La notte

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Da sempre si incontravano regolarmente. Sosteneva di averla conosciuta molto prima della sua consorte e di avere continuato anche dopo il matrimonio la sua tresca amorosa. Al solo pensiero di proferire il suo nome un sussulto lo scuoteva. La moglie aveva riposto la gelosia in un angolo della coscienza e l’aveva accettata, suo malgrado. Pian piano la terza incomoda si era insinuata tra loro in un ménage à trois cadenzato su un ritmo giornaliero. Quella sera erano le 22, si guardarono negli occhi e, abbracciandosi, diedero il benvenuto alla loro puntuale complice: la notte.

Salvatore Virzì

Sapone di Provenza

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La mano accartocciò con indifferenza il foglio degli esami del sangue. Di tutti i dati riportati l’unico giusto era l’indirizzo. Accese la sigaretta. La paura di morire l’aveva accompagnato tutta la vita, per questo aveva deciso da tempo di non rinunciare a niente. Ogni esame era un gratta e vinci dove preferiva sempre perdere.

L’incarico era nuovamente insopportabile. Seguire una tipa, entrare in contatto con lei, capire se poteva aver ammazzato i due o tre stronzi che nel tempo avevano deciso di parcheggiarsi tra le sue gambe. Storie già viste. L’ispettrice era veramente insopportabile. Giovane, laureata, determinata, politicamente corretta, figa perfetta. Un pacco. Alla sovrastruttura esterna corrispondeva un contenuto che sapeva di solitudine e paura. Accettai, che altro potevo fare. L’unica condizione era di non avere tra le palle nessuno. Il bisogno di lavorare da solo nascondeva il desiderio generale di stare da solo. Da tempo ormai pisciavo fuori dagli autogrill per non avere nemmeno quel momento di intimità con il genere umano.

L’aggancio fu rapido. Forse troppo rapido a pensarci adesso. La tipa era figa ma bisognava immaginarsela in un altro contesto da quello che lei proponeva. Una professoressa di liceo. Uguale, perfetta, niente fuori posto, un’aria antica di ordine e cura. La fregavano gli occhi. Feroce femminilità. Da lupa desiderosa di sbranarti.

Quando entrarono in casa sua avevano già stabilito senza dirselo cosa sarebbe successo.

 Tra le palle il suo gatto che avrei volentieri soffocato nella lettiera. Uno più di là che di qua.

«Vuoi un bicchiere di vino?»

Mai accettare una proposta innocente. Il trucco più semplice per fotterti è quello che riesce meglio. Per quanto improbabile che lei fosse quello che pensavamo, meglio non rischiare.

Ci amammo e fu un’esplosione. Fu l’eccezione alla nota regola che la prima scopata va peggio della seconda. Mi abbandonai, completamente. Fu passione, violenza, tenerezza, ridere… Tutto. Immaginare il limite per superarlo.

«Si può ancora bere quel bicchiere di vino?»

Sorrise, si alzò da quel campo di battaglia che era diventato il letto.

Poi non ricordo più nulla, solo i suoi occhi.

La ragazza entrò nel negozio di saponi. La Provenza era di sapone. Odorò e guardò ovunque. Poi vide la confezione con scritto “Sapone del mio amore”.

«Sono in vendita?»

«No, sono qui solo per me».

La professoressa dietro al banco sorrise. La ragazza se ne andò. Appena fuori aprì la borsa e prese il telefono.

«I colleghi italiani sono scemi, quella non è un’assassina.»

Riccardo Castello

Le vite degli altri

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Caro amico,

su tuo consiglio e sulla scorta del successo che hanno avuto i Romanzi in cento parole pubblicati per Halloween,  oggi inauguro una nuova sezione di questo blog. Si intitola Le vite degli altri e ospiterà i racconti brevi che sceglierò tra quelli che mi verranno inviati.

I romanzi in cento parole hanno già una loro categoria, adesso è la volta di aprire la strada anche ai racconti.

Leggerò (con calma) tutto ciò che mi sarà inviato all’indirizzo emera64@gmail.com, sceglierò e pubblicherò. Anzi, comincio oggi stesso con un bel racconto breve scritto da un amico che si diverte a giocare con l’hard boiled.

Buon divertimento e… al lavoro!

Devotamente

EE.

