À la manière de… Borges

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Ancora un esercizio di stile su I promessi sposi. Questa volta si tratta della difficilissima prova in stile Borges, affrontata da un giovanissimo allievo del corso scriviAMO, Simone Peluffo. Una prova notevolissima e di grande efficacia.

 

Il labirinto di voci

Mi svegliai nel mezzo della notte con una certezza. Delle molte obbrobriose colpe di cui mi sono macchiato, nessuna superava la decisione, nutrita e vomitata nelle anguste sale del mio castello. Un ragazzo e una fanciulla, reduci da un destino di cui adesso non posso che vergognarmi, si erano infine ritrovati. Fui io a separarli e questo fu il motivo di ogni mia sventura. Tra tutte vi narrerò della condanna ad un esilio del tutto particolare e della mia terribile liberazione.

Mi ritrovai in ginocchio, a guardare la luce gialla di una lanterna di ferro che proiettava immagini irregolari sul pavimento su cui la mia ombra tremava come il ricordo di un senno che fu un tempo mio, la mia mente era come in un sogno di cui io non ero il sognatore ma solo uno strumento, una comparsa usata da mani che mi portarono alla disperazione.

La campana suonò la dodicesima ora della notte. Il suo suono era singolo e solo a navigare fra le vaste mura del tempio del dio taciturno che ora stava lì, innanzi a me, a giudicarmi, fatto di una volontà oscura e incomprensibile. Sentivo che non mi avrebbe salvato pregare. Dissi all’uomo morto che mi stava innanzi tutto quello che dovevo dirgli.

Come gli uomini liturgici dal volto grigio della mia infanzia mi avevano sempre dettato, eseguii il segno di pentimento e asciugai il sangue di legno denso, che colava dalle gambe del Cristo chino su un lato.

Egli era immobile nel gesto indefinito di morirmi di fronte. Un moribondo che parla a un morente, ridicolo. Pensai che tutto quello che accadeva lì era falso, che quell’idolo, era legno e solo legno. Ignorando il motivo del mio pentimento compresi di dover uscire, mi allontanai dall’effige sacra, che non avevo più il coraggio di guardare, in Lui scorsi i miei occhi, in me la sua pelle verde, l’ennesimo specchio del mio tormento inutile.

Mi trascinai lungo le navate della chiesa, sotto i cieli illusori fatti di angeli bianchi, quasi canuti. Trovandomi lì nella fredda notte lacustre a strisciare, a bestemmiare le sacre scritture. Stetti in silenzio. Qualcuno in fondo alla via della piazza desolata osservava il mio comporre respiri che si alternavano male. Un uomo mi guardava, senza volermi vedere, avanzava senza fretta, ma con pochi passi comprese il fatto inevitabile di incontrarmi, e si ritrovò a correre per timore di vedermi, di parlarmi o di sapere e poiché non voleva ma doveva, si fermò. Non mi fece cenno di saluto e io non mi offesi per questo.

  • Sappiamo entrambi perché siamo qui Rodrigo, disse lui a me, deglutendo in modo rigido, come il corpo che lo sorreggeva.
  • No, non l’ho ancora capito, asserii io, severamente.

Le vesti dell’altro erano segnate da tutto quell’orrore che ancora probabilmente gli batteva in testa.

  • Ho saputo che l’hai trovata…, chiesi io senza guardarlo, con il terrore che quegli occhi da bigotto mi potessero investire con l’odio che segretamente serbava per me. Era la falsa fede in quel dio temibile che ne tratteneva le mani e i palmi assassini dalla mia gola, o forse peggio, era la pena a renderlo mansueto.

Non mi rispose direttamente ma era comunque chiaro, forse lei era persino lì con lui, nascosta da qualche parte. Questo dubbio mi fece trasalire.

  • Dopo quel giorno a Milano non sono riuscito a chiudere occhio.

  • Paura di dio immagino.

Rispose brusco lui a me.

  • Guardati intorno Renzo, sono già morto e di dio non c’è traccia. Sono i frutti del mio sonno che mi fanno paura, sono vuoti!, e ogni notte che mi ritrovo qui ho il terrore che sarà l’ultima.

Sembrava più una supplica che un ammonimento, ma non ci feci caso e lui imperterrito controbatte.

  • Sono qui per il tuo perdono. nel dirlo non fece trasparire una sola sensazione, tutte le emozioni erano imbrigliate in un fagotto cinto al petto, sembrava combattuto, un sussulto solo un sussulto e sarebbe fuggito via.

  • La tua compassione mi fa schifo Renzo, ingiuriai io indovinando il motivo della sua venuta. Forse ero stato troppo duro, dopo tutto gli avevo migliorato la vita, in realtà non gli dovevo nulla, ero io quello che stava male. Ma soprattutto non volevo il suo perdono.

Renzo si portò le mani al viso, scrollando la testa, sembrava aver capito qualcosa, che allora non compresi e la pena nei suoi occhi parve moltiplicarsi.

  • Sai dove siamo?, mi chiese nel modo in cui un adulto parla a un bambino che ha perso la strada, io non risposi, lo sapevo perfettamente.

  • Siamo in un incubo dove le mie colpe vengono punite, dissi io, ricordando quel lunghissimo periodo.

  • Su quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…, continuò lui con un sorriso. Seppi subito che il suo viso, il suo atteggiamento era contrario e inverso a quello che mi aspettavo, mi stava canzonando.

