Ora lo so

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Guardavamo gli uomini strisciare attorcigliati poi alzarsi e cadere nel fondo degli acquitrini, schizzando via su mine nascoste nel fango delle paludi. Era inutile provare a fermarli non ci avrebbero sentiti. Dentro di noi qualcosa era cambiato perché di quei soldati conoscevamo la storia fin dalla nascita. Prima ancora di rendercene conto qualcuno ci aveva preso per mano e mentre le luci si accendevano i nostri occhi spalancati si incrociavano regalandoci la certezza che se avessero spento il proiettore e noi fossimo tornati a giocare fuori dal cinema, in quegli occhi lucidi, le immagini non avrebbero smesso di correre.

Simone Peluffo

 

Luglio. Un consiglio di lettura

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Volete divertirvi? E allora fatelo perché tutto ciò che avviene a Borgo Propizio – lo abbiamo imparato dal primo episodio della serie, uscito da Guanda – è motivo di ilarità. I personaggi di E le stelle non stanno a guardare (Salani) fanno ridere ma, badate, Loredana Limone, vulcanica autrice capace di esorcizzare i dolori personali e altrui attraverso la penna, è tanto abile da fare in modo che in ciascuna delle figurine che abitano questo regno magico della fuga dalla realtà cittadina ci sia qualcosa di ciascuno di noi. Paure, gelosie, imbarazzi, innamoramenti, vendette, infinitesimali meschinità quotidiane trovano un senso in un microcosmo in cui tutto è irreale ma, nello stesso tempo, tutto è verissimo.

Vero come le beghe per l’organizzazione di un festival letterario così simile ai tanti che sparsi per tutta la penisola che non si resiste alla tentazione di intercettare nei protagonisti della Limone i veri incontrati a Mantova, a Pordenone o chissà dove.

 

Il farmaco

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Georg si riprese dalla stanchezza dei muscoli, gonfi come gli occhi che facevano male.

Un male che veniva da dentro da quella stanza bianca arrivata dal nulla. All’improvviso mentre giocava con I suoi fratelli era piombato nel buio per trovarsi nel bianco, ferito dalla punta di un ago che lo aveva gettato nell’oscurità. Ora sentiva la vista spegnersi, orientandosi lungo il vetro di plastica, sentendo alcune voci provenire da dentro. Ma lui non le capiva.

“F14 provoca cecità permanente” disse qualcuno “E’ molto giovane”.

“Era il figlio di Lucy” disse la donna. “Georg?”

“Dimmi?” chiese lo scienziato.

“Perché ha il tuo nome?”

“Mi sembrava divertente. Tranquilla, cara, è solo una scimmia.”

 

Simone Peluffo

 

Giugno. Un consiglio di lettura

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Retolo è un paese della Sicilia come tanti, ininfluente nella geografia sociale. Vi abita Canio Calicchia, che ha ereditato dagli avi un ginocchio valgo e un impiego presso il cimitero dalla curiosa pianta a forma di vagina.

E’ a Retolo – posto immaginario il cui nome è modellato sull’anagramma di Loreto, luogo di apparizione mariana – e attraverso il dipanarsi di quotidianità minime che l’agrigentino Roberto Mandracchia mette in scena una grottesca commedia umana di rara efficacia e bellezza. Vita, morte e miracoli (Baldini e Castoldi) racconta come la vita del paese venga sconvolta quando Nunziatella Levo, vecchia che ha dedicato l’esistenza ad allevare galline, comincia a parlare con Gesù, la Madonna e le anime dei defunti.

Mentre Retolo si raccoglie in preghiera intorno a quella che i media definiscono “la mistica”, mentre i pellegrini bivaccano davanti a casa della Levo e un sedicente cugino della vecchia si muove abilmente con i politici locali per montare un redditizio business, solo Canio, piccolo eroe, resta escluso. Candido e isolato, con i suoi rituali quasi autistici, la sigaretta di trinciato forte, la visita al medico e gli incontri con la prostituta Tiziana, incarna il sottile esprit talmudico secondo il quale anche il più basso degli essere umani è pieno di virtù come un melograno. La virtù del necroforo è racchiusa nel “non capire bene” e quindi riuscire a vedere con lucidità ciò che sta avvenendo. Se il suo interesse è mantenere il posto fisso al cimitero, intento dei compaesani è cavalcare l’onda e sostenere la santità della Levo nella speranza di un ritorno d’immagine e di denaro.