Lettera in memoriam

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Caro amico,

non sono solita parlare di chi non c’è più. Non metto su Facebook foto dei defunti con la nota “R.I.P.”. Ma questa volta devo derogare. E derogo per un motivo strettamente personale. Mi perdonerai ma la ricorrenza dei Defunti quest’anno l’ho avvertita in maniera più forte. Come sai sono siciliana e per noi i Morti devono essere ricordati con gioia. Arrivano di notte e lasciano dolci e regali ai bambini.

Ricordo che quand’ero piccola, la notte prima dei Morti, andavo a letto con un’incontenibile eccitazione. Sapevo che i Morti sarebbero arrivati e per questo non riuscivo ad addormentarmi ma me ne restavo con gli occhi strizzati perché temevo che se avessi visto un morto, quello per dispetto, burlone come la mia cultura mi aveva insegnato che fosse, non mi avrebbe lasciato nulla. La mattina, quando mi alzavo mi sembrava che la casa avesse uno strano luccicore: è normale, mi dicevo, certa che i Morti avessero una sorta di polverina magica della quale ero sicura di vedere le tracce.

Anche oggi che sono adulta, per la ricorrenza dei Morti i miei genitori continuano a nascondere in casa un regalo per me, che sta lì ad aspettarmi fino a quando io non riesco ad andare a trovarli.

E’ così che da bambina ho imparato ad amare nonno Gino, il padre di mio papà, morto molto prima che io nascessi. Ogni anno per la festa dei defunti i miei mi dicevano: “Guarda cosa ti ha portato nonno Gino!”. E io ridevo e amavo quell’uomo così tenero che, incredibilmente, di anno in anno, indovinava sempre ogni mio desiderio!

Con gli anni la lista delle persone che mi hanno lasciata si è allungata. Di nonni non ne ho più nessuno; sono mancati gli amici, i parenti… Ma l’affetto per loro non è morto.

Quando mancò mio marito scrissi una pagina che condivisi solo con gli amici più cari che lo avevano conosciuto. Ecco, quest’anno, per questa ricorrenza, voglio renderla pubblica, perché il ricordo di lui, oggi, è tenero e, a tratti, gioioso.

Per l’uomo che fu, voglio ricordarlo con queste parole e con la copertina del suo libro che amai di più.

Qualche mese fa una lettrice del mio romanzo, ritrovandosi il libro di mio marito tra le mani –  Bellini Vincenzo in Catania (Maimone, 1985) – fotografò la dedica e mi spedì l’immagine: “Alla memoria di mio padre che cantava Bellini e di mia madre che lo accompagnava al pianoforte”. Ebbene, oggi quella dedica voglio ricordarla, perché dentro Capo Scirocco c’è un po’ di Enrico, un po’ di suo papà che cantava e di sua mamma che suonava.

Devotamente

EE.

Enrico è stato un grande maestro. Il migliore che potessi sperare di avere e il solo maestro che io abbia sempre riconosciuto.

Era (mi risulta ancora difficile non usare il presente parlando di lui) passionale Enrico. E spiritoso. Colto. Intelligente. Onesto. Come tutte le persone passionali, Enrico non veniva capito sempre e credo che questo sia stato uno dei crucci maggiori della sua vita. Però era spiritoso e, quindi, sapeva volgere quasi tutto in ironia. E scrivendo questo mi scopro a sorridere pensando a certe sue battute. Come quando trovava buffi soprannomi per la gente (chiamava “bummulu cruru” un collega grasso e con la carnagione rossiccia, che aveva una strana testa a pera con due orecchie piccole e a sventola che lo facevano sembrare proprio un bummulu per l’acqua di terracotta ancora cruda); quando metteva in versi le situazioni quotidiane e quelle accademiche (aveva una capacità rara di versificare e la più grande familiarità con endecasillabi ed ottonari, con sonetti e madrigali). Era colto: ricordo che dopo molti anni in cui avevo sempre seguito tutte le sue lezioni – da studentessa, da laureata, da amica, da amante, da moglie – un giorno gli dissi molto semplicemente che avevo scoperto che “non c’era il trucco”. Sì, perché chiunque di noi si sia trovato ad insegnare, a parlare in pubblico, sa bene come si affini l’arte del “riciclare”, dell’usare al momento giusto quegli argomenti a noi più di giusta misura per “far bella figura”. Enrico no, il mio Enrico non faceva così perché si metteva sempre alla prova: diceva ai suoi studenti che avrebbero potuto interromperlo in qualsiasi momento e porre qualsiasi domanda, muovergli qualsiasi critica. E così era continuamente stimolato a sapere, conoscere, approfondire. Trovava nelle questioni a volte anche banali poste dai ragazzi le ragioni per ricondurre tutto alla grande tradizione musicale europea e d’Oltreoceano. E questa era la più palese prova della sua intelligenza. Così viva da aver fatto di Enrico un eterno bambino.