Le mura della realtà parevano stringersi su se stesse. Mi voltai angosciato, mi aggrappai a questa angoscia ripercorrendone i possibili motivi, il perché di quella sensazione mi sfuggiva e non compresi, non udii le ore vibrare nella notte e il mattino incombere, senza saperlo tremavo di paura, senza capire perché, dando le colpe al vento, al freddo, a quell’uomo triste o a quel malanno che mi divorava.

  • A Milano quel giorno che mi spensi ti sentii parlare nel mio delirio e mi perdonasti, se tutto fu risolto perché sono qui?

Mi interruppe una tosse violenta accompagnata, con orrore crescente, da un rivolo di sangue netto sopra la mia mano, lo osservai attentamente, poi non senza preoccupazioni continuai.

  • La peste mi perseguita ancora, questo non è reale, è solo per crudeltà del tuo dio che sono qui!, gli urlai boccheggiando. ancora sedutogli innanzi.

Pulii la mano sull’erba crespa e il terriccio, mi alzai barcollando, guardandolo negli occhi, aspettandomi l’inferno. Con sgomento vidi che mi guardava anche lui, il supplizio la tenebra non l’avevano piegato. Qualcosa di viscido mi salì lungo la schiena, un brivido che gridava crescente le sue ragioni, un allerta e un senso di pericolo imprevedibile. Cercai Lucia nel buio distante, non la vidi. Indietreggiai bruscamente, i muscoli non ressero, caddi all’indietro urlando. Con un forte bruciore al petto che non era la peste, ma era la paura, era il crepuscolo.

Il tempo era giunto infine, ma non lo compresi.

  • Perché sei qui?, gli chiesi preoccupato mentre tutto era ancora immerso nel buio.

Mi sentivo evanescente, quasi disperso nell’aria. La realtà si era rivelata e il mondo illusorio in cui mi trovavo si tramutò rapido nel mio trapasso mistico. Mi raggiunse il buio. Terrorizzato chiesi scusa con il cuore stretto in una morsa, sicuro come quando ero immerso in preghiera, che non sarebbe servito a niente, e pesantemente caddi al suolo. Infine compresi, quella era davvero l’ultima notte e il sole stava per sorgere.

  • Il perdono!, disse lui.

Mi vidi scomparire, sciogliermi sul prato. Lui scrollò la testa

  • Io ti ho perdonato ma tu non mi hai ancora chiesto perdono, tutto il male che hai fatto, brucerà con te, disse, ora trasmutandosi alto e terribile in quello che più di tutti assomigliava all’effige nella chiesa, egli stesso era l’incubo.

Dopo aver ritrovato la sua Lucia, forse mi perdonò ma quel giorno si era vendicato di me, non capii subito, ma in un lasso di tempo che si perdeva fra i secondi e gli eoni compresi che l’entità di quello specchio era l’universo e che io ne ero solo un riflesso.

Ritrovandomi nel labirinto di voci da lui creato, incominciai a capire di essere stato solo una parvenza di un mondo onirico di cui Renzo era il sognatore involontario.

L’alba, che sorse all’orizzonte, svegliò il ragazzo, e io, smisi di essere sognato.

 

Simone Peluffo

À la manière de… Austen

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Sonia Cardona, per il suo esercizio di stile ha scelto la sua scrittrice preferita, consegnandoci una deliziosa versione de I promessi sposi in stile Jane Austen. L’autrice di Orgoglio e pregiudizio non avrebbe saputo fare di meglio.

 

E’ un fatto indubitabile, riconosciuto da ogni signora che possa davvero definirsi “di mondo” e da ogni onesto galantuomo, che una giovane coppia ben assortita, la cui unione sia benedetta dalle rispettive famiglie e senza ostacolo alcuno approdi a giuste nozze, non possa che annoiarsi terribilmente negli anni a venire.

Fortunatamente, altrettanto indubitabile è il fatto che, sovente e nella giusta misura, interviene un fato benevolo a scongiurare un simile, detestabile esordio e lo fa attraverso imprevedibili vie.

Ora, si dà il caso che la Signorina Mondella, nient’affetto brutta, ma di aspetto modesto e di ancor più modeste pretese, avesse accettato come unico destino possibile la corte e indi la proposta di matrimonio del Signor Tramaglino che, per nulla privo di quel fascino garantito dalla giovane età e da una certa rozza baldanza, provvisto inoltre di una modesta agiatezza, si era imposto alla giovane certo di venire accolto con favore e di poterne fare la sua arrendevole e laboriosa consorte.

Ma, come alle volte accade, la Signorina Mondella sottovalutava di gran lunga il suo fascino e la suggestione che il suo pudico contegno suscitava nell’animo dei galantuomini, specialmente di quelli le cui maniere lasciavano molto a desiderare e che erano portati a credere che il suo onore fosse un premio per cui valeva la pena incapricciarsi un poco. Era questo il caso di Don Rodrigo, vivace signorotto del luogo, se può considerarsi vivace una condotta interamente dedita al libertinaggio e alla dissipata gozzoviglia, il quale, per sfuggire alla monotonia che tormentava le sue giornate e per di più desideroso di veder acclamato il suo esotico fascino, di fronte, o in smacco, cosa di cui non dubitava affatto, al chiassoso circolo degli amici, aveva deciso di impedire il matrimonio e di concedersi, non si sa fino a quando e quanto onorevolmente, le delizie che certo una simile fanciulla aveva da offrire.

A dire il vero, neppure si era dovuto ingegnare molto al fine di far naufragare le nozze, sapendo, come del resto tutti nel villaggio sapevano, che una minaccia opportunamente brutale avrebbe di certo persuaso l’animo pavido del Curato Abbondio, che meritava tale titolo poiché era di una costanza lodevole nell’adoperarsi esclusivamente nella cura di se stesso e degli agi di cui abbisognava, a recedere dal celebrare la festosa funzione.