Caparbio non volendolo, Calicchia diventa bersaglio di attacchi sempre più violenti all’interno di un romanzo che racchiude una profonda analisi delle dinamiche sociali in un microcosmo in cui tutti i comportamenti sono amplificati dall’atmosfera claustrofobica.

 

(una versione ridotta di questa recensione è apparsa sull’edizione siciliana de “La Repubblica” del 4 maggio 2014 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/04/il-business-della-santa-e-una-commedia-umanaPalermo08.html?ref=search )

L’insegnante

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L’INSEGNATE

Stacco l’orecchio dalla porta. Entrando a passo svelto li vedo tutti in piedi. Sono Tredici ragazzi spaventati anche Georg, mio figlio, ha paura. Per come mi comporto immagino. Ma educare è un lavoro rigoroso. Sorrido. Il primo che mi chiede chi sono cade a terra sbattendo la testa sul banco. Mio figlio mi guarda ancora. Forse si domanderà dove sia finito il suo incompetente professore e cosa ci faccia sua padre malato in quella classe, con un fucile Spass e una boccetta di ansiolitici nella mano. Questa cosa mi rattrista, mi bagno gli occhi cadendo in ginocchio. Guardo Georg piangere insieme a me. Forse c’e ancora speranza per lui.

Simone Peluffo

 

 

Maggio. Un consiglio di lettura

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La scommessa è di quelle sulle quali sarebbe bene non puntare un euro, eppure… È possibile sottrarre il romanzo alla convenzione temporale, magari strizzando l’occhio a Calvino, e ripensare l’equilibrio tra realtà e finzione di cui la narrativa si nutre?

A farla è Mohsin Hamid che, dopo l’esordio con Nero Pakistan (Piemme, 2004) ma soprattutto dopo la fortuna dell’ossimorico Fondamentalista riluttante (Einaudi, 2007) dal quale Mira Nair trasse la pellicola d’apertura del Festival di Venezia nel 2012, mette in moto un meccanismo complesso in cui l’autore apre un dialogo col lettore.

Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente (Einaudi) si presenta come un manuale di self-help, al pari dei tanti long-seller che aiutano appunto a smettere di fumare o a dimagrire. E come ogni manuale che si rispetti investe il lettore dandogli del tu, incurante del fatto che la seconda persona resti la bestia nera con la quale gli scrittori dovrebbero mettersi alla prova con estrema prudenza.

La brevità, la scansione dei capitoli e i loro stessi titoli suggeriscono di trovarsi di fronte ad un libretto che, giunti alla fine della lettura, avrà reso ricchi sfondati quanti saranno stati capaci di seguirne le regole. Il personaggio preso a modello per l’irresistibile ascesa è infatti un ragazzino povero, figlio di contadini da poco trasferitisi in una città – Lahore, sebbene non venga mai citata direttamente – in cui lo scontro con la realtà violenta e truffaldina sembra non lasciare alcun margine di miglioramento.

Un protagonista quasi dickensiano, animato da “grandi speranze” che, come Pip Pirrip, s’innamora di una “bella ragazza” apparentemente algida, anima quindi il manualetto che si trasforma presto in un beffardo romanzo di formazione in cui cinismo e tenerezza, humor e commozione si fondono con leggerezza mentre sullo sfondo, a debita distanza, è tenuta la denuncia contro un capitalismo imperante e criminale. L’amour de loin che accompagna il giovane rampante arricchitosi illecitamente producendo acqua sulla cui purezza ci sarebbe molto da obiettare sembra dilatare i tempi di una narrazione estremamente compressa, quasi essenziale, creando così differenti piani narrativi capaci di irretire il lettore come una camera degli specchi. A dare la sensazione di straniamento – e a vincere così felicemente la scommessa con la convenzione temporale – è un procedere in cui tutto si svolge “adesso”, in un oggi in cui il ragazzo è giovane e povero, passando per un oggi in cui si fa prepotentemente strada, fino ad arrivare ad un oggi che lo vede, anziano e morente.