Enrico non è stato solo un musicista e un musicologo, è stato per moltissimi anni la musica a Catania. Ha portato a Catania i più grandi balletti, i più grandi cantanti, la migliore musica da camera internazionale, le più grandi orchestre. Ha insegnato ai Catanesi ad ascoltare la musica contemporanea e rideva sempre ricordando che negli anni in cui i suoi cartelloni mettevano Sciarrino e Petrassi, Bussotti e Kagel, Pennisi e Stockhausen, Clementi e Berio accanto a Mozart e Beethoven, la gente diceva “’i cosi ‘i Failla”. E rise tanto la sera in cui, in un teatro gremito di gente, gli diedero un premio che lui soprannominò “una vita per la danza” perché aveva portato a Catania, Momix, Pendlenton, Pina Bausch, Daniel Ezralow, Linsday Kemp… altri, molti altri.

Enrico era un poeta. Piangeva sui versi dei grandi e mi diceva sempre che la poesia era più grande della musica perché aveva dentro la musica stessa.

Enrico era onesto con se stesso e con gli altri e da lui ho imparato l’onestà intellettuale.

Enrico non è stato “il mio maestro”, è stato il maestro di tutti e nessuno che abbia avuto a che fare con la musica, a Catania, ha potuto prescindere dai suoi insegnamenti.

Da lui ho imparato a insegnare e ho insegnato come lui voleva che insegnassi e anche negli anni del nostro distacco ho sempre saputo che così lui mi avrebbe voluta dietro una cattedra. E non c’è stata nessuna delle mie classi alle quali non abbia raccontato di lui, detto che ciò che sapevo era ciò che Enrico mi aveva insegnato.

Enrico era un musicista straordinario e caparbio. Improvvisava al pianoforte come non ho mai sentito fare a nessuno se non ai grandi jazzisti. Quelli dei quali collezionava i dischi, di cui mi parlava sempre. Art Tatum, Lennie Tristano… le sue tante passioni.

Enrico è stato un uomo molto solo anche quando è stato circondato da tanti, anche quando, sposina fresca, mi chiusi in casa con lui fingendo che eravamo partiti perché i suoi studenti finita la lezione venivano a trovarci a casa e restavano con noi fino a notte fonda impedendoci di avere qualsiasi forma di privacy.

Enrico se n’è andato senza che potessi dirgli ancora grazie. E vorrei poter avere la fede per sapere che adesso sa che noi uomini, spesso, siamo incredibilmente sciocchi.

Su Halloween e dintorni

Massimo Maugeri, amico e scrittore di vaglia, parla dei romanzi in cento parole dedicati ad Halloween ospitati su queste pagine.

Grazie, Massimo!

Wikipedia ci spiega che Halloween è una festività di origine celtica. Ha assunto le forme con cui oggi la conosciamo negli Stati Uniti e si celebra la notte del 31 ottobre. L’usanza si è poi diffusa anche in altri paesi del mondo e le sue caratteristiche sono molto varie: si passa dalle sfilate in costume ai giochi dei bambini, che girano di casa in casa con la formula del dolcetto o scherzetto. Tipica della festa è la simbologia legata al mondo dell’occulto, così come l’emblema della zucca intagliata, derivato dal personaggio di jack-o’-lantern.

Halloween, ieri, ha certamente attraversato la prima tappa dell’edizione 2013 di Lucca Comics & Games (che durerà fino al 3 novembre): uno tra i più importanti eventi internazionali dedicati al mondo del fumetto, dei giochi, del cinema d’azione (e non solo).