Questo episodio colmò di sgomento l’animo delicato della Signorina Mondella, mentre il Signor Tramaglino decise che era davvero troppo al di là di ogni sopportabile insolenza.

Quanto alla gente del villaggio, è indubbio che si sentì offesa nel profondo della sua ordinaria armonia e non si comprende se di questo incolpò i due promessi quanto o ancor più di Don Rodrigo. In ogni caso, ai due giovani non rimase che allontanarsi per qualche tempo dal paese, nella convinzione che questo rendesse Don Rodrigo presto dimentico dei suoi sfacciati propositi, anziché invitarlo ad un divertimento più complicato e, ne consegue, assai più soddisfacente.

I promessi si ritrovarono così a doversi provare in una separazione tanto inaspettata quanto spaventosa, che sembrava promettere solo incertezza, e che finì per mutare, come sempre accade in questi casi, i loro animi e l’intensità del loro sentimento, sino a quel momento non particolarmente degno di nota.

D’altra parte, chi ha vissuto abbastanza a lungo e con abbastanza giudizio, sa che la difficoltà e il dispiacere raramente non concedono, seppur sempre con una certa riluttanza, il dono di una visione più profonda e di una maggiore conoscenza di sé.

Il Signor Tramaglino si ritrovò così ad affrontare le difficoltà della grande città, con maniere e lignaggio tutt’altro che adeguati a dar buona prova di sé e per di più nel bel mezzo di una stagione resa meno piacevole dal chiasso dello scontento popolare. Fu tuttavia abbastanza saggio da evitare i balli pubblici, dove avrebbe faticato a stringere amicizie di una qualche utilità, mentre si premurò di costruire una certa consuetudine nei circoli politici milanesi, ai cui incontri la sua focosa rudezza lo portò sin troppo alla ribalta, della qual cosa, data la situazione, non necessitava affatto, come comprese presto a sue spese.

Frattanto, la Signorina Mondella, ormai da diverse settimane ospite del monastero di Santa Margherita, si trovava, nonostante l’immancabilità del suo tormento interiore, piuttosto a suo agio, potendo inoltre contare sulla presenza della madre, donna dal carattere autoritario e del tutto immune da quel sentimento così utile in società conosciuto con il nome di imbarazzo. E alla madre, la Signorina Mondella, era solita delegare ogni decisione che avesse una qualche rilevanza, preservando il suo animo e la sua condotta da ogni responsabilità personale e rimanendo la modesta fanciulla che da sempre era.

Ma questa situazione del tutto priva di sbocchi poteva ancora una volta contare sul vivace temperamento di Don Rodrigo, la cui passione per il dramma lo fece risolvere, senza aver dedicato un solo scrupolo all’inopportunità e all’ineleganza di tutta la faccenda, a far rapire la Signorina Mondella e a porla sotto la custodia di un Galantuomo dalla reputazione così malridotta che i compaesani evitavano persino di citarne il nome. E a questo punto, la Signorina Mondella fu sola, come mai era stata prima di allora, con la mente del tutto sgombra dei buoni consigli degli altri e nella condizione di regolare la sua condotta sul solo metro della sua intelligenza e dei suoi sentimenti.

Tuttavia l’isolamento forzato dell’una e la necessità di non farsi notare dell’altro non vennero per nuocere ai due giovani, permisero anzi loro di scampare ad una mortale malattia, che infettando la selvaggina della campagna lombarda, era giunta in abbondanza sin sulle tavole dei privati cittadini nonché nelle cucine delle locande, dilagando come un’epidemia e mietendo più vittime che in battaglia, benché senza discrimine alcuno d’età, fazione o censo.

E fu in questo modo che la separazione del Signor Tramaglino e della Signorina Mondella ebbe termine poiché, sin troppo prematuramente, ma con il dispiacere di pochi, Don Rodrigo morì rosicchiando una costoletta di cervo. E il matrimonio, che finalmente venne celebrato, unì assai felicemente un uomo più consapevole delle proprie debolezze e più grato di ciò che riceveva ed una donna meno modesta e più salda nel proprio giudizio.

Eppure ci si potrebbe ancora domandare, a questo punto della storia, perché Don Rodrigo insistette a tal punto per ottenere un premio, che fin da subito lo aveva annoiato oltre ogni dire. Probabilmente la noia è un’avversaria più temibile di quanto normalmente si sia portati a credere o forse le persone in genere sono più complicate e più estranee a sé stesse di quanto siano disposte ad ammettere.

 

Sonia Cardona

À la manière de… Christie

Agatha Christie

 

Oggi propongo l’esercizio di stile di Regina Realini: I promessi sposi in stile Agatha Christie. Impresa non semplice ma risultato pienamente centrato.

 

 

L’INTRIGO

Titolo originale: All ends with a flourish

Luogo della narrazione

St. Ives : villaggio del nord –est della Cornovaglia lambito dalle acque dell’Atlantico e immerso nella tipica campagna inglese

 

Personaggi  principali del romanzo

Cavendish, Arthur: vicario di St.Ives

Sir Leonard Rochester: proprietario di Midsommer Manor

Bratt, Elias: il promesso sposo

Martins, Susie: la promessa sposa

De Sabran, Edith: madre badessa del monastero di Ely

Ackleby, Flora: governante del vicario

 

Quella mattina il vicario di St. Ives dormiva ancora profondamente quando due poderosi colpi alla porta rimbombarono in tutta la canonica. La governante Miss Flora Ackleby si precipitò giù per le scale e raggiunse l’ingresso borbottando:

-  In nome del Signore, è questo il modo e l’ora di presentarsi in una casa rispettabile?

