. Abbadessa

da “La Repubblica” (ed. Palermo), 24 ottobre 2012 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/10/24/uomini-che-uccidono-le-donne.html?ref=search)

Se invece del divorzio l’uomo sceglie l’assassinio

giornata mondiale della violenza sulle donne 2012

Sicuramente non basta indagare all’interno di torbidi ménage intrisi di violenza o tirare in ballo i misteri dell’amore malato per arrivare al fondo delle motivazioni che spingono un marito, un fidanzato o un padre a uccidere una moglie, un’amante, una figlia. E di fronte all’atrocità della fine di Maria Anastasi, la trentanovenne al nono mese di gravidanza, uccisa a colpi di pala e poi bruciata dal marito Salvatore Savalli, parlare semplicemente di femminicidio – termine che, nonostante gli oltre 200 anni di vita, le donne digeriscono a fatica – sembra davvero troppo poco. Ma anche il continuare a riferirsi a molti di questi crimini tirando in ballo il delitto passionale non rende certo giustizia a Maria, ad Antonella Alfano, uccisa dal marito carabiniere il 5 febbraio del 2011, e alle altre vittime di tali crudeltà. Non è l’amore il motore di violenze tanto efferate che anche il solo racconto di cronaca risulta intollerabile. Non può essere l’amore a portare alla morte, fosse pure amour fou privo di regole, quello che devasta e distrugge come ha narrato Simenon in En cas de malheur, quello totalizzante o che non ammette errori, non tollera incrinature, non sopporta alcun genere di tradimento o di ostacolo. A un amore sconfinato, folle, appunto, si appellava il ventiquattrenne Loris Gagliano che lo scorso anno, a Licodia Eubea, uccise la fidanzata Stefania e il nonno di lei. Ma agire come Don Josè che accoltellando Carmen ribadisce il suo eterno amore non è e non può essere una giustificazione. E la vita non è il melodramma.

Ma qualcosa di ancor più preoccupante accomuna almeno gli ultimi casi di donne uccise in Sicilia da mariti o fidanzati e l’omicidio della Anastasi ne sembra il paradigma: l’idea cioè che la morte sia una corsia preferenziale, una soluzione più semplice per risolvere un problema di coppia. Salvatore Savalli ha un’amante e la moglie gli è di impaccio; potrebbe lasciarla, separarsi, chiedere il divorzio ma, invece, l’ucciderla gli appare come la più rapida delle soluzioni. Salvatore Rotolo ha sposato Antonella, una ragazza di provincia come tante con aspirazioni da modella, ma dopo la nascita di una bambina il matrimonio sembra avvinghiarsi su continui estenuanti litigi. Salvatore non cerca la mediazione o l’aiuto di nessuno, la strangola, la mette nell’auto che dà alle fiamme e getta in una scarpata. Loris ama Stefania perdutamente ma lei è “discontinua”, a volte affettuosa e altre volte distante, si lasciano, tornano insieme ma il rapporto naufraga, lui è roso dalla gelosia e lei lo affronta ma Loris piuttosto che cercare conforto nel dialogo e opporre le armi della ragione, di fronte ai dinieghi di lei, le sferra otto coltellate recidendole quasi di netto la testa.

Non si tratta, si badi, di fini menti criminali in grado di tentare di mettere in atto il delitto perfetto. Questi assassini lasciano tracce, agiscono malamente, hanno alibi ridicoli o non ne hanno affatto, cercano l’appoggio di testimoni inattendibili. Sono davvero così presuntuosamente sicuri di sfuggire alle maglie della giustizia? No, non lo sono. Ma non sono nemmeno semplicemente preda di un raptus come spesso vogliono far credere. Il Savalli ad esempio ha senza alcun dubbio meditato il delitto, ha portato in auto con sé la pala e una tanica di benzina per dare fuoco al corpo della moglie, ha cioè architettato ad arte un sistema per cancellare Maria dalla sua vita e poter vivere con l’amante.