E il fatto che Halloween ha avuto, e avrà, influenza anche sulla narrativa ce lo dimostra l’iniziativa della scrittrice Emanuela Ersilia Abbadessa che, sul suo blog “Lettere dal convento“, sta raccogliendo romanzi inediti in cento parole dedicati appunto alla festa del dolcetto o scherzetto. A Emanuela Abbadessa auguriamo cento di questi Halloween letterari.

Su Halloween e dintorni.

A pagamento

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Grazie a Francesco Marrapodi!

“Possa ardere tra le fiamme dell’inferno! Possa essere schiacciato in cielo e in terra!” maledico me stesso, mentre trascino le parti che ancora restano del corpo. Non conoscevo il suo nome – so che si tratta, però, di una donna – né voglio sapere chi fosse o cosa facesse. Perché, in questi casi, meno si conosce delle proprie vittime, meglio è. Mi dispiace solo che non abbia potuto ricevere l’estrema unzione. Roba da preti, lo so! però farebbe felice mia moglie. Mia moglie sostiene che per le vittime sarebbe importante ricevere l’estrema unzione prima di essere eliminate. No! non sono un maniaco. Uccido solo necessità e per salvare altre vite. I beneficiari sono persone che non conosco, però pagano bene…

Francesco Marrapodi

Il romanzo dell’orrore più breve del mondo

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Così breve che occorre la lente d’ingrandimento. Ma, si sa, Ottavio Cappellani, è un provocatore e un cattivo ragazzo in prossimità di Halloween ci sta proprio bene.

Grazie, Ottavio!

Romanzo dell’orrore più breve del mondo

CAP. 1
Minchia che scànto.
Fine
Ottavio Cappellani

Distacco

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Grazie ad Ivano Porpora!

Vidi morire mia madre due anni fa. Era giugno, e un giorno piovoso; le suole delle scarpe s’incollavano alle calze e le calze al piede, le foglie verdi alle scarpe, ed era ciò cui mi potessi attaccare, quel giorno. Il suo corpo era di membrana stanca; le sue parole come mai, rassegnate a una sorte dipanatasi dal pancreas. Un mese dopo incontrai Enrica, in coda al cinema di via Roma; tre mesi dopo la sposai. Otto mesi fa è nato Oscar. L’ho visto l’ultima volta ieri sera, gli occhi lucenti, il sorriso sdentato; mi salutava allontanandosi in braccio a mamma.

Ivano Porpora

Novembre. Un consiglio di lettura

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Per la seconda volta su questo blog mi trovo a consigliare un libro di Teresa Ciabatti. E’ inevitabile dato che continua a scrivere libri irresistibili.

Che importa che tu sia di plastica grazie alle abili mani di un chirurgo o che il tuo addominale scolpito ti costi lacrime e sangue. Teresa Ciabatti, cattiva e superlativa come sempre, smaschera te e il tuo protettore con il suo solito occhio implacabile sulle miserie contemporanee. E mentre i piccoli Costantino crescono, il mondo dei Lele Mora alla matricina (ma anche l’originale non è che fosse uscito dalle mani di un cuoco stellato) implode lasciando a terra solo resti di protesi ai glutei, tatuaggi tribali e un mucchietto di polvere. Bianca.

Tuttissanti, uscito dal Saggiatore, è vero. Così come sono veri il banale e il brutto che ci circondano. Per la Ciabatti il male ha un nome: Luciano Lualdi, boss dello star-system che non è di serie B solo perché non sembra essercene uno di serie A. Dai giovanotti che raccatta tra le miserie della provincia succhia tutto (e non solo metaforicamente).

Un libro da leggere per non dare tregua agli inconsistenti arbitri di questa triste epoca di disagio.

Breakfast

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Grazie a Giuseppe Di Piazza!

Mi sveglio da un sonno lungo non so quanto. Ho fame. Intorno a me c’è un ambiente disordinato, giallastro. Provo a sgranchirmi, allungandomi. Sono debole. Devo mettere qualcosa sotto i denti prima di ripiombare in quel torpore che non so se definire esattamente vita. Osservo quelli che sembrano stracci che pendono un po’ ovunque. Ci sarà pure qualcosa di commestibile, in tutto questo disordine. Magari proprio questi stracci: hanno un colorito invitante, mi ricordano il grasso… Ne addento uno mentre da fuori giunge una voce ovattata: “Passatemi il bisturi, devo aprire prima che i vermi entrino in azione”.

Giuseppe Di Piazza