Ma quando aprì la porta le parole le morirono sulla bocca. Le canne di una doppietta la guardavano ora minacciosamente.

-  Miss Ackleby, cos’è questa confusione, sta forse andando a fuoco la chiesa?

Il pastore scendendo le scale e aggiustandosi un buffo paio di occhialini sul naso si accorse solo allora di cosa stava accadendo, ma con la consueta calma quasi stesse predicando dal suo pulpito si parò dinnanzi alla governante e con un candido sorriso apostrofò il gentiluomo:

- Forse il signore gradirebbe entrare, naturalmente se intanto potesse abbassare l’arma potremmo evitare alla mia governante di morire di paura.

- Ho un messaggio per lei, reverendo Cavendish. Sir Rochester desidera vederla con una certa urgenza, sono qui per accompagnarla da lui.

Al cancello li aspettava un’auto che non appena saliti partì a gran velocità verso la foresta di Hillcomb. In un attimo calò nuovamente il silenzio e la nebbia ancora fitta di quel mese di novembre inghiottì ogni cosa. In lontananza il crocchiare dei fagiani tra gli alberi avrebbe accompagnato di lì a poco il sorgere del sole che per qualcuno sarebbe stato più pallido e freddo del solito.

Elias non si era mai sentito così felice. Finalmente lei gli aveva detto di si. Dopo quasi due anni di strenuo corteggiamento era riuscito a strappare alla bella Susie la promessa che entro la fine dell’anno sarebbe diventata Mrs Bratt. Aveva lavorato duramente nell’ultimo anno, voleva offrire alla sua futura consorte una vita degna di una principessa perché per lui quella creatura meravigliosa era un dono del cielo. Fu proprio allora che la vide dirigersi verso la canonica. Il passo leggiadro ma risoluto e un delizioso cappellino che rendeva la sua lucente chioma bruna ancora più bella; per un attimo si chiese se si fosse dimostrato all’altezza, se fosse stato in grado di renderla felice, poi pensò che era stata lei a sceglierlo e ogni dubbio si dissolse. Avrebbero abitato nella casa che il padre gli aveva lasciato, l’aveva trasformata in un’adorabile cottage, le rose che a lei piacevano tanto ora crescevano rigogliose e a primavera sarebbero sbocciate inondando di colore e profumo il giardino intorno. Era tutto così assolutamente perfetto che nulla avrebbe potuto intaccare la loro felicità. Presto però avrebbe dovuto ricredersi.

 

Intanto a Midsommer Manor…

- Vi porgo le mie scuse, reverendo Cavendish, ma si tratta di una questione delicata e di estrema urgenza. Mi è giunta voce che siate in procinto di unire in matrimonio due giovani del villaggio, Elias Bratt e Susie Martins, giusto?

- Si, è esatto. Posso chiedervi quale sarebbe il problema?

- E’ presto detto. Queste nozze non devono essere celebrate.

Sulla fronte del pastore si formò una ruga interrogativa e stava per aprir bocca quando Sir Rochester riprese la parola.

- Naturalmente non dovrete fare parola con alcuno, lascio a voi la scelta dell’argomento a cui addurre per, così dire, rinviare la cerimonia a data da stabilirsi. E’ sottinteso che mi aspetto cogliate il mio suggerimento e non mi spingiate a ricorrere a modi più convincenti, siete un uomo molto apprezzato, il vostro gregge vi ama e si fida di voi, non vorrete certo affidarlo ad un altro pastore…

Nel silenzio che calò dopo quelle parole si sarebbe potuto sentire il battito del cuore del reverendo che immobile al centro della stanza si accorse di essere rimasto solo. Cosa avrebbe fatto uscito da lì?

 

Susie Martins al pari del suo innamorato era al settimo cielo e mentre si avviava verso la canonica pareva camminare su di una nuvola, il pastore l’aveva fatta chiamare, i preparativi per le nozze erano quasi terminati e il colloquio con il suo confessore avrebbe aperto la sua anima alla nuova vita che l’attendeva. E così con calore paterno il reverendo Cavendish la accolse, mentre sotto di lui sentiva aprirsi le porte dell’inferno.

- Mia cara figliola, mi sento in dovere di suggerirti un breve periodo di riflessione prima del grande passo, così ho pensato che una visita al Monastero di Ely dove potrai trovare accoglienza e consiglio in questo delicato momento, ti sarebbe molto più utile delle parole di un noioso pastore. Ho già parlato con la Madre Badessa De Sabran e se sarai d’accordo manderà già domattina un’auto a prenderti , sarà per lei e le sorelle un graditissimo compito prepararti al lieto evento.

Susie grata per un così profondo interessamento non indugiò e accolse la proposta con entusiasmo, sarebbe stata una buona moglie e un’ottima madre con tali insegnamenti e avrebbe reso il suo sposo l’uomo più felice. Ma ciò che trovò Susie ad accoglierla fu una prigione. Relegata in un’ala dismessa del convento dalla sua cella non poteva vedere altro che un pezzetto di cielo. Dopo giorni e notti di pianto, spossata e senza più speranze si chiuse in se stessa, e non riuscendo più a pregare per il tradimento subito penso di aver perso la fede per sempre.