La psicanalisi, cercando nell’infanzia e nei meandri della mente le motivazioni di ogni nostra azione, se da una parte ha privato la letteratura dei cattivi integrali, degli Javert capaci delle azioni più turpi e immotivate ai danni dell’innocente di turno, dall’altra, come per l’albergatore psicopatico Norman Bates di Psycho, assassino perché ossessionato dal ricordo della mamma, ha trovato giustificazioni profonde anche al femminicidio. Ma questi casi siciliani, purtroppo, fanno pensare anche che la violenza contro una donna non sia solo da considerare socialmente come l’atto di supremazia del maschio contro la libertà o l’affermazione della donna ma anche la soluzione più immediata a un insopportabile impaccio. Molto più che “uomini che odiano le donne”.

Emanuela E. Abbadessa

da “La Repubblica” (ed. Palermo), 8 luglio 2012 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/07/08/se-invece-del-divorzio-uomo-sceglie.html?ref=search)

Rubare l’amore

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Per dare il mio modesto contributo in questa giornata contro la violenza sulle donne, ripropongo di seguito tre scritti apparsi sull’edizione siciliana del quotidiano “La Repubblica”. Il primo è una mia intervista del 29 agosto 2012 a Dacia Maraini in occasione dell’uscita del suo libro L’amore rubato (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/08/29/dacia-maraini.html?ref=search)

DACIA MARAINI. LE DONNE, LA VIOLENZA E LA MIA SICILIA

A un anno di distanza da La grande festa, un viaggio nella memoria e negli affetti, esce da Rizzoli L’amore rubato, una raccolta di otto racconti con i quali Dacia Maraini – che il prossimo 1° settembre riceverà al Teatro La Fenice di Venezia il Premio Fondazione Il Campiello alla Carriera -torna sui temi che da sempre la colpiscono più nel profondo.

Nell’estate in cui il mondo dei libri si è occupato fin troppo di giochi di sesso più o meno estremo, l’autrice capace di descrivere come pochi la Sicilia – sua terra d’adozione – come ha fatto in Bagheria, e narrare le vicende intense di donne isolane, come in La lunga vita di Marianna Ucria (Premio Campiello 1999), dipana nella perfetta misura breve una storia di abusi che nulla ha a che fare con l’erotismo e meno che mai col divertimento. La voce della scrittrice ritrova i toni di Donna in guerra, di Voci, di Buio (Premio Strega 1999) e traccia un’inquietante geografia della violazione sulla donna cui partecipano, senza esclusione di colpi, tenebrosi cantanti, misteriosi vicini di casa, compagni di scuola e appassionati di fitness con nomi troppo innocui e confortanti, uomini che come Jeckyll e Hyde sono capaci di mostrarsi rispettabili in pubblico e trasformarsi in mostri tra le mura di casa. La narrazione si apre su un teatro di violenze in cui la cronaca, anche quella siciliana, è fonte di materiale per le storie narrate.

Leggendo di Angela sopraffatta dalla folle gelosia di Gesuino o di Anna picchiata fino alla morte dal suo compagno è difficile non pensare ai recenti casi avvenuti in Sicilia. Primo tra tutti l’ultimo in ordine di tempo, quello di Maria Anastasi, la trentanovenne al nono mese di gravidanza uccisa a colpi di pala e bruciata dal marito Salvatore Savalli che voleva liberarsi di lei per poter continuare la vita con l’amante, cui si aggiungono quelli di Antonella Alfano, vittima del marito carabiniere, e di Stefania Noce, uccisa insieme al nonno dal fidanzato a Licodia Eubea.

L’amore rubato non racconta un particolare territorio ma il pubblico siciliano leggendolo non potrà evitare di pensare a queste vicende. I crimini contro la donna dunque non conoscono confini?