All’interno di questa complessa trama di narrazioni parallele e contemporanee in cui il fuoco è puntato ora sull’ascesa sociale del ragazzino come tutti “profugo della propria infanzia”, ora sull’esistenza patinata della ragazza e ora sulle manovre per frodare o per essere frodati, il manuale nasconde al suo interno una serie di romanzi minimi. E, come suggerisce l’autore, il cui pensiero è celato tra le maglie dei precetti elargiti, per trasformare in un libro i segni neri che vediamo sulla carta o i pixel di uno schermo bianco, occorre un lettore che leggendo sappia immaginare e immaginando sappia creare, perché un libro diventa tale solo quando viene letto.

Lettera sulla politica culturale

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Caro amico,

vivo a Savona ormai da oltre sette anni e il vicesindaco della mia città d’adozione, Livio Di Tullio, mi ha chiesto un’opinione sullo stato della cultura a Savona.

Ti riporto qui quanto è stato gentilmente ospitato sul suo blog all’indirizzo http://www.livioditullio.it/cultura-e-lora-di-osare-le-opinioni-di-una-foresta/

Ne ho viste di città e non ho mai amato quelle che non fossero grandi, smisuratamente grandi. Ma quando sette anni fa misi piede a Savona, forse perché c’era il sole, forse perché avevo bisogno di respirare in uno spazio più ristretto, presi il cellulare e chiamai mia madre. «Mamma, è qui che voglio vivere», dissi. E quando lei stupita mi chiese perché, risposi con la sola cosa che sentivo profondamente vera: «perché qui c’è una luce che… Perché penso che qui non sarò mai infelice».

Infatti è a Savona che ho acquistato la mia prima casa ed è qui che, dopo tanto girare, mi sono fermata. Per un po’, non so per quanto. Certo la luce è rimasta; la promessa di felicità a volte ha vacillato, com’è normale che sia. Ma infelice, a Savona, io non sono mai stata.

Se ho fatto questa premessa è perché vorrei comunicare soprattutto il fatto che Savona la sento casa mia: sono siciliana ma nello stesso tempo mi sento savonese e con un certo orgoglio lessi che qualche giornalista frettoloso ma forse dotato di intuito, mi definiva “scrittrice savonese”. Il che per dire che se a volte imputo colpe ai miei concittadini, se dico cose di Savona che non mi piacciono, non è perché non la ami ma, anzi, perché la amo davvero e dunque, come agli amici più cari, non posso perdonarle nulla, perché mi piacerebbe che fosse perfetta.

E piccoli peccati Savona ne ha come ogni altro luogo. Uno però è forse il “peccato originale”, a Savona non sedimenta nulla perché Savona crede poco in se stessa. Una colpa gravissima per chi come me si occupa a vario titolo di cultura che è per eccellenza un ambito nel quale le stratificazioni e le sedimentazioni fanno la differenza tra ciò che vale/resta e ciò che invece si risolve in facile “eventismo” da sagra paesana.

Arrivando qui e venendo da una regione come la Sicilia che ha pochi centri ma mediamente di grosse dimensioni, notai alcuni dati inquietanti: 1) l’offerta di cultura e spettacolo a Savona è sproporzionata rispetto alla domanda; 2) nonostante ciò, molti preferiscono viaggiare per seguire musica e teatro; 3) la cultura, in linea generale, è appannaggio soprattutto di un pubblico di età medio-alta.

Naturalmente non si tratta di affermazioni assolute, vorrei essere chiara, e non dico nemmeno che chi di cultura si occupa non cerchi di intervenire in questo senso ma, come si usa dire, è un trend che non credo giovi alla crescita culturale del territorio.