Mentre al villaggio qualcosa di ancora più tremendo si stava preparando…

Susie sparita nel nulla ed Elias disperato partiva per ritrovarla. Non accettava il pensiero di averla persa., si amavano e questo bastava. E fu proprio il loro amore che li salvò, quando inaspettatamente sul villaggio si abbatté quella che il vicario dal suo letto di morte dichiarò fosse la penitenza al suo gesto insano. Una serie di morti sospette che culminò in una vera e propria epidemia colpì la gente del posto, ogni famiglia pianse qualche perdita. Mr Cavendish fu tra i primi ad ammalarsi e la sorte volle che anche a Midsommer Manor lo spettro della morte trovasse le porte aperte portandosi via Sir Rochester. Mentre coloro che per un motivo o un altro si trovarono distanti dal villaggio riuscirono ad evitare il contagio.

Quando al monastero arrivò notizia che i colpevoli della segregazione erano passati a miglior vita, la povera Susie venne liberata e riuscì a tornare al villaggio.

Elias dopo un lungo peregrinare, rassegnatosi ad aver perso la sua innamorata, volle comunque ringraziare la buona sorte per averlo risparmiato e decise di dedicare il resto della sua vita ai bisognosi. Ma la Divina Provvidenza alfine non lasciò che la storia finisse proprio così.

Susie ed Elias si ritrovarono e accorgendosi che né il tempo né la mano altrui aveva intaccato il loro amore decisero di coronare il loro sogno e all’inizio dell’estate seguente celebrarono le nozze.

Mai giardino in St.Ives fu visto più fiorito.

 

Regina Realini

 

À la manière de… Camilleri

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Continua la pubblicazione dei compiti dei miei allievi del corso scriviAMO con I promessi sposi in stile Andrea Camilleri per la penna di Ketty Scarpulla. Divertentissimi!

 

Accussì m’ attrovo su questo carro di monatti, propria quanno stavo pi’ trasire a casa di Don Ferrante! Era l’unico modo per salvarimi pirchì per un untore mi presero. Che rottura di cabasisi, non ne va una po’ verso. Meno mali che una donna mi risse di cercari Lucia al lazzaretto.

Prima quel grandissimo cornuto di Don Rodrigo che s’innamurò di Lucia, neanche ci mancassero le bedde picciotte e va a catafottere il matrimonio che era già stato organizzato, grazie a quell’altro cornutazzo di Don Abbondio, che si caga sutta pi’ nenti. Fummo costretti a scappari: io a Milano e idda a Monza in convento, dove c’era Gertrude. Buona quella. Altro che suora: era una gran buttana, se la faceva con Egidio, scagnozzo dell’Innominato, che la fice rapire per conto di Don Rodrigo.E bono fu che all’Innominato ci vinne la crisi di coscienza, altrimenti ancora rinchiusa nel castello sarebbe.

Lucina mia, avi du’ anni che non ti vido e mi sembra di nescire pazzo.

Che feto, c’è da schiattare! Quantu morti. Tutta colpa di quei vastasi dei Lanzichenecchi. E di tutti quei gran signori che potevano evitare ‘sta carneficina e non lo ficero. E la gente ‘gnurante che nenti capisce e pigghia a petrate chi li mette in guardia contro la peste e pensa che il contagio si pigghia non per contatto con gli ammalati ma con ‘nguenti velenosi. Si può essere chiù fissa? E accussì mi credettero untore.

Io qua non sarei neanche tornato, se non fussi che debbo circari a Lucia.

In quel mutuperio di San Martino mi presero per uno di capi della rivolta e meno mali che riuscii a scappari a Bergamo da mio cugino Bortolo. Ma donna Prassede, mugghieri dotto Don Ferrante, mi mise al corrente che l’Innominato cangiò completamente, si pintì delle sue malefatte e portò Lucia da lei.

Però adesso deve essere al lazzaretto. Lucina mia speriamo di trovariti viva, morirono assai: che pena mi fece chidda picciridda, Cecilia, che la madre vistì a festa. Chiangìu addirittura un monatto!

Accussì sugno qui su questo carro chinu chinu di cataferi cu ‘sti avanzi di galera, vistuti di russo e con il campanello al pedi che fanno di tutto per arricchirisi senza pentimenti: rubbano nelle case dei malati, pigghiano soldi ai sani per non condurli al lazzaretto, arrivano al punto di spandere il contagio per prolungare l’epidemia cchiù assai. E pinsànu davvero fussi un untore, che fissa! Mi dissero che sotto la loro protezione sono come ”in chiesa”, mi diedero vino tinto, schifio!, che arrifiutai.

Che desolazione: ovunque fetore di cataferi, tutti ‘i potti chiuruti, ovunque fetenzie e munnizza e la gente furrìa uscita di testa. Nuddu si fida di n’autri. Non vido l’ora di arrivare al lazzaretto.

Ma ecco . Arrivati siamo e scinnii.

Che schifio …Sta peste attrasforma i corpi. Bubboni, pus, cicatrici vastase.

In chidda niura, sangue anche da vucca insieme al vomito. Sensazione di friddu, sudorazzo tinto. E che facce: scantate, occhi incavati, labbra sicche, membra contratte. Alcuni escono pazzi e arrirrono.

Ma chiddu accussì sicco mi pare di conoscirlo: è pelle e ossa, uno scoppo pare, ma è lui: Madunnina santa, è fra’ Cristoforo!

- Fra’ Cristoforo!

- Renzo sei tu? Che ci fai qua ?

- Sto ciccannu la mia bedda Lucia.

- Ma non vi eravate sposati?

- Nonsi, ma allora nenti sape? Se avete pacienza vi cunto tutti i fatti.

- Devi cercarla nella sezione femminile. Ti do io il permesso.

- Se non l’attrovo viva, pigghio a legnate quel fituso di Don Rodrigo che causò tutti i nostri mali.