No, purtroppo le stesse cose accadono in tutto il mondo. In Colombia, dove sono stata recentemente, tutti parlavano di un uomo che aveva tagliato la testa alla moglie e l’aveva gettata dalla finestra. Le cronache sono piene di storie di donne strangolate, accoltellate, prese a stangate, fatte a pezzi solo perché volevano lasciare un marito troppo geloso o un amante intransigente. Il movente è quasi sempre lo stesso: una richiesta di autonomia che non viene accettata. Nel caso di Maria Anastasi non c’è nemmeno quella giustificazione, come d’altronde non ce n’è nell’omicidio di Melania Rea. C’è semplicemente un uomo che non sopporta più la compagna o la moglie, è innamorato di un’altra e preferisce ucciderla piuttosto che trovare il coraggio di chiarire le cose.

E’ un quadro agghiacciante. Il suo è un modo per indagare le origini dell’odio?

L’odio verso le donne ha radici profonde, dipende da una cultura androcentrica che ha sempre colpevolizzato le donne e dato agli uomini il diritto di considerarsi superiori e privilegiati.

Anche La bambina Venezia, secondo racconto del volume, fa pensare a un caso siciliano ancora insoluto, la scomparsa di Denise Pipitone. L’amore rubato accomuna tutte le donne in un’unica sofferenza, al di là della loro età anagrafica: non pedofilia o non solo pedofilia ma un modo di raccontare una violenza che ha per unico oggetto la donna e che a volte viene liquidata con la comoda etichetta del folle amore. Ma parlare di “amore” fosse pure folle, non è continuare a perpetrare sulle vittime una violenza inutile?

L’amore è rispetto prima di tutto e comprensione per la persona amata. Nei racconti ripeto le parole che spesso escono dalle bocche degli assassini: loro si giustificano con l’amore. Qualche volta si ritengono addirittura sinceri, credono cioè sinceramente che amore significhi possesso: “io ti amo e quindi ti posseggo” è una tautologia molto sentita.

In un quadro in cui anche le forze dell’ordine o i servizi sociali non sempre riescono ad arginare la violenza, i padri che lei descrive, con il loro amore, sembrano incarnare i soli veri personaggi positivi. Che peso ha il ricordo di suo padre Fosco nella costruzione di queste figure?

In effetti non volevo che apparisse un mondo diviso in due, da una parte gli uomini malvagi e dall’altra le donne vittime perché non credo a una guerra dei sessi. Credo, piuttosto, a una guerra di culture: quella che accetta l’altro e lo rispetta e quella che non accetta l’autonomia dell’altro e cerca di reprimerla in ogni modo, anche con la violenza. Mio padre, era un uomo rispettosissimo della dignità e della libertà altrui e da lui ho imparato che non esistono gli uomini violenti e le donne succubi ma esistono uomini e donne che si adeguano a una concezione antica della divisione dei compiti e non vogliono cambiare.

Da quando cominciò a scrivere di violenza sulle donne ad oggi, crede che qualcosa sia cambiato nell’opinione pubblica?

Sì, certo, le donne sono più consapevoli e più autonome ma, paradossalmente, proprio consapevolezza e autonomia sono alla base di un risentimento che porta tragedie.

Tra pasta col sugo di melanzane, involtini di sarde, una zia catanese depositaria di segreti culinari e una sposa siciliana emigrata al nord, la nostra isola fa capolino dalle Sue pagine dove c’è spazio anche per Pirandello del quale una delle sue protagoniste prepara il ruolo della figlia nei Sei personaggi. La Sicilia resta sempre per Lei fonte di ispirazione, dunque?

Certamente, ho vissuto otto anni in Sicilia, ne ho scritto e molte cose della sua cultura sono parte di me.

Dunque tornerà presto in Sicilia?

Vengo spesso in Sicilia, anche se non posseggo più niente delle antiche proprietà di famiglia. Per fortuna mi è rimasto qualcosa di molto più prezioso in Sicilia: l’amicizia di alcune persone che mi sono rimaste vicino negli anni.