A Savona l’ampiezza dell’offerta, invece di rendere il pubblico più vitale lo àncora all’abitudine. Così, frequentare il Chiabrera o il Priamar in estate è qualcosa che ha più a che fare col “doverci essere” che con un reale bisogno di approvvigionarsi di strumenti culturali. Savona, oltre a tutta una serie di iniziative minori di enorme importanza e che non citerò per evitare di dimenticarne qualcuno e oltre a un numero altissimo di associazioni culturali che spesso purtroppo si risolvono in comunità dal vago sapore dopolavoristico, ha un teatro di tradizione, un’associazione musicale che concretizza il suo impegno attraverso spettacoli musicali cameristici e sinfonici, una scuola di musica, un centro culturale in cui convergono cinema, musica e teatro. Il pubblico savonese però è fisso sull’abitudine e dunque spesso non sceglie, adagiandosi sulla proposta in maniera acritica, salvo poi riservarsi di criticare ciò che vede e iscriversi ad associazioni che offrono gite a Genova, a Torino o a Milano o chissà dove per seguire gli spettacoli che, alla fine, credono siano “migliori” di quelli proposti in città. Diciamo che il motto nemo propheta in patria, qui è stato proprio preso alla lettera. In maniera autolesionista, direi.

Nonostante l’importanza di progetti pensati per il coinvolgimento dei giovani, fatta eccezione per quelli rivolti direttamente alle scolaresche (non sempre per altro di successo), gli spettacoli hanno un pubblico pericolosamente bloccato in una fascia di età decisamente matura. Il che è un problema nazionale, è chiaro: ovunque si è innalzata l’età anagrafica degli spettatori ma mentre altrove si cerca di conquistare nuove fasce di utenza attraverso proposte innovative, qui si preferisce continuare su una linea già rodata con la paura di perdere quel pubblico fidelizzato a fatica. E naturalmente, per mere ragioni anagrafiche, i numeri si assottigliano proprio nel momento il cui la crisi riduce le risorse disponibili.

Posto che nessuno ha in mano la soluzione al problema, io credo che nei momenti di crisi – e quello che il Paese sta attraversando non penso sia sul punto di risolversi – occorra affrontare di petto i problemi e non cullarsi nella possibilità di dare al pubblico ciò che il pubblico si aspetta. Il pubblico va scioccato, sorpreso, allontanato, incuriosito e così riconquistato. Solo in questo modo lo si porta davvero a quella maturazione per la quale la cultura diventa indispensabile.

Non è un processo semplice, non è indolore e non è veloce ma per condurlo occorre cominciare subito: piantare adesso il seme e cominciare proprio scardinando dal savonese l’idea che ciò che si fa qui non ha il medesimo valore di ciò che avviene altrove. Pensare che per fare cultura ci si debba rivolgere a profeti più o meno d’accatto venuti da fuori è, mi scuseranno i miei concittadini, provincialismo. In un mondo il cui ombelico è la multimedialità quale valore ha oggi la corsa al personaggio televisivo, al grosso nome che viene da noi con la sufficienza di chi aggiunge una data alla tournée pensando che certo non sarà la madre di tutte le date? E ancora: per esportare il nome di Savona in Italia, a cosa serve avere qui la star che di date, nella stessa stagione, ne fa altre cento? Nessun giornale nazionale presta attenzione a una replica uguale a mille altre. Ma se Savona credesse in se stessa e se i miei concittadini sentissero l’orgoglio di dire io sono Savonese perché a Savona si fa questa cosa e questa cosa non si fa in nessun altro posto del mondo, se vuoi te la vendiamo, oppure vieni qui a vederla perché noi non siamo gli spettatori ma siamo quelli che lo spettacolo lo fanno, beh, se così fosse il mio di orgoglio cittadino crescerebbe tanto che essere parte di questo cambiamento per me sarebbe esaltante quanto vitale.

Savona è piena di talenti, ha giovani che hanno idee, ha progetti, ha voglia di fare. Per favore, proviamo insieme a credere in tutto questo per far nascere qui qualcosa di unico. Perché noi non possiamo accontentarci di essere una Genova o una Torino in sedicesimo, perché non lo saremo mai. Dunque, possiamo solo aspirare ad essere noi ma unici ed irripetibili.

So bene che il mio è un discorso “antipolitico”, perché la politica ha la necessità di “accontentare tutti” per non perdere il sostegno. Ma oggi questa non può più essere la via: ciò in cui abbiamo creduto è stato spazzato via dalla crisi. Noi siamo quelli del dopo. E le ricostruzioni sono sempre molto faticose.

EE.