- Non puoi dire così Renzo, solo Dio può premiare e punire. Rifletti sul perdono cristiano: di là c’è Don Rodrigo morente, privo di conoscenza e scosso da tremiti. Partecipa con me alla preghiera per la sua salvezza.

- Fra Cristoforo, troppo assai mi chiedi.

- Renzo, Don Rodrigo sta per morire: ha preso la forma maligna. Questa è carità cristiana. Potresti pentirti in seguito proprio come è successo a me. Sai i miei trascorsi.

- Arrinesci sempre a convincirimi. Però addoppo mi aiuterai a cercare Lucia.

- Certo.

Bedda matri come si arrriduciu. N’attruvai Lucina mia tra le persone guarite e convalescenti. Tocca cercarimmilla tra le fimmene malate.

- Oh Signuruzzo benedetto, propria tu sei, Lucia?

- Bih, Renzo, che ci fai qua?

- Pi’ ttia!

- Renzo, amoruzzo mio, vulissi moriri. Fici voto di castità quando ero chiuruta nel castello dell’Innominato e non possiamo più sposarci!

- Ma tutte minchiate sono! Cosa vuoi che conti quel giuramento. Eri stunata. Paura avevi. Doppo due anni di inferno, non viru l’ora di vasarti, abbrazzarti, e tu mi cunti queste fesserie. Io ti amo,ti amo, sei mia Lucia !

- Basta Renzo, non insistere, anche per me è ‘na tortura. Pensi che anch’io non vogghiu vasarti? Solo che il giuramento lo feci di fronte a Dio.

- Fra’ Cristoforo, Fra’ Cristoforo! Faciti qualcosa voi. Sciogliete il giuramento. A Dio non ci importa una beata minchia della castità di Lucia.

- Non bestemmiare Renzo, però hai ragione su un punto. Il voto di castità è stato fatto in un momento di confusione mentale perciò non può essere considerato valido. Lucia ti libero, in nome di Dio, dal giuramento fatto.

- Bedda Matri, allora io e Renzo ci possiamo sposare?

- Certo e poi non potevi fare un voto che coinvolgeva anche un altro. Tu eri già promessa a lui.

- Biiii! Sugno felice! Grazie Fra’ Cristoforo Dio vi abbenerica. Che beddu!

Ketty Scarpulla

 

 

À la manière de… Dostoevskij

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Qualche mese fa, insieme a Paolo Schiavi, grande libraio e titolare della libreria La Feltrinelli Point di Savona, e Mario Baudino, giornalista, critico letterario e amico, ho aperto a Savona una scuola di scrittura, scriviAMO.

Nel corso del primo ciclo di lezioni ho assegnato ad una classe di allievi particolarmente brillante un esercizio non semplicissimo. Un esercizio di stile, perché io credo molto negli esercizi di stile. Ho proposto loro una trama notissima che così ho riassunto: due ragazzi si amano, un potente si mette di mezzo impedendo il matrimonio, i due fuggono perdendosi di vista, scoppia un’epidemia che li fa ritrovare, si sposano. Questi erano i soli punti cardine tratti dal capolavoro di Alessandro Manzoni che avrebbero dovuto inserire nella loro narrazione, gli altri avrebbero potuto sceglierli a loro piacimento. La difficoltà stava nel fatto che ciascuno avrebbe dovuto “riscrivere” questo soggetto con lo stile del proprio scrittore preferito, cercando di imitarlo al meglio. Il tutto in mille parole o già di lì.

Ne sono venute fuori pagine ben fatte e alcune estremamente gustose. Ho deciso di presentare le migliori su questo blog perché, al di là della cura con la quale sono state realizzate, le trovo anche particolarmente divertenti da leggere.

Comincio con quella del giovanissimo (davvero giovanissimo, un teenager!) Francesco Auxilia. Un ragazzo delizioso che ha già un grosso bagaglio di letture “importanti” alle spalle e una particolare maestria nella scrittura. Francesco ha scelto di provarsi con lo stile di uno dei suoi autori del cuore, Fëdor Dostoevskij.

Ecco dunque I promessi sposi di Francesco Auxilia, in mille parole, à la manière de… Fëdor Dostoevskij!

 

Premessa dell’autore

Nell’iniziare il racconto delle avventure dei miei due eroi, Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella, mi trovo in un certo imbarazzo. E cioè: anche se chiamo queste due persone miei “eroi”, sono pienamente consapevole che essi non sono grandi persone. Quindi prevedo già domande del tipo: cosa mi dovrebbe interessare allora di queste due persone? Cosa hanno di tanto particolare? Perché io lettore dovrei perdere tempo ad apprendere i fatti delle loro vite?

A queste domande, io potrei solo rispondere questo: Forse lo capirete da voi leggendo il romanzo.

Ma se, una volta letto il romanzo, voi non concordaste sul fatto che i miei Renzo e Lucia siano persone notevoli? Smarrito nel risolvere tali quesiti, sorvolerò su di essi.

Con questo concludo la mia premessa. Sono d’accordo che sia pienamente superflua. Ma, dal momento che è stata scritta, che rimanga pure.

E adesso al lavoro.

 

I promessi sposi

Era una sera tranquilla, verso l’inizio di novembre. Don Abbondio, il curato del nostro distretto (che gli anziani ricordano ancora), stava tornando verso casa da una breve passeggiata, con un’aria tranquilla e serena. Teneva in mano il breviario, che ogni tanto apriva e di cui recitava qualche salmo.