Emanuela E. Abbadessa

La notte

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Da sempre si incontravano regolarmente. Sosteneva di averla conosciuta molto prima della sua consorte e di avere continuato anche dopo il matrimonio la sua tresca amorosa. Al solo pensiero di proferire il suo nome un sussulto lo scuoteva. La moglie aveva riposto la gelosia in un angolo della coscienza e l’aveva accettata, suo malgrado. Pian piano la terza incomoda si era insinuata tra loro in un ménage à trois cadenzato su un ritmo giornaliero. Quella sera erano le 22, si guardarono negli occhi e, abbracciandosi, diedero il benvenuto alla loro puntuale complice: la notte.

Salvatore Virzì

Sapone di Provenza

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La mano accartocciò con indifferenza il foglio degli esami del sangue. Di tutti i dati riportati l’unico giusto era l’indirizzo. Accese la sigaretta. La paura di morire l’aveva accompagnato tutta la vita, per questo aveva deciso da tempo di non rinunciare a niente. Ogni esame era un gratta e vinci dove preferiva sempre perdere.

L’incarico era nuovamente insopportabile. Seguire una tipa, entrare in contatto con lei, capire se poteva aver ammazzato i due o tre stronzi che nel tempo avevano deciso di parcheggiarsi tra le sue gambe. Storie già viste. L’ispettrice era veramente insopportabile. Giovane, laureata, determinata, politicamente corretta, figa perfetta. Un pacco. Alla sovrastruttura esterna corrispondeva un contenuto che sapeva di solitudine e paura. Accettai, che altro potevo fare. L’unica condizione era di non avere tra le palle nessuno. Il bisogno di lavorare da solo nascondeva il desiderio generale di stare da solo. Da tempo ormai pisciavo fuori dagli autogrill per non avere nemmeno quel momento di intimità con il genere umano.

L’aggancio fu rapido. Forse troppo rapido a pensarci adesso. La tipa era figa ma bisognava immaginarsela in un altro contesto da quello che lei proponeva. Una professoressa di liceo. Uguale, perfetta, niente fuori posto, un’aria antica di ordine e cura. La fregavano gli occhi. Feroce femminilità. Da lupa desiderosa di sbranarti.

Quando entrarono in casa sua avevano già stabilito senza dirselo cosa sarebbe successo.

 Tra le palle il suo gatto che avrei volentieri soffocato nella lettiera. Uno più di là che di qua.

«Vuoi un bicchiere di vino?»

Mai accettare una proposta innocente. Il trucco più semplice per fotterti è quello che riesce meglio. Per quanto improbabile che lei fosse quello che pensavamo, meglio non rischiare.

Ci amammo e fu un’esplosione. Fu l’eccezione alla nota regola che la prima scopata va peggio della seconda. Mi abbandonai, completamente. Fu passione, violenza, tenerezza, ridere… Tutto. Immaginare il limite per superarlo.

«Si può ancora bere quel bicchiere di vino?»

Sorrise, si alzò da quel campo di battaglia che era diventato il letto.

Poi non ricordo più nulla, solo i suoi occhi.

La ragazza entrò nel negozio di saponi. La Provenza era di sapone. Odorò e guardò ovunque. Poi vide la confezione con scritto “Sapone del mio amore”.

«Sono in vendita?»

«No, sono qui solo per me».

La professoressa dietro al banco sorrise. La ragazza se ne andò. Appena fuori aprì la borsa e prese il telefono.

«I colleghi italiani sono scemi, quella non è un’assassina.»

Riccardo Castello

Le vite degli altri

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Caro amico,

su tuo consiglio e sulla scorta del successo che hanno avuto i Romanzi in cento parole pubblicati per Halloween,  oggi inauguro una nuova sezione di questo blog. Si intitola Le vite degli altri e ospiterà i racconti brevi che sceglierò tra quelli che mi verranno inviati.

I romanzi in cento parole hanno già una loro categoria, adesso è la volta di aprire la strada anche ai racconti.

Leggerò (con calma) tutto ciò che mi sarà inviato all’indirizzo emera64@gmail.com, sceglierò e pubblicherò. Anzi, comincio oggi stesso con un bel racconto breve scritto da un amico che si diverte a giocare con l’hard boiled.

Buon divertimento e… al lavoro!

Devotamente

EE.