Dirò solo che si trattava di una di quelle persone sicuramente pavide ma che, soprattutto, sono ancorate ad una vita tranquilla, placida, senza sconvolgimenti, priva di ogni sorta di avventura. Aveva deciso di divenire parroco non per una particolare vocazione, ma semplicemente perché riteneva il clero una classe piuttosto ragguardevole e agiata, a riparo da ogni prepotenza e contesa. Nelle controversie che spesso capitavano fra contadini o fra signorotti locali (che talvolta accadono ancora oggi), egli non prendeva quasi mai le parti di nessuno. Quando era proprio costretto, allora si schierava con il più forte, senza tuttavia farsi vedere troppo.

Solo una volta gli capitò di trovarsi in guai seri, ma di questo parlerò a tempo debito.

Egli dunque si stava avviando verso la propria dimora, quando ad un crocicchio si imbatté inaspettatamente in una coppia di bravi.

«Signor curato» lo chiamò uno dei due, puntandogli gli occhi in faccia, come per dire “Dove credete di andare, abbiamo un certo discorso da farvi.”

«Cosa comanda?» chiese il prete, come chiedendo: “Non c’è nessun problema, vero?”

«Voi avete intenzione di celebrare il matrimonio di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella?»

Il curato rimase sbalordito.

«Ecco… io sì, sapete come sono i giovani, no? Combinano i loro pasticci e poi vengono da noi a chiedere il conto all’oste… e noi siamo l’oste».

«Mi meraviglio di voi, signore. Perché non vi recate a Lecco?»

«Perché dovrei andare a Lecco?» si sorprese il curato.

«Così. Ho parlato perché mi dispiace per voi: se io fossi in voi lascerei perdere tutto al più presto, piuttosto che trovarmi in una situazione grave».

Don Abbondio capì, stupendosi ancora di più.

«Allora ci siamo intesi? Anche due chiacchere, con uomo intelligente come voi, sono interessanti, e non devono essere riferite a nessuno. A proposito, vi portiamo i saluti di Don Rodrigo».

Se ne andarono ridendo e lasciando il curato desolato e angosciato. Quest’ultimo riprese il cammino; era agitato, sconvolto, sarebbe impossibile per noi riportare il corso preciso dei suoi pensieri. Lui stesso avrebbe ricordato in futuro questo come uno dei peggiori giorni della propria vita. La sua anima sentiva il bisogno di sfogarsi, di trovare un responsabile, un colpevole, e si scagliò prima contro Renzo e Lucia, poi contro Don Rodrigo.

Arrivato a casa, il parroco si ritirò, ma durante la notte l’agitazione continuò a tormentarlo. Era quasi l’alba quando, nella sua camera, si presentò un uomo, di mezza età, ben vestito, penetrato lì Dio solo sa come.

«Buonasera signor curato, ricordatevi che tra poco celebrerete la nascita di colui che mi ha sconfitto. Sta per iniziare…».

«L’avvento! E durante l’Avvento non ci si può sposare. Mi basta solo trattenere Renzo per qualche giorno, poi due mesi di tranquillità!»

Si addormentò.

L’indomani mattina Renzo giunse alla casa del parroco di buon ora e di buon umore. Faceva il filatore di seta, professione a quel tempo in decadenza, ma che gli assicurava una certa agiatezza, assieme alla coltivazione di un piccolo podere. Rimasto orfano in tenera età di entrambi i genitori, da allora svolgeva il mestiere di suo padre. Era un ventenne generalmente ammodo, quieto ma talvolta impulsivo, istintivo, anche questo difetto sarà stato dovuto alla sua giovane età.

Gli avvenimenti che seguirono non furono mai troppo chiari: c’è chi dice che Renzo abbia saputo la verità da parte di Perpetua, la domestica del parroco, o chi sostiene che il giovane abbia costretto il curato a sputare il rospo con la forza.

In ogni caso, resta il fatto che Renzo, saputo come stavano le cose, si precipitò subito a casa della fidanzata, Lucia Mondella, raccontando l’accaduto.

Lucia era una giovane contadina, di origini piuttosto umili, di quelle che si incontrano spesso: modesta, caratterizzata da un grande pudore, molto riservata. Il padre, Giovanni, era ormai mancato da molto tempo. Con Lucia era rimasta solo la madre, Agnese.

Temendo una possibile reazione da parte di Don Rodrigo, i due fidanzati decisero di separarsi. Lucia si sarebbe rifugiata a Monza, Renzo invece a Milano.

In quel momento passò, davanti al cortile, l’ormai anziano conte Alessio, dal quale Renzo si fece dare un passaggio.

La carrozza dette uno scossone e partì a spron battuto. Il giovane si girò, fece un ultimo cenno di saluto a Lucia. Tutto era confuso nella sua anima, egli osservava avidamente i campi, gli alberi, i monti. L’inquietudine, la rabbia verso Don Rodrigo, la tranquillità di essere al sicuro si susseguivano senza posa.

Dopo un buon lasso di tempo, si trovò davanti a Milano.

«Sono un vigliacco!»

In seguito si seppe che Don Rodrigo aveva proibito la celebrazione del matrimonio per una scommessa, fatta con suo cugino.

Ora non mi dilungherò troppo a spiegare come un nobile, ricco, colto, potente, si sia immischiato in un affare di questo genere. Conoscevo un giovane di ottima famiglia, istruito, ricchissimo, che tutto d’un tratto si mise a far scommesse d’ogni genere, perdendo anche somme considerevoli, sino a diventare indigente. Analogamente, anche l’azione di Don Rodrigo era senza dubbio dettata dalla vanità.

Comunque sia, i due fidanzati dovettero stare lontani per lungo tempo. Si raccontava che entrambi avessero vissuto momenti non facili durante la loro separazione, momenti che sarebbero stati sempre rimasti impressi nella loro memoria. A quanto si dice, Lucia dovette fuggire da Monza, mentre Renzo fu costretto a rifugiarsi a Bergamo.

Era quello il periodo infatti in cui si diffuse la peste, di cui si ammalarono, fra gli altri, il giovane filatore e Don Rodrigo.

Ancora oggi molti ricordano l’orribile fine del signorotto, divorato dalla peste. Alcuni asseriscono addirittura che egli, in punto di morte, si fosse pentito delle proprie malefatte, e che fosse stato persino perdonato da Renzo.

La cosa comunque certa è che questi, guarito, si mise subito in cerca di Lucia.

La sera in cui partì (approfittando di un altro viaggio del conte Alessio Caramazi) l’aria era fresca e pungente, nel cielo terso brillavano, enormi, le stelle. La carrozza volava verso la destinazione, nell’anima di Renzo c’era solo lei, un dolce torpore lo cullava, un’allegra malinconia. Attaccò discorso con il conte, ma ben presto si rese conto che non stava ascoltando ciò che il nobile diceva.

Quando arrivò al Lazzaretto era notte fonda. L’edificio era chiuso. Renzo fece il giro del palazzo, alzando lo sguardo, vide una finestra illuminata. Vi si accostò, con il cuore che batteva all’impazzata. Ai suoi occhi si presentò Lucia.

Francesco Auxilia

Lettera sui dialoghi dell’assurdo

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Caro amico,

qualche giorno fa, a Genova, sono stata derubata della borsa che, come spesso avviene con le donne, conteneva qualsiasi cosa: dai documenti agli effetti personali, dalle carte di credito agli scontrini delle farmacie che avrei allegato alla mia denuncia dei redditi. Ne sono uscita molto provata, senza contare il tempo che ci vuole a ripristinare il tutto e il non indifferente danno economico.

Ma proprio accingendomi a rifare i documenti, mi è occorso un caso che, ti prego di credere, riporto esattamente così come si è svolto.

Mi trovavo all’ufficio anagrafe della mia città per farmi rilasciare un nuovo documento di identità, davanti ad una solerte impiegata che ringrazio per la velocità con cui ha provveduto. E lo dico senza nessuna vena d’ironia anche se il caso ha voluto che dall’incontro sia venuto fuori un dialogo dell’assurdo.
- Stato civile?
- Vedova
- Ne è sicura?
– Direi di sì.
- Ma guardi che lei risulta coniugata. E’ certa che suo marito sia morto?
- Beh, era un po’ pallido.
L’impiegata mi guarda perplessa.
– Allora si è risposata.
– Non che io ricordi.
– Strano.
– Guardi che nella precedente carta di identità che mi avete rilasciato voi risultavo vedova.
– Strano.
– Pensa possa essere risorto?
L’impiegata fissa il terminale dubbiosa.
– E se le mettessi una lineetta al posto dello stato civile?
– C’è un’alternativa?
– Sì: coniugata.
– Vada per la lineetta.
– Sì, ma dov’è morto suo marito? Ammesso che sia morto… (aggiunge pensando che mi stia prendendo gioco di lei)
– A Catania.
– Allora chiami l’anagrafe di Catania e dica di comunicarcelo.
– Ma lo sapevate già, infatti nell’altra carta che mi avete fatto ero vedova.
– Strano.
– Beh, qualcuno l’ha già fatto.
– Cosa?
– Risorgere.
L’impiegata fissa il terminale.
– Sa, la Pasqua è vicina. Sono cose che capitano. Sebbene mio marito non fosse ebreo. Sa, gli ebrei vanno forte nelle resurrezioni.
L’impiegata tace e mi passa alcuni cartoncini da firmare. Dietro di me le persone in fila che hanno sentito ridono e mi guardano con una specie di pietà.
Predo il nuovo documento e fisso la lineetta. Stato civile: lineetta.

A questo punto si apre un interessante caso teologico: sono coniugata in quanto mio marito è effettivamente risorto o lo sono in quanto abbadessa e dunque sposa di Cristo? E in questo caso, non sarei dovuta risultare coniugata anche in tutti i precedenti documenti pre matrimonio e post mortem?
Quasi quasi chiamo papa Francesco.

 

Devotamente

EE.

Aprile. Un consiglio di lettura

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Il libro non è recente e, apparentemente, anche il tema sembrerebbe collocato in un altrove morbido, che odora di cipria, sudore e forcine per capelli. Ma è davvero così lontano il mondo dei casini? Per molti dei nati dopo l’approvazione della Legge Merlin, le domande sono tante, poche le risposte e spesso solo storiche o quasi scientifiche, quando non meramente sociologiche.

Ma allora, sì, spettegoliamo! Facciamo un tuffo nel passato e  vediamo un po’ chi ci va e chi non ci va e, soprattutto… chi va con chi! Il pettegolezzo poi si fa ancora più gustoso se i personaggi sono veri Personaggi. Cioè non solo persone in carne ed ossa ma, per sovrappiù, scrittori famosi colti che tra sete e satin, mentre godono delle grazie di preziose mondane.

Ma non c’è soltanto questo nel raffinatissimo Le signore della notte di Giuseppe Scaraffia, uscito da Mondadori nel 2011. C’è tutta la magia di un passato odoroso e  l’incanto delle cose che non tornano più, come quello delle rose non colte di gozzaniana memoria che, guarda caso, chiudevano proprio l’inno a una vecchia cocotte.

Il libro è dunque un saggio che si legge come un romanzo sui vizi poco privati assai più che sulle pubbliche virtù dei letterati più noti del secolo che fu o giù di lì. Imperdibile.